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mercoledì 13 gennaio 2010

Pure morning


Dopo aver sproloquiato di cibo e personalità, oggi ribalto completamente la questione “annullando” del tutto il corpo.
Certe volte, giusto per non farmi mancare argomenti fondamentali e motivi di riflessione indispensabili per un equilibrato proseguimento esistenziale, mi viene da chiedermi come sarebbe il mondo se le persone fossero fatte di pura parola scritta.
Intendo: ogni individuo costituito solo dal suo esprimersi per iscritto. Certo, ci vuole uno sforzo di astrazione mica piccolo per riuscire a raffigurarsi la cosa, by-passando tutte le implicazioni e le distorsioni tecnico-pratiche che ne deriverebbero.
Per tagliare la testa al gnoro (…così, tanto per cambiare e risparmiare per una volta la pellaccia di un toro), diciamo che io la immaginerei in questa maniera: ogni persona si presenterebbe come un fumetto ambulante. Proprio un fumetto tipo quelli che si portano sempre appresso, sopra la testa, Tex Willer, l’Uomo Ragno, Alan Ford e tutta l’allegra compagnia di cartone. Però dovrebbe essere un fumetto di discreta capienza. Diciamo un fumetto che possa ospitare i caratteri della pagina media di un libro tascabile di dimensioni normali (spazi inclusi), e con la possibilità di scorrere in su e in giù, ossia di “scrollare” a mo’ di finestra di windows.
Sotto non ci trovereste ovviamente il suo personaggio allegato, come da tradizione fumettistica classica. Ciascuno individuo sarebbe invece semplice parola pura fatta fumetto semovente.

Va beh, non ci sarà voluto molto a smascherare il mio piano: si era già capito che sto parlando del mondo ideale nel quale, forse, mi sarebbe piaciuto vivere.
Fra le parole vergate, istoriate, suggellate, immortalate, stampigliate, marchiate, inchiostrate, fissate insomma su supporto immobile tramite tecnica stabile, io mi trovo proprio a mio agio. Lì riesco a far cose che mi risultano invece mille volte più ardue quando mi ritrovo appiccicati addosso tutti gli altri ammennicoli esistenzial-comunicativi, tipo gestualità, presenza fisica, padronanza dei tempi del discorso, intonazione e volume della voce, freddezza raziocinante e presenza di spirito, espressività del volto e prontezza della battuta, profondità dello sguardo e controllo cromatico delle superfici cutanee, e così via.
“Ma come?” mi si obbietterà, “solo per questo vorresti rinunciare a tutta la parte sensoriale dell’esistere, al mangiare, al bere, all’annusare, al muoversi, all’abbracciare, al baciare, al cantare, al godere insomma di tutte le prerogative concesse ad un corpo mediamente sensibile?”.
Ecco, questa è una bella obiezione, che accetto volentieri, e a rigor di logica il discorso sarebbe chiuso qui.

Ma dal momento che, come direbbe la Loredanona, questo schifo di un canzone non può mica finire qui, aggiungerei ancora due noticine a piè di pagina. Del tutto prive di pretese, ovviamente, come mio non-sensuale costume.
Invertendo allora l’ordine dei fattori, e pur concedendo che la privazione della tangibilità esistenziale sarebbe senza dubbio una perdita inestimabile, non mi sembra del tutto esatto sostenere che la parola scritta sia del tutto priva di un suo ambito sensuale.
L’individuo fumetto-semovente conserverebbe una delle prerogative prologo primario a tanti importanti ambiti della sensualità, ossia il proprio genere. Rimarremmo tutti in ogni caso fumetti donna e fumetti uomo.
La scrittura può assumere sfumature e toni decisamente femminili oppure maschili.
E le scritture possono fare l’amore fra di loro.
Riecheggiandosi con sfioramenti sonori di accenti allitteranti, rimandosi in più profondi e scivolosi intarsi di sintagmi e sillabe, penetrando l’una con nuove baldanzose ed audaci idee negli accoglienti e morbidi panorami concettuali contemplati dall’altra, fondendo i rispettivi fluidi narrativi per dar vita ad una terza via stilistica che è fusione ed allo stesso tempo superamento verso una nuova espressività fino a quel momento ancora inaudita.
Parimenti, una scrittura non solo si nutre di realtà, si ciba di mondo, ma essa sa anche addentrarsi nelle cose sino a suggerne il senso più recondito. Paradossalmente, le cose, filtrate dalla parola scritta, assumono “dignità di cosa” ancor più alta di quanto non sia quella contenuta nelle cose stesse. Perché dell’accidentalità delle cose reali, le “cose scritte” si depurano (come non riesce a fare ad esempio la parola parlata, ancora ricca di “scorie” della particolarità del vissuto) per finire a significare solamente il midollo puro delle dinamiche vitali.
La pura mattina delle cose.

