giovedì 25 aprile 2019
Il fasc"ino" ("ismo") discreto dell'uomo forte
Giambattista Vico (1668-1744), coi suoi celebri “corsi e ricorsi”, ci aveva ammonito molto tempo fa: la Storia si ripete.
Purtroppo però ha modi subdoli tutti suoi: si ripresenta sì nella sostanza, ma lo fa praticamente sempre in forme nuove.
E, per dirla con espressione molto cara al casato degli Höenzwilling Geopardini Figi, è un attimo non avvedersi che stiamo posando di nuovo il piede su un “frammento cilindrico di materia organica anfibia di scarto”, già pestato da numerose generazioni precedenti.
Niente di più “naturale” allora che ciclicamente ritorni la leggendaria “voglia di uomo forte”.
È un fenomeno che si verifica in periodi storici di disorientamento, misto a una componente di dimenticanza della natura del mondo, da parte dell’uomo stesso.
L’uomo infatti è in grado di immaginare la perfezione, ma sfortunatamente per lui, la realtà, da che se ne ha memoria, si ostina a rimanere imperfetta.
Quando si attraversa appunto una fase di particolare difficoltà, concomitante a una momentanea amnesia in merito alla difettosità del mondo, ecco che puntuale come un fungo, rispunta lui, “l’uomo forte”.
Non importa che si tratti propriamente di un individuo singolo. Può essere un movimento, un’ideologia. Quel che conta (purtroppo) è la sua convinzione di avere in mano la “chiave del bene infallibile”, e che con questa chiave riuscirà ad eliminare le imperfezioni del mondo.
Ma come si fa a rendere perfetta una realtà per sua natura imperfetta? (Che è come domandarsi: come si fa a mungere lambrusco da una vacca?).
Le idee argomentate con raziocinio e ponderazione non sono sufficienti, perché il naturale e logico scorrere delle idee conduce sempre a costatare la già nota imperfezione della vita.
Per costringere l’imperfetta realtà ad essere perfetta, non rimane altro che “obbligarla” con la forza. E qui “l’uomo forte” capita a fagiolo, perché la forza è appunto la sua specialità.
Succede a questo punto, con sorprendente regolarità, un fenomeno curioso. L’uomo forte proclama ai quattro venti che renderà la realtà perfetta e come per incanto, tanta gente disorientata, inizia a credergli.
Chi si lascia affascinare dall’uomo forte, lo fa accogliendo un duplice abbaglio, causato dal potentissimo faro della iper-semplificazione banalizzante, ad emissione di milioni di watt di faciloneria.
Innanzitutto, dà per scontato che l’uomo forte sia il depositario della “ricetta indiscutibile del bene vero assoluto”, indubitabile, non sindacabile, e come tale va autorizzato all’uso di “qualsiasi mezzo possibile” per conseguirlo (con sdogananento prioritario della violenza “a fin di bene”).
In secondo luogo, chi si getta fra le braccia dell’uomo forte, è a sua volta convinto di stare proprio dalla parte giusta dello schieramento, di fare parte di quelli che le legnate non le prenderanno mai, ma si gusteranno solo lo spettacolo di vederle dare.
Mai autoinganno fu più beffardo.
Perché l’uomo forte, ebbro nell'invasamento della propria auto-investitura messianica, una volta che gli consegni in mano il bastone, non si può mai dire su quali e quante schiene lo andrà poi a misurare.
Teniamoci dunque cara la consapevolezza della nostra imperfezione. Perseguiamo con l’impegno congiunto di una comunità di persone libere, la perfettibilità. Tenendo sempre presente che perfezione non potrà mai diventare.
C'è un colorito modo dialettale per indicare lo stato di un cibo avariato, andato a male, dall'odore ormai fattosi pungente, per il cattivo modo di conservazione.
Si dice di un pezzo di formaggio fermentato, di un salume frollato oltre ogni consentita decenza: “…al sà ad fòrt…” (sa di forte).
