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lunedì 29 settembre 2014

Gh…gh…gh…


Ci sono parole che sanno dar vita ad un’alchimia di bellezze non meglio definibile fino in fondo. 

Una componente importante, quasi banale dirlo, è data innanzitutto dal significato principale di un termine. Ma esso non basta. Va tenuto conto anche di una serie di accezioni secondarie, significazioni aggiunte, sensi associati, legati alla nostra esperienza personale. Non per niente si dice di una lingua che è viva. Le parole, mescolandosi agli stati d'animo, alla volontà, ai desideri, alle emozioni, agli affetti, ai sentimenti concomitanti alle situazioni in cui vengono pronunciate e utilizzate, si caricano di coloriture, di sfumature, di simbolismi, di valori semantici ulteriori. Addirittura si ammantano persino di un'energia vitale che non sapremmo meglio specificare se non corredandola di un aggettivo ulteriore: energia vitale “prodigiosa”. 

Le parole in qualche modo vivono le vite di chi le parla. Vivono nelle vite, con le vite: contribuiscono a rendere, le vite delle persone, vive. Conferiscono  al concetto di “vivere” il suo senso più completo e compiuto.

E non è ancora tutto. I significati associati ad una parola sono soltanto una parte dei fattori in gioco. Un ruolo fondamentale lo svolge anche il suono delle parole. Qui si aprirebbe un capitolo infinito, perché i suoni sono ancor meno codificabili e domabili dei significati. Mentre infatti il senso delle parole, pur godendo anch'esso di una libertà notevole, è tuttavia quasi sempre pertinente ad ambiti razionali, i suoni cadono invece sotto il dominio dei sensi, e come tali sono molto più imprevedibili, occasionali, estemporanei, intimi, personali. 

Il suono delle parole ne rappresenta la parte “tangibile”, per così dire. E mentre il confronto col significato di una parola si svolge prevalentemente sul piano mentale, aver a che fare col suo suono significa innescare meccanismi  “di pancia”. O meglio, per usare una metafora sensoriale ancor più pertinente, possiamo dire che attraverso il suono possiamo assaggiare il sapore delle parole. Scomponendosi in bocca nelle diverse sillabe, le parole si auto-invitano ad essere masticate, succhiate, spalmate lungo il palato o momentaneamente nascoste nelle profondità gutturali. 

Se dunque possiamo vedere il significato delle parole come l'impalcatura che regge il nostro vivere, per quanto riguarda il loro suono è possibile riferirci ad esso come al sapore della vita.

Questa mini-dissertazione, che può essere letta anche come mia personale “dichiarazione d'amore alle parole” (o una delle tante fatte su questo blog), ha il modesto scopo di introdurre una bellissima frase nella quale mi è successo di incappare recentemente. Come appassionato di lettura e di scrittura, sto sempre in piacevole allerta rispetto a tutto il “leggibile” e a tutto il “parlabile” che filtra attraverso il setaccio della mia attenzione. La bellezza si annida dietro ogni possibile fonte verbale, anche la più inimmaginabile. E a maggior ragione, dietro a quelle immaginabili. 

Il “bello della bellezza” riservata dalle parole è che si può esplicitare in due forme opposte, ma entrambe portatrici di pregevoli vantaggi. Da una parte, la bellezza delle parole è in grado di andare a sfiorare dimensioni talmente intime, personali e private da esser goduta soltanto “in singolar godimento esclusivo”; per altro verso, può essere condivisa anche solo da poche altre persone, in modo da funzionare così come dispositivo di “verifica empatica”.

Mi spiego meglio: prendiamo ad esempio una frase che ci colpisce in maniera intensa e smuove in noi corde molto profonde, in un modo che non sappiamo spiegare, ma che non di meno percepiamo con grande pregnanza. Può succedere che tali sensazioni siano tanto uniche e private da non poter essere condivise con nessun altro, e qui la soddisfazione è data dall'esclusività. Può capitare invece di ritrovarsi a condividere con altre persone il gusto di quella bellezza, e questo fatto ci dà modo di comprendere gli animi al nostro più affini, le sensibilità in sintonia con la nostra, e così via.

La frase di cui ho assaporato la profonda bellezza in questi giorni, si pone giusto giusto in mezzo al guado. Non riesco a capire se è talmente personale da suscitare meraviglia estrema soltanto “in me”,  oppure se contiene potenziale estetico condivisibile da altri. Mi pongo questo dubbio perché la frase di per sé è banalissima, ma così banale da riuscire a sfiorare a tratti la dimensione surreale. Prima però vi racconto dove l'ho incontrata. 

E' il titolo di un capitolo dello stupendo romanzone di Alexandre Dumas «Il conte di Montecristo», precisamente il capitolo sessantunesimo. Come sua consuetudine (lo fa anche nei «Tre moschettieri»), Dumas assegna un titolo ad ogni capitolo della sua storia. Ci sono tanti altri scrittori che fanno così, ma anche altri che usano solo una semplice numerazione. Sono scelte.

Ma la cosa curiosa, nel «Conte di Montecristo», è che nessun altro titolo di tutti i centodiciassette capitoli del gran tomone, mi ha impressionato più di tanto. Nei rimanenti centosedici, non c'è gran ricerca dell'effetto solitamente desiderato con un titolo, quella volontà a mezzo tra lo stuzzicare la curiosità del lettore, il sintetizzare con espressione arguta il contenuto che si andrà a raccontare, oppure l'anticipare con una premessa poetica.

No, gli altri centosedici titoli sono lineari, non presentano un particolare pregio verbale che non sia la pura funzione informativa per il lettore. 

Ma il titolo del capitolo sessantuno...beh...per me è di una bellezza strepitosa. Fra poco ve lo svelo e come dicevo prima, forse la maggior parte di coloro che leggeranno le poche parole in questione si stupiranno a sentirlo, mi daranno del matto o del solito sempliciotto che si diverte con pochissimo. Oppure mi manderanno ad espletare funzioni corporali tra le ortiche. Tutte le reazioni sono lecite e comprensibili, ma nulla toglierà, per mio conto, alla bellezza portentosa di questa frase:

«...Come liberare un giardiniere dai ghiri che gli mangiano le pesche...».

domenica 12 febbraio 2012

Kaputtgemacht



Riguardo alla bellezza delle parole e sul giocare con esse, ho già scritto in varie, diffuse e confuse occasioni. Il linguaggio è un prolungamento fondamentale e potentissimo del nostro essere vivi e se ne potrebbe parlare ad libitum. Ma quello che volevo raccontare oggi invece è solo un curioso, piccolo risvolto di tutta la questione.

Le parole sono una miniera di stupore sempre rinnovata e praticamente infinita. Già sapere tutto della propria lingua è un’impresa non solo titanica, ma sovrumanamente impossibile, perché le lingue non stanno mai ferme, guizzano in ogni momento verso nuove significazioni, si plasmano nelle menti e nelle bocche delle persone, che le impastano di nuove accezioni e sfumature, continuamente. Se poi si pensa a quante lingue ci sono nel mondo, possiamo stare certi che di materiale vitale messo sotto forma di meraviglia verbale, ne avanza ancora un bel po’ e ci basta per parecchi anni a venire.

Uno degli aspetti riguardanti le parole che ho sempre trovato più affascinante, è appunto confrontare come suonano certe espressioni nelle differenti lingue. In questo senso, la “non conoscenza” degli altri idiomi può essere vista come ignoranza (e di fatto la è), oppure come opportunità per spingersi verso sempre nuovi pretesti di stupore linguistico. Anzi, in tantissime occasioni mi sono reso conto di come proprio l’ignoranza, inopinatamente, aiuti in questo gioco della meraviglia. Non lo dico per “vantarmi”, ma oltre l’italiano, conosco malamente solo un po’ l’inglese e per il resto biascico poco più di curiosi suoni messi lì, insieme a qualche vocabolo casualmente imparato dalle fonti meno probabili.

Questo mio “mare magnum” ignorantesco di fondo non depone dunque sicuramente a mio favore, ma mi agevola nel modo di guardare alle lingue straniere come a dei curiosi forzieri, nei quali, quasi impenetrabilmente, sono racchiuse sequele di sonorità misteriose, sorta di rituali vocali atti ad imbastire incantesimi sillabici, da pronunciare con voluttà incantatoria, come un novello ministro di un culto giocoso tutto contrappuntato sul ritmo e sul piacere dell’ascoltare e del sillabare.

Avevo letto da qualche parte che il neonato, già dai primissimi giorni appena fuori dalla pancia della mamma, è istintivamente attratto dal suono delle parole. Parecchio tempo prima di iniziare a capire, non solo i significati delle parole, ma anche il meccanismo stesso in virtù del quale esse sono portatrici di significati ai fini comunicativi, il mini-cucciolo di uomo ama le parole, le predilige rispetto alle altre fonti uditive, come “oggetti sonori” di per se stessi speciali. 

In un qualche modo, se si guarda alle altre lingue da ignorante, si ha l’opportunità di rivivere quella condizione primigenia infantile. In più, giocando questo gioco da adulti, si sommano le mille suggestioni assorbite nel tempo, per cui la confusione verbale si fa ancora più ricca e fricandònica. 

La lingua tedesca, in questa prospettiva, è per me un campo di gioco piuttosto fascinoso. Non solo non la conosco per niente, ma negli anni le si sono appiccicate piccole significazioni e coloriture accessorie dai sapori più contrastanti, che ne fanno uno dei terreni più fertili per il tipo di giocosità di cui sto parlando. Il tedesco, nel mio vago conoscere, si è inzuppato ad esempio della terribilità sanguinosa e tragica delle sbraitature hitleriane, con tutte le lugubri sigle belliche e marziali annesse e connesse, ma ha avuto modo anche d’ingentilirsi comicamente di candori buffoneschi nella versione maccheronica e fumettistica delle “Sturmtruppen” di Bonvi. 

