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giovedì 25 aprile 2019

Il fasc"ino" ("ismo") discreto dell'uomo forte


Giambattista Vico (1668-1744), coi suoi celebri “corsi e ricorsi”, ci aveva ammonito molto tempo fa: la Storia si ripete.

Purtroppo però ha modi subdoli tutti suoi: si ripresenta sì nella sostanza, ma lo fa praticamente sempre in forme nuove.

E, per dirla con espressione molto cara al casato degli Höenzwilling Geopardini Figi, è un attimo  non avvedersi che stiamo posando di nuovo il piede su un “frammento cilindrico di materia organica anfibia di scarto”, già pestato da numerose generazioni precedenti.

Niente di più “naturale” allora che ciclicamente ritorni la leggendaria “voglia di uomo forte”.

È un fenomeno che si verifica in periodi storici di disorientamento, misto a una componente di dimenticanza della natura del mondo, da parte dell’uomo stesso.

L’uomo infatti è in grado di immaginare la perfezione, ma sfortunatamente per lui, la realtà, da che se ne ha memoria, si ostina a rimanere imperfetta.

Quando si attraversa appunto una fase di particolare difficoltà, concomitante a una momentanea amnesia in merito alla difettosità del mondo, ecco che puntuale come un fungo, rispunta lui, “l’uomo forte”.

Non importa che si tratti propriamente di un individuo singolo. Può essere un movimento, un’ideologia. Quel che conta (purtroppo) è la sua convinzione di avere in mano la “chiave del bene infallibile”, e che con questa chiave riuscirà ad eliminare le imperfezioni del mondo.

Ma come si fa a rendere perfetta una realtà per sua natura imperfetta? (Che è come domandarsi: come si fa a mungere lambrusco da una vacca?).

Le idee argomentate con raziocinio e ponderazione non sono sufficienti, perché il naturale e logico scorrere delle idee conduce sempre a costatare la già nota imperfezione della vita.

Per costringere l’imperfetta realtà ad essere perfetta, non rimane altro che “obbligarla” con la forza. E qui “l’uomo forte” capita a fagiolo, perché la forza è appunto la sua specialità.

Succede a questo punto, con sorprendente regolarità, un fenomeno curioso. L’uomo forte proclama ai quattro venti che renderà la realtà perfetta e come per incanto, tanta gente disorientata, inizia a credergli.

Chi si lascia affascinare dall’uomo forte, lo fa accogliendo un duplice abbaglio, causato dal potentissimo faro della iper-semplificazione banalizzante, ad emissione di milioni di watt di faciloneria.

Innanzitutto, dà per scontato che l’uomo forte sia il depositario della “ricetta indiscutibile del bene vero assoluto”, indubitabile, non sindacabile, e come tale va autorizzato all’uso di “qualsiasi mezzo possibile” per conseguirlo (con sdogananento prioritario della violenza “a fin di bene”).

In secondo luogo, chi si getta fra le braccia dell’uomo forte, è a sua volta convinto di stare proprio dalla parte giusta dello schieramento, di fare parte di quelli che le legnate non le prenderanno mai, ma si gusteranno solo lo spettacolo di vederle dare.

Mai autoinganno fu più beffardo.

Perché l’uomo forte, ebbro nell'invasamento della propria auto-investitura messianica, una volta che gli consegni in mano il bastone, non si può mai dire su quali e quante schiene lo andrà poi a misurare.

Teniamoci dunque cara la consapevolezza della nostra imperfezione. Perseguiamo con l’impegno congiunto di una comunità di persone libere, la perfettibilità. Tenendo sempre presente che perfezione non potrà mai diventare.

C'è un colorito modo dialettale per indicare lo stato di un cibo avariato, andato a male, dall'odore ormai fattosi pungente, per il cattivo modo di conservazione.

Si dice di un pezzo di formaggio fermentato, di un salume frollato oltre ogni consentita decenza: “…al sà ad fòrt…” (sa di forte).

Ecco, nella sua spontaneità diretta e schiettezza impagabile, nessuna espressione mi sembra più indicata per metterci in guardia nei confronti della ricorrente chimera storica dell’autoritarismo “a fin di bene”.

Innanzitutto, e per l'appunto, l’uomo forte è tale perché “…al sà ad fòrt…” (puzza in anticipo della “fermentazione” e del marcio che verranno, a concedergli eventualmente campo aperto).



lunedì 26 novembre 2018


lunedì 15 ottobre 2018

Sospiri in sospeso

Come no...ti do anche la misura del pisello, intanto che ci siamo? O mi sospendete il sospensorio? 😂

martedì 15 maggio 2018

A.A.A....ammammate!



Mi scrive Paolo G., dall’omonimo punto. Mi prospetta affari milleurari: quasi tre cucuzze e mezza in un mesetto blando blando.

Caro Paolo, ma me lo spieghi dove sta il segreto? Non credo che sia tutta questione, come sostieni tu, di moneta beat (o bitcoin). Ci dev’essere sotto di più...

Tra l'altro, volevo chiederti: l’avete alla fine trovato quel famoso punto? Non è che i soldi che mi prometti saltano poi fuori con la stessa oscura chiarezza, che non ci capisce una fava nessuno?
Non sarà mica pure questo l’ennesimo dei tuoi affari da figa?

Circostanze Koofkiane


Un bel giorno, ti ritroverai per casa il molesto omino “Spot Spot” che ti ripeterà nell’orecchio l'altisonante magnificenza invasiva dei mille sponsor fatali dell’universo mondo pubblicizzato. Spot da mattina a sera, réclames nel cuore della notte, messaggi promozionali sparati al megafono mentre siedi sul water. La mail intasata di programmi di allungamento del pene, di accorciamento del bene, di rinfoltimento del seme, di indurimento che viene. E bitcoin, e affari imperdibili, e comodi guadagni da casa, basta solo grattarsi il coglione destro, e ingiunzioni di fornire i tuoi dati bancari e o postali, pena il decadimento del tuo conto corrente, che per altro nemmeno hai mai aperto. Poi chiamate a tutte le ore, da gente che non dovrebbe avere il tuo numero: e fai l'abbonamento alla luce, e fai il gas (prot?), e la linea superveloce, e facci vedere la bolletta (…mi levo le mutande?).

Fino a che…non oserai interrogare l’oracolo supremo della sconfinata sponsorizzazione interplanetaria, Mastro Pubblicizzoni l’Onnipotente, e molto modestamente obietterai: Ma che colpa ho io per meritare tutto ciò?

E da qui, il fatale responso:

Qualcuno doveva aver indotto Josef K. De Noantri ad accettare i cookies del sito “maronna-a-scaruggnata-by-yourself.com”, perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina il suo destino venne arrestato per sempre dalla pubblicità…


sabato 27 febbraio 2016

Dacci oggi l’orrore nostro quotidiano


Fa impressione guardare a questa nostra epoca che più di ogni altra ha condotto la mercificazione e la quantificazione della realtà a livelli di raffinamento mai nemmeno immaginati in passato.

