mercoledì 28 novembre 2018

martedì 27 novembre 2018

Errare suinum ovest


Cirri su Rocca
Roridi di rosa
In riverberi rari
D’un pre-dicembrino
miraggio
Stratificato a gradi
Con brilli e con trilli
Su lembi di nembi
Rallegranti sino ai lombi
Trasparenze cerulee
Affettate in tinta suina
Solidale di festosa eco
Nello strascico
D’orgoglio paesano
D’un luogo
Agli occhi spesso in salita
Ma a guardarlo
Talvolta
Con cuore e sorpresa
Ti stupisce improvviso
D’una luce in discesa


lunedì 26 novembre 2018


Masters in the shadow



[Piccolo omaggio al “Gusto Puro della Chiacchiera Inutile Fatta in Piazza”, una dimensione del vivere che dovrebbe essere tutelata dall'UNESCO come valore assoluto del patrimonio culturale immateriale dell'umanità]

*******

I “maestri nell’ombra” sono fini dicitori, eleganti abitatori della parola, soprattutto quella dialettale.

Con loro puoi trascorrere intere mezze mattinate o pomeriggi in piazza, visitando i territori della libera chiacchiera indirizzata al puro “non so dove” argomentativo, e ritrovarti di colpo calato nel paesaggio della più preziosa inutilità colloquiale.

Sanno ospitarti nei locali confortevoli del loro “dire”, gradevole e ricco di spunti di fantasia, mentre tutt’intorno viene sera (o mezzogiorno), che il tempo sembrava quasi essersi messo in sospeso per propria spontanea volontà.

Lo sconfinamento oltre i confini del regno del surreale è spesso la naturale conseguenza di questo vagabondaggio fra le parole.

Un “maestro nell’ombra” può ad un tratto venirsene fuori con questo improvviso lampo di verità non comprovata, ma empiricamente esperita:

“…Da quànda am sŏŋ vià a mangià màl, li vùlti ch’a mangi ben, a stàgh màl….” (“…Da quando mi sono abituato a mangiar male, le volte che mangio bene, sto male…”).

E a te non resta altro che prendere atto della micro-semi-genialità inversa a cui sei appena stato messo di fronte.

Poi l’occhio cade su un cartello curioso, molto importante nella sua funzione di tutela della sicurezza…ma il “rullo schiaccia-senso” della sfrenata e giocosa idiozia “paroliera” è ormai avviato e non si può fermare.

Allora, nella bacata e demenziale immaginazione “chiacchieratoria” in cui si è pienamente calati fino ai verbi e agli aggettivi, quel cartello si tramuta nell’invito a considerare l'eventualità di recarsi in una non meglio specificata località detta “FUGA”.

Al che domando: “…Maestro…sìt sicür che ind’l’ültma parola, i’àbian mia sbaglià ‘na létra?...” (“…Maestro…sei sicuro che nell'ultima parola, non abbiano sbagliato una lettera?...).

“…Partròp a sŏŋ sicür…” è l’inevitabile risposta “…se no in piàsa agh sarés metà ad la gént…” (“…Purtroppo sono sicuro, se no in piazza ci sarebbe metà della gente…”).

E così alla fine, mentre un paio di mezz’orette sono passate, inghiottite dalla piacevolezza del non tempo assoluto, è giunto il momento di darsi l’arrivederci al prossimo a-risentirci:

“…Maestro, at salöt…” (“…Maestro, ti saluto…”)

“…Ciao, at salöt ànca me…” mi fa a sua volta, “…e ricorda una cosa: sono sempre i peggiori che se ne restano…”.

venerdì 23 novembre 2018

giovedì 22 novembre 2018

mercoledì 21 novembre 2018

martedì 20 novembre 2018

At ghè ragiŏŋ…cù èt dét?




Un lomparuolo deploitava con molvico disbutto la clopitevole giumazione del flubbo.

Non essendo spignofoliato a siffatti speppaborghi sumilionici, costrinse il mappo godefratto a sperofognare il ghembo.

Non l’avesse mai sperofognato!

Ne derivarono sielli, mordibuffi, e spignoforiami gipici. Con l’aggravante di sumerfoli sgigoposbiali e mummarevoli sepischiagofici.

Per un intero scevolo fu esarbicato a lestofare bispoli, senza tener conto del magniloflumine esgarbuolo di emerganzità residua.

Chi la sieve la sbombi, dice il golpervio, che non si frubba il perscaruolo se non fuori di boriaccia.

E tutto il resto è pimfogioia…


giovedì 15 novembre 2018

Bimaroneide


Nell’antico regno di Bimaronia, vivevano in lieta prosperità due tribù.

La tribù dei Godifrutti aveva stabilito il proprio villaggio sotto le maestose fronde di un albero secolare.

Allo stesso modo, si era accasata poco lontano la tribù dei Floriligi, all’ombra di un altro vetusto mastodonte vegetale.

Sull'albero dei Godifrutti, spuntavano tutto l’anno delle succulente bacche molto gustose. Avevano la particolarità di cambiare sapore ad ogni stagione, e nel momento della maturazione, emettendo un lieve “pop”, si staccavano dai rami in una delicata pioggia esplosiva, planando dolcemente davanti alle capanne del villaggio.