Ecco, nella sua spontaneità diretta e schiettezza impagabile, nessuna espressione mi sembra più indicata per metterci in guardia nei confronti della ricorrente chimera storica dell’autoritarismo “a fin di bene”.
Innanzitutto, e per l'appunto, l’uomo forte è tale perché “…al sà ad fòrt…” (puzza in anticipo della “fermentazione” e del marcio che verranno, a concedergli eventualmente campo aperto).
lunedì 26 novembre 2018
lunedì 15 ottobre 2018
Sospiri in sospeso
martedì 15 maggio 2018
A.A.A....ammammate!
Circostanze Koofkiane
sabato 27 febbraio 2016
Dacci oggi l’orrore nostro quotidiano
martedì 26 novembre 2013
Wittgenstein fa un balzello
domenica 16 dicembre 2012
Homo tecnicus sine anima
sabato 22 settembre 2012
Te possino dà tante…
lunedì 5 dicembre 2011
No, we can't
Personalmente non mi fiderò più di nessuno che osi andare oltre le pretese riposte in questo modesto motto: «…No, we can’t…». Ormai lo si è capito alla grande: il margine residuo rimasto alla politica per incidere davvero con cognizione di causa su qualcosa che riguardi la vita vera delle persone, è più risicato dei segmenti dell’Alfa Romeo di Nuvolari alla fine di una Mille Miglia.
«…Yes, we can…» proclamava il buon Obama una spicciolata di anni fa. Con tutto il rispetto per l’impegno profuso e la simpatia per l’uomo, che tuttora nutro, non si può fare a meno di constatare che nemmeno lui non ha “can” proprio ‘na bèla sega. Recentemente mi sono visto un documentario molto istruttivo in merito, intitolato «Inside job». Sapete che fine hanno fatto i super-manager delle grandi potenze finanziare USA (mega-banche, iper-agenzie, e così via), principali responsabili di tutti i casini economici che ci stanno rimbalzando tutt’ora in casa nostra? Dopo aver dato la stura a quella bella marea di liquame che tutti sappiamo, si sono beccati una lauta buonuscita e sono stati addirittura integrati negli apparati statali, in posti di responsabilità, sempre a smanettare su tematiche economiche e finanziarie.
Aho! Ah Obama…e meno male che proprio te eri quello che “cannava” così bene. Ecco, per l’appunto. La prossima volta, siamo più onesti dai, dì una cosa tipo: «…Yes, maybe we can do what is possibile…and the very very minimum…».
Perché adesso cosa gli andiamo a raccontare a quei nostri connazionali tardo cinquantenni che erano in procinto di andare in pensione fra qualche mese e si sono invece ritrovati nel giro di una nottata con 5 o 6 anni di lavoro in più sul groppone? Quale slogan si potrà sfoderare per l’occasione? Forse non rimane altro che: «…alèghèr, alèghèr, che ‘l spread del bund l’è sèmpèr nèghèr...».
domenica 16 ottobre 2011
I signori della Bruttezza

Non è mia intenzione addentrarmi in analisi “socio – atropo- economico – politiche” del caso, o simili. Non credo di avere la competenza necessaria, l’argomento è vastissimo, molto complesso, e finirei per sparare le solite ritrite considerazioni da bar. Quello che volevo scrivere invece sono alcune piccole considerazioni a modo mio, che buttano sempre un po’ sul “filosofoide”, lo sapete, e all’apparenza magari non c’entrano una mazza con niente, ma se le si guarda meglio, hanno ogni volta il loro perché.
Al di là del naturale moto di sdegno e rabbia causato da quella minoranza violenta che si è mossa così mefiticamente fra i manifestanti “veri”, mi sono domandato cosa significasse questa frangia di devastatori ad un livello ontologico, ossia nell’ambito della, per così dire, “economia dell’essere”.