Tendenzialmente, tutto si parametra sulla misura del denaro. Ogni aspetto del reale viene soppesato in base al suo prezzo. A partire dagli oggetti veri e propri, che offrono l’esempio metodologico, il “paradigma operativo”. Per finire ai sentimenti, alle emozioni, a tutte quelle componenti più nascoste che un tempo sfuggivano alla catalogazione quantitava, e rimanevano di pertinenza del “mistero interiore”, nucleo della personalità e dell’identità di ogni individuo.

Ma in tutto questo, ciò che fa ancora più impressione è come, per ottenere un simile scopo iper-razionalizzante, si faccia leva a piene mani sugli aspetti più irrazionali dell’uomo: la paura, la morbosità, la sete di conoscere quanto siamo torbidi dentro, caotici e irrisolti.

Ecco allora che spuntano come funghi, programmi televisivi completamente incentrati sulla macelleria sentimentale. Vere e proprie macchine disumanizzanti, che fanno leva sul banalissimo, ma orrifico meccanismo, riassumibile nella parola d’ordine: “…Raccontiamo alla gente, quello che la gente vuole sentirsi dire…Diamole quello che vuole avere…”. E se la gente vuole il cadavere fatto a pezzi, ritrovato in un lago di sangue, noi glielo diamo in pasto. Se vuole sentirsi dire che l’assassino si è accanito con efferata violenza, il numero delle coltellate, gli indumenti intimi della vittima, se c’erano tracce di sperma, i dettagli dell’autopsia, e ogni possibile sfumatura del macabro…noi glielo diciamo…

La gente vuole tutto ciò e noi glielo diamo: ritorniamo a far morire ammazzata di morte violenta la povera vittima, ancora e ancora. Ramazziamola dieci, cento, mille volte di nuovo, nel tepore virtuale dei salotti di casa.

Martoriamo e maciulliamo i resti del suo ricordo come un materiale qualunque, sino a ridurre persino gli ultimi scampoli della sua identità a una poltiglia ormai deprivata di ogni rispetto umano, che si amalgama benissimo con tutte le merci poi reclamizzate nelle frequenti interruzioni pubblicitarie. Trenta coltellate s’intonano perfettamente all’eco del rombo della tua macchina dei sogni; un colpo sparato a bruciapelo è perfetto col profumo da cento euro alla goccia; lo stupore del vicino di casa del carnefice è ottimo, accompagnato da quattro fette di prosciutto cotto…

Di modo che, quando la gente si ritroverà bella e bollita da cotanto apparato ottundente, alla fine si comprerà tutti i nostri pannolini del cazzo e le merendine di merda del mondo. E senza fare tante storie su, che qui stiamo cercando di far girare l’economia, per favore…

Sporca gente di merda che non sei altro: ma cosa ti credevi di essere? Un insieme di persone con un pensiero proprio? Eh, no, cara la mia gente di ‘sta minchia, povera illusa: tu sei solo un tubo digerente. E poche storie allora: mangia, digerisci e caga, che quello soltanto t’è concesso di fare!

martedì 26 novembre 2013

Wittgenstein fa un balzello


Secondo Ludwig Wittgenstein non è dato mondo che non passi attraverso il pensiero. Allo stesso modo, non è dato pensiero che non passi attraverso il linguaggio. Come conseguenza inevitabile, le regole del mondo e quelle del linguaggio vengono a coincidere.

Ci sarebbe dunque da iniziare ad insospettirsi, e non poco, quando ci si accorge che qualcuno si è messo a manipolare il linguaggio. Se tanto mi dà tanto, si sarà messo nel contempo anche a manipolare il mondo.

Un campanello, che non era quello della ricreazione, bensì d’allarme (anche se sarebbe stato perfettamente in tema), si è messo a suonare qualche tempo fa intorno al mondo della scuola.

Proprio durante il periodo in cui la scuola iniziava a dar segni di voler andare assai volentieri in vacca, i nomi delle “categorie scolastiche” sono magicamente cambiati. Una volta c’erano l’asilo nido, l’asilo “e basta”, le elementari, le medie, le superiori. Erano nomi bei distinti, chiari per tutti. Quando ne citavi uno, si capiva al volo a quale fascia di età ti riferivi. Poi, ad un certo punto, ecco sbucare quelle minchia di diciture uniformanti, anonime ed appiattite: scuola per l’infanzia, primaria, secondaria di primo grado, secondaria di secondo grado, o non so bene nemmeno io.

Copio pari pari, dalla relativa voce di Wikipedia (che immagino sia stata compilata da un qualche burocrate scolastico), il quadro riassuntivo dei periodi in cui sono state suddivise le vecchie elementari e medie:

«...Oggi la scuola primaria, con quella secondaria di primo grado, si compone di cinque periodi didattici:
• un monoennio iniziale, che comprende la 1ª classe della scuola primaria.
• il 1º biennio che comprende la 2ª e la 3ª classe della scuola primaria.
• il 2º biennio che comprende la 4ª e 5ª classe della scuola primaria.
• il 3º biennio che comprende la 1ªe 2ª classe della scuola secondaria di primo grado.
• il periodo didattico finale che comprende la 3ª classe della scuola secondaria di primo grado...».

A parte la ridondante macchinosità del tutto, vorrei mettere in guardia chiunque abbia un bimbo da mandare a scuola di questi tempi: tenete sempre ben presente che state affidando ogni giorno vostro figlio alle mani di gente che usa la parola “monoennio”!!!

Pensateci…secondo me non c’è troppo da stare sereni…

La burocrazia esistenziale, insomma: toglie ogni colore alle parole e alla vita, uccide la lingua prima, e chi ce l’ha in bocca per usarla, poi. Il “politically correct” sarebbe più preciso chiamarlo “politically infected”: il mondo infettato dalla labirintica asfissia del politichese. Intendendo per “politici”, molto in generale, tutta la classe dirigenziale, coloro che hanno possibilità decisionali di un certo livello ed influenza.

Ve lo ricordate il caro e vecchio netturbino, o al limite spazzino? (...e non pretendo la sublimità del dialettale “spasòn”, no, sarebbe chiedere troppo...). E il bidello? Cosa c’era di male a chiamarli così? Non è che se li chiami operatore ecologico e collaboratore scolastico, lasciando il loro stipendio uguale per trent’anni, quelli si mettono a godere come dei ricci filologici.

Sembravano già questi sintomi gravi, ma bisogna constatare che la diffusione del morbo ha ormai toccato gradi di intensità estrema.