Poi, a sprazzi, è stata anche la volta della filosofia. Senza avere a disposizione un lingua così articolata, logicamente e filologicamente complessa, come il tedesco, forse nessuna fra le più immense e vertiginose architetture concettuali dell’epoca moderna, avrebbero visto la luce: da Kant ad Hegel, a Schopenhauer, sino a Nietszche, Hiedegger e molti altri. Ed è proprio nell’ambito della filosofia, che mi è capitato in questi giorni d’imbattermi in una piccola epifania di infantilismo linguistico stupefatto, frutto della mia teutonica ignoranza pura.

«...Quel Nietszche mi ha distrutto!...». 

Una frase simile usava ripeterla il filosofo Martin Heidegger agli amici, durante il periodo dei massimi e più vertiginosi rovelli intellettuali e spirituali a lui procurati dallo studio e dall’estenuante confronto con l’opera del monumentale pensatore che lo aveva preceduto solo di pochi decenni, Friedrich Nietszche appunto, e che era stato capace di andare a toccare le massime vette mai rasentate dalla mente umana nel secolare cammino della filosofia occidentale. L’aneddoto l’ho rinvenuto sempre nell’interessante ed impervio “libretto” di Franco Volpi, «La selvaggia chiarezza – Scritti su Heidegger» (Adelphi – 2011), già citato alcuni articoletti fa.

«...Quel Nietszche mi ha distrutto!...», nel senso di: mi ha steso, mi ha demolito, mi ha massacrato, mi ha messo alle corde. Non ci sarebbe proprio niente da ridere, insomma, perché si trattò di una faccenda davvero seria. Lo studio di Nietszche fu una prova estremamente snervante per Heidegger, ne venne fuori con le ossa spirituali veramente rotte, sfiorò esaurimenti nervosi e depressioni pesanti. Insomma, una cosa drammatica e toccante al tempo stesso, eroica. 

Eppure, quando ho letto come suona la frase nell’originale tedesco, non ho potuto fare a meno di provare un moto di armonia divertita. Non per la fattispecie di per sé dei contenuti in questione (come detto), ma per la pura essenza linguistica tedesca che vive nella mia immaginazione di infante non cresciuto sotto quel profilo, e preservato teutonicamente ignorante.

Così infatti si crucciava il buon Martin Heidegger, nella sua sconsolata constatazione originale:
«...Der Nietszche hat mich kaputtgemacht!...».

domenica 4 dicembre 2011

Deo Dorante



Parlare male del consumismo, dopo averci sguazzato praticamente per una vita, non è mai segno di eccessiva onestà intellettuale. La considerazione mi pare di averla fatta già in altre occasioni. Però esercitare al meglio il proprio spirito critico, quello sì, è atto legittimo e anzi, non fa altro che bene alle idee circolanti e ad un loro eventuale miglioramento o risanamento.

Il discorso è un po’ sempre il solito. Quando le organizzazioni umane assumono dimensioni e livelli di complessità molto vasti, si corre il rischio che i loro meccanismi comincino a girare intorno a logiche che autoalimentano la loro propria propagazione, mentre nel frattempo si finisce per perdere di vista il vero scopo originario per cui esse sono state istituite, ossia il benessere e la prosperità umana.

Fatta la doverosa premessa, va aggiunto che è innegabilmente una goduria quando si riesce ad escogitare dei piccoli stratagemmi atti alla “fottitura” (per dirla con un raffinato lemma sociologico) delle distorsioni consumistiche più insulse.

Io non sono un fanatico dei profumi. Li preferisco “indossati” da una donna, se proprio lo volete sapere. Ma non mi piace neanche passare per il puzzone di turno. Per cui un minimo di odore artificioso me lo sbarbo pure io. Nella fattispecie, uso un modesto deodorante stick. Non faccio nomi di marche, ma ai fini del mio discorso, devo descrivere per sommi capi com’è fatta la confezione, anch’essa tra l’altro molto comune.

Si tratta di un cilindretto di plastica, con un cappuccio che si toglie, lasciando scoperta la capoccetta odorante, quella da applicare sulla parte interessata per ottenere le preventive finalità “depuzzatorie”. Per fare scorrere il materiale odorante, c’è una sorta di semplice marchingegno a vite: quando il livello dell’impasto profumifero si abbassa troppo, si dà un piccolo “turn of the screw” (ehehehhe…alla faccia della raffinatezza: cito Henry James in un ragionamento di deodoranti…) e la parte si rimbocca, pronta per nuove battaglie odorose.

Prima grande magagna: come dichiarato sul tubetto, ogni confezione contiene circa 40 ml di materia profumatoria. Tenendo conto che questo deodorante te lo porti a casa con 3 euro e 50 a botta, cent più cent meno, e facendo due calcoli, si capisce sin da subito quanto sia forte la tentazione di lasciarlo al negoziante e comperare invece un bel prosciutto intero come sostitutivo, rassegnandosi a puzzare un po’, ma almeno risparmiando denaro e deliziando il palato, un altro fra i cinque sensi non meno importante da curare.

E questo non è tutto. Facendo un po’ più attenzione al modo in cui è architettato il sistema di “estrusione” a vite, mi sono accorto che a tubetto finito, una discreta quantità di prodotto sei pressoché obbligato a sbatterlo via. Ora, non è per fare i taccagni pidocchiosi. Ma io dico, non facciamo altro che lamentarci tutto il santo giorno per ‘sta minchia di crisi e poi gettiamo al cesso i soldi in questo modo. Possibile che non si possa metterci un po’ più di cura, pazienza e logica nel progettare questi oggetti, che altrimenti, sommando piccolo spreco a piccolo spreco, producono alla fine grossi non sensi consumistici?

Per farvi capire meglio: il cilindretto interno scorrevole di pasta odorante è per buona parte agganciato alla sua base girevole. In pratica, una discreta quantità di prodotto ha solo una funzione di ancoraggio: è sempre profumo, ma viene usato per tenere attaccato tutto il resto. Quando alla fine il deodorante disponibile è completamente “livellato” ed ormai inutilizzabile, tutta quella parte in più rimane inaccessibile, perché celata sotto questa perversa soluzione d’aggancio. Per fare un buffo paragone, sarebbe come se in un’automobile, escludendo ovviamente i risvolti della pericolosità, la benzina venisse in parte usata per detergere i parabrezza.

Cosa ho escogitato allora a questo punto io, che sono una volpe della brughiera consumistica? Notando che la parte ancora buona, ma maldestramente incastrata, era tenuta ferma da una sorta di croce di plastica, non ho fatto altro che tagliare i braccini di questa croce, liberando quella notevole quantità di prodotto che avevo pagato (e nemmeno tanto a buon mercato, come abbiamo visto…), ma che il produttore mi voleva far sbattere nel cesso senza troppe remore.

Ripetendo l’operazione su diverse confezioni ormai pseudo-esaurite (almeno stando a quello che voleva darmi a bere quel frescone del produttore…), ne ho tirato fuori una quantità di deodorante ancora buono che equivale a 5 o 6 tubetti nuovi. Ho riposto il tutto in una ciotolina metallica ed è un mese e passa che non compero una confezione nuova, con il solo minimo inconveniente di dover spalmare il deodorante a mano.

Lo so, sarà un esempio stupido, ma può far riflettere. Molto spesso, soltanto per pigrizia, per inerzia, accettiamo soluzioni consumistiche demenziali, sprecando denaro e in fin dei conti, anche dignità personale, perché ogni volta che si agisce da idioti, anche se indotti subdolamente da altri, non c’è mai da andarne fieri.

Poniamo allora più attenzione ai dettagli su queste cose e quando ci accorgiamo che un qualche ammennicolo teoricamente pensato per agevolare la nostra vita quotidiana, in realtà la rende più stupida, non esitiamo ad appellarci all’imperativo morale riassumibile col nobile motto: «…Fotti il produttore!!!...».

domenica 31 luglio 2011

Sotto un cielo di stalle


Vi siete mai abbandonati al piacere della «deriva cazzatoria»? Ecco, magari se ci spieghi di cosa diavolo si tratta, c’è il caso che riusciamo anche a rispondere, direte voi.

Non è niente di complicato, credetemi. Tutto quel che serve è un gruppo di amici e una serata con del tempo da perdere. Con gli amici ci deve essere un’intesa piuttosto buona. La dimestichezza a chiacchierare con loro deve godere di un lungo periodo di sedimentazione costruito negli anni. La «deriva cazzatoria» riesce molto meglio se l’abitudine a discutere insieme di tutto e di nulla, senza una meta argomentativi precisa, sia stata esercitata in decine e decine di incontri privi di scopo pratico alcuno. L’effetto viene amplificato se parallelamente si è sedimentato un ampio e comune “vocabolario di stupidate” accumulate in quella lunga pratica del chiacchiericcio gratuito e surrealistico. Quando sussiste questa sintonia nel patrimonio “semantico idiotistico collettivo”, gli spunti per ridere e stare bene insieme si amplificano, perché si possono posare i piedi del ragionamento su un retroterra condiviso di significati faceti, frizzi e lazzi consolidati.

Altro fattore fondamentale: la «deriva cazzatoria» non è assolutamente programmabile. Non si sa mai il momento in cui può capitare, s’insinua fra le pieghe dei discorsi quando meno te l’aspetti, s’innesca impalpabile con passi leggeri, proprio mentre qualcuno se ne viene fuori con l’affermazione più improbabile ed inconsistente. Tanto che, nell’attimo in cui ti rendi conto di essere stato preso dentro i flutti turbinosi più cazzateschi e “non-sensuali”, è ormai già troppo tardi. L’unica cosa da fare a quel punto è godersi la corrente demenziale, prestare ad essa il fianco e rinfocolare il falò delle boiate con generosi ceppi di lignea scemenza.

