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lunedì 6 maggio 2024

Toprofumi







Pierfiorpino de Burfaldi Spini Priori

Era un topino ghiotto perso di bei fiori

 

Decespugliava un’aiuola di iris e viole

Così che l’alito gli veniva color del sole

 

Quando baciava la baffuta cara morosa

Lei fluttuava da gran Giantopa ben giocosa

 

Divoravano insieme dolci sillabari

Fino a squittire poco dopo in versi binari

 

Il Rosicchia e la Giantopa

Viaggiaron tutta l’Europa

 

Prima tappa nella Spagna di dentro

Dove lui pasteggiò a sangria e rododendro

 

Fu passando anche dalla Francia di sotto

Che Pierfiorpino si ingollò fior di bergamotto

 

Quando arrivarono in Slovacchia orientale

Una cesta si sbafò di purpurea digitale

 

Di veleno dei fiori ne beveva a galloni

Perché era tutelato da 22 assicurazioni

 

Con gusto infatti in un soggiorno londinese

Senza una piega pappò oleandri per un mese

 

Nella Russia dei sovieti

Sbocconcellò dieci roseti

 

In Belgio si coprì di foruncoli

Esagerando coi ranuncoli

 

Di passaggio dalla Pannonia

Si fumò via chili di begonia

 

Sfiorando la punta di Gibilterra

Fagocitò di gerani un’ampia serra

 

Alla dolce casa un bel dì ci fu il ritorno

Fra sospiri odorosi di robinia e di viburno

 

E insufflando oggi a tutto fiato boccette di zagare e lillà

Vendono profumi marchio Giantopa in de Burfaldi Spa

 




 

sabato 8 giugno 2019

Quattordici secondi diversamente reali


(…Ovvero: quando in un rimpallo di sguardi, passano ottomila-quattrocento-ventitré interrogativi, poi risolti nella sventagliata fulminea di uno sbuffo surreale…)

Due passi serali in centro con gli amici.

Il grande prato urbano sfila sulla destra, stranamente recintato con delle alte reti da cantiere.

Oltre, si vede ogni cosa, ma nessuno può accedere all'erbetta, un po' spelacchiata per l’occasione, e normalmente disponibile a ospitare il placido calpestio di passanti, turisti, perditempo, gitanti urbani, cultori del picnic a mani vuote, varie ed eventuali altre tipologie di avventori spiccioli.

Nella radura verde-terra deserta, spicca come una mosca nel latte la felicità di un cagnetto nero, solo, là nel mezzo.

È la contentezza fatta cane, “scoriatta” (scorrazza), si cappotta, lancia la pancia alle stelle, riparte a razzo, frena, sgomma, traccheggia di gioia, come l’ergastolano che ha trovato aperto l’uscio della cella con tanto di chiavi nella toppa.

Fa tutto questo nel giro di due attimi, lo stesso tempo che quasi subito impieghiamo a domandarci cosa ci faccia un cane apparentemente abbandonato a quell’ora nel mezzo della città.

Intanto i nostri passi non si erano interrotti, ci portano oltre, mentre lo sguardo si srotola sul primo angolo di palazzo utile, sul contorno del grande prato.

C'è un uomo, apparente in possesso delle sue piene facoltà mentali, che si acquatta spalle al muro contro l’edificio, in compagnia di un altro cane al guinzaglio.

Sbircia oltre l’angolo, proprio verso il prato, con gran fare furtivo; torna a nascondersi, risbircia allungando il collo con estrema cautela, nemmeno avesse l’FBI alle calcagna, più tre detective dell’Agenzia Pinkerton.

Lo scorgiamo, ci guardiamo due millisecondi, ha notato che l’abbiamo notato, l’imbarazzo è totale e reciproco.

Lui non vorrebbe esser stato colto nel pieno di quello strambo rituale, noi non vorremmo quasi guardarlo per quella forma di pietoso pudore che di solito induce a ripiegare lo sguardo di fronte alla follia conclamata.

Siamo intanto ormai alla sua altezza, sull'angolo del palazzo, e il gran “condensato equivocale” che gli si è accumulato dentro, da zero a cento in tre secondi netti, non può più essere contenuto.

L’uomo è colto allora dall’urgenza di scagionarsi da quella bizzarra imputazione di infermità mentale fattagli cadere indebitamente fra capo e collo come un beffardo destino.

In un de-gregoriano canto giustificante, con ulteriori occhiate piene di pathos, prima ci lancia il suo accorato e muto “…ma io non ci sto più, e i pazzi siete voi…”.

Poi ci fa: “…Ecco…mi nascondo per non farmi vedere dall’altro cane (quello libero e felice nel prato)…l’ho mollato un attimo, ma se mi vede, non torna…se invece pensa che me ne sono andato, mi cerca per rientrare a casa…”.

Stupore nostro, divertimento e meraviglia, tutti in un colpo solo. E senso di sollievo.
Per aver scoperto che non c’era un cane abbandonato in città.

Tutt'altro: c’era invece in giro “solamente” un cagnetto felice, affidato alle cure di un padrone tanto sensibile e fantasioso nel proprio essere, da piombare involontariamente in buffissime situazioni da cabaret dell’assurdo.

Al punto che, dal selciato ancora caldo di sole di giugno, sul proseguir di passeggiata, ci è poi sembrato di sentir salire in uno strascico melodico, la voce del poeta:  “…e Lili Marlèn, bella più che mai, sorride e non ti dice la sua età, ma tutto questo Alice non lo sa…”.



venerdì 7 giugno 2019

Sfumature egregie


Alby, una dolce pecorella ben lanosa e in salute, era impiegata nella ditta “Sonni lieti & Affini ronf.r.l.”.

Con diversi anni di servizio alle spalle (o alla coda), Alby aveva già provato un po' tutte le attività dei vari reparti in cui la ditta era specializzata.