Dopo attenta riflessione mi sono risposto e credo di aver colto il significato più profondo di quelle persone. Simili individui non significano altro se non “il Nulla”. Sono l’esatta negazione dell’essere, si situano precisamente agli antipodi di esso. Più precisamente, sono il preciso annichilimento di tutto quanto significhi essere uomini in questa vita. Ragionamenti simili non me li sono ritrovati in mente come calati dall’alto, ma vengono fuori da diverse altre riflessioni.
Di quale peculiare dimensione questi individui si fanno infatti evidenti portatori? Su questo non ho il minimo dubbio: sono una delle più lampanti espressioni della”Bruttezza”. In qualche parte del «Simposio», Socrate dice una cosa più o meno così (e mi scuso per la zoppia della citazione): l’essenza dell’essere umano risiede nell’amore, che a sua volta consiste nel dare vita in ciò che è Bello. Ecco, l’atto del creare è condizione necessaria per intraprendere qualche passo nella direzione di ciò che è umano. Questi individui sono tutto l’opposto: essi, con la loro azione ciecamente devastante, tendono al “Nulla”, al vuoto assoluto, e di conseguenza alla “Bruttezza” assoluta.
Un altro fattore fortemente negativo da rimarcare risiede nel fatto che questi figuri sono del tutto privi di una profondità storica. Non solo tendono al nulla, me provengono altresì dal nulla. Curiosamente, e forse non a caso, questa constatazione coincide con il modus operandi tipico delle loro azioni di guerriglia: sembrano sempre comparire dal nulla, materializzandosi come cupi fantasmi fra le fila dei manifestanti pacifici, compiono la loro nefandezze, ed al nulla ritornano. Questa perversa strategia è il giusto riflesso della loro inesistente qualificazione identitaria: non hanno radici storiche di riferimento, non sono i continuatori di nessuna tradizione politica o di rivendicazione sociale. Sono soltanto delle invasive cellule tumorali impazzite, che non hanno niente a che vedere con tutto ciò che la precedente vicenda del corpo sociale rappresenta. Scaturite nell’ambito del tessuto sociale con la stessa insensata virulenza dimostrata dalle cellule di un cancro nell’ambito del corpo umano.
Un’ultima cosa infine mi sento di sottolineare. Potrà apparire la più banale, forse perché provenendo dal cuore risulta anche la meno argomentabile. Ma io credo sia importantissima. Mi riferisco al fatto che queste truppe di violenti sono sempre composte da soli uomini. Da maschi. Non ho la certezza assoluta di questa affermazione, ma al 99, 9999999 per cento delle volte credo sia stato così. La donna è portatrice per eccellenza di vita, e quindi di bellezza, e non potrebbe mai avere nulla a che fare con tutto quello che ho cercato di argomentare in questo mio articoletto. E nell’ambito di questa ultima considerazione, non è nemmeno un caso l’accanimento dimostrato ieri nei confronti di uno dei simboli più alti della femminilità concepiti nel corso della storia, ossia quella statuetta della Madonna così vigliaccamente frantumata. Al di là delle convinzioni religiose di ciascuno, penso che la brutalità dimostrata contro quel simbolo sia l’equivalente di una brutalità rivolta al senso stesso della vita come ci piace continuare a concepirlo.
Noi.
lunedì 14 giugno 2010
Porco PIL!!!

Cari amici viandanti per pensieri, son tempi duri, per poeti e perdigiorno.
Ad andar per pensieri, mi rimane poco tempo, di questi dì. Mi va ancora bene se non me ne vado direttamente affanculo, altro che per pensieri!
Ma si stancheranno di bere Lusconi. Al popolo oboe, e dagli da bere Lusconi oggi, e dagli da bere Lusconi domani, va a finire che l'affetto gli si craxia...Ma saranno monetine sue, al momento debito...
Appena ritrovo uno straccio d'idea e due spiccioli di tempo fine a se stesso, tornerò puntuale ad occuparmi di voi (...non prendetela come una minaccia, però....).
