
Uffa che noia…fra poco bisognerà tornare a mettersi le scarpe.
Uno dei vantaggi dell’estate (insieme al “soave” scoreggìo delle zanzare ad un centimetro dal timpano, all’afa martellante, alle emersioni da insonni apnee in “piacevolissimi” bagni di sudore, alle miglia di “vaporose” code in autostrada, alle vacanze “intelligenti” e ai fondamentali servizi di “approfondimento” di «Studio aperto», che quotidianamente ti rammentano l’afa soffocante, le vacanze intelligenti e le miglia di code in autostrada) è che puoi scordarti le scarpe per qualche mese.
Da alcuni giugni, lugli, agosti ed inizio settembri a questa parte, i miei piedi, calzaturisticamente parlando, non vedono altro che un paio di sandali.
Non solo: tutta la parte indoor della mia estate la trascorro ricalcando le gloriose orme della tribù dei Piedi Neri, zompando per casa a zampa rigorosamente scalza.
Ora, anche se il nesso fra i due temi non si coglierà esattamente al volo (e magari nemmeno c’è, un nesso), riflettendo su questa faccenda dei sandali e del “barefoot pride”, mi è venuto da considerare come per tutto il periodo della scuola dell’obbligo io non abbia praticamente mai studiato.
Studiare e mettersi le scarpe sono due mali necessari (con il sandalo come valido compromesso). Ci consentono di poter “metter piede” nel consorzio umano con un minimo di decenza, attenuando le conseguenze più clamorose dell’hobbesiano «homo homini lupus».
Ma il piede libero di “piedeggiare” all’aria e la futilizzante dimensione infantile della perdita di giornata fine a se stessa, rimangono fra i più begli inni alla libertà che io abbia mai conosciuto.
La scoperta che leggendo i libri in modo approfondito (ossia studiando) si vengono a sapere “cose vere” sulla propria vita, giunse per me piuttosto tardi.
Mi ricordo anche vagamente l’episodio, caduto giusto nel mezzo del cammin di nostra seconda media. Di chi fosse precisamente il brano rivelatore, invece non lo ricordo. So che era sulla vecchia antologia spelacchiata di italiano, già rodata da un triennio di trambusti nello zaino di mio fratello.
Quel giorno mi accorsi che la cara e vecchia antologia, fino ad allora per me poco più di una fastidiosa presenza da sfogliare frettolosamente in 5 minuti (tanto per ricordare due fregnacce da ripetere alla prof. il giorno dopo), prima di uscire a sprecare proficuamente le successive 3 ore del pomeriggio correndo dietro ad un pallone al campetto, aveva qualcosa di importante da dirmi.
Mi disse che l’adolescenza è quella fase della vita durante la quale brufoli ed inedite preoccupazioni prima inaudite fanno a gara per eruttare fuori da te, ma è anche il periodo degli “attacchi di felicità”.
Ecco, credo che queste piccola espressione abbia rappresentato in assoluto la mia prima “epifania del lettore”.
Cosa ne potevo sapere prima io della felicità?
Non perchè la mia infanzia fosse stata particolarmente infelice, ma perché fino a quando sei bambinetto galleggi neutrale in un’«empirea» bambagia platonica quasi fuori dal tempo. Per sapere cosa sia la felicità, o almeno per fartene una vaga idea, devi assaporare prima il gusto dell’infelicità. E’ forse questa la rivelazione più dura che l’adolescenza si porta con sé.
Tutto questo mi disse quel giorno la mia antologia.
E anche se la cosa mi fece abbastanza male, gliene fui fortemente grato. Perché fra le righe mi fece anche capire che da quel momento la mia anima non avrebbe potuto più godersi le sue esclusive scorrazzate a piedi nudi, ma di tanto in tanto, e poi sempre più spesso, avrebbe dovuto cominciare a mettersi le scarpe.
Non che da allora in avanti io sia divenuto uno studioso modello. Altri fondamentali “calzascarpe” era ancora lì da venire. Come qualche salubre 4 rimediato in prima liceo, oppure certi sensi di colpa grossi come condomini, quel pomeriggio che, sempre in prima liceo, liquidai la «Metamorfosi» di Kafka coi canonici 5 minuti di studio stile scuola media, per poi tirare a sera nel campetto fra cross e corner angosciosamente calciati come se al posto dei piedi mi fossero improvvisamente spuntate le “beatlesiane” zampette di Gregor Samsa.
Quello che la mia antologia non mi disse tuttavia è che da certi aspetti del periodo adolescenziale non se ne esce più. Da taluni febbroni buscati durante la teenage, non si guarisce mai.
Ecco perché ancora oggi mi dà alquanto fastidio calzare di nuovo le scarpe ad ogni ritorno d’autunno. L’unica consolazione è sapere che pronto da dietro al primo angolo, non si sa in quale foggia o con quali modalità questa volta, sbucherà sempre fuori un inaspettato quanto gradito “attacco di felicità”.
