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lunedì 29 luglio 2013

Nippo-epifania

 
Sono incappato in una piccola epifania nipponica, una micro-magia letteraria, di cui mi piacerebbe rendervi conto oggi. Circa tre anni e mezzo fa ormai, scrissi proprio qui su «Andarperpensieri» un articoletto dedicato ad un bel libro del romanziere giapponese Murakami Haruki, che all’epoca avevo appena finito di leggere. Il titolo del romanzo di allora era ed è «Kafka sulla spiaggia».
 
Nel mio scritto, mi ero un po’ divertito a fare il critico letterario della domenica, come spesso mi succede. Ad un certo punto, mi ero servito di una similitudine fra letteratura ed edilizia. Un po’ trombonescamente, cito un mio passaggio di quello scritto dove introducevo appunto la metafora:
«…Paragoniamo per un momento il romanzo ad un edificio.

Entrambi sono percorsi da linee di forza sotterranee, interne, che ne costituiscono la struttura nascosta. Nel caso dell'edificio forse il concetto è più immediato da cogliere. Nell'«intimo» di pilastri, travi, volte, arcate, si distribuiscono i pesi e i contrappesi che vanno a costituire la “macchina statica” di tutto l'insieme. Come una circolazione sanguigna di forze in gioco, che scorrono lungo le venature della costruzione.
 
Entrando in un edificio, questo suo flusso dinamico interiore è proprio l'ultimo aspetto al quale un visitatore andrebbe a pensare. Passando di stanza in stanza, salendo le scale, soggiornando nei suoi locali, l'unica cosa che ci interessa fare è “leggerne la forma”. Vogliamo provare comfort, senso di rifugio, di protezione, di domesticità. Tutto, tranne sapere se ad esempio, i mattoni di un arcata sotto l'intonaco si stanno spingendo a vicenda come dei dannati per fare stare in piedi la baracca, oppure se una trave armata ci sta dando dentro di buona lena per accogliere lungo i tondini di ferro della sua anima il peso delle persone che si muovono all'interno.
 
In un romanzo succede una cosa simile.
Però per questa volta, con il libro di Murakami Haruki, non cercherò di appurare se le stanze siano ben illuminate e cromaticamente equilibrate, se la temperatura risulti gradevole e ponderata rispetto alle modificazioni climatiche, o se la ventilazione sia dosata nella maniera giusta. Proverò invece proprio ad occuparmi della sua circolazione sanguigna strutturale, delle forze narrative che scorrono all'interno dell'opera.…».
 
Questo vi raccontava il buon Gillipixel qualche tempo fa.
 
Poi di acqua sotto i ponti ne è passata un bel po’, e Murakami Haruki ha scritto altre cose. Sto sempre attento alla sua produzione, perché avendo letto quasi tutte le sue opere, lo conosco come autore che raramente mi delude. Anzi, il più delle volte mi esalta proprio.
 
In genere non mi precipito però sulle novità in libreria. Quando esce un libro nuovo che mi attira, lo lascio sempre decantare vari mesi, se non anni, sugli scaffali. Deve caricarsi della patina del tempo, prima che io provi quella sensazione di trovarmi ormai nel momento giusto per fare la conoscenza di quel libro. Non mi riferisco ad una questione fisica. Non è che il libro debba invecchiare in libreria come oggetto di per sé, nella sua qualità di volume, fatto di quelle pagine e di quella copertina. Di solito infatti va a finire che mi procuro una qualche ristampa, nuova di zecca nella confezione.
 
Ciò che deve maturare invece è la presenza di quel libro nel mondo. Forse il fenomeno è connesso all’idea di tutti i lettori che nel frattempo lo leggono, chi lo sa. Con questo non voglio nemmeno dire che il fatto di essere letto da tanta gente, sia sufficiente per suscitare l’attrazione in me. No, non mi riferisco di certo al fenomeno dei best seller. Il libro deve essere già carico in partenza di fascinose promesse, coltivate inconsciamente nel mio intuito. Poi però, in aggiunta e a tempo debito, pensare che la sua bellezza si sia già impastata nell’animo di tanti altri lettori che considero a me affini, mi fa sentire quel libro come un’entità viva. E mi fa assaporare il mio atto di leggerlo come fosse l’immissione in un flusso di pensieri sbocciati intorno alle parole del testo in questione, passate dalla pagina a centinaia di occhi e di menti di lettori.
 
Per farla breve, alcuni giorni fa ho sentito che era arrivato il momento di leggere «1Q84 – Libro 1 e 2», una delle ultime opere di Murakami Haruki. Il romanzo ha già più d’un paio d’anni e nel frattempo lui ha scritto già anche «1Q84 – Libro 3» e forse altre cose, ma in virtù dei miei criteri di scelta, mi confronto solo ora col libro, mettendoci di mezzo il mio fisiologico “gap temporale di lettore”. Le vicende narrate nel romanzo si dipanano su due storie parallele (struttura adottata spesso da Murakami). In una delle due storie, il protagonista è Tengo, promettente giovane romanziere in erba, alle prese con un manoscritto misterioso confezionato da un’ancor più enigmatica ragazzina. Nella finzione romanzesca, il testo del manoscritto è strepitoso in quanto a storia ed intensità narrativa, ma lo stile è disastroso, persino grammaticalmente traballante. Il giovane Tengo, su incarico di un editor dal fiuto sopraffino, ha il compito di  riscrivere il libro, ripristinandone la forma, nel rispetto della sua potenza ed identità strutturale.
 
