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lunedì 23 luglio 2018

Spruzzi di nichilismo

Spruzzi di nichilismo
in una mite
giornata di luglio


lunedì 2 gennaio 2012

Io ballo da solo


«...With the birds I'll share
this lonely view...».
Scar Tissue - Red Hot Cili Peppers - 1999

******* 

Ve l’ho già raccontato altre volte, mi pare. Il fatto è che io difficilmente rido per i motivi degli altri. Non so come mai sono riuscito fuori così strano. Ho la tendenza a sentirmi spesso sulla riva opposta rispetto a tutti, o quasi tutti. Badate, non voglio fare lo snob o il “raro”. Sono ben consapevole della mia condizione di “bastardo qualsiasi”, e se c’è un tizio ordinario e banale al mondo, nella vita quotidiana, quello sono proprio io.

Metti che ero ad una festa, le “non tante” a cui sono andato. Gli altri magari si divertivano, per dire. Io invece, dopo aver setacciato, dalla varia umanità diffusa nella stanza, la persona più scarsamente “alla moda” disponibile, mi mettevo in un angolo con lui, o con lei, a scuoterci di dosso la frivolezza. In altre situazioni invece, quando la festa denotava quasi da subito una riuscita non esattamente felice (…capita), era proprio la volta buona che mi veniva da fare il matto, sparare boiate surreali, in perfetta distonia con quella cacofonica atmosfera festaiola mal riuscita.

Al liceo, ultimo anno, facemmo una gita a Vienna. C’era un nostro amico, genialoide nelle materie umanistiche, anche gran compagnone quando voleva (faceva imitazioni straordinarie e molto buffe dei professori…), ma che di fatto venne in qualche maniera lievemente emarginato. La sua eccentricità, a lungo andare, era stata bollata dalla “mediezza” del clima sociale di classe, come “non alla moda”.

Per farla breve, una volta in albergo a Vienna, ci sono da dividere le stanze, tra le quali anche una singola. Indovinate a chi toccò in sorte il solingo ricettacolo, dopo aver tirato le ideali pagliuzze dei semi-accordi clandestini fra usuali vicini di banco e piccoli clan trasversali interclassisti. Ma all’eccentrico amico in questione, ovvio. In questo modo, venne tagliato fuori da tutti gli aspetti goliardici della gita: scherzi notturni fra camerate, idiotesche prodezze per ingraziarsi la simpatia delle ragazze (nella malcelata speranza di combinare qualcosa, sempre regolarmente andata buca…), telefonate fra le stanze, e tutto il “caciaroso” armamentario “gitesco” usuale, insomma.

Risultato: la prima notte, delle tre o quattro in programma, la passo senza chiudere occhio, rompendomi anche notevolmente le palle di quel divertimento che non sentivo per nulla mio, tanto era forzato e stiracchiato al limite di un imperativo da coatti della risata a tutti i costi. Con conseguente giornata appresso, da me trascorsa a deambulare come uno zombie per le vie della grande capitale di Cacania (cit. Robert Musil), perdendomi la bellezza di tante cose, datal’eccessiva distrazione imposta dalla sonnolenza.

Così mi viene l’idea: ma insomma, abbiamo in classe un gran campione della giocosità amicale e lo teniamo relegato in quella stanzetta isolante, mentre si mette nella partita un brocco sociale come il sottoscritto. Non ci ho pensato su un minuto e la sera dopo, ho proposto all’amico di fare cambio posto-letto. La gita è proseguita benone, l’amico inizialmente reietto è stato reintegrato nei ranghi, traendone peraltro un discreto giovamento sul piano del ripristino della relazione con tutta la classe, mentre io, staccato il telefono, mi sono fatto delle eccelse ronfate viennesi così armoniche, che se fosse passato di lì uno dei fratelli Strauss, ci avrebbe senz’altro ricamato sopra lo spunto per un valzer memorabile.

Tutto questo per dire, insomma, che tendenzialmente mi fanno ridere cose solo mie. Ci devo trovare dentro la stranezza, la contraddizione sottile, la stonatura strisciante della vita, per riuscire a farmi prendere dalla molla del comico. Al cinema, le volte che si è a vedere, mettiamo, una pellicola brillante, difficilmente mi unisco al coro delle risate della platea, quando piovono giù massive. La cosa buffa è che mi guardo anche bene dal suscitare sospetto nei vicini di posto, e simulo sorrisi di copertura, perché un po’ mi vergogno della mia eccentricità comica. La risata sonora però non la so simulare, per cui potrei essere sbugiardato in ogni momento per offesa al comune senso del comico.