E qui lo so, cari amici viandanti per pensieri, che con la vostra encomiabile solerzia mi obbietterete di nuovo che nella pastasciutta che mi appresto a mangiare fra pochi minuti non ci saranno dentro dodici semplici lettere, ma un numero, si spera, ben più cospicuo di pennette rigate, belle corredate del loro preciso amido e della loro consustanziale farina…e va beh, va beh, ma lasciatemi dire allora che siete proprio intrattabili!!! (…scherzo, siete i lettori più adorabili che si possano avere: il mio "io" scritto si sente sempre proprio voluto bene dalle vostre attenzioni di lettori…e grazie!).



mercoledì 9 dicembre 2009

Learning to lose

Lo storico originario "fotogramma" in cui il personaggio di Alan Ford fece la sua prima apparizione, sul numero 1 della serie, intitolato "Il gruppo T.N.T." e datato maggio 1969

I fumetti sono faccenda pop, dunque piuttosto leggera, in teoria. Ma possono segnarti non poco.
Soprattutto se si considera che l’animo dei bambini è forse la creta spirituale più plasmabile che si possa immaginare, e che i medesimi sono (o perlomeno “erano” durante la mia fanciullezza) i più assidui divoratori di giornalini.
Mettendo in fila queste considerazioni, qualcosa che mi riguarda ne viene fuori. Il mio affetto storico maggiormente consolidato per i fumosi eroi è stato quello riservato a Tex Willer. Ma all’inflessibile Ranger del Texas ho cominciato ad avvicinarmi con passione vera piuttosto tardi, sul finire delle Medie.
La mia infanzia fumettistica è invece stata stranamente segnata da una banda di personaggi che esigevano uno humor molto maturo per poter essere apprezzati appieno.
Parlo di Alan Ford e del gruppo TNT.
Per cercare di spiegare un po’ il mio rapporto con questo fumetto, devo chiedere di avvalermi dei metaforici servigi di un altro immenso “addetto ai lavori”. Vi dico infatti che non avrei mai potuto leggere Alan Ford così nel profondo, se non fossi stato Charlie Brown già un po’ di mio.
Da un punto di vista spirituale, non credo di essere mai stato in corrispondenza alcuna con la mia età anagrafica. Sono un improbabile adulto mal specificato oggigiorno, così come fui un bimbetto già abbastanza “grande” ai miei tempi, un piccolo sognatore serioso.
Non saprei dire di preciso se questo fatto venisse acuito dalla lettura di Alan Ford, oppure se ero attratto da fumetti simili in virtù della mia strana personalità asincronicamente conformata.
Dal gruppo TNT, oltre a divertirmi un mondo a leggerlo, ho imparato due principi basilari ed un corollario.
Primo: al mondo si perde assai più spesso di quanto non si vinca.
La seconda eredità “alanfordiana” è la simpatia che da allora ho sempre nutrito per gli sconfitti, fra le cui schiere mi sono anche spesso ritrovato. Mi pare che questo modo di confrontarsi con la vita fosse anche fra gli obiettivi di Karl Marx, non saprei dire con precisione. Posso dire però che Alan Ford e il gruppo TNT sono stati il mio Manifesto ed il mio Capitale messi insieme.
Sarò esagerato, ma mi sento di dire che spiegare Alan Ford a chi non lo ha mai letto non è compito semplice. Certo, si possono tratteggiare per sommi capi i caratteri dei personaggi e delle loro vicende, ma coglierne la “filosofia” è questione più sottile.
Alan Ford, Bob Rock, la Cariatide con la Squitty, Grunf, il conte Oliver, Cirano e il Numero Uno, erano agenti segreti sgangherati (parlo all’imperfetto perché mi riferisco al primo nucleo “classico” insuperato dei primi 75 numeri, disegnati dal grande Magnus, su sceneggiatura di Max Bunker). Le loro avventure erano spesso rocambolesche, surreali, grottesche, bizzarre, goffe, granguignolesche, nei casi più estremi. Ma tutti questi aggettivi non sfiorano nemmeno quella sensazione di malinconia poetica che pervadeva l’atmosfera del fumetto. Un misto di cinismo rassegnato di fronte alle prepotenze del destino, superabile solo con un’ironia ancor più caparbia e priva d’esitazioni.
E’ appunto questo il corollario di cui vi parlavo sopra: quando la vita si fa beffarda, gli ironici si mettono a sorridere, a sogghignare se è il caso (e se possono appena, beninteso…).
Molti anni prima di sentirne parlare diffusamente in Italia, la legge di Murphy la conobbi insomma attraverso le gesta di Alan Ford e soci. Ma da un punto di vista più complesso, conobbi anche le sottigliezze critiche del sarcasmo, l’onestà intellettuale che solo un senso dell’umorismo cristallino ed irreprensibile sa recare con sé.
E tutte queste considerazioni mi fanno concludere con una verità tanto evidente quanto spesso trascurata o misconosciuta: anche dalla fonte culturale più insospettabilmente umile, si possono talvolta trarre lezioni filosofiche importanti, se solo si è disposti a lasciarsi attraversare da una sensibilità pura ed aperta all’ascolto meno preconcetto possibile.