Ed ecco quale metafora, ad un certo punto, viene introdotta da Murakami Haruki per rendere l’idea dell’operazione in cui il giovane scrittore si deve calare:
 
«…Mantenere il contenuto identico, senza alcun intervento, e modificare drasticamente lo stile. Come quando si fa la ristrutturazione di un appartamento. La struttura la si lascia uguale, perché in sé non ha alcun problema. E non si va a cambiare la posizione delle condutture dell’acqua. Le cose che invece possono essere sostituite, come il parquet, il soffitto, i muri secondari e i divisori tra le stanze, vengono tolte e sostituite con le nuove. “Sono l’abile carpentiere al quale è stato affidato questo lavoro”, si disse Tengo “non c’è un progetto preciso. Devo ricostruire una parte alla volta, basandomi solo sul mio istinto e sull’esperienza”…».
 
Non ho fatto a tempo a leggere questo passaggio di «1Q84 – Libro 1 e 2», che subito un lieve sorriso epifanico mi si è dipinto sulle labbra. Era la stessa metafora che avevo usato io, tre anni e mezzo fa, per parlare sempre di un libro di Murakami Haruki. Libri ed architettura: l’affinità di meccanismi tra il fenomeno narrativo e quello costruttivo-edile. Non che questo voglia significare nulla. Solo la piacevole sensazione dettata da questa coincidenza del tutto casuale.
 
L’edizione giapponese di «1Q84 – Libro 1 e 2» credo sia uscita proprio nel 2009, mentre in Italia è comparso nell’ottobre 2011, credo. Proprio volendo, avrei potuto trarre ispirazione diretta. Ma oltre a quanto già detto riguardo alle mie abitudini di lettore, ci metto in sovrappiù anche la mia parola di giovane marmotta, per garantirvi che ho iniziato la lettura di «1Q84 – Libro 1 e 2» solamente sabato pomeriggio scorso, 27 luglio 2013. Il flusso di dati opposto mi pare poi veramente qualcosa di fantascientifico: a parte la discrepanza di tempi che già esclude l’ipotesi, non ce lo vedo proprio Murakami Haruki mentre si legge «Andarperpensieri». Va bene tutto, ma ci sarà pur anche un limite alla “sospensione dell’incredulità”.
 
Inoltre, la metafora libri-edifici non è forse nemmeno una di quelle più originali o illuminanti. Non saprei. Rimane però la magia di un incrocio concettuale a tempi sfasati, fra un grande scrittore ed un modesto scribacchino Gillipixante.
 
Aggiungo infine un’altra nota di immodestia personale, prima di rimettere il mio orgoglio nell’armadio, ben cosparso con palline di naftalina marca “umilìn”. In occasione del vecchio scritto relativo a «Kafka sulla spiaggia», realizzai una foto da abbinare al testo sul blog. I miei occhiali, posati sul romanzo, a sua volta posato a terra su un tappeto di foglie gialle (era novembre, giustamente).
 
Ora, non so se si tratti di un tiro mancino dei servizi sociali che, subdolamente a mia insaputa, stanno tentando, in combutta con i tecnici di Google, di iniettarmi qualche dose di autostima, visto che ne sono così sprovvisto. Probabilmente Google riconosce che sono io e mi restituisce questo risultato, non saprei. Ma di fatto mi sono accorto che, digitando «Kafka sulla spiaggia» nello spazietto di ricerca di “Google immagini”, una delle prime foto ad uscire è proprio la mia.
 
Non so nemmeno se la cosa sia effettivamente da considerarsi come un motivo di accrescimento dell’autostima. Molto meglio probabilmente vederla come il giusto completamento di questa curiosa epifania nippo-narrativa.
 



martedì 25 giugno 2013

E intanto Ulisse splende ancora


 
Di epifanie libresche ho parlato tante volte. Meno spesso, ho fatto riferimento a suggestioni incrociate che possono scaturire dal contributo di varie forme dell’espressività artistica.
 
Stavo rivedendo alcuni giorni fa qualche frammento di un film che apprezzai molto ai tempi della sua uscita al cinema. Sto parlando di «Shine», la commovente storia del pianista David Helfgott, piuttosto romanzata, a quanto pare, nella fattispecie cinematografica. Non è però della qualità del film che voglio parlare in questa occasione, ma di una bella epifania incrociata e retroattiva, dal film stesso agevolata.
 
Antefatto filmico: dopo anni di travaglio psicologico, rispetto al quale il suo tormentoso rapporto con la musica ha avuto gran parte in capitolo, tanto da condurlo addirittura a trascorrere un lungo periodo in una casa di cura per disturbi mentali, Helfgott riesce finalmente ad uscire dall’istituto e sta cercando faticosamente di riprendersi in mano il bandolo della sua matassa esistenziale. Ora vive in un piccolo appartamento, dove ha a disposizione un pianoforte verticale, che però può suonare solo poco tempo al giorno, un po’ perché così gli hanno raccomandato i medici, un po’ perché il padrone di casa, pur essendo persona gentile e a modo, è musicalmente un buzzurro, e non apprezza il suono dello strumento, che tra l’altro gli ha anche chiuso a chiave, concedendoglielo col contagocce.
 
Risultato: Helfgott si aggira per le strade della cittadina australiana dove risiede, come un lupo famelico di pianoforti. Tutte le sere, “sgolosia” come un matto un bel piano che intravede dalla vetrina nella sala di un bar-ristorante (voce del verbo “sgolosiare”: è una parola del mio dialetto che vuol dire “invidiare”, “anelare”, desiderare come un buon cibo succulento; la utilizzo qui, perché non trovo in italiano nessun corrispettivo in grado di rendere l’idea in maniera altrettanto vivida e colorata).
 
Ad un certo punto, si giunge alla scena topica. Una bella sera, in preda ad un’irresistibile crisi di astinenza pianofortistica, come un forte fumatore a secco di nicotina (anche se a onor del vero, di sigarette ne pippa a volontà), Helfgott brancica una fagottata di spartiti e si precipita di gran carriera nel locale. Approfittando della distrazione dei proprietari e degli avventori, ai quali è ormai familiare come lo scemo del villaggio, si siede alla chetichella davanti alla tastiera e comincia ad assettarsi per suonare.
 