Sull’albero dei Floriligi sbocciavano invece tutto l'anno meravigliosi fiori dagli stupefacenti colori. Anche questi fiori, dopo un buon periodo a far bella mostra di sé lassù, sfidando la tavolozza dell’arcobaleno, si staccavano dalle fronde con un armonioso “sbuff”. Vorticavano a milioni nell’aria e si depositavano gentili a terra, a disposizione dei Floriligi.

Sì, perché anche i fiori di quell'albero erano buoni da mangiare, e in base alla tonalità del manto dei loro petali, cangiante a ogni mutar di stagione, il gusto al palato dei Floriligi cambiava ogni volta.
Floriligi e Godifrutti vivevano in armonia, orgogliosi dei loro rispettivi alberi. I rapporti di vicinato erano ottimi, le visite nel villaggio altrui erano frequenti e cordiali.

Si era scoperto che le bacche del primo albero raddoppiavano in bontà, se mangiate col condimento dei fiori del secondo. Questo rese ancor più intensa l’amicizia fra i due villaggi, che si scambiavano fiori e bacche durante i giorni della festa degli “sbuff”, o della sagra dei “pop”.

Nessuno aveva mai capito se ciascuno degli alberi avesse un termine, là in alto verso la cima, perché le chiome parevano innalzarsi all’infinito, a bucare le nuvole nei giorni meno assolati, o a grattare i piedi dell’azzurro, quando l’aria era limpida e perfettamente tersa.

Su entrambi gli alberi si posavano di buon grado stormi numerosi di Sleppobeffi, graziosi uccellini viola dal becco giallo, che facevano la spola da un villaggio all’altro, quasi un simbolo svolazzante della fraternità fra le due tribù.

Forse solo gli Sleppobeffi, il cui volo poteva sfidare le più ardite distanze in altezza, sapevano se i due alberi avevano o no una fine sulla punta. Ma non lo rivelarono mai a nessuno. E d'altra parte, né i Godifrutti, né i Floriligi glielo chiesero mai.

Trascorsero molte generazioni di florida serenità per i due villaggi, fino a quando entrambe le tribù si ritrovarono come capi due giovani baldanzosi, dal carattere irruente.

Compe Tizio guidava i Godifrutti, mentre Iperatt Ivo stava alla testa dei Floriligi.

I due nuovi capi villaggio sostenevano la rivoluzionaria teoria secondo la quale non si doveva più attendere la naturale caduta di bacche e fiori. Si poteva e si doveva invece passare al taglio dei rami più bassi, per accelerare i raccolti, aumentando sempre più il benessere.

I primi tentativi furono goffi, perché gli sprovveduti boscaioli improvvisati segavano il ramo stando seduti dalla parte più lontana, frapponendo il taglio fra sé e il tronco.

Questo causò iniziali piogge a “sbuff” e “pop” di gran coglioni matricolati a scroscio sopra i tetti delle capanne, che per fortuna erano fatti di soffici strati di migliaia di foglie, sufficientemente morbidi da attutire le cadute.

Una volta però affinata la tecnica, rami, bacche, foglie e fiori cominciarono a piovere per volontà dell’uomo, senza più sottostare ai ritmi del tempo.
Dapprima ci si limitava ai rami più bassi, ma vedendo che il metodo funzionava in modo così evidente, si passò a segare più su, e poi ancora su, e più in alto dell’alto.

Timide minoranze di Floriligi e Godifrutti protestavano che in quel modo lo spettacolo delle fioriture e del rigoglio di bacche diventava sempre più lontano da vedere, mentre la dolce musica dei pop e sbuff si sentiva ormai a malapena, solamente tendendo l’orecchio nel silenzio assoluto.

D’accordo, c’era stato un arricchimento nelle cose, ma si era perduto molto in immagini e fantasia.

Simili fioche obiezioni da nostalgici, venivano però spianate dal rullo della nuova parola d'ordine: segare sempre più rami, salendo sempre più su. L’altezza spropositata a perdita d’occhio delle due cime sarebbe stata garanzia di raccolti abbondanti a non finire.

E così si proseguì, sulle ali di un’entusiastica foga “segatoria”…fino al fatale giorno in cui i fusti dei due alberi, indeboliti dal continuo rosichio, non ressero più il peso delle piante, che rovinarono sconsolatamente al suolo.

L’albero dei Godifrutti crollò sopra il villaggio dei Floriligi, e viceversa, quello dei Floriligi precipitò fra le capanne dei Godifrutti.

Per fortuna nessuno rimase sotto il peso dei tronchi, ormai così assottigliati nella parte bassa, da cadere con precisione lungo i corsi principali di ciascun villaggio, senza toccare una capanna.

Magra consolazione, sottolineata anche da un nugolo impetuoso di Sleppobeffi infuriati, che per la prima volta nella storia, svolazzarono in un vasto stormo dispettoso sopra le teste delle sbalordite tribù, cagando a più non posso una copiosa nemesi merdosa dal greve puzzo pedagogico.

mercoledì 14 novembre 2018

Dròch e i suoi fratelli


Chi vuol bene alla zia, ama anche l’etimologia!