La cosa è ben più grave di quanto non sembri. Perché tra l’utilizzo sciatto e la mistificazione, molto spesso il passo è assai breve. Tra i maggiori fomentatori dell’insciattimento della nostra, altrimenti, bellissima lingua, ci sono i giornalisti (di bassa lega) e i politici (di bassa e media lega). Operando in combutta, seppur spesso involontariamente, cambiando piano piano il linguaggio, erodendo lentamente certi suoi aspetti, modificandone la superficie “sonora”, senza intaccarne minimamente la profondità “significante”, ecco come ti sfornano caldo e croccante il “gonzo blandito” (sembra una simpatica ricetta, ma purtroppo ci sono in gioco i cervelli delle persone).

La punta di diamante, l’eccellenza sciattona suprema, si è toccata con il recente balletto dei nomi delle tasse. Forse mai prima era stata percepita una simile deriva linguistica, come da quando hanno cominciato ad imperversare quei nauseabondi “acronimuzzi” micragnosi. Già erano odiosi suoni come ICI e IMU (al confronto, la vecchia IVA è un’attempata signora alla quale ci si sente di portare “quasi” rispetto), ma poi si è abbandonato ogni pudore, dando sfogo al delirio puro, farfugliando su uno «straparlìo» sgangherato dei più «traveggolanti», ed ecco sbocciare tutto un florilegio di orrori: TRISE, TASI, TUC. Si è trattato di un crescendo rossiniano nella gara a concepire la sequenza di lettere più improbabile (derivata, certo, dalla denominazione per esteso), per approdare al gran botto “conclusivo” (ma fino a quando?) che ha partorito la possibile definizione della nuova tassa del futuro: la IUC.

I politicanti del vecchio corso avranno avuto di certo tutte le loro magagne, ed anche grosse, ma perlomeno padroneggiavano la cultura “umanistica” in misura ben più solida rispetto agli attuali. Mai si sarebbero concessi d’incappare nella ridicolaggine di una gaffe disneyana così eclatante. Ma forse è giusto così, alla fine il linguaggio, se lo tratti male, te la fa pagare.

Come ben sa chiunque abbia un minimo di rudimenti topolineschi, «...Yuk!...» è precisamente l’esclamazione preferita da Pippo, quando vuole esprimere i più disparati ed imprecisati sentimenti e stati d’animo. Anche se la fatidica parolina si differenzia nella grafia rispetto al nuovo balzello recentemente battezzato, di fatto suona preciso identico, di modo che l’effetto straniante è garantito. Anzi, forse è pure peggio. Perché d’ora in avanti, quando toccherà sborsare quattrini nel nome di questo novello lacciuolo tributario, parrà di esser chiamati a farlo da gente non solo suonata come Pippo, ma che nemmeno sa scrivere!


domenica 16 dicembre 2012

Homo tecnicus sine anima


Ho esitato a lungo prima di affrontare il tema del quale “avrei” voluto parlare oggi. La residua contorsione condizionale è dovuta al fatto che non sono ancora ben sicuro di cosa andrebbe detto (se mai qualcuno lo saprà…). L’episodio è abnorme, straziante, sfiora picchi di disumanità inenarrabili. Ne avrete sentito parlare tutti: la strage dei bimbi in quella scuola del Connecticut.

Di fronte ad overdose di efferatezza simili, in effetti, il silenzio, il rispetto per il dolore, la riflessione muta, l’astensione dal giudizio, dovrebbero essere le reazioni immediate più consone. A maggior ragione, dovrebbero esserle da parte di chi, come me, non è un esperto sociologo, psicologo, psichiatra e così via, e nemmeno un conoscitore sufficientemente profondo di fenomeni storici, o della realtà che ha fatto da sfondo alla tragedia. Il rischio di incappare nel classico proclama da “Bar sport” è troppo elevato, soprattutto in casi come questo.

Ma anche tenendo presente tutte queste precauzioni, non si può mai spegnere quella voce interiore di fondo, che spinge ad interrogarsi. Perché? Com’è possibile arrivare ad estremi di questo genere? C’è una qualche ragione rintracciabile, oppure tutto è dovuto solamente ad una deprivazione totale di senso, allo smarrimento di qualsiasi significato possibile, alla perdita definitiva di qualsivoglia motivazione che stia alla base dell’espressione “essere umano”?

Cercherò allora di portare solo alcuni spunti di riflessione senza pretesa, soprattutto avvalendomi dell’aiuto di “contributi” più autorevoli del mio.

Chi ha voce in capitolo, chi conta qualcosa, chi ha in mano le leve per poter influire sulla situazione, in forma di immediata risposta ha focalizzato, come “nemico sociale” più immediato, l’eccessiva facilità della diffusione delle armi negli Stati Uniti. Certo, questo è un aspetto molto importante, non lo si può negare, per molti versi le sue implicazioni sono gravissime. Ma paradossalmente, anche nella sua gravità estrema, rimane pur sempre una questione “di superficie”. Se gli Stati Uniti vogliono impegnarsi a superare davvero questa “magagna esistenziale” che covano in seno, è esattamente da lì che devono partire per impostare una riflessione: dal proprio seno, ossia, detto fuori di metafora, dalla loro anima comunitaria, dalla loro psicologia sociale, dalla loro interiorità collettiva.

Gli Stati Uniti sono la nazione che più di tutte, fra quelle cosiddette occidentali, si è votata alla causa della “rivoluzione tecnico-scientifica”. In misura quasi fideistica, viene da dire. Il punto nodale problematico risiede appunto nel fatto che l’identità degli Stati Uniti si è formata sulla base di una visione tecnica del mondo praticamente esclusivista. E’ sempre sbagliato generalizzare, ma tendenzialmente si può affermare che negli Stati Uniti la realtà sia intesa in preminenza come fatto tecnico, misurabile, quantificabile. Da qui si spiega, ad esempio, l’ipertrofica “economicizzazione” di quella società, l’elezione della quantificazione monetaria a guida esistenziale (ripeto: le generalizzazioni argomentative sono sempre pericolose, ma il dato a cui mi riferisco è una “realtà prevalente” sotto gli occhi di tutti, in quel Paese).

Quando Galileo Galilei, padre della scienza moderna, pronunciò la celeberrima frase assumibile come sintesi suprema del suo pensiero, ossia: «…la natura è scritta in linguaggio matematico…», non intendeva certo affermare che i numeri possono spiegare tutto. Galileo era ben conscio del fatto che al di fuori della “giurisdizione dei numeri” rimaneva tutta una sequela di questioni fondamentali riguardo alle quali la scienza non poteva pronunciarsi. Ecco, proprio su questo equivoco sembra invece poggiare la moderna “fede” nella tecnica, di cui gli Stati Uniti sono i massimi sostenitori: conta solo e soprattutto ciò che risulta quantitativo e misurabile. Il problema è che così concependo il mondo, rimangono scoperte tutte quelle altre questioni fondamentali, delle quali Galileo non si era potuto occupare, non per disinteresse, ma per riconosciuta limitatezza dell’ambito di pertinenza della scienza.