Come l’altra sera.

Dovevo incontrarmi con due miei amici storici, in piazza a Gillipixiland. Dovete sapere che l’aere gillipixilandese, data la vicinanza di numerosi allevamenti, s’intride soventemente di afrori bovini, talvolta in misura blanda, tal’altra assumendo sfumature decisamente totalizzanti. Tanto che, fra le frasi di circostanza più in voga, «…Non ci sono più le mezze stagioni…» se la gioca ormai ad armi pari con «…Però, bella puzza di “me…da” stasera!…» (chiedo scusa, ma la “erre” se l’è mangiata la censura…).

E’ stato proprio con quella frase di rito, che me ne sono venuto fuori io dopo un po’, dando sfoggio della mia eccelsa sottigliezza di uomo che sa stare in società. Rincarando la dose poi subito appresso: «…Ci credo che è così potente…dev’essere quella stalla di circa 600 vacche…». Al che uno dei miei amici ha ribattuto: «…Eh sì, 600 Wacc sono tanti…».

Avevamo definito, senza quasi rendercene conto, la nuova unità di misura internazionale per la puzza di stalla. Da lì ad andare a valanga con le boiate, è stato un attimo. Chi “dementizzava”: «…Pensa se fossero mille Wacc…allora sì che ci sarebbe da stare barricati in casa, con un KiloWacc di potenza disperso per le strade…», e chi rinforzava d’idiozia molesta: «…Sì, è poi l’azienda dovrebbe dotarsi di un operaio super specializzato, il KiloWaccaro…».

La «deriva cazzatoria» era innescata e ormai nulla la poteva contenere. Una cosa che però mi sono dimenticato di aggiungere è che, forse, per difendersi dagli effetti molesti della puzza di stalla vagante per le strade al tuo fianco come un ingombrante compagno di viaggio, l’unica via di scampo sta nell’utilizzo di qualche prodotto repellente apposito.
La marca? Ma Johnson Wacc, ovviamente.

martedì 28 dicembre 2010

A pesca di venustà linguistica


Amare il linguaggio significa sapersi mettere in ascolto delle sue sfumature più sottili. Non è sempre una questione di facile accessibilità, ma le volte che mi accade di pigliare all’amo un dettaglio linguistico non banale, una sottigliezza espressiva non immediatamente evidente, provo sensazioni di gioia diffusa e profonda.

In quei frangenti si afferra veramente una soddisfazione non paragonabile a nessun’altra inclinazione gratificante dell’animo. Per riprendere una cara metafora già visitata in altre occasioni, quello che mi capita è percepire il linguaggio come vero e proprio prolungamento (o “protesi”, con termine forse meno elegante…) non solo del nostro spirito, ma addirittura del corpo stesso. Nella parola veramente possiamo sentirci completati, come entità fisiche e come esseri dotati di personalità.
E alla stessa maniera che capita quando perveniamo alla consapevolezza di una qualità fino a quel momento ignorata del nostro corpo, oppure ad un pregevole risvolto del nostro animo ancora inesplorato, anche le scoperte linguistiche sono altresì ricche di potente carica rivelatrice.

Nei giorni scorsi, è tornata a visitare i miei pensieri un’espressione brevissima, ma a mio avviso fra le più affascinanti mai plasmate a partire dal materiale linguistico. Ve ne ho già parlato, ma mi piace ogni tanto rispolverarla (e mai verbo sarebbe più indicato al caso...), anche perché stavolta mi si è rivelata, fra le sue pieghe semantiche, una piccola, esaltante epifania.
Si tratta più precisamente del titolo di un libro, in inglese, e proprio lo scarto espressivo afferrabile fra la versione originale e la sua traduzione italiana, ha fornito il motivo scatenante della mia piccola gioia intellettuale.

Il libro in questione è una celeberrima opera del romanziere americano John Fante. Sto ritardando ancora un po’ l’attimo di riportare il titolo per iscritto su questa pagina elettronica, proprio come si fa quando si tiene in sospeso l’approdo ad un ineffabile godimento, perché spesso l’attesa della bellezza promessa sa recare con sé un dolce tormento capace di adagiarsi, nelle nostre aspettative, in gradevole amplesso con la prospettiva dell’appagamento finale. Alla fine tuttavia si giunge sempre all’acme del piacere, e così sarà anche stavolta.
Dunque il titolo del romanzo a cui sto pensando è…«Ask the dust».

Ask the dust…provate a pronunciare queste tre piccole paroline, se vi va. Fatelo sottovoce, sussurrandole, oppure anche scandendole per bene, con un tono ed un volume più corposi.
Non avete quasi l’impressione che il cuore, prendendo a braccetto la mente, si metta a fare l’amore con i suoni carezzevoli sgorganti dalla vostra lingua e dal palato, invitando nel contempo alla festa anche l’udito, dando adito alla delizia globale in cui vi ritrovate avvolti?

Per sfiorare queste piccole estasi linguistiche non è poi necessario che l’oggetto del nostro stupore sia portatore di significati strettamente gioiosi o leggeri. Il caso che vi sto sottoponendo ci conforta esattamente in questo senso.

«Ask the dust»…«Chiedi alla polvere».

Non è propriamente un’espressione rassicurante. Evoca scenari di tribolazione interiore, panorami di smarrimento, di impoverimento spirituale. Evoca la sete, la secchezza della bocca, triviale ostacolo allo stesso atto del pronunziare parole per chiedere.

Come mai mi permetto dunque di affermare che si tratta di un’espressione portatrice di qualità estetico-linguistiche appaganti?
Proprio perché quella di cui sto parlando, quella a cui si mira con questo tipo di atteggiamento verso la “parola”, è una dimensione alta dell’anima. E’ la dimensione che può permettersi di guardare alle cose della vita col distacco dell’estasi. In altre parole, è la dimensione della bellezza linguistica pura, non contaminata dai contrattempi e dalle bassezze del vivere spicciolo. Non che lingua e vita siano due capitoli separati, ma esiste un territorio sublimato del linguaggio, dove ciò che diventa primario è la perfetta corrispondenza fra volontà significante ed effetto espressivo ottenuto. Questa è la sola bellezza che conta in un simile modo di considerare il linguaggio.

Accennavo prima al fatto che la piccola epifania riservatami in questo caso dal beneamato titolo del romanzo di John Fante, è stata scatenata dal confronto fra l’originale e la traduzione italiana.

«Ask the dust»…«Chiedi alla polvere».
A parte l'ovvio fatto che nella traduzione se ne va inevitabilmente perduta la secca e frusciante sonorità dell'originale, è stato un piccolo dettaglio grammaticale a rimarcare lo stupore. Conosco ovviamente questa regola linguistica inglese da non so quanto tempo, ma chissà perché solamente in forza del titolo del romanzo “fantesco”, m'è venuto da apprezzarne in modo particolare la magica bellezza soggiacente.

Sto parlando del fatto che in inglese il verbo “ask” (“chiedere”) non regge la preposizione. In inglese non si dice «chiedere qualcosa “a” qualcuno», ma semmai un cosa tipo «interpellare qualcuno per qualcosa»” («Ask someone for something»).

La differenza è sottile, ma merita tutto il nostro stupore. «Ask someone» (invece di «chiedere “a” qualcuno») mette sullo stesso piano di dignità il richiedente e l'interrogato. Non c'è quella sensazione di distanza e di separazione introdotta, a seconda del caso, dalle preposizioni “a, al, agli, alle,...ecc.”. Forse si tratta solo di una mia vacua suggestione, ma questa cosa, per quel che riguarda il mio modo d'intenderla, innesca anche una valorizzazione ulteriore dell'atto dell'ascoltare.

Nel «domandare qualcuno» («Ask someone»), io ci leggo una maggiore predisposizione a voler stabilire un grado di empatia superiore con ciò che mi sarà risposto, più di quanto non accada invece quando si «domanda “a” qualcuno».

Il nostro uso della preposizione crea una cesura fra i dialoganti, laddove invece la forma inglese li mette subito sulla medesima lunghezza d'onda. In questo senso, «Ask the dust» rende quasi l'idea che il “richiedente”, non solo si produca in un'interrogazione figurata della polvere, ma che di polvere abbai intrisa la bocca stessa. Allo stesso modo, quando una persona pone una domanda in inglese, è mossa da un'intenzionalità di immedesimazione completa con colui al quale il quesito è rivolto. In quella formulazione priva di preposizione si cela una speranza di sentire l'altro dentro di sé (e su questo dettaglio, i più goliardici si astengano da battutacce, please...).

Io che sono un conversatore alquanto scarso, talvolta sogno (non in senso figurato, ma proprio nel sonno...) di avere dialoghi stupendi con persone frequentate anche comunemente, però con le quali non riesco mai a colloquiare in misura soddisfacente nella realtà.

Poche volte nella vita da sveglio ho provato una sintonia di discussione con qualcuno come in occasione di quelle chiacchierate oniricamente simulate. In quelle circostanze verbal-ronfatorie, sento me stesso e l'interlocutore fusi insieme nei significati delle parole che pronunziamo.

Ecco, non saprei spiegarvi come, ma sono quasi certo che il dialogo perfetto, del tipo scaturito in queste parallele esperienze del mondo dei sogni, ha esattamente la stessa natura di un dialogo intessuto nello spirito del domandare alla maniera inglese, quella che si manifesta nella magica e compenetrante formula dell'«asking someone».



sabato 11 settembre 2010

Gocce di Verzèl n° 5…o dei pensieri del cavolo


“…Why should I care
If I have to cut my hair?...”
The Who - 1973

*******

Stamattina mi son detto: voglio superare me stesso! Qual è la cosa più inutile, oziosa, minoritaria, marginale, essenzialmente fondata sul nulla assoluto, di cui io possa scrivere?
Detto, fatto: sono i goccioloni sulle verze!
Se qualcuno mai riuscirà a parlare di un tema più vacuo di questo, beh, lo vorrei proprio conoscere. Perché in quel caso, signori miei, ci troveremo al cospetto di un genio supremo.