Mi sono permesso di iniziare in modo scherzoso, per parlare di una disciplina che ho sempre trovato molto affascinante.

L’etimologia, appunto.

Come saprete, secondo la definizione ufficiale, si tratta della scienza impegnata nello studio dell’origine delle parole.

Per rendere meglio conto della bellezza della cosa, però, possiamo vedere l’etimologia come una sorta di attività d’indagine, indirizzata alla ricerca del cuore delle parole, del loro senso più intimo.

Dietro i modi di dire ci sono sempre dei modi di pensare. L’etimologia, in senso più ampio e complesso, consiste dunque nel ripercorrere a ritroso la lunga avventura del pensare umano, in ragione di come quest'ultimo si è dipanato sotto forma di parole.

Ad essere precisi, quando l’etimologia fa questo scatto di qualità, dovrebbe essere chiamata più propriamente “ermeneutica”.

Non è chiara l’origine di questo termine prezioso, traducibile con “arte dell’interpretazione”.

Ma per molti studiosi, nella parola “ermeneutica” sarebbe contenuto un evidente riferimento al dio greco Hermes, il messaggero degli dei, incaricato di fare da “traduttore” (per così dire) di quanto la divinità intendeva dire agli uomini.

Da qui deriva una straordinaria considerazione: nel nucleo più remoto delle parole, starebbe nascosta l’antica contrattazione giocata fra umano e divino nell’intento di scoprire e definire il senso del mondo.

Attenzione, questo non c'entra nulla con la fede o con le varie confessioni religiose.

Ha invece antropologicamente a che fare con il mistero dell’universo e della vita, che l’uomo primitivo, iniziando per le prime volte a nominare le cose, cercava in qualche modo di domare, contenere e forse sperava di dominare.

Non sarà un caso che, in tutt’altra tradizione culturale, quella ebraica, il vangelo di san Giovanni inizi niente meno che in questa maniera:
“…In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio…”.

Ma com'è che sono finito a parlare di tutti questi argomenti?

Vi farà ridere, ma in realtà volevo soltanto raccontarvi qualcosa riguardo a un buffo termine dialettale e su un piccolo esperimento ermeneutico che ho provato a praticare su tale parola.

La paroletta in questione me l’ha ricordata di recente un caro amico, ed è “dròch”.

Di solito compare in abbinamento al verbo “dare”, in espressioni tipo “dàgh un dròch” (letteralmente: “dagli un drocco”), e sta a indicare un’esortazione a svolgere un certo lavoro affrettando la conclusione, senza curarsi troppo dei dettagli o delle rifiniture.

La parola è curiosa e di per sé merita attenzione, ma senza conoscerne l’origine si rimane un po' come sul più bello di una storia, di cui non ci venga raccontato il seguito.

In mancanza di etimologie sicure (che col dialetto sono ancor più difficili da ricostruire), riguardo a “dròch” mi sono creato una mia piccola ipotesi.

Per assonanza, mi sono ricordato l'esistenza di un altro termine dialettale piuttosto strano: “drucà”.
Lo sentivo dire più che altro da bambino, spietatamente riferito a persone che, per un motivo o per l’altro, presentavano limitazioni fisiche tali da rendere difficili i movimenti.

“L’è drucà” voleva dunque dire “è malandato fisicamente”.

Qui l’aggancio alla possibile etimologia mi è sembrato più immediato. In una terra in cui è alquanto assodata la familiarità con la parola “rocca” e con tutte le guerresche operazioni medievali di assalto e tentativi di distruzione della medesima, mi è parso naturale vedere nascosto nel dialettale “drucà”, l’italiano “diroccato”.

Mi sono chiesto se fra “dròch” e “diroccato” poteva esserci un nesso.

Forse “dàgh un dròch” (“dagli un drocco”), tradotto alla lettera potrebbe funzionare meglio con “dagli un dirocco”?

Si riferirebbe a un modo di terminare le cose così sbrigativo e grossolano, simile a quanto si richiede nelle operazioni necessarie a diroccare una rocca?

Non lo so. Forse il tutto potrà suonare un po' forzato, ma a volte con l'etimologia e con l’ermeneutica, la cosa importante, più del risultato ottenuto, è il divertimento gustato lungo il percorso fatto.

Mi sento allora di consigliarvele. Se vi capita, frequentate l’ermeneutica, praticate sani esercizi di etimologia.

Sono attività buone per la mente e costano anche poco. Molto meno che drogarsi, ad esempio...

martedì 13 novembre 2018

Anti-comfortably numb


L’idea di anticonformismo è materia da trattare con grande cautela e, allo stesso tempo, un tema piuttosto interessante su cui riflettere.

Magari ce ne potremmo altamente fregare di un’idea, qualcuno obietterà, e continuare a vivere come sempre. Cosa sarà mai? Per un’idea…

D'accordo. Se non fosse che le idee influenzano i comportamenti e l'atteggiamento della gente. E con la gente, dobbiamo averci a che fare tutti. Ogni giorno. Essendo tra l'altro ciascuno di noi a sua volta “gente” per qualcun altro.

