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giovedì 13 agosto 2009

Ancora sul popolo degli uomini

Dicevo nella parte precedente di questo scritto sui Pellirosse, che in ogni atto di conoscenza il rischio dell'intervento del "pre-giudizio" è praticamente inevitabile. Rimane importante tuttavia sforzarsi di minimizzare l'impatto di questa componente pregiudiziale.
In questo senso, va osservato che il libro di cui volevo parlare, «Storia degli indiani d'America» di Phlippe Jacquin (dal quale sono tratti tutti i brani virgolettati), risalendo alla metà degli anni '70, mi pare paghi un discreto tributo alle allora prevalenti categorie interpretative della realtà di ispirazione marxista.
Per dirla in maniera un po' "sempliciottistica", credo che il marxismo abbia percorso strade distorte di indagine sul mondo, ma che ne abbia rivelato anche risvolti di senso notevoli, e tenendo conto durante la lettura di questo "limite storico" e storiografico, quello di Jacquin rimane pur sempre un buonissimo libro.

Si rimane a bocca aperta, ad esempio, leggendo dell'armonia raggiunta dal popolo Pellerossa riguardo al proprio rapporto con i mezzi ed i beni di sopravvivenza:

«...La tribù indiana è profondamente democratica poiché tra i suoi membri non c'è nesso di prevalenza. Nessun membro della tribù è sottoposto a un obbligo di lavoro o di tributo verso un altro. Ognuno caccia e lavora secondo i propri bisogni familiari; una volta soddisfatti i propri bisogni, l'indiano può dedicare il suo tempo al riposo, alla danza, alla dialettica...[...].
...Nel mondo indiano ogni unità di produzione, vale a dire una famiglia, non ha bisogno degli altri, tranne nel periodo delle grandi cacce. La sua produzione non va oltre i suoi bisogni; in effetti l'indiano, allorchè giudica che i suoi bisogni sono appagati, cessa ogni attività di produzione. L'indiano rispetta la natura e controlla l'ambiente in cui vive, non per accumulare beni che gli sarebbero inutili, ma per soddisfare i suoi bisogni.
Il cacciatore sa che non può costituire scorte che impoverirebbero rapidamente le risorse dell'ambiente. Il nomadismo permette di sfuggire alla legge dei prodotti in decrescita e impone un limite al trasporto di oggetti - ciò che spiega lo scarso valore attribuito ai beni materiali...[...]...l'indiano dedica poco tempo alla ricerca del cibo; i bianchi rimasero sorpresi per la quantità di feste, danze, riunioni che si svolgevano negli accampamenti. L'indiano passava molto più tempo a decorare il suo vestiario, a fumare il "calumet" o a giocare con i figli, che a lavorare: non si è mai rassegnato a lavorare...».

A proposito di spazzare via i pregiudizi: non è che leggendo questo passo ci si possa lasciare andare ad utopiche rivisitazione di una possibile società a venire ricalcata su quel modello. L'organizzazione sociale degli indiani d'America è stata un unicum storico irripetibile nella sua forma, in quanto inserito in un contesto ambientale particolarissimo e in una congiuntura della storia frutto della sommatoria di una serie di fattori particolarmente "felici".
Del tutto in-scientificamente mi viene tuttavia da affermare che è sempre pur bello poter pensare che una società come quella (con anche tutti i suoi difetti) sia esistita in qualche angolo della storia.

E ancora: pur essendo una questione del tutto evidente, non mi ero mai chiesto come mai il popolo Pellirosse si presentasse così frammentato nella miriade delle sue orgogliose e gloriose tribù. Grazie al libro di Jacquin ho potuto approfondire anche questo aspetto.
La molla di tutto è l'aggressività, che nelle dinamiche sociali ampie di quel popolo si andò definendo come fattore di mantenimento di un equilibrio fra le genti, e di conseguente armonizzazione delle genti stesse con il proprio ambiente.

«...La guerra è figlia dell'aggressività...[...]...Qual è la funzione dell'aggessività? Secondo Eibl-Eibensfeldt, essa ha lo scopo "di suddividere gli individui e i gruppi" sul territorio da essi occupato e così garantire lo spazio minimo di cui essi hanno bisogno per sopravvivere. Nelle società primitive, l'aggressione fa scindere il gruppo in fazioni rivali che vanno a svilupparsi in un altro territorio...».

Questo "meccanismo" faceva sì che la distribuzione della popolazione sul territorio si mantenesse ampiamente sotto i margini di possibili "sovraffollamenti", mantenendo un equilibrio costante tra la distribuzione dei nuclei umani e le porzioni di territorio "consumate" da questi ultimi, con la conseguente possibilità lasciata sempre aperta alle risorse naturali di potersi rigenerare secondo i propri ritmi e tempi più consoni.

Non si trattava tuttavia di un'aggressività dal carattere distruttivo, che avrebbe vanificato tutto l'aspetto virtuoso delle dinamiche in gioco. Componente necessariamente associata a questo costante stato conflittuale era il notevole grado di "ritualità" attraverso cui ciascuna tribù indiana interpretava il proprio rapporto con i nuclei ad essa "esterni":

«...Per ridurre l'aggressività, oltre alla scissione del gruppo, esiste un altro sistema: il ritualismo...[...]
La guerra fa parte del funzionamento della società indiana. Lo stato di guerra è dunque permanente fra le tribù. Una tribù ha sempre nemici, non per la disputa d'un territorio o di risorse naturali, ma semplicemente per il compimento di riti significativi.
Per provare la sua bravura il guerriero indiano non ha bisogno di uccidere il suo avversario. Gli basta vincere una prova assegnatagli dalla tribù. Così, presso i Crow, quattro azioni di guerra sono ritenute onorevoli: sciogliere e portar via un cavallo dal campo avversario, appropriarsi dell'arco nemico nel corso d'un corpo a corpo, colpire l'avversario con la mano e organizzare una sepdizione vittoriosa...».