Capita poi quella scena secondaria, quel dettaglio che nessuno se lo fila, e mi puoi vedere lì mezzo piegato sullo schienale, mentre cerco di reprimere i moti convulsi, rido di dentro, solitario ed esclusivo eroe disperso nel deserto dell’assenza di ilarità altrui.

Una delle volte che risi più irrefrenabilmente nella mia vita, ero ancora un ragazzino, e probabilmente il motivo scatenante non avrebbe fatto ridere nemmeno uno “sghignazzone” professionista abituale, sollecitato sotto le piante dei piedi con mille piume.

Con mio fratello, antico sodale di risate nostrane, ascoltavamo la radio. Incappammo in un canale che trasmetteva brani classici, Radio3 credo fosse, sempre che all’epoca esistesse già. Tra un brano e l’altro, lo speaker serioso, annunciò una cosa tipo: «…Abbiamo trasmesso un pezzo da “L’italiana in Algeri”, di Gioacchino Rossigni. A seguire, dello stesso autore, una romanza tratta da “Un turco in Italia”…». Lo scatto della catapulta comica si giocò in un attimo veloce come il lampo: si udì una valanga convulsiva strozzata nella voce dell’annunciatore, che preso da raptus ridente si era evidentemente buttato a testa bassa sotto il microfono, non abbastanza rapido tuttavia da non lasciare dietro sé una inconfondibile eco di sghignazzata repressa. Poi solo il silenzio, per lunghi eterni secondi.

Io e mio fratello ridemmo come due fessi matricolati: «… “L’italiana in Algeri”…“Un turco in Italia”…BWHAHAHRAHAHAH!!!...». Ma non era tanto quella candida constatazione di lirico ed involontario scambio diplomatico internazionale tra due opere, che ci faceva schiantare. Era invece il fatto che non c’è nulla di più risibile di un tizio che diventa verde dalle risate trattenute. Perché immagini tutte le volte che è successo a te. Quando magari in una situazione seriosa, se non tragica, una distonia esistenziale si è insinuata così vigliaccamente alle porte della tua fantasia, tanto che mai come in quei momenti ti è sembrato così “buffonicamente” insensato essere vivo ed umano.

giovedì 1 luglio 2010

Decaffeinato e felice


«…Come posso fare per farmi insultare da tutti gli italiani? Quale argomento potrei sollevare per essere biasimato all’unisono?...».
Mi arrovellavo questa mattina intorno a siffatti e faceti interrogativi, quando ad un certo punto: «…Ho trovato!...», mi son detto. Avevo capito che non dovevo fare altro che scrivere quanto segue: il caffè mi fa schifo!

Non sto parlando del sapore. Quello, pur non facendomi impazzire, non mi dispiace neanche. Mi riferisco invece proprio al “concetto” di caffè, alla cultura del caffè, con tutti i suoi rituali annessi e connessi.
Ve lo dicevo che volevo ricevere strali fin sotto le unghie dei piedi, e mica scherzavo…

Passo dunque ad enumerare tutte le motivazioni della mia avversione alla fatidica brodaglia nera, senza intenzione, ma soprattutto senza speranza, di convincere nessuno.

Innanzitutto, il caffè lo associo mentalmente alla levatacce mattutine.
E già qui il tasso di gradimento della calda bevanda d’ebano precipita in picchiata, nel mio personale cartellino delle preferenze. Sarò strano io, ma per me caffè e sveglia mattutina ad ore lavorative (un tempo scolastiche…), e dunque ad ore fastidiose di per sé, formano un abbinamento indissolubile e quindi molto molesto.
Quel gorgoglio della moka e l’odore che si diffonde per la cucina e la sala da pranzo, si mescolano al trauma dell’esodo dal tepore delle coperte, ad aliti gravitazionali dall’agevole tonnellaggio, a suggestioni di sinfonie di sciacquoni, a controcanti, con rispetto parlando, di scoregge e voglia di andar fuori di casa se non fra due anni, ad orride visioni di gente sconvolta allo specchio (ogni mattina, sempre la stessa gente: io…), ad occhi appiccicaticci.
Come potrebbe starmi simpatico il primo gusto che mi sento in bocca a suggellare questa idilliaca sequenza?