Come sempre, quando si tratta di idee, tutto è retto dalla imponente impalcatura della filosofia.

Nell’antica Grecia, culla della nostra tradizione filosofica, dopo il fulgido periodo dei grandi sistemi di Platone e Aristotele, si visse una fase di crisi del pensiero.

Il “dubbio” venne assunto come guida principale del ragionare, fino a diventare “sistematico” con gli Scettici, esponenti di una scuola filosofica che reputava lecito dubitare sempre e in ogni caso, di tutto.

“…Non esiste nessuna verità…” proclamavano incautamente gli Scettici, senza infatti rendersi conto che se nulla è vero, doveva essere “non vero” anche ciò che loro dicevano.

Gli Scettici mettevano il piede nella tagliola da loro stessi posata nel sottobosco del pensiero.

Simili attorcigliamenti logici capitano anche con la questione dell’anticonformismo e della trasgressione.

Viene infatti da chiedersi: oggi è più trasgressivo quel tizio che sniffa cocaina e tira al mattino sovraccarico come un Tir pieno di lingotti di ghisa, o quell’altro che si addormenta il sabato sera alle dieci in poltrona, con un libro in mano e il gatto sulle ginocchia?

Osservando il tema da altre prospettive: sono strepitosamente ridicoli certi spot, ad esempio di automobili, che fanno leva sul senso di esclusività, distinzione, e originalità, di cui godrai una volta venuto in possesso di questo o quell'altro modello di quattroruote.

Esclusività garantita a te, e a milioni di altri che abboccheranno, e che poi tutti insieme, si ritroveranno “come le star”, esclusivamente a bordo del loro esclusivo modello, a tirarsi degli esclusivi “cancheri” a vicenda, imbottigliati in un esclusivo ingorgo metropolitano.

Da questi rapidi cenni faceti, deduciamo come, a mandare in crisi i paradigmi dell’anticonformismo e della trasgressione, sia stato proprio l’avvento moderno di modi di vivere continuamente calati nella dimensione di massa.

Oggi Jim Morrison e Sid Vicious si sballerebbero con la tempestina in brodo di dado, vedendo in giro quanti drogati ci sono.

Tutto questo, non per mettere in piedi la solita ritrita invettiva in lode dei bei tempi andati.
La società di massa ha il suo fascino e tanti aspetti positivi.

Ma è importante, a mio avviso, conservare la capacità di “tirarsi ogni tanto di lato”, rispetto alle situazioni in cui siamo calati, e osservarle come se le stesse vivendo un altro.

Di colpo, ne coglieremo tutto il ridicolo, le stonature e gli stridori del paradosso. E un tocco di sana ironia ci aiuterà poi a correggere la rotta, nella consapevolezza permanente della nostra imperfezione “militante”.

E se ve lo dico da uno dei pulpiti “più di massa” che oggi si possano immaginare, ossia una pagina Facebook, forse, ma  forse, vi potete davvero fidare.



lunedì 12 novembre 2018

Rutti postmoderni


Con un'immagine suggestiva, potremmo paragonare il linguaggio che parliamo, a un paesaggio in cui ci ritroviamo a vivere.

Non ci vorrà allora un esperto di urbanistica per cogliere un’interessante similitudine fra le due dimensioni.

Gli ambienti di vita, le case, i quartieri, i paesi, le città, solitamente risultano più gradevoli da abitare e ricchi di fascino, quando hanno avuto modo di caricarsi di significati nel tempo, in maniera graduale, per lenta stratificazione.

Un borgo medievale ci concilia con la nostra sensibilità e con la propensione al bello, molto più di quanto non sappia fare una via piena di capannoni in un quartiere industriale.

Qualcosa di simile succede anche con le parole. Quelle che si sono formate lentamente, modellate dall'esperienza parlata quotidiana, di solito contengono una forza evocativa più vasta, un’energia maggiore, un’ampia capacità di trasportare con sé significati e sfumature di senso.

Sul fronte opposto, si formano talvolta certe “parole-capannone”, nate dall’oggi al domani, perlopiù nell’ambito del linguaggio tecnologico, che quando va bene suonano un po' fredde e legnose.

E sottolineo “quando va bene”. Perché nei casi più infelici, sono delle vere e proprie schifezze. “Abusi linguistici” che nemmeno il più generoso condono riuscirebbe a sanare.

Mi è capitato di sentirne una di recente, che ho trovato di una bruttezza veramente spettacolare. L'hanno detta in tv, e tra l’altro ho rischiato pure grosso, dato che nel mentre stavo mangiando.

Spero che siate a stomaco leggero, perché leggendo questa parola si rischia il rigetto post-prandiale senza appello.

La parola è “bio-digestore”.

Se siete riusciti a reprimere i conati (immagino molto a fatica), proseguo col mio discorso.

Con questa sgraziata, e disgraziata, parola, viene indicato un impianto per la trasformazione di rifiuti organici in biogas.

Ora, capisco la necessità di sintesi e di una terminologia pratica per capirsi velocemente nelle questioni tecniche. Ma c'era davvero bisogno di escogitare questa sguaiata "perla”?