Per un periodo era stata al “settore previsioni meteo”, ma lì si era scontrata con l'inconveniente delle maledizioni dei contadini, nel caso di mancate catinelle d’acqua, promesse in precedenza con belle apparecchiate di pecorelle nei cieli.

Si era fatta trasferire allora alla “divisione pecore nere”, con l’incarico di insinuarsi negli ambienti più svariati per portare sempre e ovunque un’eccezione negativa, certificata con marchio di fabbrica di prestigio.

Però anche quella era una mansione onerosa e usurante: a fine turno, non riusciva a scrollarsi di dosso i malumori e il malcontento distribuiti nell'ambiente di lavoro, e a lungo andare la faccenda finiva per pesare sull’animo a batuffolo di Alby (tra l’altro, il nero non le donava nemmeno tanto…).

Neanche nel reparto “capri espiatori” era andata granché: si facevano soltanto grosse scorpacciate di sensi di colpa, manie di persecuzione e complessi di inferiorità.

Così, Alby aveva chiesto al responsabile della “retro-divisione-posteriore kamasutra”, se ci fosse per caso un buco libero al “reparto pecorine”.

C’era.

Per un po' trascorse un periodo professionale di grandi soddisfazioni. Lavorava in ambienti molto eccitanti, con una clientela che si dimostrava spesso soddisfatta al di là, e al di qua, di ogni rosea aspettativa.

I guai non mancavano tuttavia nemmeno in questo particolare ambito operativo: si faceva della gran dietrologia, spesso si accampavano scuse di emicranie fittizie, le ansie da prestazione fioccavano e, quel ch’era peggio, s’incappava talvolta in sedicenti principi del foro, con la subdola mania di cambiare canale alla vigliacca su “Radiodue”.

Per Alby, si rese necessario allora un nuovo trasferimento. Alla fine le venne assegnato un incarico nel posto che forse sarebbe stato a lei più congeniale fin dal principio: il “reparto pecorelle da contare per prender sonno”.

C'è da dire che qui Alby si trovò subito molto bene. Lavorare coi numeri le piaceva, era bello perché a seconda della più o meno accentuata “durezza” del cliente nel pigliare sonno, ogni sera c'erano da trasportare tanti numeri diversi.

Considerando che la frenesia di vita moderna costringeva ormai tantissimi clienti a riconciliarsi col sonno solo dopo duemila o tremila pecorelle contate, la ditta non poteva in ogni caso impiegare tutti i dipendenti solo sul “reparto pecorelle” da sonno.

Si organizzavano allora piccole squadre ben affiatate di pecore da conta, che a turno sfilavano in rassegna davanti ai pensieri “pre-dormienti” dell'aspirante sognatore, ciascuna reggendo ad ogni giro un numero progressivo sempre più alto, sino a ottenimento dell’obbiettivo “ronfatorio”.

Alby, era ben lieta e fiera di fare le sue sfilate dinnanzi alle palpebre abbassate del cliente, portandosi dietro quei numeri per lei così significativi. Si accorse però che le colleghe non eseguivano il proprio compito con lo stesso spirito.
Pescavano con fare ripetitivo dal cestone dei numeri, senza badare tanto a cosa avevano tirato su, per loro un “236” valeva quanto un “721”, bastava solo si arrivasse a fine turno, col cliente ronfante, e del resto nulla importava.

Riguardo alla questione, una buona volta, in “pausa-brucata”, Alby si volle sfogare con le colleghe.

Prendendo in disparte le amiche più fidate, Ab Bacchia, Ke Babba e Gregoria Peck, Alby fece loro un piccolo discorso appassionato: “…Credo sia importante non dare semplicemente dei numeri alla persona che vogliamo far dormire…ogni numero in aggiunta all'elenco, dovrebbe essere invece il dono di un pizzico di esperienza in più, nell’avvicinamento al regno del sonno…chi sta per cadere nell’abbraccio dell’addormentamento, deve sentirsi come se stesse facendo l’amore coi numeri che gli portiamo…ad esempio, i numeri pari contengono la dualità, celano in sé il mistero del rapporto con l'altro; i multipli di tre riecheggiano invece il senso di relazione aperto ai più; i numeri primi sono preziose gemme impazzite; ciascun numero ha poi suoi colori e forme, l’8 è un grassoccio giocoso in giacca viola, il 6 verdeggia gentilezza sotto un ciuffo ribelle in tinta senape, il 5 emette luce giallissima nella sua tutina sexy attillata…coraggio allora: andiamo sulla soglia del sonno e conduciamoci gentilmente chi si affida a noi, non portandogli soltanto delle cifre, ma regalandogli una poesia numerica in grado di fargli sognare tutto quanto desidera sognare…”.

Così fecero.

Da quella volta, nel “reparto pecorelle da contare per prender sonno” della prestigiosa ditta “Sonni lieti & Affini ronf.r.l.”, un piccolo gruppo di ben armonizzate colleghe lavorano di gusto, facendo contenti anche tanti affezionati clienti di sogni.

E, quasi inutile dirlo, la dolce pecorella Alby, sempre ben lanosa e in ottima salute, non fece più domanda di nessun trasferimento.



mercoledì 22 maggio 2019

Le mini avventure di una virgola girata


Una piccola virgola era nata con la codina girata verso destra, anziché a sinistra come tutte le altre virgole.

Subito si era messa a fare quello per cui ogni virgola si sente portata: entrare nei discorsi e dirigere le parole.

La sua curiosa sagoma creava però smarrimento sulle labbra di chi parlava e nelle penne di chi scriveva.

Il modo tutto particolare che aveva, di mettere in sospeso per un attimo la frase, non risultava così netto come quello degli altri milioni di “virgole dritte” in circolazione su ogni pagina e dentro ogni ragionamento.