Ed ecco scattare qui un meccanismo narrativo che l’uomo ha iniziato ad adottare fin dalla notte dei tempi, forse nel momento stesso in cui si accorse di essersi appassionato al piacere del raccontare e del sentirsi raccontare storie. Potremmo definire questo meccanismo l’«agnizione sbaraglia-fessi», oppure il «disvelamento gaudente del gran figo nostro». Esso prende le mosse dalla complicità fra il narratore (in questo caso il regista del film) ed il lettore (in questo caso lo spettatore): entrambi conoscono alla perfezione le potenzialità di talento sovrumano in possesso del nostro eroe, giusto nell’ambito in cui è chiamato a darne un saggio in questo momento. Anzi, per far sì che l’effetto riesca al meglio, è necessario che regista e spettatore siano i soli a sapere delle gran doti del protagonista, tutti il resto del mondo sulla scena ne deve essere all’oscuro. Non solo: l’esplosione rivelatoria riuscirà proprio alla perfezione, tanto più il protagonista è reputato una mezza calzetta senza speranza.
 
L’altro ingrediente indispensabile è poi l’intervento del coglionazzo provocatore di turno. Costui, nel gioco delle parti così innescato, normalmente personifica tutta la negatività possibile e immaginabile. La molla necessaria a fa scattare l’artificio narrativo è impersonata in questo caso da “un interdetto” fra gli avventori, il gran tronfione saccente che si mette a sfottere Helfgott in maniera veramente bieca, da vero super bullo da bar.
 
Ci sono allora tutti gli elementi utili a far scatenare l’effettaccio: Helfgott nel pieno fulgore della sua imbaranataggine, un uditorio che nel migliore dei casi lo compatisce, il “so-tutto-me” sguazzante nel suo brodo di boria, e la complicità fra narratore e fruitore della storia, che quasi non stanno nella pelle all’idea di quanto succederà di lì a poco, intendendosela alla grande e facendosi emotivamente  l’occhiolino narrativo.
 
Ora la molla è caricata ben bene e quando la tensione della “goduria pregustata” è tirata al massimo, vai col liscio, via libera alla rivelazione liberatoria! Helfgott non fa quasi a tempo a posare un polpastrello sui tasti, che già si subodora aria di esecuzione magistrale. Infatti, dopo un velocissimo ghirigoro di riscaldamento che è già di suo un mezzo capolavoro, si produce in una versione del “Volo del calabrone” di Korskov talmente bella e travolgente da far separare gli ingredienti nei cocktail in mano a tutta quella massa di etilisti dei clienti del bar.
 
Quasi neanche da dire, nel corso della memorabile esecuzione, le inquadrature sulle facce degli astanti si sprecano, e nel locale è tutto un risuonare di mascelle cascate a terra. Ma l’apoteosi del gaudio supremo è ottenuta indugiando sull’espressione di quel gran «fàcia da merda» dello sfottitore iniziale (scusate il francesismo, ma lo uso per rendere il giusto stato d’animo dello spettatore in quegli attimi di vendetta morale di ordine superiore), il quale non provava un’umiliazione così cocente dalla volta che trovò sua moglie a letto con tre idraulici.
 
La scena si conclude con applauso oceanico finale e gran ritirata del coglionazzo, giustamente condannato alla presa per il culo eterna. E lo spettatore gode come sette ricci.
 


 Facciamo ora un salto indietro di parecchi secoli.
 
Scena: reggia di Itaca, un’isola sperduta da qualche parte nell’Egeo. Il padrone di casa, tale Ulisse, è appena tornato da vent’anni di guerre e smaronamenti non da poco, a zonzo per mezzo mar Mediterraneo. Per vie traverse è venuto a sapere che un manipolo di giovinastri delle famiglie nobili del circondario (i Proci) stanno cercando di impalmarsi sua moglie Penelope. Non paghi, si stanno pure pappando tutto il pappabile dei suoi beni e proprietà. Ulisse, con la complicità della dea Atena, si presenta sotto le mentite spoglie di un vecchio mendicante. Prima di gustarsi l’agognata vendetta sugli usurpatori, anche qui il lettore viene caricato ben bene di sete di rivalsa. Ogni sorta di umiliazione viene appioppata ad Ulisse, re titolare, da quella massa di mangiatori ad ufo, che non lo riconoscono. Insulti, beffe, persino una sgabellata sulla schiena, tirata da uno dei più tronfi fra di loro, Alcinoo. L’ira di Ulisse monta sotto la cenere come un geiser islandese, e nel frattempo noi al di qua della pagina ci diamo di gomito con Omero, senza risparmiarci sorrisetti d’intesa sotto i baffi, immaginando già come andrà a finire.
 
Come tutti sapranno poi, quando infatti Omero ritiene che la misura sia colma, lascia aperta la diga della rabbia odissea, e dei Proci non rimarranno che misere polpette.
 
Di secoli ne sono passati, quindi, ma l’«agnizione sbaraglia-fessi» (anche nota come «disvelamento gaudente del gran figo nostro») come stratagemma narrativo continua a funzionare benissimo. Quello che ho portato io, con la citazione della scena del film «Shine», è solo un piccolo esempio, ma se fate mente locale a mille altri film o storie note, vi verranno in mente altrettante occasione in cui il meccanismo è stato usato.
 