Il fenomeno dei super agglomerati idrici diffusi sulla superficie fogliare della “brassica oleracea” (per gli amici: “verza”; per i più intimi ancora: “cavolo”) mi affascina ormai da un po’ di tempo. Sempre in virtù della mia spiccata propensione alla socialità in genere, che mi porta ad entrare maggiormente in confidenza con una verza di quanto non riesca a fare con un umano, ho osservato spesso questa manifestazione della natura tanto inessenziale quanto ricca di una sua piccola dose di defilata spettacolarità.

L’evento si verifica di preferenza sulla verza giovane. Bisogna infatti essere ancora lontani dalla formazione del tipico bozzolo cavoloso della verza matura, ed il vegetale deve presentarsi con le sue ampie foglie verde cupo belle distese. In questa fase, i nostri esemplari offrono al cielo giuste giuste le fattezze di piccoli ombrelli bene aperti, pronti a ricevere l’alternanza vivifica di raggi solari e di scrosci piovani, che sono la benedizione del loro successivo arruffamento nel delizioso panetto a palla, di cui i buongustai vanno ghiotti.

Ed è proprio con la complicità della pioggia, che il piccolo portento di cui vi voglio parlare, si concretizza. Se si tratta di un bel temporale, tanto meglio, oppure credo che basti anche una bella rigorosa rugiada come si deve, ma fatto sta che dopo il suo confronto con una qualche circostanza acquea di rilievo, potete ammirare la vostra rigogliosa verza impreziosita da una spruzzata di meravigliosi goccioloni obesi.


Ora qui s’impone di riflettere sulla questione della goccia. La goccia in natura, la possiamo considerare come una sorta di chimera evanescente quanto mai. Di gocce ne parliamo spesso, soprattutto a livello metaforico, in tantissimi dei nostri ragionamenti quotidiani. Ma in effetti sono pochissime le circostanze in cui ci siamo ritrovati a poter osservare, con nostro ampio agio, una goccia d’acqua ben formata, fermata e stabilizzata nello spazio e nel tempo.
Per fare alcuni esempi, le gocce di pioggia sono innumerevoli e di mille fogge, ma non si possono guardare attentamente con la calma sufficiente, perché tempo che l’occhio le catturi, son già belle e che fracassate al suolo. Le gocce di sudore, altresì, sono più addomesticabili dall’occhio, ma complice la superficie cutanea, si sfaldano presto, si diramano nelle mille strade di rivoli dettati dalle curve e dalle pieghe del corpo, perdendo ad ogni mm. del loro cammino-scia sempre più volume e consistenza.

Ecco dunque che la verza si prefigura come validissimo alleato nella non comune impresa dell’osservazione delle altrimenti fuggevoli gocce acquee. E che signore gocce, mi viene da dire!
Tutto si gioca, da quanto ho capito, sulle proprietà speciali che può vantare proprio la superficie delle foglie. L’impermeabilità di cui la verza può andare fiera è qualcosa di eccezionale. Ho provato poi anche a simulare il fenomeno versando sopra al soggetto una scodella d’acqua, tanto per vedere cosa succedeva, ed ho potuto assistere alla nascita in diretta di decine e decine di gocce perfette. Peccato però che riproducendo artificialmente il meccanismo, le gocce non si fermino. Anzi, dovevate vederle: scorrono via rapide dal mantello verzale con la stessa celerità di un nugolo di impiegati ed operai pendolari scesi da un treno alla stazione Cadorna di Milano nell’ora di punta.

Non è così facile infatti per la massa acquea trovare appigli lungo il super sofisticato tessuto da cui è formata quella serica cute cavolesca, quella sorta di Verzetex (©) che dovrebbe essere oggetto di studio scientifico al fine si sostituire l’ormai obsoleto Goretex.
Per questo è ancor più stupefacente lo spettacolo che si presenta dopo una bella pioggia abbondante. Chissà quali equilibri si sono giocati fra verza e Giove Pluvio, chissà quali compromessi fra goccia e foglia, quali accordi segreti di attriti e scivolamenti si sono stabiliti per contratto naturale, tanto da fare addensare una sequela di goccioloni tali.

Sono gocce grasse e rigogliose quelle che potete ammirare, belle incurvate nel punto di contatto fra la foglia ed il loro perimetro di base, divenuto quasi una sorta di ampio piedone placido posato indolente sul verde. Sembrano perle di varie misure, eleganti nella loro superficie tesa quasi al limite dell’infrangersi in un rivoletto improvviso, che però viene tenuto in sospensione costante. S’imbevono della luce e te la rimandano amplificata, com’è proprio della loro natura di effimeri diamanti tondeggianti. Sono sensuali e donano allo sguardo una sotterranea soddisfazione gioiosa, come accade con tutti i fenomeni naturali ricchi di curve ed abbondanza.

La bellezza dei goccioloni verzali sta quindi tutta in questo gioco di sottilissimi equilibri fra aria, acqua e flora, in grado di dar vita ad un fascino precario nella sua pur circoscritta stabilità.
Il sole infatti presto esigerà il suo tributo, richiamando verso il cielo, con un graduale svaporare, la loro luce che gli appartiene. Ma nel frattempo forse qualche occhio sfaccendato, non avendo per sua fortuna impegni più impellenti da onorare, si sarà ben pasciuto di quella piccola e fugace meraviglia.

- Qui anche il mio sasso perfetto al 100% ha voluto dire la sua


sabato 28 agosto 2010

Impressioni d'agosto

Ragazzi, ho il cervello sotto vuoto spinto in questi giorni, e pur andando frequentemente per pensieri, torno spesso con la cesta concettuale completamente vuota.
In questo tardo scorcio di agosto, son riuscito allora a raccattare solamente svariate sensazioni e un paio di foto. Purtroppo sono sensazioni che non riesco a raccontare, tanto sono ineffabili e intime.
Quindi siamo belli e che da capo: avrei fatto prima a non mettermi nemmeno alla tastiera, quest'oggi.

Ma ci voglio provare ugualmente, a dirvi di queste sensazioni. Anche se, per mia insufficienza espressiva, non ci capirete nulla.

Come già ho avuto modo di dire, agosto non l'ho mai sopportato un granchè, ma mi frega spesso verso sera.

Quando la calura della giornata è stata così insistente da divenire ormai dopo tante ore una sorta di parodia di se stessa, capita a volte che, quattro passi prima del tramonto, una sciabolata di luce interiore mi attraversi.
Mi sento come percorso da fiotti di ricordi condensati e ripescati nell'archivio della memoria, in chissà quale cassetto che non sospettavo più nemmeno di avere.
Non sono memorie di episodi specifici, ma sono lampi delle "essenze" di come mi sentivo in determinati periodi della mia vita, anche di un bel po' di tempo fa: l'essenza di me bambino; l'essenza di una certa estate lontana; l'essenza di come era condividere una certa compagnia; l'essenza della pubertà, e così via.

Avete presente la scena finale di "2001: odissea nello spazio"?
Quando l'astronauta lanciato nella sua folle corsa ai confini delle galassie, si ritrova a fare capriole spazio-temporali incredibili?
Beh, è una roba del genere, la mia impressione d'agosto, però meno drammatica, più familiare e casalinga. Per fare le debite proporzioni: immaginate un "2001: odissea nello spazio" con Renato Pozzetto nel ruolo dell'astronauta, e vi avvicinerete un po' di più al senso delle mie "impressioni d'agosto".

Ve lo dicevo che non sarei riuscito a spiegarmi...così faccio ammenda con un paio foto, che c'entrano fin là con quanto detto sopra, ma queste almeno sono chiare.

Non riuscendo dunque a cogliere pensieri degni di questo nome, mi son limitato ad acchiappare farfalle.
Sono piccole farfalle cerulee e strane, perchè in quanto tali si confondono con certi fiorellini celesti che sembrano prediligere. Il bello è che se metti il piede fra l'erba in cui si posano, credendo di fare due passi fra i fiori, ne vedi alzarsi in volo piccoli nugoli, senza capire lì per lì, per una frazione di secondo, se il decollo sia da addebitarsi a quei fiorellini improvvisamente impazziti.



Anche queste farfalline ci stanno bene allora fra le impressioni di agosto.
Perchè sono un po' ingannevoli anch'esse, sono come quei ricordi di vita creduti fiori ormai depositati innocui e innocenti nelle praterie della memoria, ma che inopinatamente sanno ancora levarsi in volo, disorientandoti, certe sere d'agosto.


(...ah...in questa seconda foto, potete apprezzare anche una piccola ape prodursi in un delicato e sfocato cameo, come un Alfred Hitchcok del mondo degli insetti...).

E adesso, beccatevi questo bel settantume:



sabato 26 giugno 2010

L’uomo è una bestia!...Iniziata…


Oggi vi propongo un preclaro “argomento-vaccata”, per fare due sorrisi. Poi prometto di uscire dal tunnel dell’arredo idrosanitario (nel senso della cosa scritta l'altro ieri...).