Non bastasse questo, il caffè è come un tizio che vuole tenerti sveglio.
Ma non solo: la faccenda diventa tale che ad un certo punto, di quel tizio che ti tenga sveglio, ne hai addirittura bisogno. E’ come se tutte le sere, verso le undici, undici e mezza, mi venisse sotto casa un tale con una Punto turbo diesel smarmittata, tutta bardata di alettoni e spoiler, finestrini calati, radio con subwoofer da mezzo metro, e musica house a paletta. E le sere che non dovesse venire, me lo vado addirittura a cercare io: ti prego, vieni sotto casa a non farmi dormire!
Insomma, se proprio devo ingurgitare cose che in qualche modo hanno qualcosa da dire sulle mie abitudini di sonno e veglia, sui miei ritmi circadiani, preferisco di gran lunga la suadente ninna nanna di una mezza bottiglia di vino, di un cognachino, di un brandy, una birretta, quello che volete, ma non mettetemi tra i piedi tizi che mi scrollano la spalla, quasi a farmi sentire in colpa se mi ero appisolato.
Già lungo tutta la giornata, c’è pieno di gente intorno che mi dice cosa devo: anche di due sorsate di brodo scuro che mi dicono se posso o non posso dormire, proprio non ne ho affatto bisogno.

Per me il caffè è poco più di questa roba, per questo non riesco a capire come possa rappresentare una sorta di piacevole rito per 60 milioni di italiani.
Meno uno (che son sempre io…).
Per anni ne ho preso giusto una tazzina al mattino, per darmi una scrollata, per svegliarmi un po’, per l’appunto. Ma da alcuni mesi ho estirpato completamente anche quella tazzina, sostituita da un più benevolo ed innocuo scodellone d’infuso alla “tummistufi” (non so cosa vuol dire, ma mi piaceva chiamarlo così…).
Fra l’altro, questa piccola radicale e definitiva rivoluzione anticaffeinica si attaglia meglio alla tecnica di sveglia che adotto ormai da alcuni anni. Per evitare l’effetto Fantozzi, la corsa coi minuti contati, sempre a rischio di sforamento nei tempi causa rottura della stringa di una scarpa, mi alzo abbondantemente prima dell’ora della partenza per l’ufficio, anche se questo significa sveglia intorno alle 6 circa.
Prima mi alzavo all’ultimo minuto, facevo i preparativi di tuta fretta, correvo verso il lavoro con le grinfie tese sul volante, e una volta varcata la soglia dell’ufficio, avevo già voglia di accoppare la persona più cara lì dentro (figurarsi quelli che mi stavano sulle palle…).
Ora mi vedo un po’ di tele, mi sorbisco la “tummistufi” con calma, leggo due paginette del libro del momento e poi mi metto in strada a velocità umane.
In questo nuovo quadro, non poteva esserci più posto per il caffè, dinamica bevanda e sprone spietato di pigri e lavoratori tiepidi.

Tutto questo detto, vai: la lista dei 60 milioni di insulti può considerarsi ufficialmente aperta!



lunedì 17 maggio 2010

Guida rapida per non pensatori dilettanti


Riuscire a non pensare.
Fermare completamente il lavorio delle idee. Procedere con la leva del cambio mentale rigorosamente lasciata in folle. Interrompere il flusso energetico fra i neuroni. Allentare quasi completamente la stretta elettrica fra le sinapsi.

Chiamatela come vi pare, ma questa è la condizione che ho spesso desiderato. E non fate gli spiritosi, sostenendo che a giudicare da quel che scrivo, la cosa del non pensare mi riesce già benissimo anche così. Il punto non è tanto quel rumore cerebrale che normalmente mi riecheggia nel cranio, dando vita ai miei sproloqui blogheschi. So benissimo che quello di per sé non ha dignità di pensiero alcuna, ma è pur sempre un ronzio di fondo. Per quanto insulsa e marginale, è pur sempre una presenza molesta.

L’ambito stato a cui mi riferisco ha invece piuttosto qualcosa a che vedere con lo svuotamento del sé auspicato dalla spiritualità orientale, quel sentirsi parte continuativa ed indifferenziata dell’essere globale, pur seguitando a giocare il proprio ruolo umano imprescindibile.