Avrei voluto poi parlare ancora di una curiosa parentela fra Don Chisciotte e i moderni fumetti. Ma per oggi s’è fatto tardi e credo di essermi dilungato ormai anche troppo, per cui vi do appuntamento magari ad una prossima puntata di parallelismo fa espedienti narrativi delle diverse epoche.


martedì 4 ottobre 2011

Gillipix il pulcioso retro-profetizzato


Cari amici viandanti per pensieri, oggi vi propino un articoletto per lo più “parassitario”. Nel senso che la parte del mio intervento sarà minimale, affidandomi invece quasi per intero alle parole di un tale che la sapeva molto più lunga di me.

Eccole:

«…So che dovrei parlare dei miei scritti, libri, articoli e così via, ma purtroppo io dimentico ciò che ho scritto praticamente appena ho terminato. Probabilmente c’è in me qualcosa che non va. Credo però che questo fenomeno abbia un significato: io, cioè, non ho la sensazione di scrivere personalmente i miei libri. Sento che i miei libri si scrivono attraverso di me, e una volta che mi hanno attraversato mi sento vuoto e non rimane nulla.
Come forse ricorderete, ho scritto che i miti diventano pensiero nell’uomo a sua insaputa. Ciò è stato molto discusso, ed anzi criticato dai miei colleghi di lingua inglese. Essi ritengono che da un punto di vista empirico, la mia sia un’affermazione completamente priva di senso. Per me invece traduce un’esperienza vissuta, poiché descrive esattamente il modo in cui io percepisco il rapporto con il mio lavoro. E cioè: il mio lavoro si fa pensiero in me a mia insaputa.
Non ho mai avuto, e non ho tuttora, la percezione della mia identità personale. Vedo me stesso come il luogo in cui qualcosa accade, ma non c’è nessun “Io”, ne alcun “me”. Ognuno di noi è una sorta di crocicchio ove le cose accadono. Il crocicchio è assolutamente passivo: qualcosa vi accade. Altre cose, egualmente importanti, accadono altrove. Non c’è scelta è questione di puro caso.
Non pretendo affatto di essere autorizzato, dato che la penso così, a concludere che tutta l’umanità la pensa allo stesso modo. Ma sono convinto
Che, per ogni studioso o scrittore, la particolare maniera in cui lui, o lei, pensano e scrivono apra una nuova prospettiva sul genere umano. E il fatto che io personalmente ho questa idiosincrasia mi mette forse in grado di indicare agli altri qualcosa di valido, mentre il modo in cui pensano i miei colleghi apre altre prospettive, tutte egualmente valide…».

Mito e significato
Claude Levi-Strauss – 1978

Sono contento di accogliere queste parole fra le mie, non solo perché appena le ho lette mi sono quasi cappottato nel letto dalla “gioia narrativa” (fortuna che sono un tipo prudente ed affronto certi autori soltanto assumendo una preventiva posizione di sicurezza, rigorosamente “appiattellato” su un materasso brevettato per i pigri professionali…). Non solo per questo fatto insomma, ma anche perché queste parole medesime mi sono sbalorditivamente suonate come una mini-profezia a ritroso.

Quando mi misi a scrivere questo blog, se avessi voluto stilarne un piccolo manifesto introduttivo, avrei copiato pari pari queste frasi, senza cambiare una virgola. Non perché io ardisca in qualche modo paragonarmi alla grandezza di uno studioso del calibro di Claude Levi-Strauss. Il cielo ce ne scampi, la differenza che separa la sua maestria dal mio scribacchiare, è equiparabile a quella che passa fra la maestosa possanza eolica di un maestrale ed i flati strombettanti emessi da un moscerino afflitto da raucedine intestinale.

Non è per questo dunque che dico “mie” queste parole, ma piuttosto per un’affinità spirituale, che pur prescinde dagli esiti del mio scrivere. Anche io mi sento nello stato d’animo del grande antropologo francese, quando scribacchio, e non importa se ciò che produco vale un milionesimo del suo, non è questo il punto.

Da oggi ho un nuovo beniamino culturale: Claude Levi-Strauss. Ne avevo già sentito parlare in svariate sedi, ma ho incrociato questo suo piccolo libricino soltanto alcuni giorni fa e mi sta letteralmente appassionando. Conto di approfondirne la conoscenza in futuro e questa è una minaccia in piena regola.

Spulciando in rete, ho già letto che le sue tesi per certi versi sono ritenute ormai superate dai più recenti sviluppi dell’antropologia e bla bla, e bla bla. Prendendone atto, rimango tuttavia fermo nel mio intento di saperne di più sull’opera di questo studioso, chiosando tali critiche con una sentenza che si ode spesso riecheggiare nei più severi ambienti accademici: «…e “chi se ne fotte” ce lo vogliamo mettere?...».

martedì 30 agosto 2011

I pioppini della vita


Alcune puntate fa, vi parlai di come si fosse reso necessario il taglio del caro pioppo, da anni fedelmente posizionato di fronte a casa. Pur essendo ancora vigoroso, con la sua mole imperiosa rappresentava ormai un pericolo eccessivo, incombendo in modo particolare, nella sua potenza fronzuta, esattamente sopra il tetto della casa del vicino. Ad ogni vento un po’ più forte del consueto, c’era da passare brutti minuti d’apprensione. Ecco perché, seppur a malincuore, l’intervento della perfida motosega non si è potuto differire oltre.

La vicenda ha avuto tuttavia un tenero strascico proprio in questi giorni. Me ne stavo in giardino a “rastrellazzare” erba e foglie (operazione che concilia sempre il vagabondaggio per pensieri in maniera veramente eccelsa), quando mi cade l’occhio sul grosso ceppo, ultima testimonianza rimasta a terra della presenza del vecchio pioppo.