domenica 16 agosto 2009

Piccoli nobili fumi

T.W.: «Tu mi ci vedresti con la divisa, figliolo?»
K.W.: «Adesso no! Ma l’hai indossata, durante la guerra civile!»
T.W.: «Non proprio. Anche allora facevo spesso di testa mia. Come sai, sono sempre stato refrattario alla disciplina, fin da giovane…»
K.W.: «Capisco quel che vuoi dire…tu non potresti mai obbedire ciecamente a un ordine! Sentiresti il bisogno di discuterlo o quantomeno…»
T.W.: «Quantomeno vorrei poter ragionare con la mia testa, proprio così…Ecco perché non sarei mai un buon militare…»

Il T.W. di questo scambio di battute non è, come magari si potrebbe anche ipotizzare forzando un po’ l’immaginazione in direzione intellettualoide, il grande drammaturgo americano Tennessee Williams.
E nemmeno dovete pensare che il suo interlocutore, K.W., rappresenti una sorta di alter ego immaginato dall’artista in atmosfere dal sapore kafkiano (“Kappa Williams”?) per sostenere questa sorta di dialogo con sé stesso.
T.W. è invece molto più semplicemente Tex Willer, il glorioso eroe del far west nato ormai mezzo secolo fa dalla fantasia di Giovanni Luigi Bonelli, mentre K.W. è il baldanzoso figlio di Tex, il giovane Kit Willer, anche noto col suo appellativo Navajo di Piccolo Falco.
Si fa presto però a dire “molto più semplicemente”.
Perché quello che sono andato notando nel corso degli anni, nella mia veste di fedele (anche se “intermittente”) lettore di Tex, è stata una crescente “raffinazione” del suo linguaggio, una progressiva cura riposta nella energia espressiva delle storie di volta in volta proposte. Questo sia dal punto di vista delle sceneggiature, sia per quanto riguarda il disegno e l’impostazione grafica.
In altre sedi molto più dotte di questa, ci si è posti la domanda se il fumetto possa essere considerato una forma d’arte oppure no. Mi viene in mente ad esempio il bellissimo “Apocalittici e integrati” di Umberto Eco, che propone spunti di riflessione geniali sul tema.
Naturalmente, non saprei rispondere all’ardua domanda, ma alcune considerazioni le posso fare.
Per prima cosa, direi che il fumetto deve essere considerato una forma di comunicazione di tutto rispetto. Il fumetto ha inaugurato un modo di esprimersi, di raccontare, totalmente peculiare della nostra epoca (intendendo, molto grossolanamente, il periodo dal secondo dopoguerra in avanti, oppure anche qualcosa un po’ prima).
Già per questo è degno della più alta considerazione, ma a ciò si aggiunga che della nostra epoca il fumetto è anche uno specchio quanto mai efficace. Poche altre forme espressive ne hanno saputo cogliere infatti ad un tempo la superficialità e la complessità, la banalità e la sua effettiva “articolazione sotterranea”. Poche altre forme espressive (penso però anche al cinema) riescono a cogliere la nostra epoca nella sua caratteristica principale di “tempo che si consuma velocemente”.
Questo accade perché fumetto e realtà moderna parlano praticamente lo stesso linguaggio, o perlomeno molto simile.