La questione si fa poi particolarmente spinosa sul piano dell’indagine dei valori psicologici. Se quello che conta sono soltanto gli aspetti quantitativi e misurabili della personalità dell’essere umano, si nega l’esistenza parallela di tutto un immenso ambito interiore che sfugge alla oggettivazione e alla quantificazione scientifica. Una “massa oscura e sommersa” la chiamerei, che è stata definita in varie maniere dalle diverse tradizioni di studio psicologiche (inconscio, Es, Id, e altre ancora che magari non conosco), un’entità particolarmente complessa e nascosta, a partire in primo luogo proprio dalla sua inafferrabilità e problematica “narrabilità”.

Illuminante in tal senso è il seguente passo, che introduco un po’ anche come punto della situazione del mio discorso:

«...Il razionalismo che scaturisce dalla scienza, oltre a essere uno dei fattori principali della “massificazione” dell’uomo, toglie alla vita individuale le sue basi e con ciò la sua dignità. In questo modo l’uomo ha perduto la sua individualità quale unità sociale ed è diventato un numero nella statistica di un’organizzazione. La sola parte che può ancora svolgere è quella di un’unità fungibile e infinitesimale. Viste dall'esterno e razionalmente, le cose stanno proprio così e, da tale punto di vista, diventa addirittura ridicolo parlare ancora del valore e del significato dell’individuo; anzi, non si riesce ad immaginare come mai si sia potuto assegnare tanta dignità alla singola vita umana, quando la verità del contrario è tanto palese...».

Presente e futuro
Carl Gustav Jung1957 (citato in: “La casa di psiche”, Umberto Galimberti – 2005)

Non a caso negli Stati Uniti si sono formate scuole psicologiche come il “comportamentismo” e il “cognitivismo”, che pongono proprio sull’atteggiamento tecnico le proprie basi conoscitive del fenomeno psichico. A riguardo del comportamentismo, leggo su Wikipedia:

«...La mente viene quindi considerata una sorta di black box, una scatola nera il cui funzionamento interno è inconoscibile e, per certi aspetti, irrilevante: quello che importa veramente per i comportamentisti è giungere ad un’approfondita comprensione empirica e sperimentale delle relazioni tra certi tipi di stimoli (ambientali) e certi tipi di risposte (comportamentali)...».

E ancora, ci spiega il filosofo Umberto Galimberti:

«...il cognitivismo [...] invita ad aggiustare le proprie idee e ridurre le proprie “dissonanze cognitive” in modo da armonizzarle all’ordinamento funzionale del mondo; il comportamentismo ad adeguare le proprie condotte, indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee che, se difformi, sono tollerate solo se confinati nel privato e coltivati come tratto “originale” della propria identità, purché non abbiano ricadute pubbliche. Si viene così a creare quella situazione paradossale in cui l’”autenticità”, l”essere se stesso”, il “conoscere se stesso”, che l’antico oracolo di Delfi indicava come la via della salute dell’anima, diventa, nel regime della funzionalità dell’età della tecnica, qualcosa di patologico, come può esserlo l’esser centrati su di sé (self-centred), la scarsa capacità di adattamento (poor adaption), il complesso di inferiorità (inferiority complex). Quest’ultima patologia lascia intendere che è inferiore chi non è adattato, e quindi che “essere se stesso” e non rinunciare alla specificità della propria identità è una patologia...».

La casa di psiche
Umberto Galimberti2005

Anche se sono partito prendendo il discorso molto alla larga, non so se pure voi a questo punto, cari amici viandanti per pensieri, iniziate a sentire odore di affinità fra queste citazioni e la fattispecie del doloroso episodio dell’uccisione dei bimbi del Connecticut. Senza voler dedurre automatismi di causa-effetto eccessivamente semplificatori, si può tuttavia formulare la seguente ipotesi di riflessione: una società che nega, o ignora, il suo inconscio, ossia rinuncia ad indagare la genuinità più profonda del proprio essere (coi suoi lati problematici e contraddittori, anche), non fa altro che porre le basi affinché questo inconscio prima o poi esploda clamorosamente in manifestazioni incontrollate.

Ascoltiamo ancora Galimberti:

«...Se “alienazione” significa allontanamento […] dell’uomo da sé, forse non c’è alienazione più grande di quella che oggi l’uomo patisce sotto il potere incontrastato della scienza. Sembra infatti che la crisi del nostro tempo, a cui la fenomenologia e l’esistenzialismo tentano di reagire, consista proprio nel pericolo che l’uomo appartenga alla scienza più di quanto la scienza non appartenga all’uomo, e, da metodo escogitato dall’uomo per l’interpretazione della natura, la scienza assurga al livello di indiscusso a priori esistenziale in grado di decidere il modo umano di vivere e di pensare, e quindi, in senso profondo e crudelmente letterale, che l’uomo “perda la sua mente”...».

Lo stesso Sigmund Freud aveva già intuito il fenomeno:

«...ci sovrasta il pericolo di una condizione che potremmo definire “la miseria psicologica della massa”. Questo pericolo incombe maggiormente dove il legame sociale s’è stabilito soprattutto attraverso l’identificazione reciproca dei vari membri […] La presente condizione della civiltà americana potrebbe offrire una buona opportunità per studiare questo temuto male della civiltà...».

Il disagio della civiltà
Sigmund Freud -1929 (citato in: “La casa di psiche”, Umberto Galimberti – 2005)

E sempre affidandomi ad Umberto Galimberti, traggo una conclusione provvisoria al mio parziale discorso:

«...Come espressione più alta della civiltà della tecnica, l’America non è solo una nazione, ma la forma di una nuova antropologia, dove l’uomo non si riconosce se non come funzionario della razionalità tecnica. Nata per superare la distanza che intercorre tra il bisogno e la sua soddisfazione, nata per rendere presente l’assente, la tecnica, oggi, trattando ogni scopo come mezzo per uno scopo ulteriore, ha a tal punto dilatato la distanza da render presente solo l’assenza degli scopi ultimi, e la psiche umana, che era in grado di riconoscere se stessa all’interno di un orizzonte di senso, vive percorsa solamente dall’angoscia di sopprimere la distanza che la separa da quell’orizzonte che, nell’età della tecnica, appartiene solo al repertorio della sua memoria, di cui l’Europa forse, e ancora non si sa fino a quando, resta l’ultima debole custode...».