Per inciso, bisogna dire che il “boscaiolo” incaricato dell’opera ha fatto un lavoro pregevole. Se una piccola consolazione può esserci nell’aver visto portare via un caro amico arboreo come il vecchio pioppo, forse sta proprio nel fatto che a “dare il la” al commiato sia stato un tizio veramente bravo nel suo mestiere. Quasi un Mozart della motosega, credetemi, era uno spettacolo osservarlo sfrondare e sminuzzare rami e porzioni di tronco. Tanto che, al termine dell’opera, ha lasciato un ceppo quasi perfetto, una piccola piattaforma lignea praticamente allineata al suolo.

Ed è stato esattamente lì, che giusto ieri il mio stupore si è posato. Nell’angusta fessura che demarca lo scuro spessore della corteccia dal territorio più interno della bianchiccia polpa legnosa del fusto, uno stuolo di piccoli e nuovissimi “pioppini” hanno buttato fuori lo loro mini-chioma ribelle e smeraldina. Per un campagnolo scafato, si tratterà di un fenomeno più che preventivabile. Per un campagnolo sgangherato ed ingenuo come me, si è trattato invece di una sorta di “epifania tascabile”, scaturita direttamente dalle arcane potenze del vitalismo floro-naturalisitico. Come un segno mandato dalla “Bellezza” e un’esortazione alla fiducia che credo meriti di continuare ad essere riposta in essa.

Il piccolo episodio, mentre m’insufflava direttamente nell’animo un flautato moto di letizia, mi ha fatto dispiegare le ali del ricordo, riportandomi alla lontana visione di un vecchio film degli anni ’50, «L’albero della vita» di Edward Dmytryk, con Liz Taylor e Montgomery Clift. Lo so, il collegamento è piuttosto flebile ed ai più potrà apparire inconsistente, ma anche nelle vicende di quella pellicola, così come nel caso dei miei cuccioli di pioppo, si parlava del mistero del vivere metaforizzato attraverso l’elemento vegetale.

Non era nemmeno un film eccezionale, a ben vedere e ad osservarlo con una lente critica un po’ esigente. Concedeva troppo alla melensaggine ed alla retorica. Ma mi è sempre stato molto caro, proprio come succede con certe persone delle quali si conoscono bene i difetti, e tuttavia proprio a partire da quelle magagne si riesce a trovare un motivo speciale per voler loro ancor più bene.

E’ un film che risente fortemente delle atmosfere anni ’50, o almeno così a me pare. I sentori di disagio giovanile che si iniziavano ad intravedere in quel decennio, sono calati pressoché integri, con le loro contorsioni e tutte le problematiche relazionali, nel bel mezzo di un improbabile fine ‘800 rivisitato. Non manca niente. C’è la figura del giovane tormentato dalla sete di sapienza e d’amore, Monty Clift. C’è la donna fatale e “selenitica” (dire lunatica mi sembrava un po’ troppo crudo), Liz Taylor, simbolo dell’eterna irraggiungibilità del mistero femminile. C’è la ragazza della porta accanto, Eve Marie Saint, l’altra metà mansueta e materna dell’universo muliebre. E c’è il professore coltissimo e farfallonissimo, Nigel Patrick, oratore dall’irresistibile ipnotismo dialettico ed impollinatore impenitente di fanciulle opportunamente ipnotizzate.
Le vicende comuni di ciascuno ruotano intorno alla mitica immagine di un albero dai rami dorati, che la leggenda vuole nascosto in qualche favoloso angolo delle sconfinate paludi del circondario (la scena si svolge nella lussureggiante cornice della Lousiana). In questo albero, sempre secondo le ataviche convinzioni, si celerebbe il segreto dell’esistenza.

Ecco, ve lo dicevo, l’associazione è piuttosto blanda, ma anche a me i miei pioppini, per il modo in cui si sono presentati, sono sembrati una piccola e rinnovata versione dell’albero della vita in salsa gillipixiana.

Un altro motivo per cui mi sono affezionato a quel film, è la presenza di Montgomery Clift fra i protagonisti. Il travagliato divo americano, insieme a James Dean o Marlon Brando, è stato in qualche modo uno dei miei idoli adolescenziali. Da buon passatista, i miei modelli di celluloide me li andavo a pescare spesso e volentieri anche nei decenni indietro. Al di là del suo magnetismo estetico, del vecchio Monty mi colpì una volta una frase detta dalla collega Marylin Monroe. Stando alla sua opinione, fra quelle conosciute dall’attrice, Monty Clift era l’unica persona ad essere più triste di lei. Al che io, da buon sbarbatello ben bene crogiolato nel pieno delle mie caotiche burrasche esistenziali dell’età della maturazione, non potevo che considerare fra me e me: «…Minchia, Marilina…pensa allora un po’ te che io mi sento più triste di voi due messi assieme!...».

E non sarà un caso che insieme alla comparsa dei pioppini e al ricordo di quel vecchio film, in questi giorni mi è capitato anche di imbattermi in un illuminante passo, sempre nel corso della lettura dello stupendo «Casa Howard» (1910), di Edward Morgan Forster, già citato un paio di articoletti fa:

«…Guardando indietro ai sei mesi passati, Margaret comprendeva la natura caotica della nostra vita quotidiana e la sua diversità dall’ordinata sequenza fabbricata dagli storici. La vita reale è piena di falsi indizi e cartelli indicatori che non conducono da nessuna parte. Con infinito sforzo prepariamo il nostro animo a una crisi che non arriva mai. La carriera meglio riuscita deve mostrare uno spreco di forza che avrebbe potuto smuovere le montagne e la meno riuscita non è la carriera dell’uomo che è stato colto impreparato, ma di quello che si è preparato ma non è stato colto. Su una tragedia di questo genere, la morale del nostro paese mantiene il debito silenzio. Essa presuppone che la preparazione contro il pericolo sia in se stessa un bene e che gli uomini, come le nazioni, siano al meglio di se stessi quando brancolano nella vita armati fino ai denti. La tragedia dell’essere preparati è stata scarsamente trattata, salvo dai greci. La vita è davvero pericolosa, ma non nel modo in cui ci vorrebbe far credere la morale. E’ davvero ingovernabile, ma la sua essenza non è una battaglia. E’ ingovernabile perché romanzesca, e la sua essenza è la bellezza romanzesca…».