Nel frattempo, vogliate gradire un classico del "pestoduro", sempre gradito alle menti indirizzate all'assoluta libertà dell'«inutile».
martedì 2 marzo 2010
Sfogo d’un mattino di fine inverno

Questa mattina, mi son svegliato…e ho trovato l’invasor…
Ah, no…quella era un’altra storia.
In realtà è da mo’ che siamo invasi. Invasi da noi stessi. L’Italia è una nazione auto-invasa che si dà incessantemente mazzate sulle orchidee, con la malintesa illusione di stare praticando una dilettevole pratica autoerotica.
Su questo tema, non vi posso venir a raccontare novità, cari amici viandanti per pensieri che con me condividete lo zozzo privilegio di vestire tutti i giorni i panni della italiotità.
Essere italiani è un fastidio che bisogna sopportare, così siamo nati e così dobbiam procedere rassegnati. Lo sapete benissimo quanto me, come funziona. Ogni santo giorno della minchia che il cielo manda in terra, ci si infarcisce le orecchie di notizie sempre più balorde: corruzione a crescita esponenziale, malaffare come se piovesse, arroganza, superficialità, zero rispetto per tutto e per tutti.
Uno ascolta e manda giù. E Pensa: va beh, ma non è tutto così, ci sono ancora le persone per bene, per fortuna (e sarà anche vero, non lo metto in dubbio).
Uno ascolta e manda giù (ci sono ancora le persone per bene: ohm!!!)…ascolta e manda giù (ci sono ancora le persone per bene: ohm!!!)…ascolta e manda giù (ci sono ancora le persone per bene: ohm!!!)…
Finché un bel giorno, sente una notizia, non importa se sia più o meno grave. Magari ne aveva sentite duemila ben più terribili fino a lì. Però quel che conta è che si tratti della notizia stercoraria giusta al momento giusto, quella briciola di letame che mancava per arrivare all’orlo, quel rospo in eccedenza venuto a dare il “tana libera tutti” alla banda di zompanti batraci ingurgitati fino a quel punto.
La notizia che ho sentito io era grave (ma mi è successo altre volte che fosse sufficiente anche molto meno). In pratica, ho sentito che ci sono dei tizi balordissimi ed innominabili che stanno approfittando delle disastrose condizioni in cui versano Lambro e Po sversati di lordure, per disfarsi di altro materiale inquinante, nella speranza di passare inosservati e quindi impuniti, in base al loro perverso teorema secondo cui schifo sommato a schifo non farebbe molta differenza.
E tanto m’è bastato per dare il via al profluvio interiore dello sfogo nazionale: «…Ma vai in malora, Italia bastarda!!! Bel Paese un paio di palle: ormai sei poco più d’una carogna imputridita, cosparsa di lugubri vermi e malconci avvoltoi che si contendono in squallida lotta la tua misera carcassa.
Vai a fondo, barcone bucato!!! E’ giusto così, “Non val cosa alcuna / I moti tuoi, né di sospiri è degna la / Terra” fetida tua. Non fosti mai una nazione degna di questo nome, men che meno uno Stato, se non magari intendendoti come participio passato: sei solo un qualcosa che forse una volta è stato, ma che di certo ora non è più.
Baldraccon de’ Baldracconi! Italia, sei più fottuta di una puttana all’ora di chiusura (cit. “Dead man”, Jim Jarmusch – 1995)…».
In questo modo, guidando e mirando verso la città, il mantra auto-flagellante mi si gonfiava dentro il petto sempre più, vedendo quella fiumana di bastardi sulle loro scatolette di latta, a mia volta bastardo anch’io nella mia scatoletta, tutti in coda a sgomitare per un sorpasso inutile ma potenzialmente mortale, senza rispetto, senza ritegno, senza capire il senso di quel che si sta facendo, per ritrovarsi tutti ancor più bastardi e insensati alla prima grande rotatoria alle porte della città: chi aveva rischiato l’osso del collo per arrivare prima, e ora si trovava un solo micragnoso metro davanti a chi invece era stato prudente.