Personalmente, il “bio-digestore” mi ha evocato una serie di immagini sparpagliate fra il comico, il grottesco e l'inquietante.

La prima cosa pensata è stata una squillante bestemmia, magari sparata in un gruppo di vecchietti seduti all’osteria a farsi una briscola: “...Ma bio digestore!!! Pudévat mia calà al fümóŋ?...” (“…non potevi calare l’asse di bastoni?!?!?!...”).

Il “Bio-digestore” può farci precipitare anche in atmosfere apocalittiche stile “Blade runner” o “Matrix”, col mondo trasformato in un enorme stomaco globale che si sta auto-digerendo, sino alla tremenda soluzione finale della gran scoreggia galattica totale.

Sì, perché poi, a ben guardare, chi ha concepito questo gioiello di parola ha anche un po' ciurlato nel manico.

Ci depista attirando l’attenzione sulla fase digestiva di tutto il processo, ma se l’obiettivo conclusivo è la produzione di gas, era un altro il passaggio da mettere in rilievo.

Invece di “bio-digestore”, se davvero volevano essere tecnicamente coerenti, avrebbero dunque dovuto chiamarlo, ad esempio, “flatulone”, “air-fart-one”, “gran petoforo”, o “scoreggificio”.

Insomma, per tornare un po' seri (ma non troppo), lo chiamino pure “bio-digestore”, oppure Pink Floydianamente “The Great fart in the sky”, ma il punto focale rimane il nostro sacrosanto diritto di difenderci dalla bruttezza.

Usare parole brutte è un po' come subire la bruttezza dei luoghi. Anzi, si diventa quasi complici dell’abbruttimento.

Così come pretendiamo giustamente la tutela ambientale, dovremmo esigere anche una tutela linguistica.

Certo, creare bellezza è prerogativa forse riservata soltanto agli artisti. Ma sforzarsi di far sì che almeno non aumenti la bruttezza, credo sia più alla portata di tutti.

Magari partendo da piccole cose. Tipo rifiutarsi di digerire astruserie indigeste come la parola “bio-digestore”.


venerdì 9 novembre 2018

Come se


Ogni mattina rinasciamo al mondo partoriti ancora una volta dal ventre caldo e buio della notte, gli occhi appiccicati nello strascico amniotico di qualche sogno liquido, ci destreggiamo inconsapevoli fra incombenze primordiali, galleggiando nel neonato oblio pre-civilizzato, sgravandoci della scoria mal aulente di una coscienza tornata infante in corpo adulto, mentre cresce la luce nel cielo quasi ripercorrendo nuovi anni dell’asilo, e una fresca energia di ore ancora bambine accompagna gesti e pensieri mattutini, fino a quando il mezzogiorno ci coglie nel fulgore pieno degli appetiti giovanili, subito seguiti dai dubbiosi ripensamenti sul primo adolescenziale meriggio, così ci addentriamo in altri minuti-giorno, inoltrati sempre più nella matura conoscenza di sé, verso la pienezza preserale, giunta ad avvolgerci della soddisfazione di sguardi lanciati alle spalle dall’alto di un edificio del nostro tempo ormai ben costruito, con finiture cronologiche di pregio intimo, gronde generose di amicizie coltivate, balconi aggettanti sul buio dell’imbrunire incipiente a velare d’ombre buone un panorama di cose disseminate lungo il paesaggio trascorso, quando il velo di pece della notte ci riaccoglie rassicurante in quello scenario calmo dove di buon grado andiamo nuovamente a riporre fervidi sogni di rinascita nell'indomani ciclico, seduti sulla cui sella già riassaporiamo il gusto di pedalare verso rinnovati stupori ripetitivi nel loro cangiante meravigliarci del dono portentoso di una noia vivifica perché sempre uguale nel suo incessante diversificarsi, come semenza dormiente a macerarsi placida sotto la coltre di un sonno agricoltore, da cui germineremo ancora, nuovo brandello di futuro lungo altre ventiquattro ore.

martedì 6 novembre 2018

Le lezioni del professor Lenzuolo


Alzi la mano chi non conosce Jackson Pollock.

Va beh, tirate pure giù. Cerco di raccontarvelo un po' io, per quello che ne so.

Non perché mi ritenga chissà quale gran sapientone. È solo che, di recente, ho avuto l'occasione di “ascoltare” una lezione sull’argomento, tenuta niente meno che dal lenzuolo del mio letto. Mi piacerebbe riferirvi cosa mi ha spiegato.

Lo so, vi stanno già fremendo le dita in maniera spasmodica, dalla voglia matta di chiamare la neuro. Ma se avete solo qualche attimo di pazienza, magari dopo vi ricrederete.

Jackson Pollock (1912-1956), americano, è stato uno dei più influenti e significativi pittori della storia moderna dell'arte.

Anche se le quotazioni di mercato sono tutt'altra faccenda rispetto al valore artistico, basti pensare che una sua opera del 1948, intitolata “No. 5” (“Number Five”, 2.4 m × 1.2 m), è stata venduta all’asta nel 2006 per 140 milioni di dollari. Nei cinque anni successivi, fino al 2011, la cifra più alta di sempre pagata per un quadro.