Ecco, a distanza di anni da quei tristi momenti adolescenziali, ci sarebbero voluti alcuni pioppini della vita, il ricordo di un vecchio film e la lettura di questo libro, per capire come a questo punto la mia tristezza, in qualche modo sempre presente in sottofondo, sia tuttavia mutata in senso qualitativo, grazie alla consapevolezza che ai tempi della sua massima virulenza quantitativa (durante l’adolescenza, appunto…) essa non fu altro che un infinito e probabilmente inutile sforzo di preparazione ad una crisi che non sarebbe arrivata mai.

sabato 18 settembre 2010

La meraviglia del mondo dura tre giorni…


Cari amici viandanti per pensieri, oggi vorrei sottoporre alla vostra diligente ponderazione la seguente breve frase: «…La meraviglia del mondo dura tre giorni: ieri, oggi e domani…».
Chi mai l’avrà pronunciata? Vi starete domandando…Forse un esperto di mass-media? Un guru della comunicazione, uno smaliziato frequentatore dei più scaltriti retrobottega pubblicitari e dei sobborghi dell’advertising più avanzato?

Niente di tutto ciò.
Quale non è stata infatti la stessa mia meraviglia nel sentire pronunciare quel sintetico e modernissimo concetto dalla cara voce di una mia anziana zia, in un tardo pomeriggio delle recenti giornate estive, trascorso nel bighellonevole e fondamentale impegno di scacciare le mosche che si insinuavano moleste fra le nostre chiacchiere.

La cosa ancor più sorprendente per me, è stato sapere che mia zia, pronunziando quella sapida massima antica dal sapore così moderno, stava a sua volta citando uno degli adagi preferiti dalla sua adorata bisnonna. Che a questo punto, se la scienza genealogica non m’inganna, dovrebbe esser stata mia trisavola.
Più precisamente, le parole originarie andrebbero riportate nel loro nativo idioma vernacolare di Gillipixiland, per cui suonerebbero grosso modo così: «…La meravilia dal mónd la düra trì dé: iér, incö e d’màn…»

Ad ogni modo, fatti due calcoli, considerato il coefficiente temporale ziesco, senza per altro rivelare la sua effettiva età per delicatezza (ma vi assicuro che è ragguardevole), e tenuto conto altresì della costante amplificativa bisnonnale, se la matematica non è un’opinione, si tratta alla fine di una sentenza già in auge circa un secolo fa, e passa.

Tuttavia, all’udir quella sentenza, mi è bastata una fugace scorribanda fra i pensieri, per farmela apparire subito modernissima, pur nella sua semplicità, e forse ingenuità.

Chi si ricorda già quasi più, oggi, della marea nera nel golfo del Messico?
Chi si ricorda già quasi più, oggi, della legge bavaglio?
Chi si ricorda già quasi più, oggi, delle escort del premier?
Chi si ricorda già quasi più, oggi, di Claudio Scajola, della lista Anemone, ecc.?
Chi si sta già ricordando quasi più, oggi, dell’appartamento di Fini a Montecarlo?
Addirittura, chi si sta già ricordando quasi più, oggi, a distanza di pochissimi giorni, del reverendo Jones e della sua sciamannata iniziativa del “burn a coran day”?

“Chi si ricorda” non è forse l’espressione più consona, ma rende l’idea. In realtà non è un effettivo oblio, ciò che quei temi e quelle notizie hanno patito. E’ chiaro che se vengono menzionati, ciascuno ricorda bene quei fatti. Il fenomeno che li ha travolti è piuttosto una sorta di inesorabile svalutazione comunicativa.

Ho già citato in un’altra occasione il seguente interessante passaggio, ma mi sembra utile riprenderlo qui:

«…La comunicazione è l’opposto della conoscenza. E’ nemica delle idee perché le è essenziale dissolvere tutti i contenuti. L’alternativa è un modo di fare basato su memoria e immaginazione, su un disinteresse interessato che non fugge il mondo ma lo muove…».

Contro la comunicazione
Mario Perniola - 2004

Il sistema pervasivo della comunicazione così come oggi lo conosciamo tende a ridurre ogni significato alla sua pura dimensione quantitativa. Di conseguenza tutto quanto è trasmesso, si soppesa nei termini valutativi di un “tanto”, opposto ad un “poco”.

E quand’è che una notizia è tanta? Quando suscita clamore.
Ma il clamore ha durata limitata, è merce a breve scadenza, ecco perché il meccanismo comunicativo necessita sempre di nuovo clamore da mettere sugli scaffali del grande supermarket informativo.

Tutto questo si avvicina molto ad un sistema di trasmissione, se non di “non sensi”, perlomeno di scarsi sensi: ciò che domina alla fine è il “rumore”. E, senza voler fare dello snobismo intellettualoide di bassa lega, si può aggiungere che chi “patisce” di più il fenomeno sono le menti “sprovvedute”, gli individui più indifesi culturalmente, che tendono a trasformarsi in puri “recettori di rumore”, in meccanici e neutrali “reagenti” al clamore, con scarsissimo spirito critico a disposizione e poche o nulle facoltà di analisi dei contenuti di quanto ingurgitato comunicativamente.

Come dicevo, non è tanto per voler fare dello snobismo facile, proprio perché di quegli sprovveduti culturali io stesso mi sento sovente parte: quando si parla di argomenti “tecnici” a me pressoché sconosciuti (un esempio banale, ma verissimo: la politica), trattenendosi però alla sua superficie, come si fa quasi di regola da parte dei comunicatori di professione, ecco che sono automaticamente pure io fra la massa degli “inermi culturali”.