Un millimetro c’è mancato che tirassi giù il finestrino, inveendo alla volta di uno di questi incoscienti con l’offesa più grave che sul momento mi passava per la testa: «Brutto figlio d’italiana!!!».
Capita poi che quando si apre il barile del letame, ci vanno appresso anche tutte le ruggini accumulate e lasciate in sospeso, è così ho pure pensato che ce la meritiamo tutta la schifezza della canzone del Pincipe e del Pupo, è l’esatto specchio del nostro abbruttimento attuale. Così, parafrasando quei sommi versi d’animale, ho concluso fra me e me con questo inno devastante: «Sì, stasera son qui a ragliare come un mulo: Italia amore mio, ma vaffanculo!»
Poi d’un tratto mi son destato: era stato solo un brutto sogno. Ad occhi aperti, ma pur sempre un brutto sogno. E per fortuna che non sono andato nel fosso, anzi, al momento del risveglio ho fatto giusto in tempo a constatare che tutto era tornato a scorrere normale.
Infatti guidavo, riascoltavo i miei pensieri, e rimandavo giù (…ci sono ancora le persone per bene: ohm!!!) e alla seconda grossa rotatoria per entrare in città, vedo che un interdetto era andato a cozzare con la sua scatoletta proprio contro una gazzella dei Carabinieri. La cosa più divertente era che i Carabinieri avevano ragione, e la speranza più ghiotta era che al tapino, a quel grande italiano, non solo ritrassero la patente, ma che gliela ficcassero pure soavemente su per il buco del c…amino.
sabato 11 aprile 2009
Your lips move, but I...

"...Ricordo, a proposito dei sentimenti che giustificano la crudeltà umana, una riflessione di Carl Gustav Jung. Nella sua analisi dell'Ulisse, definisce James Joyce «il profeta dell'insensibilità»: «Noi possediamo» scrive «alcuni dati per comprendere che l'inganno sentimentale ha raggiunto proporzioni veramente eccessive. Pensiamo al ruolo realmente catastrofico dei sentimenti popolari in tempo di guerra ...Il sentimentalismo è una superstruttura della brutalità. Sono convinto che siamo prigionieri del sentimentalismo e che, di conseguenza, dobbiamo trovare perfettamente ammissibile che nella nostra civiltà sopraggiunga un profeta dell'insensibilità»..."
"Un incontro"
Milan Kundera - 2008
Mi sono astenuto dal parlare della tragedia del terremoto, per diversi motivi.
Un po' per pudore, perchè quando accadono fatti così gravi ho sempre l'impressione che venga detto tanto, troppo, e spesso male.
Un po' perchè mi sento inadeguato di fronte a questioni così grandi e, riprendendo in parte la motivazione precedente, preferisco lasciare che ne parli chi più di me ha competenza ed autorità in merito.
E un po' anche perchè alla fine mi pare sempre di ritrovarmi a constatare che il mio "parlar di nulla" può giungere a sfiorare aspetti dell'esistenza ben più profondi di quanto non possa fare un parlare all'apparenza più "impegnato" e "realistico".
Questo, non per il fatto di possedere io chissà quale particolare acume, o spiccato senso critico, oppure capacità di analisi speciali. Ci mancherebbe, non mi permetterei mai di fare un'affermazione così bislacca. Il mio senso critico è giusto giusto pari a quello di un bastardo qualsiasi e ci tengo a ribadirlo.
Il mio "parlar di nulla" è invece capace di cogliere significati più pregnanti della vita perchè nel suo cammino si affida spesso ai sentieri tracciati dai grandi "cercatori di bellezza e verità", i traghettatori supremi verso i lidi dell'arte e della filosofia.