La piccola “virgola storta” aveva un maniera tutta sua di assecondare il flusso della frase. Creava un breve stacco gentile, semi-scorrevole, che lasciava spazio alla grazia del dubbio e della scelta fra alternative.

Ma l’epoca in cui la piccola “virgola storta” era capitata, era un’epoca assetata di certezze granitiche, di verità indiscutibili, di sentenze certe e definitive.

Così, con la sua indole modesta e possibilista, la piccola “virgola storta” si rassegnò a mettersi un po' da parte.

Non si azzardava più a entrare nei discorsi, perché fra le parole era ormai mal tollerata, incompresa, se non addirittura dileggiata come una stramberia ortografica o un'eccentricità oziosa.

Si ritrovò allora a passare il tempo in compagnia di altri “scarti grammaticali” simili a lei.

Faceva colazione con gli apostrofi scacciati dai “qual è”.

Giocava a briscola con gli accenti sbagliati su “stà”, “quì”, “fà”.

Andava in visita al capezzale degli infelici “piuttosto che” usati bislaccamente nel senso di “oppure”, coricati doloranti in un letto di sudore, nel delirio ripetuto di una ossessiva dichiarazione: “…noi significhiamo <<anziché>>, non significhiamo <<oppure>>…”.

Ma alla piccola “virgola storta” capitava di pensare: “…Che cosa ci faccio qui, io? Questi sono tutti cari amici, ma loro sono errori, sono vittime dell’ignoranza, di menti superficiali e facilone!...Io invece sono una singolarità, sento che posso dire qualcosa di buono!...”.

Allora, non si sa bene come, le venne subito dopo una curiosa idea: “…E se provassi a posarmi fra le parole non ancora nate di uno scrittore in pieno blocco da pagina bianca?...”.

Così fece.

Cercò il primo scrittore disponibile completamente paralizzato di fronte al timor panico che incute il foglio di carta del tutto vergine, privo di qualsiasi segno inchiostrato, e si tuffò a pesce su quel “biancore” di espressività potenziale, ma ancora inespressa per intero.

Lì successe un piccolo portento inaspettato.
Non appena posò la sua codina sulla pagina dello scrittore in blocco, la “virgola storta” divenne tutta bianca, come la carta.

Dopo un breve attimo di grande stupore misto a paura, la piccola “virgola storta” si mise a ridere di gusto.

Ci si trovava infatti benissimo, tutta bianca sulla pagina bianca: non si era mai sentita così in forma e interamente espressiva, prima di allora.

Un grande coraggio la attraversò tutta, dalla sua capoccia a puntino fino all'estremità della coda diversamente direzionata.

Sospinta dal rinnovato ardire, trovò la forza per decidersi a fare ritorno sulle normali pagine dei libri scritti, o fra i suoni dei discorsi della gente.

Lì, non vista, portava un nuovo vento di gentilezza fra le parole.

I parlanti, gli scriventi, i leggenti, non capivano perché, ma da quando la “virgola storta” in versione albina si era intrufolata non vista fra di loro, si sentivano più sereni, più distesi, usavano il linguaggio con un piacere e una soddisfazione quasi dimenticati.

La piccola “virgola storta” fu così molto felice della sua nuova vita in incognita e di tanto intanto tornava a trovare i suoi amici errori ortografici.

Lì, faceva ogni volta il pieno di quel buon umore che solo fra le cose sbagliate si può trovare in forme così pure e innocenti.

Poi si rituffava di nuovo in pagine e discorsi, per continuare a svolgere il suo prezioso ruolo di mediatrice invisibile e ambasciatrice di fertili incertezze.

sabato 4 maggio 2019

Questo è un lavoro per Slogan-Man!


Il firmamento dei supereroi ospita un nuovo sfolgorante protagonista.

Il suo nome è…Slogan-Man!

Dopo anni e anni spesi da mezzo mondo a difendersi dalla minaccia “comunista”, Slogan-Man ha capito che si fa molto prima a mandare in malora il mondo stesso, assecondando la montate marea “luogo-comunista”.

In questo modo, i birbaccioni di tutte le risme, perennemente presi essi stessi dalla spasmodica bramosia di devastazione globale, si placheranno da soli con una semplice riflessione: “…Ma cosa mi arrabatto come un fesso a distruggere il mondo, se già lo stanno facendo benissimo gli uomini di loro spontanea iniziativa?...”.

L’inedito equilibrio supereroico è frutto del rinnovo del contratto di lavoro stipulato fra le maestranze dei “Super Forzuti Associati” e il “Sindacato Birbaccioni Riuniti”.

“…Perché dobbiamo continuare a darci mazzate fra noi pluri-dotati?...” si sono detti, scocciati e in riunione congiunta, i difensori dell’universo e gli aspiranti distruttori del medesimo, “…facciamo che si azzuffino gli ometti ordinari fra di loro, e per una volta godiamoci lo spettacolo…”.

Nasce così la sfavillante figura di Slogan-man, il supereroe dalla parlantina supersonica, che sfreccia da un angolo all'altro del pianeta, distribuendo spiazzanti luoghi comuni, banalità abissali e semplicismo idiotizzante puro, distillato a 95 gradi (scartando la coda, ma soprattutto la testa, e mantenendo soltanto i ragionamenti di pancia).

Come ogni supereroe, anche Slogan-Man vive una sua vita da persona qualunque; è un normale vicino della porta accanto, nella cittadina di Commonplace, ubicata ai margini della contea di Banality.

Sotto le mentite spoglie dell’innocuo Johnny Slogan, esercita la professione di fisioterapista specializzato nel trattamento delle slogature.