Dice: eh sì, va beh! Ma cosa ci sei venuto a raccontare la favola dell’acqua calda? Son cose che sappiamo tutti a menadito, e sono anche vecchie come il mondo. Non ti dice forse niente questo ben più attempato brano?

«…Già era di nuovo finita la fiamma; non si vedeva più venir nessuno con altra materia, e la gente cominciava a annoiarsi; quando si sparse la voce, che, al Cordusio (una piazzetta o un crocicchio non molto distante da lì), s’era messo l’assedio a un forno. Spesso, in simili circostanze, l’annunzio di una cosa la fa essere...».

I promessi sposi
Alessandro Manzoni - 1841

No, no…per l’appunto, cari amici viandanti per pensieri. Non era mia intenzione qui oggi, mettere su per vostro conto il bollitore del tè. Sono o non sono stato io il primo a dirvi che di queste cose ne parlava già la bisnonna di mia zia?


mercoledì 28 luglio 2010

Vecchie panzane e nuovi parapanze


Oggi inizio rettificando una bella vaccatina che scrissi una quindicina di giorni fa (precisamente il 10 luglio): naturalmente la città di Immanuel Kant non era, e non è, Heidelberg, ma Könisberg.
Capita anche ai migliori di dire stron…inesattezze.
Figuriamoci a me.

Fra campagnolismo duro e puro, e camionate di cultura, mi sto facendo alcuni giorni di ferie.
Avevo in programma un bel viaggio di 15 giorni con previsione di svariate tappe in diverse località mondiali, ma poi, al momento di recarmi in agenzia, ho sentito un tizio alla tele che raccomandava di viaggiare per incentivare la tendenza al rialzo dei consumi, così ho deciso che avrei convertito il mio budget turistico in libri, dvd e birre al bar.
Non è vero niente, è solo e sempre la mia pigrizia onnipotente che mi impera e mi divide fra letture, ronfate e sacrosante mangiate.

Come mio solito, è un po’ una scorpacciata gnoseologica scomposta e priva di programma quella che mi sto gustando. La lettura di «Vino e pane» di Ignazio Silone, mi ha riportato alle atmosfere delle pause estive del liceo, quelle dei mitici “libri da leggere per le vacanze”.
So che magari in tanti a tempo debito li maledissero.
Io no, o perlomeno non eccessivamente.
Non che mi ci ammazzassi dall’impegno, ma se oggi la mia passione per la lettura e la mia curiosità per tutti i temi dello scibile umano (sempre nel limite concesso dal mio comprendonio circoscritto…) sono divenute quello che sono, lo debbo anche a quelle care e vecchie letture estive.
Ricordo sempre con un sorriso un aneddoto citato spesso da mio fratello. Un suon compagno di classe non propriamente dotato della fama di gran studioso, al ritorno dalle vacanze soleva giustificare la sua mancata presentazione di eventuali relazioni o resoconti sulle letture effettuate, accampando, con fare fantascientifico, il fatto che il libro da lui scelto per le vacanze era «Guerra e pace».
Naturalmente, ad ogni nuovo settembre, la titanica lettura era ancora da terminare, e non so se lo stratagemma funzionasse veramente, ma di certo era ammirevole quella reiterata tattica di pokerismo studentesco, che cercava di nascondere il proprio “poltronismo” intellettuale sotto il tappeto di un rilanciato e supremo sacrificio di lettore.

In parallelo a Silone, sto traendo notevole giovamento spiritual-culturale anche dalla biografia di Albert Einstein (Walter Isaacson - Mondatori), che si legge con la piacevolezza di un bel romanzo mixata alla stuzzichevole malia di un saggio scientifico (in realtà, e giustamente, abbastanza all’acqua di rose, giusto per esperti di scienza qual io sono).
Ne ho ricavato pure una epifania del lettore in tema con quanto detto nel mio scribacchiamento scorso, ossia la ricerca di una dimensione “inutile-consolatoria” che solo le vette più elevate e rarefatte del sapere sono in grado di garantire.

«…La capacità della scienza di servire come rifugio dalle emozioni dolorose fu uno dei temi di una conferenza che Einstein tenne per la celebrazione del sessantesimo compleanno di Max Planck. Apparentemente riferite a Planck, le sue parole parvero rivelare piuttosto qualcosa di lui stesso.
“Una delle ragioni che spingono gli uomini all’arte e alla scienza è il desiderio di sfuggire alla desolata tristezza e alle sofferenze della vita quotidiana” disse Einstein.
Simili uomini fanno di questo cosmo e della sua intima struttura il "perno della propria vita emotiva, alla ricerca di quel genere di sicurezza e di pace che non è possibile trovare nell’angusto vortice dell’esperienza personale"…».

«Einstein – La sua vita, il suo universo»
Walter Isaacson - 2007

Sul fronte della campagnolità più spinta, mantenuta sempre ben amalgamata all’intellettualismo più turbinante, munito di zappa e rastrello, mi sono prodotto stamane in una atletica raspata di uno stradellino ghiaiato bisognoso di tonsura erbosa.
La parte culturale dell’operazione l’ho affidata all’ascolto tramite ipod di alcune bellissime puntate della vecchia trasmissione di Radiodue «Alle otto della sera». Nella fattispecie, era la serie intitolata “Vite da logico”, curata dal professor Piergiorgio Odifreddi.