Insomma, cari amici viandanti per pensieri, alla fine non so se facevo meglio a starmene zitto, su questo tema, oppure se vi ho propinato solamente le ennesime chiacchiere da bar raffazzonate. Però, almeno una cosa me la riconoscerete: il bar in cui vado io, non si può certo dire che sia frequentato soltanto dai soliti quattro ubriaconi.

sabato 22 settembre 2012

Te possino dà tante…



Che cosa dire riguardo al recente squallidissimo scandalo alla Regione Lazio? Sapete che di politica ci capisco poco e raramente mi addentro in questo periglioso campo, perché finirei per ripetere il già detto da mille altre voci, inciampando per di più in una miriade di laccioli qualunquistici. 

Anche se, potrei auto-obiettare a me stesso, cosa c’è rimasto ormai di politico in tutto ciò? Qui si tratta semplicemente di depredazione allo stato puro (o di depredazione allo Stato, pura), senza un briciolo di pudore. Di politica qui non è rimasto proprio nulla.

Evito in ogni caso di addentrarmi oltre in analisi pseudo-tecniche, che esigerebbero considerazioni di tipo sociologico, storico, e simili complessità avulse dal limitato e sintetico spazio di un articoletto di blog. Il punto sul quale vorrei riflettere è invece l’ormai stra-vomitevolmente nota festa “in costume”. A dar retta al più immediato istinto polemico, il primo desiderio incontenibile che mi sale su per la gola sarebbe quello di poter vedere tutti gli invitati a quella geniale messa in scena, presi in blocco e consegnati (non dico per molto, al massimo un’oretta) nelle mani dei minatori del Sulcis Iglesiente. Tuttavia, come accennavo, a malincuore ho deciso di accantonare la strada maestra della grande affabulazione da Bar Centrale, e dunque di cruente risoluzioni della faccenda, ahimè, non ne posso parlare.

Oltre a poter ammirare le fantasmagoriche foto dell’eruditissimo convivio, sui giornali si leggono ora le abbozzate spiegazioni di chi organizzò quella presunta serata di divertimento. «…Una goliardata: non siate puritani…» leggo testualmente da un titolo del “Corriere della Sera”. 

Tutto, nelle nostre vite, presenta anche un riflesso estetico. Anzi, spesso la scelta estetica, intesa come motivazione esistenziale mossa prevalentemente dagli affetti e da tutte quelle componenti meno razionali che albergano nel nostro animo, finisce per diventare la molla preponderante a guida del nostro agire. Mi domando allora: cosa può nascondersi di minimamente buono dentro menti in grado di concepire una bruttura estetica simile? Si badi bene: qualcosa di minimamente buono non in senso generico, ma qualcosa di buono da poter essere trasmesso alla comunità. Dato che, d’accordo, si sarà pur trattato di una festa privata in quel contesto, ma organizzata per festeggiare una vittoria politica, quindi una importante componente di dimensione pubblica, volente o nolente, era contemplata.

Una goliardata non si nega a nessuno, per amor del cielo. Forse non si direbbe dalle cose che scrivo, ma pure il vecchio Gillipixel, non crediate, in passato non è che abbia sempre disdegnato ogni occasione di bagordi. Divertirsi è un diritto sacrosanto, che ognuno si può gestire come meglio crede, sempre nei limiti del rispetto della libertà e della incolumità altrui.

Questa però non era una goliardata qualunque. Ed è già solo nell’idea di festeggiare un’elezione politica con una goliardata, che si nasconde qualcosa di estremamente distorto. E’ questo il punto nodale della questione, il passaggio “concettuale” che forse inquieta in misura ancor maggiore della crassa manipolazione di una pseudo-cultura classica, acquisita più dalla visione dei film di Maciste, e di Franco e Ciccio (con tutto rispetto per i grandi comici siciliani), che non sui banchi di scuola.

Non si riuscirebbe a dire poi, riguardo alla giustificazione da parte degli sgangherati festaioli di non aver utilizzato soldi pubblici per pagare la bisboccia, se si tratti più di un’attenuante o di un’aggravante. Intendiamoci, dal punto di vista della contabilità spicciola, è assolutamente meglio così. Ma viene da pensare: sbattere via in quel modo bislacco i soldi, per tuoi che siano, non è che si possa definire esattamente una strategia da gran volpone nell'ovile. Se trattano con simile idiozia i soldi propri, c'è da figurarsi quanti scrupoli si saranno fatti in seguito con quelli degli altri.

Ci sono poi ulteriori spunti di riflessione sconsolata derivanti da questa vicenda. Sono connessi ad un certo mio sentirmi romano per “affettività onoraria”. A Roma ci sono stato non tantissime volte, in fin dei conti. Ma sono bastate per farmici affezionare nel profondo. Nel mio campagnolismo inveterato, non so se ci vivrei. Ma adorarla, quello sì. Roma mi piace per il suo spirito e per la sua storia, non solo antica, ma di tutte le sue epoche di maggiore o minore fulgore: dai secoli lontani della Lupa allattante, sino al Neorealismo; da Giulio Cesare ad Alberto Sordi, passando per il Barocco berniniano. Dal fascino di Roma non puoi fare a meno di lasciarti avvolgere. Roma è bellezza che attraversa i tempi, e trasversalmente a tutti i propri “gradi umani”: è ricca nei suoi aspetti popolareschi, così come la è quando si esprime attraverso quei picchi inimitabili di artisticità aulica di cui è capace. 

Dunque, al di là di tutto lo squallore “anti-politico” che esprimono, questi tristi rappresentanti di un trito e ritrito yuppismo fuori tempo massimo offendono innanzitutto la bellezza più vera di Roma. Rendendosi autori di una vera e propria caricatura del nulla con quella festa, soprattutto perché, come ho detto, imprescindibile da riferimenti ad un certo grado di coinvolgimento della collettività medesima, si sono macchiati in primo luogo di “lesa maestà estetica”. L'idea che l'energia più profonda di una grande città, ossia la sua carica ineguagliabile di bellezza culturale, possa essere stata “violentata” dall'alterigia di uno stonatissimo senso del ridicolo: questo è l'aspetto più offensivo di tutta la faccenda, a mio avviso.

La cultura e la bellezza hanno tuttavia una carica vitale che travalica le più infime insidie. Come consolazione sembrerà minima, ma ritengo sia fondamentale. Cultura e bellezza potranno patire momenti di sofferenza come questi, ma alla fine prevarranno con il loro fulgore, s'imporranno con la propria forza, al di sopra di ogni genere di squallore, lasciando i miseri a grufolare nel fango della propria insipienza, e concedendo ai più sensibili il privilegio di godere di tesori di “preziosità umana” simili a quello contenuto nel fantastico brano musicale che abbino oggi a questo articoletto.


lunedì 5 dicembre 2011

No, we can't


Dopo che l’annuncio dei punti della manovra Monti ha fatto impennare alle stelle le quotazioni in borsa della ditta Svasànòl, multinazionale della vaselina, mi sono balzate alla mente un paio di riflessioni che virano facilmente in invito da rivolgere ai prossimi politici venturi che si appresteranno a stilare un programma elettorale per le nuove votazioni.