Ha una segretaria, Abigaille Nerchiorini, procace oriunda dalle focose italiche origini, che considera il suo capo ufficio, Johnny Slogan, un rammollito, ma sogna di esser posseduta da Slogan-Man, mentre questi le sussurra all'orecchio il peggio delle più ritrite “frasi fatte” erotiche d’infima lega, tratte dal repertorio porno dozzinale ai massimi gradi.

Come da miglior tradizione supereroica, Abigaille non capirà mai che Johnny Slogan e Slogan-Man sono lo stesso uomo.

Una delle più mirabolanti avventure di Slogan-Man verrà sempre ricordata con il leggendario titolo di “Slogan-Man e la saggezza smerdatrice”.

Volava un giorno Slogan-Man sopra un vastissimo latifondo, dove schiere di potenti trattori erano alle prese con un’intensa fase di lavorazione del terreno.

Abbassando la quota di sorvolo per assestarsi a portata di udito, ecco allora il nostro eroe sprigionare nell’etere una raffica delle sue micidiali ovvietà: “…Ahi dura terra! Perché non ti arasti? Lavoratori, ribellatevi alla vigliacca dittatura della zolla: sta troppo in basso…come si permette di ostentare tale arroganza?...Forza dunque, che si proclami subito una manifestazione contro l'ostinata tendenza del terreno a rimanere così pervicacemente appianato rasoterra!...”.

Subito si dispiega un solenne corteo, con striscioni e alte grida: “…Abbasso la zolla, a noi non sta bene, s’innalzi la terra, per patir meno pene!...”.

Si gustava Slogan-Man questo suo capolavoro, quando stando sempre in quota, scorse da lontano il convegno annuale dei produttori di purghe.

Piomba anche lì sui convenuti ignari, a seminare grandi manciate di discordia banalizzante: “…Opponetevi allo strapotere del cervello, che ridicolizza il povero intestino, facendogli fare tutto il lavoro sporco e continue figure da stronzo…”.

All’udir la stravagante verità, come folgorata da subitanea coscienza di sé, ecco l'affollata marea dei lassativi fabbricatori, riversarsi nelle strade, inscenando lo sciopero generale dell’intestino contro la protervia del cervello.

“…Fannullone d’un cervello, a noi lo sforzo e a te tutto il bello, è un’ingiustizia lavorare da mulo, se poi finisce tutto nel…”.

Sotto lo sguardo di Slogan-Man, ancora svolazzante e soddisfatto nel cielo, il corteo degli intestini scioperanti incrocia allora quello dei ribelli alla zolla.

Ne nasce un parapiglia per questioni di precedenza, ma subito i sostenitori dello sciopero intestino, non sostenendo più il peso della loro protesta, sono costretti a correre a braghe calate nei campi, contro cui protestavano gli altri, e a liberare sul terreno tutte le maleodoranti istanze della propria rivendicazione.

Con grande stupore generale, la soddisfazione si diffonde a quel punto fra tutti e due gli schieramenti.

Il suolo è stato finalmente innalzato di qualche centimetro (va beh, non si tratta propriamente di terra, ma vuoi mettere i vantaggi aggiuntivi della concimazione?), mentre i sostenitori delle ragioni intestinali per una volta sono contenti dell’operato del loro “protetto”, a favore di una nobile causa.

E intanto, in cima a un moderno monte Olimpo, dove i supereroi e i loro ex nemici cattivoni hanno fissato il proprio nuovo quartier generale condiviso, le risate grasse si sprecano, a una sapida battuta, buttata lì da Slogan-Man: “…Che  stupidi a sbatterci per tanto tempo, con raggi gamma, forza bruta, petardi nucleari e razzi fotonici puzzolenti…pensare che era invece così semplice, bastavano quattro fregnacce ben confezionate, e il gioco è fatto!...”.




martedì 30 aprile 2019

Selenitici sfoghi


Da un sonno agitato, si possono talvolta formare, nella nostra immaginazione semi-consapevole, delle specie di “traveggole linguistiche”.

Sbocciano allora certi cortocircuiti tra il pensato e il non-detto, che sfociano in buffe espressioni mentali quasi involontarie, ma pur sempre cariche di verità, sospese a mezza strada fra il poetico e il profetico.

In un dormiveglia un po' sgangherato, stavo sognando situazioni irritanti. Ora, il contenuto, la trama del sogno, non li ricordo più bene.

Ho ancora ben presente però l’atmosfera in cui ero immerso: quel senso di opprimente ottusità che ti coglie di fronte a persone ostinate nel non capire una beata fava di niente.

Quelle situazioni in cui, nonostante titanici sforzi di argomentare, di spiegare, di addivenire a un compromesso ragionevole e ponderato su taluni argomenti, continui a vedere la controparte arroccata sulle sue monolitiche, tetragone, asfittiche “ragioni” insostenibili.

In simili casi, non resta altro che appellarsi alla nobile arte del mandare al diavolo.

Però, nell’esasperata condizione di quel mezzo incubo dell'impossibilità di capirsi, sentivo estremamente faticoso anche scovare un “posto maledetto” adeguato verso cui indirizzare l'insulso interlocutore.

Non si riusciva a trovare nemmeno la maledizione giusta, tanto era impermeabile a ogni refolo di ragionevolezza, quell’ermetica camera stagna mentale con cui mi trovavo oniricamente a confrontarmi.

Non capendo nulla, non avrebbe capito nessun luogo dove l’avrei volentieri mandato a farsi benedire.

Fino a quando, il genio del sonno che sempre veglia su di noi e infinitamente più di noi conosce il senso delle cose, mi ha suggerito la magistrale invettiva da adottare, semplice, lineare e definitiva come uno scrosciar di sciacquone.

Caro individuo dalla mente ermetica e serrata a doppia mandata e triplo catenaccio: fottiti sulla luna!

martedì 12 febbraio 2019

Il mito dello strafogno


Secondo il mito platonico dell’androgino, all’alba dei tempi maschio e femmina erano fusi in una persona unica.