Ed è stato così infatti che sleggiucchiando l'ultimo saggio di Milan Kundera uscito da poco in libreria, sono incappato in un passo che, pur rimanendo fermo il mio intento di non voler trattare della "cosa in sè", mi riporta a parlare di quanto è accaduto a contorno dei drammi causati dal terremoto.
Facendo mente locale a quanto purtroppo visto in varie salse su varii canali tv in questi giorni, grazie al brano di Kundera che cita Jung, ho capito più a fondo come la "dittatura del sentimentalismo" abbia dispiegato come non mai i suoi devastanti mezzi in questa mestissima occasione.
E con quell'adamantina espressione Junghiana nella mente, "Il sentimentalismo è una superstruttura della brutalità", mi è sembrato come mai opportuno domandarmi se veramente non si rendano conto, i mille e uno Bruno Vespa coi loro pelouche in mano raccattati fra le macerie, di quanto danno procurano alla civiltà e alla dignità dell'uomo.
E mi sono sempre più convinto della saggezza contenuta nello stupendo verso di una delle più fantastiche canzoni dei Pink Floyd.
Profeti d'insensibilità, completamente "comfortably numb" nell'animo: è proprio così che abbiamo il dovere di sentirci di fronte agli attacchi d'inciviltà sferrati dall'esercito sentimentale dei Bruni Vespi.
E mentre le immagini piovono dallo schermo sul loro blaterare invano, pensare sereni nel nostro intimo: "...Your lips move, but I can't ear what you're saying...".
P.S.: Quanto detto va anche inteso di riflesso come un elogio dei giornalisti "veri", quelli che rendono onore genuinamente a questa professione che fu anche di Hemingway e di Pier Paolo Pasolini.
mercoledì 26 novembre 2008
Consumo e felice
Ohi ragazzi, ma voi avete cominciato?
Io non credo di essere mai stato un cittadino modello, ma stavolta ho deciso che era ora di riparare alle mancanze del passato. Così, mi sono armato di tutto il mio senso civico e adesso voglio consumare.
Lo pretendo, è un mio diritto-dovere.
Prima cosa, sto tenendo i termosifoni accesi a palla 24 ore su 24, e nel frattempo porte e finestre rigorosamente spalancate. In questo modo, posso permettermi il lusso di continuare a rimanere vestito invernale di tutto punto, consumando così cappotti e scarpe anche in casa.
Le porzioni di cibo ora le calcolo almeno tre volte tanto rispetto a quello che mi sento di mangiare: stanti questi ponderati calcoli, si determina un meccanismo virtuoso di consumi tale per cui i due terzi avanzati passano nella ciotola del gatto, e da qui, il terzo finale che non riesce a superare l’arduo scoglio del vaglio felino, a gatto strasatollo finisce direttamente nella pattumiera.
Che ci volete fare, noi in famiglia siamo fatti così: quando sono in gioco l’utilità sociale ed il dovere civico, anche il gatto è della partita.
E se, cammin consumatorio facendo, nell’angolino più remoto della coscienza si farà umilmente strada il siffatto velato interrogativo: “…cosa ne sarà poi di quelle 30 camice nuove che intasano l’armadio, delle 42 cravatte fiammanti, dell’ultimo modello di tosa erba SUV cabrio gommato antineve, di quel paio di raddrizza-banane firmati Dolce&Gabbana stipati in garage, del grattugia-struzzi turbo regalato agli amici per l’anniversario di matrimonio?...”, non disperate perché immantinente si leverà consolatorio il pensiero di aver gloriosamente contribuito ad innalzare il Prodotto Interno Lordo di uno straccio infinitesimale di punto, e alla fine potremo far festa tutti insieme organizzando un bel party a base di panini imbottiti di fette di PIL.
Non sia mai che ci rimangano sulla coscienza 400mila nuovi disoccupati per non aver avuto, noi, il buon cuore di sbattere un po’ di soldi giù per il cesso. Noi gente comune senza scrupoli, noi orrendamente ostinati a non lasciarci guidare dal preclaro esempio di solidarietà umana offerto da banchieri, grandi finanzieri e simili.