Ma veniamo a noi.
Mi trovavo alcuni giorni addietro a seguire un corso di aggiornamento. Mi vedeste in faccia infatti, che razza di aspetto aggiornato mi ritrovo. Adesso, alla gente che mi chiede: «…come stai?...», non rispondo più né “bene”, né “male”, e neanche “normale”, pensate un po’.
Mi limito solo a dire: «…Mi sento aggiornato...».
Insomma, ero lì a questo corso, quando, in una pausa della lezione, mi reco alla ritirata (espressione altrimenti detta: «…int’óhó cèss!...»). Sul finir della mia performance a “doppio appoggio” (ossia su due piedi, da distinguersi rispetto a quella a “triplo appoggio”: due piedi più il “resto”), son lì che mi sto producendo in una “sgrullatio” liftata a rientrare, quando mi cade l’occhio su di un ammennicolo cessistico posto a latere del water.
Quello che mi colpisce subito è la scritta sovrimpressa sull’oggetto. Non si capisce bene se si tratta della marca o del modello, ma poco importa. Ciò che conta è che, a modo suo, ha qualcosa di geniale: “initial”.
Se vi spiego la funzione dell'oggetto, un po' cominciate a capirmi meglio. In parole povere, si trattava di uno scatolino, appiccicato al muro, e contenente delle salviettine per spazzare preventivamente la tavoletta, onde renderla idonea, nel caso di un “triplo appoggio”, all’uopo presupposto da quel loco seminascosto.
Il fatto che “con poco mi ha fatto divertire molto”, è stato immedesimarmi nei moventi psicologici del personaggio che aveva ideato quella sorta di slogan o pseudo logo che dir si voglia.
Chissà se si sarà trattato di un giovane pubblicitario di buone speranze alle prese col suo primo incarico di “m...”, oppure del modesto impiegato di questa ipotetica fabbrichetta della prima periferia, cui era toccato in sorte l’onere di escogitare il fatidico nomignolo, come “ricompensa” per essere rimasto per ultimo in ufficio, la sera che la “creazione” ebbe luogo.

Fatto sta che la parola “initial”, applicata ad un simile contesto, a me è parsa subito impregnata di una gran rugiada di significati ridanciani e simil-pretenziosi.
Cosa di preciso si sarà mosso nella mente del nostro “fine dicitore” commerciale, è difficile a dirsi. Probabilmente, la prima cosa a cui ha pensato è stato il fatto che doveva in qualche modo sforzarsi di rendere dignitosa una “situazione” solitamente illustrata dai soggetti “più civili” con la specificazione “di m…”.
Sulle prime forse avrà pensato che “Initial” rendesse l’idea di un’iniziazione. Se utilizzi quelle salviettine, puoi considerarti “iniziato” ed addentrarti nella “dimensione misterica” per cui hai varcato quella soglia: la missione non può più spaventarti, ora che, grazie ad “Initial”, sei entrato a far parte della schiera degli eletti.
Il “nostro” dev’esser stato poi anche un acuto osservatore della psicologia umana. Lo si evince da come si è avvinghiato concettualmente al momento cruciale della permanenza media dentro un bagno pubblico. E’ all’inizio infatti, nel momento in metti il primo piede dentro, che si gioca tutto.
Diciamocelo con tutta franchezza, cari amici viandanti per pensieri, anche se spiace abbassarsi a livelli così prosaici: il 90 per cento degli ingressi in un cesso pubblico implicano per ognuno una tale frustata “esperienziale”, che i ricordi di eventuali traumi infantili patiti si fanno al confronto piacevoli pizzicotti del destino. E’ un vero e proprio muro olfattivo e visivo, quello che il più delle volte ci si para innanzi, minaccioso e beffardo, sgradevole e schernente. Ed è giusto in quella piaga lì, che l’acume della “poetica imprenditoriale” ha saputo mettere il dito, in una sorta di invito alla rassegnazione e al coraggio, che tanto in pochi minuti passa tutto.
“Initial”: «…E’ l’inizio, amico, che ti dà più da fare, lì dentro. Poi, superato quello, tutto scorre, tutto fluisce…».
Ma bando ai fraintendimenti: non era mia intenzione, con quanto scritto sopra, infierire più di tanto, su chi, come il nostro simpatico creativo in erba, si è ritrovato ad affrontare l’arduo compito di nominare l’«innominabile», di dare una sagoma riconoscibile a ciò che “storicamente” non è mai stato concettualmente circoscrivibile, né “addomesticabile”.

Mi sono tornati così alla mente diverse reminescenze “culturali” legate a siffatta «indicibilità». La più goliardica riguarda l’istrionico Giorgio Bracardi, che nei panni dello strampalato farmacista dottor Onorato Spadone, ci ha ricordato spesso come l’uomo possa elevarsi ai ruoli più nobili riservati dall’esistenza, da onorevole, a scienziato, a musicista, ecc., ma pur rimanendo sempre una “bestia”, in virtù della sua esigenza periodica di andarsi a sedere sul “vater claus”.



Di conseguenza ho riflettuto su come forse solo l’ironia sia capace di difenderci talvolta dalle cose della vita che proprio non riusciremo mai a capire, o delle quali mai troveremo una spiegazione lineare e completa. Al che mi è tornato alla mente anche uno spazzolino da bagno visto una volta su di una rivista di design, a cui l’eclettico suo disegnatore aveva affibbiato il favolistico nomignolo di “Smerdolino”.

Ma soprattutto ho ripensato a questo passo, una delle cose più “umane” e filosoficamente potenti che mi sia mai capitato di leggere:

«…Quando ero piccolo e sfogliavo il Vecchio Testamento raccontato ai bambini e illustrato con le incisioni di Gustave Dorè, vi vedevo il Signore Iddio su una nuvola. Era un vecchio, con gli occhi e il naso e una lunga barba, e io mi dicevo che se aveva la bocca doveva anche mangiare. E se mangiava, doveva avere gli intestini. Quell’idea mi faceva venire subito i brividi, perché io, pur appartenendo a una famiglia più o meno atea, sentivo che l’idea degli intestini di Dio era una bestemmia.
Senza alcuna preparazione teologica, spontaneamente, capivo quindi già da bambino l’incompatibilità tra la merda e Dio e, di conseguenza, la discutibilità della tesi fondamentale dell’antropologia cristiana secondo la quale l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio. O l’uno o l’altro: o l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e allora Dio ha gli intestini, oppure Dio non ha intestini e l’uomo non gli somiglia…[…]…
Dietro tutte le fedi europee, religiose e politiche, c’è il primo capitolo della Genesi dal quale risulta che il mondo è stato creato in maniera giusta, che l’essere è buono e che quindi è giusto moltiplicarsi. Chiamiamo questa fede accordo categorico con l’essere.
Se ancora fino a poco tempo fa nei libri la parola merda era sostituita dai puntini, ciò non avveniva per ragioni morali, a meno che non vogliate sostenere che la merda è immorale! Il disaccordo con la merda è metafisico. Il momento delle defecazione è la prova dell’inaccettabilità della Creazione. O l’uno o l’altro: o la merda è accettabile (e allora non chiudetevi a chiave nel bagno!), oppure il modo in cui siamo stati creati è inaccettabile.
Da ciò deriva che l’ideale estetico dell’accordo categorico con l’essere è un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch…[…]…il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile…».

“L’insostenibile leggerezza dell’essere”
Milan Kundera - 1984

Ah…in conclusione, solo due brevi constatazioni finali, se proprio non vi fidate della parola di Milan Kundera. Solamente ora mi sono reso conto di aver scritto, io stesso, appena sopra, merda coi puntini. E ultima cosa: mi sono accorto che pure “word”, quando scrivi la parola “merda” per esteso, te la sottolinea con la classica riga ad ondina rossa, che segnala gli errori.
Per il momento vi saluto, cari amici viandanti per pensieri, invitandovi magari a rileggere ancora le considerazioni di Kundera riportate sopra, alla luce del fatto, ora, che pure per la Microsoft la merda non esiste.


mercoledì 10 febbraio 2010

Enunciati e felici


Non so se a qualcuno di voi è mai successo di essere perfettamente “definito”.
Intendo: avere il privilegio di venire “narrativamente” circoscritto con una precisione sintetica mirabilmente lucida ed inequivocabile. Due, tre parole, o poco più, che colgano la vostra essenza in misura perfetta, senza lasciare fuori dettagli superflui, senza tirare dentro fronzoli ridondanti. Parole che con finezza millimetrica dicono chi siate, quale porzione di universo occupiate.
A me è successo.
Oh, non che sia la fortuna più grande del mondo: c’è di meglio, senza dubbio. Ma se vi capiterà, poco ma sicuro, mi saprete dire che si tratta di una piccola soddisfazione.
Quando sono stato “enunciato”, uno dei particolari che ho trovato più simpatici è stato nell’autore della definizione: mio fratello.

Normalmente è un tipo di poche parole, mio fratello. Ma anche io lo sono, quando si tratta di esprimersi a voce; è solamente quando mi ritrovo sotto le dita una tastiera che divento logorroico (si dirà “graforroico”?).
Va detto che Gillipixiland, in generale, è un paese di “giocolieri di parole”. Mica dei geni, intendiamoci, non voglio millantare meriti infondati…basta dire che fra i gillipixiani rientro pure io, ed ogni possibile dubbio è fugato.
Però, e non saprei dire come mai, la gente che qui è cresciuta finisce per intessere un rapporto creativo con il linguaggio. Non so se è per via della nostra struttura dialettale, non so se è per quello che mangiamo, non so se è per il clima, certe volte talmente infausto da stimolare la ricerca di altri percorsi verso sbocchi esistenziali paralleli, che fra gli stupori della lingua sappiano magari innescare più felici congiunture.
Non che siano chissà quali poeti o fini dicitori, i gillipixiani. Sono invece attenti spigolatori di finezze linguistiche. Magari lo fanno più per un moto istintuale dettato dalle bizzarrie del vivere nelle quali spesso s’incappa da queste parti; magari in tanti casi non saranno gente colta; ma sono ad ogni modo parlanti scaltri, segugi del paradosso verbale, dell’inceppo semantico, che fa scattare lo stupore linguistico-concettuale.