La potenza vitale di questo essere, singolo e duplice al contempo, era talmente intensa da minacciare la stessa autorità degli Dei.

Zeus, temendo che uno di questi androgini di straordinaria forza caratteriale scalasse l'Olimpo per andarlo a spodestare, ordinò ad Apollo di scendere sulla terra a separarli.

Con colpi netti e precisi di spada, l’abbacinante dio della luce recise in parti uguali ogni androgino, da una parte gli uomini, dall’altra le donne.

Da quel momento ciascun nuovo nato vaga per le strade della vita, alla ricerca della metà a cui era una volta attaccato (Apollo separò anche uomini uniti a uomini e donne unite a donne, ed ecco serenamente spiegata dai greci anche l'omosessualità).

Del lavoro di Apollo, rimane traccia nell’ombelico di uomini e donne, che secondo il mito è il punto dove il sapiente dio ricucì grossolanamente la ferita causata dal suo colpo di spada (anche un precisino come lui non riuscì a fare di meglio…).

Se fossi stato un antico greco, mi sarei inventato un mito parallelo a quello dell’androgino. Si sarebbe chiamato il mito dello “strafogno”.

Secondo il mio mito, uomini e donne sarebbero stati un tempo rivoltati col dentro verso fuori. Non in senso fisico, naturalmente, ma in senso spirituale.

Tutto quello che abbiamo di bello o brutto, di rassicurante o inquietante, di profondo o stupido, di meraviglioso o banale, nel nostro animo, sul piano di pensieri, idee, riflessioni, emozioni, sentimenti, guizzi intellettuali, energie culturali, capacità conoscitive, fragilità morali, debolezze caratteriali, grandiosità o meschinità del cuore…tutto si sarebbe potuto vedere dal di fuori.

Non sarebbero esistiti i concetti di falsità o sincerità, perché ognuno avrebbe visto ogni questione interiore degli altri, e mostrato a sua volta il meglio e il peggio di sé, per intero.

Non ci sarebbe stata purtroppo l’arte, venendo a mancare lo sforzo di raccontare l’infinito che ciascuno reca dentro, già normalmente manifesto al mondo.

Ma in compenso ogni persona sarebbe stata essa stessa un'opera d’arte semovente.

Ogni individuo sarebbe stato un rifulgente essere di straordinarietà vivente, senza bisogno di spiegare nulla di sé, agli altri.

Zeus si sarebbe ovviamente preoccupato anche stavolta di fronte alla strana possanza di questo individuo.

Così abituato com'era a intessere trame per scovare ogni giorno fra i mortali una nuova amante con cui giovialmente tradire Giunone, avrebbe avuto non poche difficoltà con questi individui trasparenti al massimo.

Avrebbe allora pensato bene di inviare ancora una volta uno dei suoi fedelissimi per sistemare la faccenda.

Dioniso, un tipo abituato a che fare con le intimità più nascoste dell’animo, gli sarebbe parso il più adatto per l’occasione.

Solo che, essendo anche un po' pasticcione, Dioniso avrebbe “strafognato” (stropicciato) alla bell’e meglio uomini e donne, rivoltando maldestramente il fuori di dentro, ma lasciando ampi margini di leggibilità dell’animo in molti tratti esterni, come le espressioni del viso, i rossori, le timidezze, i gesti goffi, la sudorazione traditrice, i balbettii, l’eiaculazione precoce, l’alopecia verbale, e così via.

Fu così in ogni modo che nacque il mito dello “strafogno”…e tale è proseguito fino ai nostri giorni (mentre nel frattempo, ci abbiamo guadagnato l’arte, la filosofia e la letteratura, che non sono cose da poco…altro che l'ombelico di Apollo…).

venerdì 8 febbraio 2019

La casa dei pensieri della Bassa


Negli spazi di tempo che si annidano fra gli attimi, là dove i sospiri di un pioppeto riecheggiano le sinfonie della rugiada appoggiata sugli steli d’erba medica, la “casa dei pensieri” si presenta al viandante nella sua invisibile evidenza.

La “casa dei pensieri” non trattiene nulla e tutto accoglie.

Con le sue pareti d’aria, è un filtro in entrata e in uscita.

L’ampia capanna del tetto forma un bel coperchio che custodisce la maturazione di tutto il “materiale pensabile” insinuato fra le sue maglie.

Lì sotto si formano le idee, le riflessioni, le preoccupazioni, le gioie, le emozioni che poi andranno a spargersi per tutta la Bassa.

In modo simile, lì vengono raccolte e riassorbite le idee, le riflessioni e le emozioni usurate, già sfruttate, diventate vecchie a forza d'essere pensate e provate intimamente.

Di notte, dal fiume, una brezza che soffia costante a favore di corrente, porta giù le piccole squadre dei “folletti ahü”, instancabili lavoratori della fantasia, che sostando per ogni ora di buio sotto la cappa della “casa dei pensieri”, rammendano ragionamenti, aggiustano storie, inventano nuove battute comiche e circostanze buffe, impastano i bizzarri caratteri delle persone, forgiano piccoli fatti quotidiani, pronti per accadere all’indomani, o limano attimi di buon tempo da passare in compagnia degli amici più matti.

I nuovi pensieri fabbricati e quelli vecchi riparati, rimangono poi in deposito, a disposizione di chiunque nella terra lungo il fiume li vorrà vivere e pensare.

I piccoli “folletti ahü” entrano nella casa dei pensieri seguendo una loro carraia preferita. A destra e a sinistra, un campo chiaro e uno scuro.

Da quelle tonalità, i piccoli “folletti ahü” pescano la coloritura dei pensieri di cui si vanno ad occupare. Sono sempre idee molto nette, o tutte bianche o solo nere.