Tanto, staremo mica a guardare il capello? Qualcuno ci crede ormai così assuefatti a prenderlo nel di dietro in andata e ritorno, da considerarci anche completamente illusi che i soldi, per la proprietà transitiva, vengano fuori proprio da quel di dietro medesimo.
Nota:
So che il titolo scelto (solo perché mi piaceva l’assonanza con la nota canzone di Carmen Consoli) risulta sgrammaticato, e a parte magari vederlo un po’ come una sorta di anacoluto tirato per il ciuffo, non ha in fondo un granché senso.
Ma cos’è? Forse che l’immunità per le stronzate è riservata ai soli politici? Il lodo Alfano ha allungato fino a questo punto i suoi tentacoli?
domenica 9 novembre 2008
Il pane e le rose
Devo essere un gran pauperista. Un populista, un luddista. Devo essere un iconoclasta. Devo essere anche parecchio retrogrado, passatista. Devo essere uno che non ama la bellezza, un ingrato che non comprende l'importanza dell'immagine, della dimensione estetica, nella nostra società. Devo essere un gran nostalgico di una tanto mitizzata, quanto mai esistita età dell'oro. Devo essere afflitto da una terribile miopia sociale, che mi impedisce di guardare avanti, mi impedisce di capire i meccanismi più raffinati attraverso i quali il motore dell'economia è capace di sostentere il movimento del progresso, continuando a far girare le leve vitali e fondamentali che sostengono il nostro bene collettivo.
Altrimenti, non saprei spiegarmi un fatto.
Perchè se non è vero tutto quanto detto sopra, ieri sera, dopo aver sentito al Tg4 che nelle gioiellerie dalle parti del Ponte di Rialto a Venezia, il prezzo medio di vendita delle collane, un anno fa attestato intorno ai 300 euro, ora per la crisi è sceso a circa 30, come si spiega che non mi sono commosso?
martedì 28 ottobre 2008
Pannolini elettorali iù-ès-éi
Si sa che la bocca di un candidato alle elezioni è meno affidabile del sedere di un neonato, ma certe volte il pannolino del buon senso si riempie così tanto che la puzza non si può più sopportare.
Sostiene il candidato repubblicano alla presidenza americana John McCain che gli elettori non dovrebbero votare il candidato democratico Barack Obama perché un’amministrazione guidata da quest’ultimo significherebbe anche forti influenze statali sull’economia.
Ora, se fossi votante USA, di fronte a questa suggestiva trovata di strategia elettorale, mi verrebbe da sbottare in siffatta guisa:
“…Eh no…macché…e verrò a votare per te, allora…così mi garantisci ancora un bel po’ di anni di gioiosa amministrazione all’insegna del “Dio Mercato Libero e Bello”, fondato sull’unica, rassicurante e suprema regola della “saponetta caduta a terra”, codificata anni or sono dal grande economista Jack Ninetygrades.
E dopo un soave periodo in cui l’umanità tutta si ritroverà ancora in balia dei geniali manager delle superbanche creative (che invece di passare più tempo a casa a fare all’amore con le mogli e a portare i bambini ai giardinetti, continueranno a sacrificarsi per noi 18 ore al giorno in ufficio, guadagnando milioni di dollari all’anno dei quali non potranno spendere nemmeno una minima parte campassero 10 secoli), alla fine saremo ripiombati in una bella e scintillante crisi mondiale nuova di zecca, accorgendoci giusto in quel momento che, non dico un ferreo statalismo in stile sovietico, ma almeno qualche straccio di regola ci si poteva sprecare a buttarla su fin dall’inizio…
Aho…ah còso…Ah Màkkàine…but go to take it in the cool!...”.
venerdì 10 ottobre 2008
Non sono tuo fratello...
Però, per favore, stavolta lasciamo perdere l’esempio dei fratelli Lehman…