Gli esempi sarebbero numerosi, ma ne citò uno per tutti, forse il più acuto ed allo stesso tempo ricco di colore espressivo, che io abbia sentito.
Risale grosso modo alla seconda metà degli anni ’40, per cui ovviamente lo riporto per sentito dire dalla leggenda popolare. Eravamo attorno al periodo del “Partito dell’Uomo Qualunque” di Guglielmo Giannini, e naturalmente anche a Gillipixiland questa proposta politica riscosse la sua porzione di consenso, con tanto di rappresentante locale del movimento, infervorato e fiducioso che esso avrebbe cambiato l’Italia, come sono soliti fare con regolarità impeccabile tutti i partiti politici (…l’ultima frase conteneva una vena sottile di satira…si era capito?).
Il genio linguistico si rivelò durante un convegno pubblico, tra l’altro non di carattere politico. Ovviamente il nostro sostenitore di partito era nascostamente già stato fatto oggetto della ferocia goliardica e “perdigiornista” dei filosofi da bar più taglienti. Ma fu durante quella riunione che si sfiorarono le vette della salacità più elevata. Ed il verbo si fece talento per bocca di un grande dicitore, che prendendo la parola, solennemente proclamò: «…il “tal dei tali” dice di essere un “Uomo Qualunque”, ma in fondo è solamente un “uomo qualsiasi”…».

Torniamo però alla definizione di me, coniata da mio fratello. Per imbrigliare in un breve detto la mia personalità banale, ma a suo modo intorcinata, serviva un’espressione sicuramente paradossale. Ma si fa presto a dire paradosso. Son buoni tutti a promettere una freddura sporca, per poi cavarsela maldestramente con l’immortale battuta anni ’70: «…’na bèla merda in frigo!!!…».
Per cogliere un’«essenza» e definirla, bisogna prendere in mano le parole, soppesarle, tastarle, sentire dove c’è ruvidità concettuale e dove scivolosità sonora. Bisogna possedere i tempi delle frasi, sapere che sillabe ed idee trasportate dalle medesime, formano un ritmo concatenato ed inseparabile. Bisogna cogliere il lampo di un’intuizione, che possa aprire possibili echi di espressioni consimili, però forgiate e piegate nella propria fucina della significazione, fino a far assumere alla nuova locuzione la sagoma e la coloritura di senso desiderate.

Ed è stato dunque più o meno con queste modalità, che quella volta mio fratello diede la definizione di me di cui ancora adesso vado più fiero in assoluto.
Proprio la volta che, “enunciandomi”, di me sentenziò: «…beh, lui…lui è “diversamente normale”…».



venerdì 11 dicembre 2009

Il dottor Stranospammo


Qualche tempo fa vi avevo parlato dello spamming come discreta fonte per divertirsi con poco. E' vero che non sempre la “messaggistica selvatica” offre spunti degni di nota, ma se si ha un po’ di pazienza, prima o poi una discreta chicca la si pesca.

Una cosa buffa l'ho notata.
Lo spirito che contraddistingue il criterio di reclutamento del pollo medio da spammare è concettualmente improntato alla più verace atmosfera da osterie stile “Gigi er trojone”, “Dagli incivili”, “La parolaccia” o simili.
L’unica variante è che invece di accoglierti con un pittoresco “eh benvenuti a ‘sti frocioni”, lo spammaro dà praticamente per scontate le peggiori condizioni esistenziali immaginabili per te. Come minimo sei un morto di fame dal candore piuttosto marcato, per lo spammaro. Infatti ti offre fantastici lavori con guadagni da sogno, stando comodamente seduto a casa ad infilare perline per collane facilmente piazzabili sui mercati delle isole della Gonzonesia.
Per lo spammaro, come minimo, mangi pane e sfiga a colazione, pranzo e cena.
Infatti sta sempre lì a preoccuparsi della tua situazione sentimentale, proponendoti stuoli di ragazze d'oro, tutte rigorosamente bionde, occhi azzurri, 1 e 80 per 90-60-90, che non vedono l'ora di maritarsi con te, correre a casa tua a lavar piatti e stirare camice, facendo la calza davanti al camino e la sfoglia per i tortellini tutto il resto del tempo che non si passa a scopare...il pavimento insieme.

Ma quello che proprio allo spammaro fa piangere il cuore come un tralcio di vite tagliato, è saperti "tiroleso". No, non mi riferisco a particolari specificazioni geografiche. Tirolo e dintorni altoatesini non c'entrano nulla. "Eso" ho scritto, "eso", non "ese".
Che poi "tiroleso" non sarebbe nemmeno il termine più preciso. Meglio dire che lo spammaro si duole fortemente se ti sa "ipo-tirante", se gli giunge leggenda del fatto che non raggiungi col fulgore necessario la soglia minima sindacale della possanza virile.
Lui ci sta proprio male.
Alla ferale notizia, ecco allora lo spammaro che si fa in quattro con generosissime proposte di spammarti tutto col suo "iper-tirante" unguento magico a prezzo modico. Lo spammaro non vive per il vile guadagno. Se ti propone le sue offerte, è solamente per recuperare un minimo di regolarità nel sonno. Infatti non ci dorme la notte, pensando a te e ai tuoi piccoli o grandi problemi idraulici.
Lo spammaro si attiva con il solo scopo di restituire a te e alla tua donna la felicità dalla quale siete stati momentaneamente deviati, causa il pernicioso influsso del logorio della vita moderna (...ssshhhttt! Nessuno si azzardi a tirare fuori doppi sensi a base di carciofoni e simili!).

Sentite dunque con quale fremebondo coinvolgimento mi ha scritto oggi il mio spammaro di fiducia...sentite come si preoccupa per me:

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E quali sentori di saggezza senza tempo promanano dalle sfavillanti parole dei clienti da te già spammati con enorme loro soddisfazione.

"...Lei non si rattrista più, ora io non temo, che sarò costretto a negare...".
Oh qual tenero istinto innato, quale sensibilità...anche se non mi è ben chiaro quale sia il fatto da negare: già lo sapevano anche i latini che "excusatio ripetuta, non tiratio manifesta...".
Va beh, ma non sottilizziamo ed immergiamoci senza soluzione di continuità in questo rutilante fuoco di fila di testimonianze sull'armonia di coppia riconquistata.
Lo spammaro ti offre niente meno che la "...possibilità di «volare con autopilota», rilassandosi e senza la necessità dell’entrare nel merito di quel fatto...".
Qui ti superi, spammaro sublime: vestendo i nobili panni del novello lord Chesterfield, con estremo altruismo ci ricordi che a far "quella cosa là", «la posizione è ridicola, il piacere effimero, la fatica tanta». Chi di meglio ci potrà dunque venire in aiuto se non il "pilota-chiavatore -automatico"?
Viene da chiedersi: ma alla fine chi sarà a godere? Ma cosa importa? Fidati dello spammaro: lui ti garantisce niente fatica...e lascia che si sbatta quel fesso del pilota!

Solo due piccoli appunti mi sento di farti, amico spammaro. Come dire, un paio di dubbi che mi sono venuti.
Il primo è questo: se "...l’apprezzamento di se' stesso femminile è anche molto suscettibile", non credi che sia similmente suscettibile "l'apprezzamento del se' stesso grammaticale"?
La seconda ed ultima perplessità è più sottile ma non meno fondamentale. Ho ammirato fino in fondo la tua squisita cortesia, spammaro caro. Mi hai persino illustrato le più svariate casistiche di distrazione che tutto bello spammato col tuo unguento riuscirò a superare molto brillantemente.
Non so tuttavia se ti è venuto il dubbio, ma metti che il cane stia abbaiando per scendere a fare pipì nel vialetto sotto casa, ma che minchia di figura ci faccio io coi vicini scesi per il medesimo motivo, se mi paro loro innanzi con quell'affare che continua a "...trovarsi in posizione verticale...?".




mercoledì 2 dicembre 2009

Svenà!!!


La dimensione linguistica popolare possiede una forza evocativa il più delle volte preclusa agli ambiti della lingua codificata ufficialmente. Ci sono certi termini dialettali che recano con sé una capacità straordinaria di produrre significati, praticamente a ciclo continuo, quasi rinnovandosi incessantemente attraverso l’utilizzo vivo che i “parlanti” ne fanno. Questi termini, più che parole in sé e per sé, sono una sorta di metafore permanenti o, nei casi più preziosi, quasi dei “dispositivi poetici”.
Ecco, sono partito bello intellettuale, ma niente panico: torno subito a sbadilar pensieri nei sobborghi della mente.
Sì, perché mi sono reso conto che non sarei riuscito a mantenere lo stesso livello dell’incipit, quando ho pensato che oltre all’enunciato teorico di questo tema, avrei dovuto produrre anche qualche esempio concreto.
Qui infatti si presenta subito un ostacolo.
Un eventuale esempio dialettale sarebbe apprezzabile fino in fondo solamente da persone le quali conoscano sufficientemente bene lo specifico dialetto in questione. Questo perché le sfumature più sottili, le accezioni più profonde chiamate in causa dietro la facciata verbale principale, rischierebbero di andare inevitabilmente perdute, una volta spiegate a chi è estraneo a quell’idioma.