Infatti molto spesso i piccoli “folletti ahü”, per arrivare in fondo alla costruzione di un pensiero, si danno botte da orbi, perché ciascuno vorrebbe dare al suo prodotto immaginato, il colore dell’animo prediletto.

Il coperchio del tetto a capanna sobbalza allora come per la pressione di millanta fagioli in bollitura, le possenti colonne cigolano forte sotto quelle spinte polemiche sussultorie, e attraverso le pareti d’aria sbuffano fuori soffuse nebbie “culatellose” o sapide zaffate di calure “lambruschificanti”.

Ma alla fine un tinteggio buono per ogni idea si trova sempre.

Sul finire della nottata, i piccoli “folletti ahü”, con le spalle cariche di nuovi pensieri e possibili fatti sfiziosi, si disperdono di nuovo sulle fiatate umide che il fiume spiffera lungo la piana.

Spargono il loro carico qua e là, nelle zucche e in mezzo ai piedi della gente.

Poi risalgono fra le foglie dei pioppi, e vibrando verd’argentei saluti alle ore che passano, restano in attesa della brezza portata dall'imbrunire, per far rientro, sopra calessi di vapore trainati da zanzare mille-stagioni, nella “casa dei pensieri” dove si plasmano le chiare-oscure vibrazioni sparse tutt’intorno, nell'aria della Bassa.

domenica 3 febbraio 2019

Breve storia semi-triste di due estremisti molesti, incappati senza dar resto in un indigesto chiarimento funesto


Due estremisti assolutisti s'incontrarono dopo le feste.

Disse il primo al secondo: “…Sai quanto dista il mio punto di vista? Sono di idea a te totalmente opposta?...”

Rispose l’altro: “…Ora che lo so, il mio cuore fa festa: soltanto io so cos'è la vita onesta, non riuscirai mai a cambiarmi la testa…”.

Presa poi ciascun la rincorsa che basta, si scagliò contro l’altro arrembando lancia in resta.

Estrassero lesta la Colt dalla fondina destra, e di due persone che erano più nessuna n'è rimasta.

Passarono poi di là due fancazzisti modesti, ma dai pensieri vasti.

Al vedere per terra quei miseri resti, esclamarono tosto: “…Ecco che bel gusto a fare ogni volta il gran fusto…se sempre di un’idea sola la tua mente si impasta, se mai l'opinione di un millimetro si sposta, va finire che sbatte contro una chiusa pista…”.

E quindi fatta lieta sosta all’Osteria Dell’Aragosta, tirarono a sera in compagnia pluralista, tra buoni gocci di vino, fette d'arrosto e piatti di pasta.

lunedì 28 gennaio 2019

Quello che le ombre ci dicono


Qualche volta che non avete niente da fare, e non dovete magari correre d’urgenza all’hard discount più vicino per aggiudicarvi l'ultimo modello di “levigatopo” semiautomatica in titanio, super scontata a 3 euro e 99 centesimi fino a esaurimento scorte (offerta valida fino alle 17.32 del giorno stesso, mentre l’orologio segna già inesorabilmente le 17.21), potreste dilettarvi a dar la caccia alle ombre.

“Dar la caccia” solo per modo metaforico di dire.
Perché la caccia alle ombre non prevede l’uso di nessuna arma.

Se proprio proprio, si può portare con sè una macchinetta fotografica, o anche la fotocamera del cellulare.

Ma in generale la miglior caccia alle ombre si pratica addirittura equipaggiati di nulla più della propria fantasia e della curiosità di osservare e stanare ombre dalle sagome originali.

Le ombre sono una sorta di decorazione gratuita che si auto-disegna sulle più diverse superfici, dopo un preciso accordo fra la luce e le cose.

La luce ci mette il materiale, le cose la mano d’opera, e il risultato del loro lavoro di squadra sono le ombre.

Le ombre cambiano qualità a seconda delle superfici su cui si posano: se sono rugose, lisce, riflettenti, scure, chiare.

L’ombra è come un colore neutrale gentile, e si mescola di buon grado con ciò che trova, con ogni piano che la accoglie.

L’ombra è fedele all'oggetto che la genera, ma è anche una “tipa” amante della compagnia.

Se sul suo cammino incontra un’altra ombra, vi si può fondere o ci può giocare insieme, e far la gara a chi è più intensa, a chi prevale sull’altra regalandole contorni aggiuntivi interni.

La nostra stessa ombra può unirsi alle altre ombre.
Le ombre sono mutevoli, per mille cause: le nubi, il trascorrere delle ore della giornata, lo spostamento delle cose, lo spostamento delle persone, i nostri spostamenti, l'intervento di luci o fuochi accesi dagli uomini, l’effetto del vento sulle cose leggere…

Tra le mie ombre preferite, ci sono quelle derivate da oggetti dal disegno geometrico abbastanza definito, come le case o altre architetture, ma anche piccole cose che si reggono sul palmo della mano.

Suona un po' incredibile, ma le ombre sembrano caricarsi di diversa qualità, quando sono prodotte da oggetti diversi.

Un ombra fatta da un albero, la sentiamo diversa da quella fatta da un muro, anche a parità di luminosità e di piano su cui si posano.

Molto belle anche le ombre che possiamo provocare con le parti del corpo.

Anzi, nell'ambito della caccia alle ombre, forse questo è uno dei sotto-capitoli più strambamente poetici: divertirsi a fare ombra.

Le ombre fanno pensare, aiutano ad addentrarsi nei meandri di riflessioni e considerazioni profonde, che magari altrimenti avremmo trascurato.

Soprattutto quando l’ombra siamo noi a farla, in prima persona. L’ombra “fatta in proprio” è un po' ipnotica e un po' straniante, perché è come una parte di noi rapita dalla luce e restituita come sagoma impalpabile.