Viene spontaneo domandarsi il perché di una simile esigenza: «…Ma non ti potresti accontentare di un week-end al mare ogni tanto, come un bastardo qualsiasi?...», obietteranno i lettori più attenti e pragmatici.

Il nocciolo della faccenda credo stia nel fatto che il lavorio mentale costa fatica. Non è tuttavia solo questione di pigrizia. Certo, un po’ sarà anche quella. Ma andando ancor più a fondo nel significato del fenomeno, mi sembra di poter dire che la sensazione più fastidiosa associata al fermento del pensiero, consista in una sorta di logorio percepito dell’essere.
Quando si pensa, per quanto più o meno intensamente lo si faccia, ci si sente quasi come una montagna erosa lentamente e dilavata da innumerevoli torrenti che percorrono le sue pendici. Ci si sente un “Uno” minacciato dalla scissione in “molti”. Un mucchietto di sabbia sferzato dal vento, con la conseguente dispersione di innumerevoli granelli del sé nell’angosciante immensità degli spazi universali infiniti.
Non a caso il tipo di riposo che il sonno può garantirci non consiste primariamente in un recupero di forze fisiche, bensì sta soprattutto nello spegnimento momentaneo dell’interruttore del pensiero, magari acceso ad intervalli nella modalità di corrente alternata del sogno, che in effetti è proprio equiparabile ad una versione fantasiosa e più divertente di “non pensiero”.

Esisterà, mi sono chiesto allora, una strada per continuare a rimanere esseri senzienti e pensanti, pur prendendosi di tanto in tanto pause di sollievo da quella sensazione opprimente di deflagrazione interiore? Strada che, sia detto per inciso, se appena possibile dovrebbe escludere gioiose deviazioni di percorso su sentieri quali l’elettroshock o la lobotomia.

Insomma, detto in due parole, esisterà una “strada pigra” alla meditazione?
Sì perché, meditare con tutti i crismi, fino a svuotare la mente da ogni suo contenuto transitorio, come prevede la pratica orientale più pura, non è impresa facile. Occorrono anni di pratica e dedizione, che per un povero pigro si traducono in decenni di goffi tentativi dagli incerti esiti.

Mi sono tuttavia reso conto giusto ieri mattina che esiste un mezzo di “quasi svuotamento del pensato”, praticabile pur continuando a pensare. Basta affidarsi ad un piccolo segreto, più o meno di Pulcinella. Il piccolo trucco sta nel lasciare andare il pensiero immersi in un contesto predominato da entità non pensanti. Non a caso lo scenario che mi ha suggerito la cosa era composto dalla riva del fiume rigogliosa d’erbe piovane, una panchina, la corrente dell’acqua con relativo sciabordio, le nere scie di graziose planate d’uccellini, lo stormire dei pioppi pettinati dal vento, i “piumini” rilasciati dai medesimi in grande copia nell’aria, e soprattutto una solitudine rigorosa nel raggio di alcune centinaia di metri.

Calato in quel continuum di non pensiero diffuso e prevalente, percepivo come il mio pensare stesso si faceva meno minaccioso, meno gravido di gravità. La cosa buffa è stata che non era la prima volta che andavo al fiume e me ne stavo lì da solo. Ma solamente ieri mi è sembrato di aver capito perché quel luogo sa sempre regalarmi serenità e sollievo: perché in giro c’era solo “essere” puro, non turbato da riflessioni su di esso, eccezion fatta per le mie vacue elucubrazioni isolate, che diluite in quel mare magnum di “cosità in se stessa”, risultavano più lievi di un piumino di pioppo.


giovedì 11 marzo 2010

Mappe d’uomini e donne (but far, far away from “The Philippi”…)


Quando mi trovo in un posto frequentato da parecchie persone, mi viene quasi spontaneo crearmi una mappa delle “rilevanze umane”, definibili altresì come “punti focali della bellezza”. Si tratta di una planimetria mentale mutevole e semovente, composta dagli individui presenti in quell’ambiente che, per una loro peculiarità fisica o spirituale, risultano notevoli ai miei occhi.
Sia che lo stazionamento nel luogo di turno si protragga per diverso tempo, sia che si tratti di pochi attimi, l’atto di posare un momento lo sguardo su uno di questi punti focali, reca conforto, è una boccata di positività energetica.