Esiste tuttavia una parola che casca a fagiolo per non lasciar perdere tutto il discorso. La sua particolarità è che si tratta di una parola in italiano, ma nel “laboratorio semantico” che coi miei amici teniamo vivo ormai da diversi anni, ci siamo divertiti a farle assumere tonalità di significazione multicromatiche e popolaresche quali si possono rinvenire solo nei vocaboli di impronta puramente vernacolare (“laboratorio semantico” per dirla in forma leggendaria; calato nella cruda realtà, suona invece così: “manica di ubriaconi”).
E’ insomma una parola italiana che noi debosciati “Fedeli di Bacco” abbiamo provveduto a colorare di dialetto.
La parola in questione è: “svenato” (in dialetto: “svenà”). E fin qui, niente di particolare. Il vocabolo sul dizionario della lingua italiana c’è. O meglio, più facile trovare il verbo corrispettivo: “svenato” è il participio passato di “svenare”. Letteralmente, significa “dissanguare”; in senso più figurato, evoca invece scenari di svuotamento economico, perdite di pecunia.
Non mi risulta tuttavia che venga usato tanto spesso con valenze sostantivate. E’ da questo punto in poi che si innesta il macinio semantico messo in piedi coi miei amici.
Dopo essere passato più volte attraverso la “fucina verbale” dei miei amici e mia (sempre espressione leggendaria, anche qui da leggersi: “osteria lingusitica”) “svenato” è da noi ormai utilizzato in riferimento alla produzione creativa di un qualche artista, meglio se cantante o musicista.
Già qui c’è un primo, piccolo valore aggiunto portato dalla “sostantivazione” del verbo. «…Il tizio è uno svenato…la tale è una svenata…» equivale a dire, che ne so, «…Il tizio è un meccanico…la tale è una parrucchiera…». “Svenato” diviene quasi una “caratterizzazione esistenziale”.
Ma questo è solo un primo gradino di arricchimento verbale.
Il secondo livello ce lo abbiamo appiccicato per assonanza contenutistica con l’espressione “vena creativa” oppure “vena poetica”. L’artista svenato è dunque quel creativo che ha smarrito la vena artistica.

L’ulteriore passaggio però che impreziosisce definitivamente il vocabolo di sottili valenze fantasiose dialettali, merita una spiegazione precisa. In tal senso, “svenato” acquista nuove coloriture come opposto del verbo “invenare”, questo sì in puro vernacolo delle mie parti.
L’«invenatura» è operazione prettamente connessa alla pratica dell’imbottigliamento del vino con metodi più che artigianali.
Si prende la damigiana (di lambrusco, barbera, gutturnio o simili elisir vineschi…chianti o barolo, per gli eletti), e la si posiziona ad una quota sufficientemente alta da cagionare una lieve caduta per gravità.
Si procede poi ad immergere una canna travasante in bocca alla damigiana, ben a fondo. Mantenendo l’altra estremità libera della canna a quota più bassa del “pelo del vino” interno al panciuto contenitore, si sugge con forza fino a causare la caduta naturale del rubizzo stillare, che per il principio degli omonimi vasi, si mette in comunicazione con le bottiglie da riempire.
A questo punto, con terminologia strettamente “tecnica”, la canna dicesi “invenata”. Se per incuria o disattenzione, l’invenatore non aspira con la dovuta perizia e dell’aria rimane lungo il tragitto della canna ostacolando la fluidità dell’imbottigliamento, la medesima canna ritorna a cadere sotto la definizione “tecnica” di “svenata”. Similmente, quando il purpureo livello all’interno della damigiana cala fin quasi all’esaurimento, la canna, ormai impossibilitata al pescaggio, di nuovo, si “svena”.
Ora, non so se a questo punto è chiara la bellezza (sempre nell’ambito di un sano “divertirsi con poco”, ovviamente) di questa stratificazione dialettale.
Immaginate il cantante in difficoltà creativa assimilato per metafora ad una canna da imbottigliare tutta piena di maldestre bolle d’aria, impossibilitato a travasare il vino melodico dalla damigiana della sua ispirazione alla distesa melomaniaca di bottiglie rappresentata dal pubblico canzonettaro.
Detto in una sola parola: è “svenato”.
Vi dirò di più: in virtù di una gioiosa confusione di ruoli, in forza di una caleidoscopica inversione della parte per il tutto, del mezzo per il fine, adesso concedetevi pure di immaginare che il musicista in questione venga metaforizzato come l’imbottigliatore medesimo.
Canna alla bocca, ciuccia che ti riciuccio, strabuzza gli occhi che ti dilato le froge, ma niente: dalla damigiana non viene giù una nota di vino decente che sia una.
Sempre detto in una sola parola: il musicista è “svenato”.

Insomma, è proprio percorrendo questi bizzarri sentieri mentali che ci si rende conto ancor meglio di quanto la preziosità semantica del dialetto sia impagabile. L’italiano è una bellissima lingua, ma i nostri dialetti sono cinema, poesia, teatro, pittura e scultura fusi insieme.
Cosa aggiungere ancora, cari amici viandanti per pensieri?
“Invenate” per bene la canna e alla vostra salute!

sabato 7 novembre 2009

Muri



Cari amici viandanti per pensieri, oggi sono andato a cercare muri per voi (e poi dite che non vi penso...).
Dovete sapere che da qualche tempo a questa parte nutro un'insana passione per le case diroccate e per i muri vecchi. Oh...cosa ci volete fare...ognuno ha i suoi vizi.
C'è chi tira interi limiti dell'area di coca; c'è chi è afflitto dalla "sindrome del puttaniere inconscio" (per il suo bene gli han fatto credere che si chiamano "escort"); c'è chi si affida ad amori alternativi, alla ricerca dei centimetri di affetto perduto...e poi c'è chi "si fa" di muri vecchi.



Da un punto di vista più articolato, avevo già introdotto un argomento affine, tempo fa.
Non tutti i muri vecchi sanno suscitarmi lo stupore "murario" atteso. La casa poi non deve essere necessariamente diroccata. L'importante è che mostri evidentissimi i segni del tempo posati sulle proprie superfici e fra i suoi interstizi.
Non so dirvi di preciso quali siano gli elementi che mi fanno scattare l'«epifania edile».
Quello che so è che quando accade, quel muro, o quella sua porzione particolare, mi appaiono come il volto di un vecchio saggio pieno di rughe, in fondo ai cui occhi si legge solo la serenità di un tempo che è trascorso in pienezza e densità.
Oppure, per strano che possa sembrare a dirsi, mi sembra di essere di fronte ad un quadro dalla spiazzante modernità, una composizione elegantissima, visivamente autosufficiente e dotata di un'altissima dignità estetica.



Fra gli elementi della vetustà iconografica muraria che prediligo, c'è l'affioramento dello strato dei mattoni, da sotto il velo dell'intonaco "evaporato" in parte o del tutto.
I muri vecchi presentano spesso una trama meno precisa di quelli più recenti. L'ordito dei mattoni non è affidato ad una rigorosa geometria prestabilita, "pre-pensata". Questo suggerisce meglio l'idea di un'entità che è cresciuta adattandosi alle vicissitudini accidentali poste dinnanzi dallo scorrere del vivere.
I mattoni dei muri vecchi sono simili ad un discorso fatto da un oratore capace, che ha saputo adattare le sfumature e le espressioni del suo dire all'umore mutevole dell'uditorio che si trovava di fronte.
Laddove il "murar moderno" è invece più vicino all'immagine di un freddo comunicato redazionale, affidato al galoppino di turno più basso in grado, in occasione di un improvviso sciopero dei tg.
La multiformità delle sagome dei singoli pezzi murari antichi, suggerisce inoltre meglio l'idea di una distribuzione soppesata delle forze in gioco. Si immagina la sapienza del mastro che ai tempi parlò il suo discorso di muro, scegliendo opportunamente virgole di malta, sillabe di sabbia e preposizioni di coccio.
E' un muro più liquido, il muro vecchio. I tratti delle sue nervature calcificate si incanalano a cascata, con naturalità gravitazionale che evoca rivoli di un ruscello di terracotta.



I muri vecchi mi affascinano poi tantissimo quando si mettono ad intessere il loro antico dialogo con gli altri elementi della costruzione. Allora sì che ci si sente trascinati in un vero e proprio crocchio di vecchietti dai quali emana un'autorevolezza atavica profondissima, seduti su una panca, all'ombra di una quercia secolare.
Le venature dei legni battuti dalle acque, scheggiati e messi alla prova dalla sferza del vento e dal maglio implacabile del solleone. La gentilezza di ferree ed ormai cigolanti cerniere. Il pragmatismo immediato di altri metallici dispositivi. Travi che sgusciano via a destra e a manca, dando vita alla loro fuggevole danza ortogonale con l'involucro murario.

Ce n'è per tutti i gusti, cari amici viandanti per pensieri.
Basta solo mettersi davanti ad un vecchio muro e lasciare che esso ci parli.




venerdì 25 settembre 2009

Il tritacarne telematico


Lo spamming è una gran seccatura. Come non essere d’accordo…
Tuttavia, un buon viandante per pensieri appassionato della parola e che per di più di tanto in tanto non disdegni di divertirsi con molto poco, potrà cogliere momenti di delizioso diletto anche da questa perniciosa e molesta pratica, usualmente subita con passiva e "scancherante" rassegnazione.
A volte si incappa in messaggi il cui testo, una volta idealmente trasposto sul piano delle arti visive, da un punto di vista linguistico è paragonabile ad un surreale collage buttato su da un cubista ubriaco utilizzando brandelli di dipinti di Boldini e Otto Dix, su cui abbia di seguito sgocciolato un Pollock uscito dal turno di notte all’Italsider, mentre Dalì e Francis Bacon provvedevano a sbocconcellarci sopra maionese e ketchup ingozzandosi con un Big Mac.
Con quali perle non si sono beate le mie pupille nel loro moto para-bustrofedico lungo le parole di un recente messaggio…
Vi riporto di seguito il testo con la fedeltà filologica di un archeologo intento a pulire col pennellino frammenti di una lingua post-avanguardistico-modernista, rinvenuti in un sacchetto della differenziata sotto casa di Leone di Lernia (vedi alla voce: “recchià de’ gggàumma - cccegghia de’ lllàupa”):

“…L'idea e semplice: un paziente nei bisogni di condizione di salute funesti di andare e vedere il dottore primo e poi portera il fornitore di assistenza sanitaria abbastanza del tempo di essere cominciato con la sua ricetta e poi quando lei lo prende finalmente insieme al conto dal suo dottore lei si smarra in quanto a cui fattura si deve pagare primo – l'una per la sua medicina o l'una dal suo dottore!