Forse, se più gente si concentrasse sul tipo di meditazioni derivate dal proprio atto di star facendo ombra, il mondo sarebbe migliore.

Ma per scrupolo di coscienza, con tre righe ben nette, mi sento in dovere di sottolineare “forse”…

giovedì 15 novembre 2018

Bimaroneide


Nell’antico regno di Bimaronia, vivevano in lieta prosperità due tribù.

La tribù dei Godifrutti aveva stabilito il proprio villaggio sotto le maestose fronde di un albero secolare.

Allo stesso modo, si era accasata poco lontano la tribù dei Floriligi, all’ombra di un altro vetusto mastodonte vegetale.

Sull'albero dei Godifrutti, spuntavano tutto l’anno delle succulente bacche molto gustose. Avevano la particolarità di cambiare sapore ad ogni stagione, e nel momento della maturazione, emettendo un lieve “pop”, si staccavano dai rami in una delicata pioggia esplosiva, planando dolcemente davanti alle capanne del villaggio.

Sull’albero dei Floriligi sbocciavano invece tutto l'anno meravigliosi fiori dagli stupefacenti colori. Anche questi fiori, dopo un buon periodo a far bella mostra di sé lassù, sfidando la tavolozza dell’arcobaleno, si staccavano dalle fronde con un armonioso “sbuff”. Vorticavano a milioni nell’aria e si depositavano gentili a terra, a disposizione dei Floriligi.

Sì, perché anche i fiori di quell'albero erano buoni da mangiare, e in base alla tonalità del manto dei loro petali, cangiante a ogni mutar di stagione, il gusto al palato dei Floriligi cambiava ogni volta.
Floriligi e Godifrutti vivevano in armonia, orgogliosi dei loro rispettivi alberi. I rapporti di vicinato erano ottimi, le visite nel villaggio altrui erano frequenti e cordiali.

Si era scoperto che le bacche del primo albero raddoppiavano in bontà, se mangiate col condimento dei fiori del secondo. Questo rese ancor più intensa l’amicizia fra i due villaggi, che si scambiavano fiori e bacche durante i giorni della festa degli “sbuff”, o della sagra dei “pop”.

Nessuno aveva mai capito se ciascuno degli alberi avesse un termine, là in alto verso la cima, perché le chiome parevano innalzarsi all’infinito, a bucare le nuvole nei giorni meno assolati, o a grattare i piedi dell’azzurro, quando l’aria era limpida e perfettamente tersa.

Su entrambi gli alberi si posavano di buon grado stormi numerosi di Sleppobeffi, graziosi uccellini viola dal becco giallo, che facevano la spola da un villaggio all’altro, quasi un simbolo svolazzante della fraternità fra le due tribù.

Forse solo gli Sleppobeffi, il cui volo poteva sfidare le più ardite distanze in altezza, sapevano se i due alberi avevano o no una fine sulla punta. Ma non lo rivelarono mai a nessuno. E d'altra parte, né i Godifrutti, né i Floriligi glielo chiesero mai.

Trascorsero molte generazioni di florida serenità per i due villaggi, fino a quando entrambe le tribù si ritrovarono come capi due giovani baldanzosi, dal carattere irruente.

Compe Tizio guidava i Godifrutti, mentre Iperatt Ivo stava alla testa dei Floriligi.

I due nuovi capi villaggio sostenevano la rivoluzionaria teoria secondo la quale non si doveva più attendere la naturale caduta di bacche e fiori. Si poteva e si doveva invece passare al taglio dei rami più bassi, per accelerare i raccolti, aumentando sempre più il benessere.

I primi tentativi furono goffi, perché gli sprovveduti boscaioli improvvisati segavano il ramo stando seduti dalla parte più lontana, frapponendo il taglio fra sé e il tronco.

Questo causò iniziali piogge a “sbuff” e “pop” di gran coglioni matricolati a scroscio sopra i tetti delle capanne, che per fortuna erano fatti di soffici strati di migliaia di foglie, sufficientemente morbidi da attutire le cadute.

Una volta però affinata la tecnica, rami, bacche, foglie e fiori cominciarono a piovere per volontà dell’uomo, senza più sottostare ai ritmi del tempo.
Dapprima ci si limitava ai rami più bassi, ma vedendo che il metodo funzionava in modo così evidente, si passò a segare più su, e poi ancora su, e più in alto dell’alto.

Timide minoranze di Floriligi e Godifrutti protestavano che in quel modo lo spettacolo delle fioriture e del rigoglio di bacche diventava sempre più lontano da vedere, mentre la dolce musica dei pop e sbuff si sentiva ormai a malapena, solamente tendendo l’orecchio nel silenzio assoluto.

D’accordo, c’era stato un arricchimento nelle cose, ma si era perduto molto in immagini e fantasia.

Simili fioche obiezioni da nostalgici, venivano però spianate dal rullo della nuova parola d'ordine: segare sempre più rami, salendo sempre più su. L’altezza spropositata a perdita d’occhio delle due cime sarebbe stata garanzia di raccolti abbondanti a non finire.

E così si proseguì, sulle ali di un’entusiastica foga “segatoria”…fino al fatale giorno in cui i fusti dei due alberi, indeboliti dal continuo rosichio, non ressero più il peso delle piante, che rovinarono sconsolatamente al suolo.

L’albero dei Godifrutti crollò sopra il villaggio dei Floriligi, e viceversa, quello dei Floriligi precipitò fra le capanne dei Godifrutti.

Per fortuna nessuno rimase sotto il peso dei tronchi, ormai così assottigliati nella parte bassa, da cadere con precisione lungo i corsi principali di ciascun villaggio, senza toccare una capanna.