Il “problema” che molti hanno con Pollock è come dipingeva: sia per il metodo, sia per gli esiti.

Chi ha poca familiarità con l’evoluzione del linguaggio dell’arte negli ultimi decenni, potrebbe vedere nei suoi lavori nient'altro che un caotico miscuglio di colori lanciati a casaccio sul supporto pittorico.

I più rozzi ancora, parlerebbero di indefinibili “sbordacciate” (sbrodolate), poco diverse dallo stato in cui si ritrova il pezzo di cartone, messo sotto dall’imbianchino per non sporcare il pavimento, quando ha terminato di dare un paio di mani al nostro soggiorno o alla cucina.

In effetti Pollock lavorava in modo non tanto diverso. Ci sono anche interessanti filmati che lo ritraggono all’opera.

Posava a terra un grosso pannello rigido, fatto di una dura fibra di cartone detta “fiberboard”. Con una latta di vernice in una mano e il pennello nell'altra, iniziava a girare intorno al piano, facendovi cadere sopra ampie sgocciolate di colore.

Questa curiosa tecnica venne definita non a caso “dripping painting” (“pittura per sgocciolamento”), a sua volta specificazione particolare della “action painting” (“pittura d’azione”, o meglio ancora “astrazione gestuale”).

“Sgocciolamento” e “azione” sono le due parole fondamentali.

Come forse per nessun altro artista, è stato molto importante che la realizzazione di una qualche opera di Pollock sia stata fermata in tempo reale dalla cinepresa.

Simile a uno sciamano in preda alla trance creativa, lo si vede “danzare” sopra l’opera, lasciando cadere le sue gentili frustate di colore.

L’obiettivo di tale fare artistico, si condensava tutto nel rendere testimonianza a dei gesti,  fermandoli con tracce concrete. Erano “gesti dipinti”, quelli ottenuti alla fine.

Dove sta il senso di tutto ciò?

Ovviamente, avete a disposizione tutti i libri di storia dell’arte immaginabili, per approfondirlo. Ma a me stava a cuore riferire quanto ho imparato dal mio lenzuolo.

Al mattino, quando tiro indietro le coperte dal letto per arieggiare un po', mi affascina sempre il modo in cui il lenzuolo disegna schemi casuali sul piano del materasso.

Sono forme che non hanno alcun significato, eppure a modo loro, ne suggeriscono molti.
Composizioni spontanee che evocano una specie di “caos controllato”, un disordine armonico.

A volte non posso fare a meno di tentare qualche scatto fotografico, perché quel “disegno non disegnato” mi sembra suggestivo più che mai.

Ed è stato a questo punto che ho compreso meglio Pollock. Il fatto di usare il cellulare per fotografare, ha aiutato molto.

Alzando o abbassando l’apparecchio, per escludere o comprendere nell’inquadratura quella certa piega della stoffa, quel punto d’ombra, oppure quella striscia più luminosa, stavo facendo un'operazione molto simile al “dare pennellate” del pittore americano.

In un modo o nell'altro, stavo cercando di trovare un senso al caos. Ecco il cuore del mistero di tutta l'intenzionalità espressiva di Pollock.

Chino sulla sua opera, spostandosi lungo traiettorie dettate dalla sensibilità del momento e dosando le pennellate secondo uno schema molto più istintuale che ragionato, Pollock faceva “filosofia dipinta”.

Cercava la risposta a un interrogativo esistenziale antico come gli uomini: perché in questo gran guazzabuglio incomprensibile che è l’universo, solo a noi sembra di cogliere un senso, che purtuttavia si mantiene sempre sfuggente e beffardamente inafferrabile?

Ora, detto questo, sono sicuro che rimarrà sempre chi salterà su dicendo: ma un quadro di Pollock lo saprei fare anche io!

Bene. Vai dal ferramenta, procurati latte di colori assortiti, pennelli e pannello. Torna a casa, fai il tuo Pollock. Poi corri a Londra e presentati alla casa d’aste Christie’s. Proponi la tua opera.

Se riesci a spuntare un solo penny in più, oltre al calcio nel culo che ti arriverà, sarò il primo io a pagarti da bere.

lunedì 5 novembre 2018

Facoltà di intendere e di volere...


I did on


Era da tanto tempo che non mi succedeva.
Ieri sera, sono arrivato a casa dopo una giornata intera passata in giro con indosso (ovviamente) le scarpe.

Appena le ho tolte, mi attendeva una sorpresa poco lusinghiera, ma abbastanza stravagante da risultare quasi simpatica: un alluce (“didón dal pé”) stava occhieggiando ribaldo oltre la cortina sfondata del calzino.

Questo buffo contrattempo mi ha innescato nella mente un effetto domino di ricordi antichi e curiose nuove considerazioni. Una cosa quasi degna (ma molto quasi) di Marcel Proust e della sua madeleine, il dolcetto riassaporato ormai in età matura dal grande scrittore francese, “motore gustativo” della memoria, per un'infinità di temi rievocati poi nel capolavoro “Alla ricerca del tempo perduto”.