Un’altra osservazione che mi viene da fare (e qui ritorno in sostanza al dialogo fra Tex e Kit Willer, tratto dal “Texone” n. 23 del giugno scorso, intitolato “Patagonia”) è che con il tempo il linguaggio del fumetto si è evoluto fino a raggiungere livelli qualitativi in grado di trasmettere al lettore esperienze estetiche dotate di un valore di prim’ordine.
Questa elaborazione naturalmente è passata prima attraverso l’opera di diversi pionieri sperimentatori di soluzioni innovative in questa forma d’arte. Nella mia ignoranza fumettistica, mi viene da citare solo i clamorosi esempi della genialità di Andrea Pazienza, oppure della complessità e della raffinatezza narrativa di Hugo Pratt. Ma chissà quanti altri eccelsi autori saprebbe citare chiunque ne sappia un po’ più di me della storia del fumetto.
I colpi di genio dei grandi sono poi trapelati pian piano anche a livello di una produzione “più corrente”, in cui senza dubbio anche Tex rientra, e la lezione dei maestri è stata assorbita sino a far sì che si ottenesse un pregevole innalzamento generale della qualità di questa “forma d’arte-non forma d’arte”.
Un dialogo come quello riportato in apertura, probabilmente sarebbe stato difficile leggerlo alcuni anni fa in un fumetto come Tex o in altri della stessa “categoria”. Non che rappresenti una rivoluzione “intimista” sconvolgente, ma introduce delle sfumature d’animo del personaggio, delle riflessioni personali di una certa profondità, che lasciano adito ad un’ampia dimensione di dubbio.
Si sente nelle battute fra Tex e suo figlio Kit tutta una “contaminazione” con tematiche assorbite da un certo tipo di cinema western anni ’70, che hanno introdotto la figura dell’eroe che oltre a combattere i propri nemici è chiamato ad affrontar anche la sfida con una propria interiorità problematica.
Naturalmente il tutto è risolto sempre con le dinamiche brucianti del fumetto: non c’è tempo di soffermarsi troppo sui rimescolii d’animo personali, nel giro di alcune tavole il nostro eroe deve già essere pronto e scattante per massacrare a sganassoni lo smargiasso di turno o per difendersi da un agguato proditorio teso da una banda di balordi.
E probabilmente nemmeno si sarebbero potute vedere qualche tempo fa due tavole come le seguenti



che introducono il punto di osservazione della storia attraverso i piccoli dettagli quotidiani o drammatici.
Oppure come queste



anch’esse chiaramente debitrici al cinema di un certo modo di trattare il ritmo della narrazione visiva attraverso il montaggio delle inquadrature successive.

La contaminazione di linguaggi può tuttavia funzionare in alcuni casi in entrambe le direzioni, come succede in questa ultima sequenza di “fotogrammi”


è vero infatti che anche qui il narrato deriva senza dubbio da un’ispirazione di base “filmica”, ma in questo caso il fumetto si prende la sua rivincita amplificando l’effetto con un proprio mezzo modestissimo e tuttavia precluso al cinema, perlomeno in una forma così diretta, ossia l’allargamento del campo dell’inquadratura per enfatizzare l'effetto.

(Tutte le tavole, anche se riprodotte un po' malamente, sono tratte dall'ultimo episodio di Tex della serie "ufficiale", il n. 586 dell'agosto 2009, intitolato "Giochi di potere").