Personalmente non mi fiderò più di nessuno che osi andare oltre le pretese riposte in questo modesto motto: «…No, we can’t…». Ormai lo si è capito alla grande: il margine residuo rimasto alla politica per incidere davvero con cognizione di causa su qualcosa che riguardi la vita vera delle persone, è più risicato dei segmenti dell’Alfa Romeo di Nuvolari alla fine di una Mille Miglia.

«…Yes, we can…» proclamava il buon Obama una spicciolata di anni fa. Con tutto il rispetto per l’impegno profuso e la simpatia per l’uomo, che tuttora nutro, non si può fare a meno di constatare che nemmeno lui non ha “can” proprio ‘na bèla sega. Recentemente mi sono visto un documentario molto istruttivo in merito, intitolato «Inside job». Sapete che fine hanno fatto i super-manager delle grandi potenze finanziare USA (mega-banche, iper-agenzie, e così via), principali responsabili di tutti i casini economici che ci stanno rimbalzando tutt’ora in casa nostra? Dopo aver dato la stura a quella bella marea di liquame che tutti sappiamo, si sono beccati una lauta buonuscita e sono stati addirittura integrati negli apparati statali, in posti di responsabilità, sempre a smanettare su tematiche economiche e finanziarie.

Aho! Ah Obama…e meno male che proprio te eri quello che “cannava” così bene. Ecco, per l’appunto. La prossima volta, siamo più onesti dai, dì una cosa tipo: «…Yes, maybe we can do what is possibile…and the very very minimum…».

Perché adesso cosa gli andiamo a raccontare a quei nostri connazionali tardo cinquantenni che erano in procinto di andare in pensione fra qualche mese e si sono invece ritrovati nel giro di una nottata con 5 o 6 anni di lavoro in più sul groppone? Quale slogan si potrà sfoderare per l’occasione? Forse non rimane altro che: «…alèghèr, alèghèr, che ‘l spread del bund l’è sèmpèr nèghèr...».

domenica 16 ottobre 2011

I signori della Bruttezza


Cari amici, risulta molto duro di questi tempi potersi lasciar andare ad una sana e spensierata pratica del più puro ed incontaminato vagabondaggio per pensieri. Come credo anche molti di voi, ieri ho seguito per quasi tutta la giornata i tristi avvenimenti di Roma e con uno spettacolo simili ancora negli occhi e nella mente, è quasi impossibile pensare leggeri.

Non è mia intenzione addentrarmi in analisi “socio – atropo- economico – politiche” del caso, o simili. Non credo di avere la competenza necessaria, l’argomento è vastissimo, molto complesso, e finirei per sparare le solite ritrite considerazioni da bar. Quello che volevo scrivere invece sono alcune piccole considerazioni a modo mio, che buttano sempre un po’ sul “filosofoide”, lo sapete, e all’apparenza magari non c’entrano una mazza con niente, ma se le si guarda meglio, hanno ogni volta il loro perché.

Al di là del naturale moto di sdegno e rabbia causato da quella minoranza violenta che si è mossa così mefiticamente fra i manifestanti “veri”, mi sono domandato cosa significasse questa frangia di devastatori ad un livello ontologico, ossia nell’ambito della, per così dire, “economia dell’essere”.

Dopo attenta riflessione mi sono risposto e credo di aver colto il significato più profondo di quelle persone. Simili individui non significano altro se non “il Nulla”. Sono l’esatta negazione dell’essere, si situano precisamente agli antipodi di esso. Più precisamente, sono il preciso annichilimento di tutto quanto significhi essere uomini in questa vita. Ragionamenti simili non me li sono ritrovati in mente come calati dall’alto, ma vengono fuori da diverse altre riflessioni.

Di quale peculiare dimensione questi individui si fanno infatti evidenti portatori? Su questo non ho il minimo dubbio: sono una delle più lampanti espressioni della”Bruttezza”. In qualche parte del «Simposio», Socrate dice una cosa più o meno così (e mi scuso per la zoppia della citazione): l’essenza dell’essere umano risiede nell’amore, che a sua volta consiste nel dare vita in ciò che è Bello. Ecco, l’atto del creare è condizione necessaria per intraprendere qualche passo nella direzione di ciò che è umano. Questi individui sono tutto l’opposto: essi, con la loro azione ciecamente devastante, tendono al “Nulla”, al vuoto assoluto, e di conseguenza alla “Bruttezza” assoluta.

Un altro fattore fortemente negativo da rimarcare risiede nel fatto che questi figuri sono del tutto privi di una profondità storica. Non solo tendono al nulla, me provengono altresì dal nulla. Curiosamente, e forse non a caso, questa constatazione coincide con il modus operandi tipico delle loro azioni di guerriglia: sembrano sempre comparire dal nulla, materializzandosi come cupi fantasmi fra le fila dei manifestanti pacifici, compiono la loro nefandezze, ed al nulla ritornano. Questa perversa strategia è il giusto riflesso della loro inesistente qualificazione identitaria: non hanno radici storiche di riferimento, non sono i continuatori di nessuna tradizione politica o di rivendicazione sociale. Sono soltanto delle invasive cellule tumorali impazzite, che non hanno niente a che vedere con tutto ciò che la precedente vicenda del corpo sociale rappresenta. Scaturite nell’ambito del tessuto sociale con la stessa insensata virulenza dimostrata dalle cellule di un cancro nell’ambito del corpo umano.

Un’ultima cosa infine mi sento di sottolineare. Potrà apparire la più banale, forse perché provenendo dal cuore risulta anche la meno argomentabile. Ma io credo sia importantissima. Mi riferisco al fatto che queste truppe di violenti sono sempre composte da soli uomini. Da maschi. Non ho la certezza assoluta di questa affermazione, ma al 99, 9999999 per cento delle volte credo sia stato così. La donna è portatrice per eccellenza di vita, e quindi di bellezza, e non potrebbe mai avere nulla a che fare con tutto quello che ho cercato di argomentare in questo mio articoletto. E nell’ambito di questa ultima considerazione, non è nemmeno un caso l’accanimento dimostrato ieri nei confronti di uno dei simboli più alti della femminilità concepiti nel corso della storia, ossia quella statuetta della Madonna così vigliaccamente frantumata. Al di là delle convinzioni religiose di ciascuno, penso che la brutalità dimostrata contro quel simbolo sia l’equivalente di una brutalità rivolta al senso stesso della vita come ci piace continuare a concepirlo.

Noi.

lunedì 14 giugno 2010

Porco PIL!!!


Cari amici viandanti per pensieri, son tempi duri, per poeti e perdigiorno.
Ad andar per pensieri, mi rimane poco tempo, di questi dì. Mi va ancora bene se non me ne vado direttamente affanculo, altro che per pensieri!
C'è da far andare su il PIL, mica cotica.
Ma si stancheranno di bere Lusconi. Al popolo oboe, e dagli da bere Lusconi oggi, e dagli da bere Lusconi domani, va a finire che l'affetto gli si craxia...Ma saranno monetine sue, al momento debito...