Per tutto il periodo della scuola (direi dall’asilo fino al liceo, con qualche anarchico riflesso di fondo, prolungatosi fino a oggi), il gesto di tornare a mettersi le scarpe, e dunque le calze, a fine estate, ha sempre rappresentato una specie di linea di demarcazione emotiva.

Alle spalle, rimanevano la spensieratezza, la libertà e la leggerezza del clima vacanziero; di fronte, si profilavano il senso di responsabilità, i doveri e gli impegni seriosi, del nuovo periodo scolastico.
Proprio questo fatto, veniva intensamente invidiato da Tom Sawyer al folcloristico amico Huckleberry Finn: “…era sempre il primo ragazzo ad andare a piedi nudi in primavera e l'ultimo a rimettersi le scarpe in autunno…” [“Tom Sawyer” (1876) - Mark Twain].

Dall’inizio del periodo cittadino liceale, però, la faccenda del rimettersi le scarpe e le calze a estate finita, si legò indissolubilmente al rischio ricorrente di fare una “pozzettiana” figura “da paisàn” (ossia, da gran campagnolo matricolato).

Per prepararsi alle due ore di ginnastica settimanali, bisognava naturalmente cambiarsi calze e scarpe negli spogliatoi della palestra, sfoderando le “fette”.

Qui, forse solo chi è provvisto di un lungo piede affusolato con pronunciato alluce puntuto, potrà capire pienamente le proporzioni di questo tascabile “dramma” calzaturiero adolescenziale.

Certo, prima di partire, mi curavo sempre di scegliere il paio di calze più integro possibile.

Ma il calcagno di cotone o lana non era mai abbastanza indietro, non c’era mai stoffa sufficiente a contenere i “tallonamenti” selvaggi che si ripercuotevano in pericolose trazioni estreme, sul fronte opposto.

Così, non era mai esclusa la beffarda eventualità che, nel lungo tragitto in corriera, poi dalla pensilina dei bus a scuola, quindi da lì alla palestra, il ditone non avesse traforato la fragile membrana del tessuto, sempre in eterna tensione sotto l’irruenza dell’unghia insidiosa, e smaniosa di “addentare” in presa diretta la punta della scarpa, con la foga del rostro di una triremi romana.

Solo una volta, ricordo di aver tramutato questo continuo possibile “dramma” in un trionfo acclarato, compiendo un gesto di rivendicazione pura e piena di tutta la mia essenza campagnola al completo.

A casa, nel fine settimana prima, avevamo “mostato” (pigiato) l’uva coi piedi. Completate le varie incombenze “vinose”, andavo sempre fiero degli sfavillanti piedi viola con cui ti ritrovavi alla fine. Erano come onorevoli gradi conquistati sul campo di battaglia della “paesanità”.

La volta dopo, nello spogliatoio della palestra, non me ne fregava proprio più un bel nulla di eventuali calze bucate, ecc.

Anzi, ricordo che sfoderai con grande orgoglio tutto il fulgore agricolo delle mie capienti “flute” purpuree, tra lo stupore misto a ilarità degli altri ragazzi cittadini.

E…non ne sono sicuro ma, mentre mi sfilavo lentamente le calze, per assaporare meglio il gusto del momento, credo di aver anche sussurrato fra me e me: “…ma va a dà via’l cül!...”.

Un antico adagio popolare delle nostre terre, vagamente traducibile con la perifrasi: “…Ma vai ad offrire a nolo le tue virtù posteriori, al miglior offerente sulla piazza!...”.

domenica 4 novembre 2018

Antichi detti, moderni fatti


Mia zia era stata tanto tempo lontana dal paese, ma gli anni fondamentali della “formazione dialettale” li aveva vissuti qui.

“...Il linguaggio è la casa dell’essere…”, sosteneva il filosofo Martin Heidegger in una sua illuminante tesi (forse quella su cui si fonda il nucleo più genuino di tutto il suo pensiero).

Lo possiamo verificare quotidianamente, di persona: le parole sono la nostra abitazione più cara, perché nelle parole risiede il pensiero, e di conseguenza la personalità, l'identità e l'individualità di ciascuno.

Mia zia sapeva abitare il dialetto in modo molto elegante.

Non è un caso che un giorno la sentii pronunciare una delle frasi più belle da me mai sentite. Voglio dire, compresi tutti libri letti, i film visti, le poesie, le canzoni ascoltate, e così via.

Doveva essere una lontana frase detta dai nostri vecchi, ai tempi che furono, ma chissà quale ne era l’origine.

Suonava precisamente così:

 “…La meravilia dal mond la düra trì dé: ier, incö e admán…”

(“…La meraviglia del mondo dura tre giorni: ieri, oggi e domani…”).

Mantenendo ovviamente le debite proporzioni, questa frase mi aveva fatto, e mi fa ancora, l’impressione di quando si legge un’opera letteraria del passato di un certo spessore, e si pensa: “…Toh! Ma guarda…sembra proprio scritta oggi…”.

Le nostre parole hanno fatto il gran “San Martino” epocale e sono andate ad abitare in massa, come pigionanti, nel labirintico edificio di internet per lo più, oppure nell’affollato condominio televisivo (“San Martino” = trasloco).