Pare che la geografia non riscuota più tanto rispetto ultimamente, soprattutto come materia scolastica. E pare succeda nella candida illusione che in un’epoca ormai coperta per bene dal tettuccio satellitare della capanna dello zio Tom Tom, ogni questione di “orientamento” possa considerarsi superflua e superata. Peccato che venga trascurato spesso un piccolo particolare: ossia che la geografia, ancor prima di una questione spaziale, è tema di ampia pertinenza dell’immaginario e, per estensione, della progettualità dell’uomo.
Fra gli antichi ricordi di scuola conservati fra una sinapsi e l’altra, rispolvero una frase che mi colpì intensamente all’epoca in cui me la ritrovai nera su bianco sulle pagine di un libro di cui ormai mi sfugge sfortunatamente il titolo. La frase recitava più o meno così: «…La carta geografica costituisce sempre una metafora dei rapporti di potere in gioco in una data società…».
Ecco, depurando la debita quota di tara che un simile concetto deve rendere ad una certa influenza barbonesca da Treviri (leggi “il vecchio Carletto Marx”), è innegabile l’indubbio fascino intellettuale che deriva da questo ragionamento.
La geografia è fatta soprattutto di interpretazione qualitativa di un territorio, esprime il mondo così come lo si vuole vedere e non ne è mai una fotografia fedele ed oggettiva. Di più: l’istinto di formare mappe di ogni genere è insito nell’animo umano, forse con la stessa pervicacia con la quale vi sono insiti l’istinto di giocare e di tendere alla gioia.
Da questo punto di vista, ogni nostra giornata può essere considerata come una sequenza di momenti che ci vedono impegnati a creare mappe.
Creiamo mappe dei nostri luoghi di frequentazione quotidiana, anche se ne conosciamo gli spazi talmente bene che ci potremmo camminare ad occhi chiusi. Perché una mappa è un insieme di valori cangianti, una distribuzione di punti nei quali si focalizzano energie esistenziali, che a seconda di quanto dobbiamo o ci aspettiamo di fare in un determinato giorno, assumono significati differenti e fanno maturare aspettative ogni volta variabili.
Creiamo mappe dei nostri spostamenti esterni, prevedendo, pianificando, considerando ostacoli e elementi di facilitazioni dei percorsi che ci prefiggiamo di coprire.
Creiamo mappe del nostro tempo presente, quantificandolo e qualificandolo nella mente, per ottimizzarlo e farlo fruttare al meglio.
Creiamo mappe del nostro tempo passato, perché andiamo di continuo a ripescare episodi già vissuti, simili a quelli che stiamo vivendo, per orientarci in un continuo aggiustamento di rotta che cerca di alimentarsi dal differenziale di polarità “ieri-oggi”.

Insomma, non ci muoviamo praticamente mai senza aver abbozzato una mappa, pur anche per grandi linee. Comprese mappe all’apparenza meno utili di quelle che ho citato finora. Come la mappa delle “rilevanze umane”, o “punti focali della bellezza”, che citavo all’inizio. Questa mappa mi viene quasi spontaneo crearmela sul posto di lavoro. Ne sono capoluoghi e “centri abitati affettivi” i tanti personaggi nei quali mi imbatto quotidianamente: là il sorriso di una persona che conosco solo a livello di saluto, ma all’incontro sa sempre essere radiosa; qui la presenza aggraziata dietro la scrivania posta a qualche metro dalla mia; là il profilo di un volto familiare, una fronte, delle ciglia, un naso, una chioma fluente che gradualmente si è imparato a vedere come parti integranti del disegno di una certa parte della giornata; qui la voce nota e rassicurante di un collega che risuona confortevole nella sua rituale e consueta sonorità.
Sono anche questi piccoli dettagli che ti fanno sentire parte del territorio umano in cui ti riconosci. E sapere di poterli ritrovare puntuali sulla mappa delle tue giornate rende queste ultime meno disorientanti, le colora dei punti cardinali del valore umano in cui ciascuno ha bisogno di muoversi.

lunedì 12 gennaio 2009

Ah…socialità…già

(Fotomontaggio di Gillipixel)