Verranno tempi migliori, per poter tornare insieme a fraseggiar sul nulla, giulivi ed inconsapevoli, come orsetti lavatori islandesi e spensierati.

Per adesso, volevo dirvi che non vi sto trascurando scientemente, son solo vittima delle circostanze.
Appena ritrovo uno straccio d'idea e due spiccioli di tempo fine a se stesso, tornerò puntuale ad occuparmi di voi (...non prendetela come una minaccia, però....).
Nel frattempo, vogliate gradire un classico del "pestoduro", sempre gradito alle menti indirizzate all'assoluta libertà dell'«inutile».



martedì 2 marzo 2010

Sfogo d’un mattino di fine inverno

Sottotitolo: «Italia vaffanculo!»
(Testo: Mortacci, Porcacci – Musica: Zozzacci)


Questa mattina, mi son svegliato…e ho trovato l’invasor…
Ah, no…quella era un’altra storia.
In realtà è da mo’ che siamo invasi. Invasi da noi stessi. L’Italia è una nazione auto-invasa che si dà incessantemente mazzate sulle orchidee, con la malintesa illusione di stare praticando una dilettevole pratica autoerotica.
Su questo tema, non vi posso venir a raccontare novità, cari amici viandanti per pensieri che con me condividete lo zozzo privilegio di vestire tutti i giorni i panni della italiotità.
Essere italiani è un fastidio che bisogna sopportare, così siamo nati e così dobbiam procedere rassegnati. Lo sapete benissimo quanto me, come funziona. Ogni santo giorno della minchia che il cielo manda in terra, ci si infarcisce le orecchie di notizie sempre più balorde: corruzione a crescita esponenziale, malaffare come se piovesse, arroganza, superficialità, zero rispetto per tutto e per tutti.
Uno ascolta e manda giù. E Pensa: va beh, ma non è tutto così, ci sono ancora le persone per bene, per fortuna (e sarà anche vero, non lo metto in dubbio).
Uno ascolta e manda giù (ci sono ancora le persone per bene: ohm!!!)…ascolta e manda giù (ci sono ancora le persone per bene: ohm!!!)…ascolta e manda giù (ci sono ancora le persone per bene: ohm!!!)…
Finché un bel giorno, sente una notizia, non importa se sia più o meno grave. Magari ne aveva sentite duemila ben più terribili fino a lì. Però quel che conta è che si tratti della notizia stercoraria giusta al momento giusto, quella briciola di letame che mancava per arrivare all’orlo, quel rospo in eccedenza venuto a dare il “tana libera tutti” alla banda di zompanti batraci ingurgitati fino a quel punto.
La notizia che ho sentito io era grave (ma mi è successo altre volte che fosse sufficiente anche molto meno). In pratica, ho sentito che ci sono dei tizi balordissimi ed innominabili che stanno approfittando delle disastrose condizioni in cui versano Lambro e Po sversati di lordure, per disfarsi di altro materiale inquinante, nella speranza di passare inosservati e quindi impuniti, in base al loro perverso teorema secondo cui schifo sommato a schifo non farebbe molta differenza.

E tanto m’è bastato per dare il via al profluvio interiore dello sfogo nazionale: «…Ma vai in malora, Italia bastarda!!! Bel Paese un paio di palle: ormai sei poco più d’una carogna imputridita, cosparsa di lugubri vermi e malconci avvoltoi che si contendono in squallida lotta la tua misera carcassa.
Vai a fondo, barcone bucato!!! E’ giusto così, “Non val cosa alcuna / I moti tuoi, né di sospiri è degna la / Terra” fetida tua. Non fosti mai una nazione degna di questo nome, men che meno uno Stato, se non magari intendendoti come participio passato: sei solo un qualcosa che forse una volta è stato, ma che di certo ora non è più.
Baldraccon de’ Baldracconi! Italia, sei più fottuta di una puttana all’ora di chiusura (cit. “Dead man”, Jim Jarmusch – 1995)…».

In questo modo, guidando e mirando verso la città, il mantra auto-flagellante mi si gonfiava dentro il petto sempre più, vedendo quella fiumana di bastardi sulle loro scatolette di latta, a mia volta bastardo anch’io nella mia scatoletta, tutti in coda a sgomitare per un sorpasso inutile ma potenzialmente mortale, senza rispetto, senza ritegno, senza capire il senso di quel che si sta facendo, per ritrovarsi tutti ancor più bastardi e insensati alla prima grande rotatoria alle porte della città: chi aveva rischiato l’osso del collo per arrivare prima, e ora si trovava un solo micragnoso metro davanti a chi invece era stato prudente.
Un millimetro c’è mancato che tirassi giù il finestrino, inveendo alla volta di uno di questi incoscienti con l’offesa più grave che sul momento mi passava per la testa: «Brutto figlio d’italiana!!!».
Capita poi che quando si apre il barile del letame, ci vanno appresso anche tutte le ruggini accumulate e lasciate in sospeso, è così ho pure pensato che ce la meritiamo tutta la schifezza della canzone del Pincipe e del Pupo, è l’esatto specchio del nostro abbruttimento attuale. Così, parafrasando quei sommi versi d’animale, ho concluso fra me e me con questo inno devastante: «Sì, stasera son qui a ragliare come un mulo: Italia amore mio, ma vaffanculo!»

Poi d’un tratto mi son destato: era stato solo un brutto sogno. Ad occhi aperti, ma pur sempre un brutto sogno. E per fortuna che non sono andato nel fosso, anzi, al momento del risveglio ho fatto giusto in tempo a constatare che tutto era tornato a scorrere normale.
Infatti guidavo, riascoltavo i miei pensieri, e rimandavo giù (…ci sono ancora le persone per bene: ohm!!!) e alla seconda grossa rotatoria per entrare in città, vedo che un interdetto era andato a cozzare con la sua scatoletta proprio contro una gazzella dei Carabinieri. La cosa più divertente era che i Carabinieri avevano ragione, e la speranza più ghiotta era che al tapino, a quel grande italiano, non solo ritrassero la patente, ma che gliela ficcassero pure soavemente su per il buco del c…amino.

sabato 11 aprile 2009

Your lips move, but I...


"...Ricordo, a proposito dei sentimenti che giustificano la crudeltà umana, una riflessione di Carl Gustav Jung. Nella sua analisi dell'Ulisse, definisce James Joyce «il profeta dell'insensibilità»: «Noi possediamo» scrive «alcuni dati per comprendere che l'inganno sentimentale ha raggiunto proporzioni veramente eccessive. Pensiamo al ruolo realmente catastrofico dei sentimenti popolari in tempo di guerra ...Il sentimentalismo è una superstruttura della brutalità. Sono convinto che siamo prigionieri del sentimentalismo e che, di conseguenza, dobbiamo trovare perfettamente ammissibile che nella nostra civiltà sopraggiunga un profeta dell'insensibilità»..."