Come naufraghi dispersi fra i marosi dell'informazione, ci aggrappiamo alla zattera degli smartphone, dei pc, dei tablet, degli schermi full Hd.

La meraviglia di un’ondata di notizie ricevuta nei denti ieri, lascia ancora qualche sentore di salsedine in bocca oggi, ma già si smorza sull’orizzonte del domani, ormai ridotta a una lieve increspatura impercettibile sul pelo dell'acqua della consapevolezza.

Soprattutto in questo caso, non vale un bel nulla ripararsi nella cambusa del “andava meglio quando andava peggio”.

Se anche i nostri bisnonni avevano già capito che un certo tipo di meraviglia e di scalpore ha una data di scadenza, incalzante tambureggiando, come quella impressa sul cartone di un litro di latte fresco, vuol dire che probabilmente la natura dell’uomo non cambia così tanto, attraversando i vasti mari delle diverse circostanze storiche.

Se poi ogni tanto, si sente proprio il bisogno di posare i piedi sulla terra ferma, per una tregua dal senso incipiente di mal di mare patito fra gli sballottamenti della burrasca mass-mediatica (nella quale pure ci piace avventurarci), allora abbiamo a disposizione tante isolette felici.

Su queste isole ci sono dei fari accesi giorno e notte.

I guardiani di questi fari hanno nomi a tutti noi familiari: Omero, Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio, Miguel De Cervantes, William Shakespeare, Alessandro Manzoni, Mark Twain, Hemingway, Calvino, Pavese, Tolstoj, e così enumerando, quasi all’infinito.

Questi guardiani del faro si curano da decenni, quando non da secoli, di tenere viva la luce di una meraviglia che non scade mai, e rischiara le vicende dell’uomo con un tipo di attualità capace sempre di rinnovarsi fra le epoche in scorrimento.
Come qualche volta, anche a una modesta frase in dialetto, può capitare incidentalmente di fare.

sabato 3 novembre 2018

Le insidie del di più


“Less is more” (“Il meno è di più”).

Ogni tanto mi torna alla mente questo formidabile (e densissimo) motto di Ludwig Mies van der Rohe (1886-1969), maestro tedesco dell’architettura moderna, che realizzò la parte più significativa della sua opera negli Stati Uniti.

Difficilmente capita di incontrare una frase che dice così tanto, in così poche parole.

Solo tre, nell'originale inglese: less is more.

Cinque, nella traduzione italiana: il meno è di più.

Il “di più” è stato una grande conquista moderna e da almeno una settantina d’anni a questa parte ci ha tirato fuori da un “troppo poco” secolare patito nelle epoche precedenti.

Detto questo però, non si possono ignorare le diverse ombre del ragionamento.

Del “di più” ha goduto, e continua a godere, una parte relativamente piccola dell'umanità. Già questo non va per niente bene.

Ma poi, anche la parte di mondo che in teoria si sta gustando appieno le delizie del “di più”, si ritrova, e nemmeno così raramente, con un gusto sgradevole in bocca.

Il “di più” è diventato un problema anche per chi ce l’ha. Abbiamo troppo “di più”.

Siamo sovrappeso, sovra-informati, sovra-stimolati, sovradimensionati, sovraimpressi, sovraespressi,  sovraimpressionati, sopravvalutati, sopra troppi pensieri, emotivamente sovralimentati, sentimentalmente sovraesposti, mentalmente ipernutriti, iperconnessi, ipertesi, ipercinetici, ipercommercializzati, oversponsorizzati, ultrarivenduti.

Insomma, ammettiamolo: il “di più” ci è abbastanza sfuggito di mano.

Beninteso, nessuno auspica un rovinoso ritorno al “troppo poco”. È tanto ovvio, quanto quasi inutile sottolinearlo.

Quello che forse ciascuno nel proprio piccolo può cecare di fare, senza pretese o velleità di voler mutare dinamiche storiche troppo grandi per la modesta portata del singolo individuo, è rivalutare le virtù del “meno”.

Siamo troppo calati in un eccesso di aspettative ipertrofiche, in una tendenza alla bulimia di cose e sensazioni, la quale finisce per inflazionare le esistenze.

La piccola frase “Less is more”, di Mies Van Der Rohe, è molto poliedrica in fatto di significati e ricca di mille spunti di riflessione.

Ma a mio avviso, uno dei sensi più genuini e proficui che le possiamo attribuire, ci porta verso l’invito a coltivare una sorta di “ecologia dell’esistenza” (parafrasando un po' l’idea di “ecologia della mente” dell’antropologo Gregory Bateson).

Sforzarsi di mantenere sempre vivaci, efficienti e operanti in noi, riserve di stupore, di capacità di meravigliarci ancora, di essere curiosi, di ascoltare, di essere in grado di assaporare al meglio la dimensione del desiderare.

Questo è il “di più” di cui abbiamo maggiormente bisogno, e passa per una revisione dei modi di guardare al mondo e alla vita, attraverso le salutari lenti degli “occhiali correttivi” del “meno”.