Non vi dico, cari amici viandanti per pensieri, la goduria che è stato razzolare gioviale e canottierato fra erbacce e simpatici sassolini, mentre nelle orecchie mi passava la storia della logica, del tentativo lungo secoli di piegare il linguaggio ad essere strumento di comprensione fedele e perfettamente manovrabile della realtà, forzando parole e numeri a doversi ritrovare fra loro cugini.
Da Parmenide a Pitagora, da Zenone ad Euclide, passando per Platone, Aristotele, San Tommaso, Abelardo, Guglielmo da Occam, per arrivare a Newton, Kant, Leibniz, Russel, Gödel, Hilbert: tutta la bellezza del pensare occidentale condensata in stupende citazioni, rimandi logici e fondamentali percorsi di tutto quel pensiero che è “nostro”.
Avreste dovuto esserci…tanto una zappa e un rastrellino ve li trovavo fuori anche per voi.

Dovevate esserci, cari amici viandanti per pensieri, quando Odifreddi si è messo ad enumerare il sacro mantra del «Tractatus Logico Philosophicus» di Ludwig Wittgestein:

1. Il mondo è tutto ciò che accade.
2. Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose.
3. L'immagine logica dei fatti è il pensiero.
4. Il pensiero è la proposizione munita di senso.
5. La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari.
6. La forma generale della funzione di verità è: [Р, ξ, N (ξ)]. Questa è la forma generale della proposizione.
7. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

E mi rivolgo a tutti coloro che ci capiscono solo il 3% (a parte il punto 6: capito allo 0% netto, ovviamente), proprio come è capitato a me: non vi sembra una cosa meravigliosa?

martedì 2 settembre 2008

La melancholia del deejay

(Foto di Gillipixel)

Abitando da sempre in un piccolo paese abbastanza distante dalla città, ho sviluppato un’esperienza da pendolare di tutto rispetto. Quei lassi di tempo trascorsi tra casa e il luogo di lavoro (o all’epoca, casa-scuola) sono una fonte di meditazione notevole. Meditazione forzata e spesso associata a stati di disagio, se non di sofferenza vera e propria, anche questo va detto. Ma pur sempre di fertile riflessione si tratta. Porzioni del tempo della mia vita ormai divenuti piuttosto numerosi, e che mi ritrovo ogni volta a considerare nella loro essenza di momenti molto delicati e sfumati di vulnerabilità psicologiche di ogni tipo.

Da un paio di giorni ho ripreso questa trafila dopo un breve periodo di ferie, e mi è capitato un fatto strano, ma forse poi non così tanto. È successo che non sopportavo l’autoradio. Ho constatato il fenomeno con un certo disappunto, devo dire. Per i discreti viaggetti che mi devo sorbire, l’autoradio è una compagnia notevole ed è stata una sensazione contraddittoria, come sentire la mancanza di una cosa che in quel momento stavo odiando.

Da mesi non mi succedeva una faccenda del genere. Pur viaggiando ad orari che concilierebbero piuttosto il desiderio di silenzio (appena sbattuto giù dal letto dalla sveglia, ecc.), di solito un po’ di musica negli ultimi tempi non la disprezzavo. In queste mattine invece, niente. Era come cercare di far abboccare i pesci dalla parte della coda.

Non a caso però ho parlato di musica. Infatti, per quanto riguarda la voce parlata che sortisce dall’autoradio, il mio rapporto è sempre stato conflittuale. Un po’ a tutte le ore. Figurarsi al mattino presto. Non saprei dire bene come mai mi succede così. Già l’atto del guidare è per me spesso una sgradevole imposizione, facile fonte di nervosismo e disappunto. Se poi si aggiunge violenza a violenza, con una voce sotto che di volta in volta si arrabatta nel tentativo di informare, convincere, pontificare, divertire, allora non ne parliamo neanche.

Quello che ho provato nelle ultime albe tuttavia aveva più il sapore dell’umana compassione. Per il dolore del povero deejay. Dove trova le forze, mi domandavo, per riuscire a chiacchierare a quest’ora del giorno, adempiendo al suo dovere di essere spiritoso e simpatico a tutti i costi, mentre io sto facendo una fatica immane anche solo a sopportare il silenzio? Chi l’ha detto che dobbiamo essere trasformati in condannati al sorriso forzato quando tutto intorno a noi sembra riflettere proprio gli stati d’animo opposti?

Se questa è la strategia adottata, si vede che funziona. Nel senso che alla fine i prodotti reclamizzati fra una forzatura gioviale e l’altra vendono, e la ruota gira bene sia per i “radiolari”, sia per gli “spottaroli”, sia per gli “inventori di bisogni”. (Breve digressione: ho digitato su google questo mio strambo neologismo, “radiolari”, e mi è uscito questo: «…i radiolari sono protozoi ameboidi caratterizzati dallo scheletro siliceo…». Funny, isn’t it?...).

Si vede che funziona, mi son ripetuto, ma io continuo a non capire bene come.

E allora mi è scattata in mente un’«epifania del lettore» a ritroso, nel senso che di solito è la lettura di un brano a far da molla alla suggestione, mentre in questo caso era stato un piccolo episodio quotidiano con relativa riflessione a farmi ritornare ad un passo letto da poco:

«…erano coetanei dell'ufficiale della guardia, uomini con baffi alla magiara e ciocche inanellate ricadenti sulla fronte, in abito nero da cerimonia o in alta uniforme. Quella sì che era una generazione in gamba, pensò il generale, mentre guardava le effigi di parenti, amici e commilitoni di suo padre. Erano uomini splendidi, benché di natura un po' schiva, poco portati a vivere in armonia col mondo, orgogliosi; però credevano in qualcosa: nell'onore, nelle virtù virili, nel silenzio, nella solitudine, nella parola data, e anche nelle donne. E quando subivano una delusione, si rifugiavano nel silenzio. La maggior parte di loro aveva trascorso in silenzio la vita intera, dedita ai propri doveri e all'osservanza del silenzio come all'adempimento di un voto…»

Sàndor Màrai - "Le braci" (1942)