Inutile ricordare come in un contesto sociale simile, il senso dell'onore, unito al valore della parola data e delle leggi "non scritte", assumessero un'importanza fondamentale.
Considerati questi due grandi tratti generali del carattere dei Pellirosse, stupisce ancor meno pensare come questo nobilissimo popolo difficilmente avrebbe potuto reggere il tremendo impatto colonizzatore di un'altra parte dell'umanità fondata su presupposti esistenziali situati totalmente agli antipodi della sfera dei valori umani.
Il "bianco" ("wasichu", secondo la lingua Lakota Sioux) non solo contemplava la distruzione e l'appropriazione violenta, sia dell'avversario sia degli elementi naturali, come opzione possibile del proprio senso di aggressività, ma nel corso di tutta l'epopea della colonizzazione del Nord-America, più volte si dimostrò incapace di dimostrare lealtà e rispetto umano.
Basti ricordare che nel giro di pochi decenni, fra i nuovi americani e le tribù indiane vennero firmati ben più di 400 trattati: nessuno, dico nessuno, venne mai rispettato.



domenica 9 agosto 2009

La visita del popolo degli uomini

I Pellirosse son tornati a farmi visita.
Questo argomento mi appassiona da parecchio tempo.
Però non ho mai pianificato in modo ordinato una ricerca sistematica o una serie di letture in merito. D'accordo, questo soprattutto a causa della mia pigrizia proverbiale. Ma anche perchè in generale credo che i bei libri "ti vengano incontro" quando lo vogliono loro.
Con gli indiani d'America è successo alcune volte.
In fondo non ho nemmeno letto tanto sull'argomento, ma ogni volta sempre cose piuttosto intense.
Il primo testo fondamentale lo incontrai da ragazzino: Dee Brown, "Seppellite il mio cuore a Wounded Knee". Poi venne "Sul sentiero di guerra", una raccolta di vive testimonianze dei protagonisti di quella tragica avventura definitiva. E dopo ancora, "Gli spiriti non dimenticano", la bellissima biografia del leggendario capo Lakota Sioux "Cavallo pazzo", scritta da Vittori Zucconi.
A questo libro stupendo è legato fra l'altro un episodio curioso. Giunto alla trecento e settantunesima pagina delle 375 dell'intera narrazione, la trovai completamente bianca (come potete arguire dalla maldestra foto-elaborazione che ho messo qui sopra).

Quando mi successe questo piccolo inconveniente librario, lì per lì, la tentazione di scendere sul piede di guerra ed affrontare a viso aperto la terribile tribù dei Feltrinelli, fu grande.
Ma poi considerai la cosa come un segno mandato dal Grande Spirito: era un invito a mantenere vivo il mio interesse per il "Popolo degli uomini", continuando a scrivere io stesso quella pagina lasciata in bianco e andandola a riempire con nuove "letture pellirosse".

Quando si parla di indiani d'America, bisogna innanzitutto cautelarsi riguardo ad un'altra grande tentazione. Infatti, lasciarsi lusingare da una idealizzazione pervasiva di tutto l'argomento, è un attimo. Ci vuole un niente a dare inizio al festival dell'«età dell'oro», parlando di Pellirosse, ci si mette un nonnulla a dotarsi di tutto punto dell'armamentario completo della nostalgia per il regno perduto di una vagheggiata Arcadia del «buon selvaggio», con tutti gli annessi e connessi.
Non è questa la mia intenzione.
Ogni epoca storica ha avuto ed ha i propri significati.
La cosa più saggia da fare, a mio modesto parere, è tentare di mettersi dinnanzi ai vari "evi" presi in esame con la mente il più possibile sgombra da preconcetti (anche se alcuni residui inevitabilmente rimarranno sempre in ciascuno di noi).
Mettersi in ascolto con lo scopo primario di tentare di comprendere le complessità del flusso storico: ecco, già il diporsi in questo atteggiamento mentale è un buon passo d'inizio per affrontare la conoscenza di epoche e di popoli.

Non solo spazzare il campo da ogni sorta di pregiudizio, dunque, ma addirittura mettersi nell'ottica che un giudizio definitivo non lo si vorrà avere mai. Una posizione del tutto ideale, ovvio, perchè l'istinto di giudicare è insito nella natura umana stessa. Ma pur sempre un ideale che va tenuto costantemente dinnanzi quando si affronta ogni atto del conoscere.
Conoscere nuove idee, conoscere nuove persone, conoscere nuovi luoghi, conoscere nuovi sentimenti: sempre tenendo presente che non li si conoscerà mai sino in fondo, perchè ciascuna di queste cose è un'entità complessa, in evoluzione, in progressione, ed alla fine della fiera, infinita.
Compresi i fatti storici del passato lontano: la loro comprensione non è mai definitiva. Anzi, più tempo si frappone all'urgenza ed alla passionalità bruciante dei fatti vissuti in presa diretta, più l'equilibrio e la capacità di dipanare la matassa di cause e concause storiche si perfezionano.

Ecco insomma, cari amici: l'andar per pensieri è pratica eccitante e foriera di divertimento gratuito, ma come vedete può condurre facilmente a partir per la tangente.
Dovevo parlare di Pellirosse ed ho finito per disquisire di equilibri conoscitivi. Per cui, al momento sospendo qui la mia trattazione e vi rimando ad una seconda puntata sull'argomento indiani d'America.
Non senza avervi anticipato prima che la recente visita fattami dai Pellirosse è dovuta proprio all'elegante tometto che potete osservare sempre nella foto: «Storia degli indiani d'America» di Philippe Jacquin.