La spedizione internazionale la permette di ricevere il suo ordine non importa che e il suo recapito, e SSL Ha Codificato l'assegno fuori dalla pagina l'aiutera riposa assicurato che le sue informazioni di carta di credito non andranno svelato.

Ogni prodotto alla farmacia canadese e approvato dall'Associazione di Cibo e Bevanda (FDA)…”


Immagino la scena.
Scantinato di un mastodontico casermone nella periferia di una qualche grande città di chissà quale buco del mondo. Retrobottega di un negozietto di “Ortofrutta & Spurgofogne” gestito dai genitori del più giovane di una coppia di amici hacker sbarbatelli.
Immersi in una foschia bassa affiorante dal pignattone del brodo di cavoletti e montone kirghiso che bolle da due ore sul fornelletto a spirito, smanettano sul pc normalmente usato da mami and papi per fare gli ordini di ravanelli e motopompe a carburo.
Furtivamente escono dal software “Spomabanane 10.1” (service pack 83) e aprono la schermata su “Truffaldware” (versione “hard in cool”). Doppio clic sulla modalità “find the greatest boccalons in the world”. Lo schermo quasi esplode dalla marea di occorrenze risultanti. E’ quasi un pebiscito: ITALIANS!!!
I due giovani pirati sanno tutto di arrembaggi online, sarebbero capaci di levare le mutande via web al custode di Fort Knox lasciandolo nell’illusione di avere ancora su le braghe.
Ma l’italiano non lo sanno.
Mettono una pezza alla lacuna con il traduttore di google, un dizionarietto di italiano di un fratellino che fa le elementari parificate e una vecchia antologia di letteratura del Bel Paese, che in tasca all’uniforme del nonno gli salvò la vita fermando un proiettile vagante sopra una sperduta trincea in qualche battaglia minore della seconda guerra mondiale.

Pigliano il loro testo, lo immergono in quel fantasmagorico brodo traslativo e, come novelli Totò e Peppino stampatori di lire tarocche, con le mollette appendono al filo del web il loro componimento gocciolante copiose stille di genio.

Si sente subito l’aria che tira: già in apertura uno spettacolare e spiazzante “anacoluto imperfetto” suona enigmatico come una poesia di Ungaretti scritta da Magritte: “…L'idea e semplice…”.
Ad un certo punto poi, si arguisce che la pallottola fermatasi ad un cm. dalla pellaccia del nonno doveva essere affondata nell’antologia circa all’altezza del crepuscolo del secolo dei Lumi, con l’ogiva leggermente addentro agli albori ottocenteschi.
Non si spiegherebbero altrimenti i riflessi foscoliani di questo ulteriore drammatico periodare:
“…un paziente nei bisogni di condizione di salute funesti di andare e vedere il dottore …”.
Preziosissimo ed impagabile risulta poco più avanti anche il concetto di “…essere iniziato con la sua ricetta…”. Evoca oscuri scenari di affiliazione alla loggia dei cuochi fattucchieri, con tanto di giuramento di fronte al gran calderone del soffritto ribollente.
Che detto fra noi…ma chi credono di prendere in giro ‘sti moderni mediconi con la laurea tirata su coi punti del doppio brodo Star? Hanno un bel dire poi…è quasi naturale che alla fine uno “…si smarra…”.

E dopo essere stati rassicurati circa il fatto “…che le sue informazioni di carta di credito non andranno svelato…” (ed è proprio su questo passaggio che la tua fiducia nelle buone intenzioni del mittente diventa cieca come una talpa), l’impareggiabile brano si chiude col botto.
Con un’ultima zampata d’ingegno, la Food and Drug Administration si muta come d’incanto in una sottosezione del dopolavoro ferroviario di Busgnate di Sotto, divenendo la famigerata “Associazione di Cibo e Bevanda”, dove prima “…sé màgna e dòp’ sé ciàva la Wanda…”.

Ma insomma…Ma dico io… va beh, noi italiani saremo anche dei boccaloni che ad ogni amo si appendono senza pensarci su tanto, ma com’è possibile pensare di fregare la gente con stratagemmi così maldestri?

Un momento…ma…cosa sarà mai quel Tir che sta entrando in retromarcia proprio nel mio stradello di casa? Sulle fiancate c’è scritto una roba tipo Viabra?…Biagra?…e sotto “Stands your life up”…o una cosa del genere…
Boh!!!


martedì 15 settembre 2009

Are you ready to Rock and roll?




«…A’ p’llattikin…A’ p’llattikin…giunbàghi…papappapa…».

Le sonorità della lingua inglese mi hanno affascinato praticamente da sempre.
Tutto venne molto ma molto prima di conoscere il significato di una singola sillaba che fosse una dell’alieno idioma britannico. Avrò fatto circa la prima o la seconda elementare, quando fra gli altri bimbetti e sbarbatelli assortiti si sparse la voce rigorosamente infondata che io sapessi l’inglese.
Per farvi capire quanto questo corrispondesse al vero, mi basta riportarvi qui di seguito la vera frase che all’epoca intendevo tradurre in fonemi con quell’accozzaglia di suoni disarticolati che ho riportato in apertura:

«…I feel like a king…I feel like a king in my buggy… papappapa…».

I frequentatori più assidui degli ultimi 10 lustri di rassegne d’essai quali festival di Venezia, Cannes, Berlino, Lugano e CasalSpussone, avranno sicuramente riconosciuto, anche solo da queste scarne battute, l’immortale poetare degli immensi maestri della musica da film, i fratelli Guido e Maurizio Delli Olivieri Cipolla (Oliver Onions), nella fattispecie citati in una delle loro composizioni più preclare, “Scarafone sabbiatore” (“Dune buggy”), indimenticabile commento melodico a quella pietra miliare della cinematografia mondiale interpretata dai sublimi Terenzio Illo e Buddha Spenzieri, e che va sotto il titolo di “Otherwise we’ncass ourselves”.

La lingua inglese aveva per me il pregio di riassumere due pregi.
Prima cosa, era l’esperanto del rock e del pop, forma di musica suprema assorbita fin dalla più tenera età insieme alla nebbia, il latte e il torchiato di lambrusco .
Due: l’inglese non lo capivo (e tutt’oggi la capisco ancora con parecchie imbarazzanti lacune).
Era il mix perfetto di cui avevo bisogno: poter giocare con le parole come se fossero pallette di pongo e avendo per di più la possibilità di modellarle sull’inconsistenza figurativa della plasticità melodica rock e pop.
Insomma, fin da bambino dentro me si è sempre celato un piccolo Nando Mericoni farcito di ritmi sillabici rock'n'rolleggianti.

Per tanti anni a seguire poi, la storia è andata avanti su questo tono e anche adesso non è cambiata di molto. L’inglese del rock tanto più mi affascinava quanto meno lo comprendevo.
In questo modo le parole valevano quanto la musica, nel senso della più assoluta libertà di giungere al mio orecchio entrambe come significante puro non inquinato dall’intralcio concettuale di significati scassa-minchia (anche se, immagino, non sarà propriamente in questi termini che si espresse Ferdinand de Saussure, nel suo «Corso di linguistica generale»).
La parola diventava musica, e viceversa.
Per questo mi è sempre piaciuta un sacco la lingua inglese, per il suo valore sonoro puro, impreziosito da quella parentela musicale primigenia.
E sempre per questo, anche dopo aver inquinato quella mia ideale condizione originaria di ignoranza fanciullesca con l’apprendimento di 4 vocaboli, nondimeno seguito ad esaltarmi quando mi imbatto in una di quelle espressioni inglesi spettacolari (come titoli di opere narrative, o film, o versi di canzoni) dotate di una sonorità a mio avviso ineguagliabile.
Mi viene in mente ad esempio la possente, desertica spiritualità evocata da «Ask the dust» (John Fante, «Chiedi alla polvere»); oppure la tonante, biblica devastazione che risuona in «Grapes of wrath» (John Steinbeck, «Furore», ma letteralmente «Uve di odio»).
L'argomento si fa poi vieppiù fascinoso se si spulcia un po' il tema della traduzione (e per uno che sa tre parole d'inglese, ci vuole pure un becco di ferro, ma questo è un dettaglio).
Con tutto il rispetto per il mestiere del traduttore (una delle figure più sottovalutate nella "filiera artistica", in proporzione alla sua importanza) mi succede spesso di provare grosse delusioni per come viene maltrattata la grazia originaria di certe espressioni.
Uno dei casi più clamorosi in cui sono incappato è la deturpazione completa del fantastico «Even cowgirls get the blues» (Tom Robbins), burocraticamente ingessato nel pessimo «Cowgirls: il nuovo sesso».
Altre volte, mi pare che la frase originale e la sua resa italica gareggino testa a testa.
Ma è poi spesso la locuzione english che strappa la mia preferenza sul filo di lana. Fu così che la timbrata di «Uomo bianco va' col tuo Dio» sul candido foglio del mio senso dello stupore, venne subito messa in ombra dal suo carattere di stampa più fedele, «Man in the wilderness».

Come non concludere poi con un solo, lapidario verso, forse il più potente, dell'immenso repertorio rock, che vale per tutti gli infiniti da me plasmati con la mia interminabile fantasia maturata attraverso l' ultradecennale militanza nel nandomericonismo più puro?

«Weird scenes inside the gold mine» (...«Ride the highway west, baby...my only friend, the end»).

Oppure è filologicamente molto più corretto riprendere da dove tutto era iniziato:

«…A’ p’llattikin…A’ p’llattikin…giunbàghi…papappapa…».