Uno dei vantaggi dell’estate (insieme al “soave” scoreggìo delle zanzare ad un centimetro dal timpano, all’afa martellante, alle emersioni da insonni apnee in “piacevolissimi” bagni di sudore, alle miglia di “vaporose” code in autostrada, alle vacanze “intelligenti” e ai fondamentali servizi di “approfondimento” di «Studio aperto», che quotidianamente ti rammentano l’afa soffocante, le vacanze intelligenti e le miglia di code in autostrada) è che puoi scordarti le scarpe per qualche mese.
Da alcuni giugni, lugli, agosti ed inizio settembri a questa parte, i miei piedi, calzaturisticamente parlando, non vedono altro che un paio di sandali.
Non solo: tutta la parte indoor della mia estate la trascorro ricalcando le gloriose orme della tribù dei Piedi Neri, zompando per casa a zampa rigorosamente scalza.
Ora, anche se il nesso fra i due temi non si coglierà esattamente al volo (e magari nemmeno c’è, un nesso), riflettendo su questa faccenda dei sandali e del “barefoot pride”, mi è venuto da considerare come per tutto il periodo della scuola dell’obbligo io non abbia praticamente mai studiato.
Studiare e mettersi le scarpe sono due mali necessari (con il sandalo come valido compromesso). Ci consentono di poter “metter piede” nel consorzio umano con un minimo di decenza, attenuando le conseguenze più clamorose dell’hobbesiano «homo homini lupus».
Ma il piede libero di “piedeggiare” all’aria e la futilizzante dimensione infantile della perdita di giornata fine a se stessa, rimangono fra i più begli inni alla libertà che io abbia mai conosciuto.
La scoperta che leggendo i libri in modo approfondito (ossia studiando) si vengono a sapere “cose vere” sulla propria vita, giunse per me piuttosto tardi.
Mi ricordo anche vagamente l’episodio, caduto giusto nel mezzo del cammin di nostra seconda media. Di chi fosse precisamente il brano rivelatore, invece non lo ricordo. So che era sulla vecchia antologia spelacchiata di italiano, già rodata da un triennio di trambusti nello zaino di mio fratello.
Quel giorno mi accorsi che la cara e vecchia antologia, fino ad allora per me poco più di una fastidiosa presenza da sfogliare frettolosamente in 5 minuti (tanto per ricordare due fregnacce da ripetere alla prof. il giorno dopo), prima di uscire a sprecare proficuamente le successive 3 ore del pomeriggio correndo dietro ad un pallone al campetto, aveva qualcosa di importante da dirmi.
Mi disse che l’adolescenza è quella fase della vita durante la quale brufoli ed inedite preoccupazioni prima inaudite fanno a gara per eruttare fuori da te, ma è anche il periodo degli “attacchi di felicità”.
Ecco, credo che queste piccola espressione abbia rappresentato in assoluto la mia prima “epifania del lettore”.
Cosa ne potevo sapere prima io della felicità?
Non perchè la mia infanzia fosse stata particolarmente infelice, ma perché fino a quando sei bambinetto galleggi neutrale in un’«empirea» bambagia platonica quasi fuori dal tempo. Per sapere cosa sia la felicità, o almeno per fartene una vaga idea, devi assaporare prima il gusto dell’infelicità. E’ forse questa la rivelazione più dura che l’adolescenza si porta con sé.
Tutto questo mi disse quel giorno la mia antologia.
E anche se la cosa mi fece abbastanza male, gliene fui fortemente grato. Perché fra le righe mi fece anche capire che da quel momento la mia anima non avrebbe potuto più godersi le sue esclusive scorrazzate a piedi nudi, ma di tanto in tanto, e poi sempre più spesso, avrebbe dovuto cominciare a mettersi le scarpe.
Non che da allora in avanti io sia divenuto uno studioso modello. Altri fondamentali “calzascarpe” era ancora lì da venire. Come qualche salubre 4 rimediato in prima liceo, oppure certi sensi di colpa grossi come condomini, quel pomeriggio che, sempre in prima liceo, liquidai la «Metamorfosi» di Kafka coi canonici 5 minuti di studio stile scuola media, per poi tirare a sera nel campetto fra cross e corner angosciosamente calciati come se al posto dei piedi mi fossero improvvisamente spuntate le “beatlesiane” zampette di Gregor Samsa.
Quello che la mia antologia non mi disse tuttavia è che da certi aspetti del periodo adolescenziale non se ne esce più. Da taluni febbroni buscati durante la teenage, non si guarisce mai.
Ecco perché ancora oggi mi dà alquanto fastidio calzare di nuovo le scarpe ad ogni ritorno d’autunno. L’unica consolazione è sapere che pronto da dietro al primo angolo, non si sa in quale foggia o con quali modalità questa volta, sbucherà sempre fuori un inaspettato quanto gradito “attacco di felicità”.