Magra consolazione, sottolineata anche da un nugolo impetuoso di Sleppobeffi infuriati, che per la prima volta nella storia, svolazzarono in un vasto stormo dispettoso sopra le teste delle sbalordite tribù, cagando a più non posso una copiosa nemesi merdosa dal greve puzzo pedagogico.

mercoledì 15 agosto 2018

Sotto una capriata di idee


“…Fa tanto bene pensare che dentro di noi c'è uno che sa tutto, vuole tutto, fa tutto meglio di noi…”

Demian (1919) - Hermann Hesse

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Germaglio realizzò ad un certo punto del proprio srotolarsi nel vivere, che qualcosa di meglio del pensare, al mondo, non gli era mai riuscito.

Naturalmente, come tutti, anche lui nel tempo si era arrabattato di continuo ad incidere con più o meno evidenza l’hard disk della quotidianità.

Aveva lanciato ponti verso gli altri, aveva frequentato tutti i sentieri espressivi così cari agli uomini.

Aveva ingravidato le menti altrui con semi di amicizia, quando gli era stato possibile. Si era auto-vampirizzato fino al profondo del proprio capirsi, nello sforzo spasmodico di risucchiare tutto il senso di sé per trasfonderlo nell’interiore vastità sensuale e affettiva di donne amate.

Aveva vissuto, seppur in tono minore, facendosi segno applicato sopra gli avvenimenti.

Ma il meglio di Germaglio, era lui stesso a saperlo per primo, sarebbe rimasto per sempre nel suo intimo, inestricabile, non estraibile, conservato perfetto e da nessun altro mai visto, come un diamante inarrivabile, sotto le profondità della Terra.

Germaglio rimaneva tuttavia convinto che quel nucleo caldo di “pensato”, in qualche modo poteva traspirare fuori e andarsi a confondere col Vero.

Un pensiero pensato, nel momento stesso in cui nasce, entra a far parte della realtà. Da allora in poi non è più un nulla, ma un qualcosa. E la sommatoria di tutti questi pensieri pensati, ma mai tradotti in segni comunicabili, doveva pur rimanere, in un qualche luogo, forse non fisico, ma pur sempre inspiegabilmente esistente.

La realtà, allora, non può che essere tutta satura di pensieri fluttuanti, di un’inconsistenza di fatto inafferrabile, ma non meno veri, al pari della materia oscura, o antimateria, ipotizzate dalla fisica…pensava Germaglio...

In queste riflessioni si smarriva, si impauriva. E lo preoccupava il suo impaurirsi, perché ipotizzava che ogni sfumatura non buona del sentire interiore inesprimibile, poteva andare ad aggiungere peso negativo alla materia oscura pensata vagante per il mondo.

Ma poi si rasserenava subito, se solo gli capitava di ammirare la miriade di cappelle sistine e di Partenoni della mente, dimoranti nel proprio sé.
Non trasmissibili, certo, non condivisibili con chicchessia.

Ma pur sempre incredibilmente nutrienti da contemplare e da sentire coincidere con l’Io, con l’Es, e col proprio vero.

giovedì 2 agosto 2018

Un apologo dei Gerbeti


Una normale famigliola di Gerbeti del Sivione abitava serenamente nel proprio sugnefi pensile.
Il sugnefi è una sorta di palafitta rizzata su tronchi di gremdorzonio stagionato. Il gremdorzonio è un legno molto duro, di cui vanno ghiotti i liberfuoli della jungla, una specie di roditori voraci e silenziosi.

I pali di gremdorzonio che reggevano il sugnefi dei Gerbeti affondavano in una spessa coltre di normobiola, un erba fitta che raggiunge spessori notevoli. Fra la normobiola, amano moltissimo stare acquattati e nascosti i liberfuoli ghiotti di gremdorzonio.

I Gerbeti si lamentavano di continuo di piccoli sciami di sfrufazziti che riuscivano a introdursi nel sugnefi, se solo rimaneva la porta, o uno spiraglio di finestra, aperta. Gli sfrufazziti sono una specie di moschino sostanzialmente innocuo, benché alquanto molesto sonoramente.

I Gerbeti continuavano così tutto il giorno a dar schiaffi nell’aria, a darsene sulla propria faccia, a rifilar ceffoni alla faccia altrui, nel goffo tentativo di domare il fastidio causato dagli sfrufazziti ronzanti.

Ormai tutto il giorno non avevano in mente altro che gli sfrufazziti, e menavano sventole micidiali di qua e di là, per altro riuscendo al massimo a fare poco più che un po' di vento agli sfrufazziti stessi.

Un giorno, nel pieno di una furibonda sessione di caccia agli sfrufazziti onnipresenti (soprattutto nella mente dei Gerbeti), Gerbeto babbo si accorse che uno sfruffazzito si era posato sul coppino di Gerbeto nonno, sonnecchiante in poltrona.

Che ghiotta occasione!

Gerbeto babbo si avvicinò circospetto, levò alto il palmo vendicatore e PAMMM!!! giù un seturbante coppone sleppazzoso sul collo di Gerbeto nonno.
Ovviamente lo sfrufazzito si scansò per tempo, il nonno cioccò un bestemmione roboante e geffriero, che ancora lo sentono fino a Midguld City, ma intanto il contraccolpo della mazzata faceva crollare il sugnefi dei Gerbeti, accartocciato su se stesso.

Cos’era successo? I liberfuoli ghiotti di gremdorzonio di cui erano fatti i pali di sostegno, li avevano divorati al limite della portata, ed era bastato lo scoppolone a nonno Gerbeto, per far collassare tutto.

Ora i Gerbeti del Sivione son rimasti senza casa in un polverone sconsolato, e per di più con un pugno di sfrufazziti in mano. Mentre i liberfuoli ghiotti di gremdorzonio, se la ridono con la pancia piena di gremdorzonio rosicchiato in incognita.