L’asocialità è un po’ come una droga. Maggiori quantità ne assumi e più l’assuefazione sale. Almeno, a me succede una cosa del genere (ma non preoccupatevi: non è roba contagiosa e capita solo ai suonati più gravi, tipo me).
So che non è il migliore degli atteggiamenti. Per quanto sta nelle mie forze, cerco di combattere per contrastare la dipendenza. Uno straccio di vita sociale lo tengo in vita, gli faccio il massaggio cardiaco e la respirazione artificiale sforzandomi di vedere qualcuno ogni tanto. Ma i frangenti del vivere poi ti blandiscono, alla fine non ci puoi fare più di tanto e ricadi nel tunnel.
Se sto alcuni giorni vedendo poca o nulla gente (com’è successo di recente, durante alcuni giorni di ferie), tendo ad adagiarmi nella mia presunta autosufficienza spirituale. L’illusione del “bastare a se stessi” si fa intensa. La cappa del focolare della completezza interiore si mette a tirare che è una meraviglia e bastano quei pochi visi noti presi nelle giuste dosi familiari ed amicali, per tenere sempre accesa la brace di una parvenza sociale, come contrappunto giustificativo. Un promemoria per non scordare che fai ancora parte del genere umano. Perché a volte, fosse per quello che mi consta, mi sento proprio calato in una nuova specie della quale sono l’unico rappresentante sopravvissuto sulla terra, nonché l’unico prototipo del quale sia mai stato avvistato esemplare scientificamente riconosciuto.
Che ne so, forse il Gillipixesius Humoralis Solipsistick…oppure il Pixeloidus Gilliformis Se Ipsum Manu Turbantis…
Un tempo, constatare questa cosa dentro di me mi faceva spavento. Nei caotici passaggi dell’adolescenza, soprattutto, quando l’impressione di essere una bestia rara sul procinto di estinguersi era un tratto comune di quasi tutte le giornate.
Ricordo in particolare un ritorno a scuola dalle vacanze natalizie, al tempo dei primi anni del liceo. La sensazione estraniante provata in quell’occasione fu talmente intensa da lasciarmi turbato in misura abnorme. A rivedere i compagni di classe, i professori, un po’ tutto l’arredo vivente della scuola insomma, mi sentivo come messo fra 10 parentesi che mi trasponevano in un’umanità esclusiva tutta mia, remotissima da quella altrui. Fluttuavo in una bolla isolata, solo in mezzo a tanti, ed ogni contatto con gli altri era pur sempre un parlare od esprimersi nella maniera più normale, ma lo percepivo scaturire da me come un boccheggiare e un gesticolare vano, lontano milioni di anni luce dall’eventualità di essere decodificato dall’esterno.

Una reminiscenza di quelle sensazioni me l’ha riservata il ritorno al lavoro stamattina. Sono arrivato in città ben foderato di “campagnolflex”, un materiale dal fortissimo potere isolante contro ogni tipo di relazione umana, roba che cinque spanne di poliuretano non sono niente.
Ma mi sono reso conto che ormai molte cose sono cambiate. Ormai sono invecchiato, non sono più quell’inflessibile professionista dell’introversione di un tempo. Un asso ero all’epoca, il Barone Rosso dell’asocialità.
Adesso, sì, la mia essenza rimane e non la posso tradire, certo, ma son divenuto un modesto pilota dell’Alitalia, per di più in fase di transizione “CAI - AirFrance"..."…che - la - riforma - della - Giustizia - si - fa – con - o - senza – minoranza – e - l’Italia - è - stretta - nella - morsa - del – gelo -…”.
Soprattutto non mi fa più tanto paura essere così. Ed averne meno paura mi aiuta anche ad essere meno così. Sapere che l’asocialità è nella mia essenza, e che non devo cercare di cambiarla incamminandomi inutilmente per vie comportamentali che non mi sono consone, paradossalmente mi aiuta a vedermi meno diverso e singolare, meno bestia rara, e come conseguenza mi dà una mano ad aprirmi di più verso gli altri, perché (citando la celeberrima invettiva rivolta da “Bambino-Bud Spencer” al fratello “Trinità-Terence Hill”, per redarguirlo circa il suo bizzarro modo di stare in sella) in questa ottica acquisita con l’esperienza degli anni, mi sento visto dagli altri non più come un alieno lontano tre mondi e due universi, bensì come un semplice, comunissimo, “bastardo qualsiasi”.