"Un incontro"
Milan Kundera - 2008

Mi sono astenuto dal parlare della tragedia del terremoto, per diversi motivi.
Un po' per pudore, perchè quando accadono fatti così gravi ho sempre l'impressione che venga detto tanto, troppo, e spesso male.
Un po' perchè mi sento inadeguato di fronte a questioni così grandi e, riprendendo in parte la motivazione precedente, preferisco lasciare che ne parli chi più di me ha competenza ed autorità in merito.
E un po' anche perchè alla fine mi pare sempre di ritrovarmi a constatare che il mio "parlar di nulla" può giungere a sfiorare aspetti dell'esistenza ben più profondi di quanto non possa fare un parlare all'apparenza più "impegnato" e "realistico".
Questo, non per il fatto di possedere io chissà quale particolare acume, o spiccato senso critico, oppure capacità di analisi speciali. Ci mancherebbe, non mi permetterei mai di fare un'affermazione così bislacca. Il mio senso critico è giusto giusto pari a quello di un bastardo qualsiasi e ci tengo a ribadirlo.
Il mio "parlar di nulla" è invece capace di cogliere significati più pregnanti della vita perchè nel suo cammino si affida spesso ai sentieri tracciati dai grandi "cercatori di bellezza e verità", i traghettatori supremi verso i lidi dell'arte e della filosofia.
Ed è stato così infatti che sleggiucchiando l'ultimo saggio di Milan Kundera uscito da poco in libreria, sono incappato in un passo che, pur rimanendo fermo il mio intento di non voler trattare della "cosa in sè", mi riporta a parlare di quanto è accaduto a contorno dei drammi causati dal terremoto.
Facendo mente locale a quanto purtroppo visto in varie salse su varii canali tv in questi giorni, grazie al brano di Kundera che cita Jung, ho capito più a fondo come la "dittatura del sentimentalismo" abbia dispiegato come non mai i suoi devastanti mezzi in questa mestissima occasione.
E con quell'adamantina espressione Junghiana nella mente, "Il sentimentalismo è una superstruttura della brutalità", mi è sembrato come mai opportuno domandarmi se veramente non si rendano conto, i mille e uno Bruno Vespa coi loro pelouche in mano raccattati fra le macerie, di quanto danno procurano alla civiltà e alla dignità dell'uomo.
E mi sono sempre più convinto della saggezza contenuta nello stupendo verso di una delle più fantastiche canzoni dei Pink Floyd.
Profeti d'insensibilità, completamente "comfortably numb" nell'animo: è proprio così che abbiamo il dovere di sentirci di fronte agli attacchi d'inciviltà sferrati dall'esercito sentimentale dei Bruni Vespi.
E mentre le immagini piovono dallo schermo sul loro blaterare invano, pensare sereni nel nostro intimo: "...Your lips move, but I can't ear what you're saying...".

P.S.: Quanto detto va anche inteso di riflesso come un elogio dei giornalisti "veri", quelli che rendono onore genuinamente a questa professione che fu anche di Hemingway e di Pier Paolo Pasolini.



mercoledì 26 novembre 2008

Consumo e felice

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Ohi ragazzi, ma voi avete cominciato?
No, dico, lo sapete che ci dobbiamo mettere di buzzo buono ed attaccare a darci dentro coi consumi come dei dannati, vero?
Io non credo di essere mai stato un cittadino modello, ma stavolta ho deciso che era ora di riparare alle mancanze del passato. Così, mi sono armato di tutto il mio senso civico e adesso voglio consumare.
Lo pretendo, è un mio diritto-dovere.
Prima cosa, sto tenendo i termosifoni accesi a palla 24 ore su 24, e nel frattempo porte e finestre rigorosamente spalancate. In questo modo, posso permettermi il lusso di continuare a rimanere vestito invernale di tutto punto, consumando così cappotti e scarpe anche in casa.
Le porzioni di cibo ora le calcolo almeno tre volte tanto rispetto a quello che mi sento di mangiare: stanti questi ponderati calcoli, si determina un meccanismo virtuoso di consumi tale per cui i due terzi avanzati passano nella ciotola del gatto, e da qui, il terzo finale che non riesce a superare l’arduo scoglio del vaglio felino, a gatto strasatollo finisce direttamente nella pattumiera.
Che ci volete fare, noi in famiglia siamo fatti così: quando sono in gioco l’utilità sociale ed il dovere civico, anche il gatto è della partita.
E se, cammin consumatorio facendo, nell’angolino più remoto della coscienza si farà umilmente strada il siffatto velato interrogativo: “…cosa ne sarà poi di quelle 30 camice nuove che intasano l’armadio, delle 42 cravatte fiammanti, dell’ultimo modello di tosa erba SUV cabrio gommato antineve, di quel paio di raddrizza-banane firmati Dolce&Gabbana stipati in garage, del grattugia-struzzi turbo regalato agli amici per l’anniversario di matrimonio?...”, non disperate perché immantinente si leverà consolatorio il pensiero di aver gloriosamente contribuito ad innalzare il Prodotto Interno Lordo di uno straccio infinitesimale di punto, e alla fine potremo far festa tutti insieme organizzando un bel party a base di panini imbottiti di fette di PIL.
Non sia mai che ci rimangano sulla coscienza 400mila nuovi disoccupati per non aver avuto, noi, il buon cuore di sbattere un po’ di soldi giù per il cesso. Noi gente comune senza scrupoli, noi orrendamente ostinati a non lasciarci guidare dal preclaro esempio di solidarietà umana offerto da banchieri, grandi finanzieri e simili.
Tanto, staremo mica a guardare il capello? Qualcuno ci crede ormai così assuefatti a prenderlo nel di dietro in andata e ritorno, da considerarci anche completamente illusi che i soldi, per la proprietà transitiva, vengano fuori proprio da quel di dietro medesimo.

Nota:
So che il titolo scelto (solo perché mi piaceva l’assonanza con la nota canzone di Carmen Consoli) risulta sgrammaticato, e a parte magari vederlo un po’ come una sorta di anacoluto tirato per il ciuffo, non ha in fondo un granché senso.
Ma cos’è? Forse che l’immunità per le stronzate è riservata ai soli politici? Il lodo Alfano ha allungato fino a questo punto i suoi tentacoli?

domenica 9 novembre 2008

Il pane e le rose

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Devo essere un gran pauperista. Un populista, un luddista. Devo essere un iconoclasta. Devo essere anche parecchio retrogrado, passatista. Devo essere uno che non ama la bellezza, un ingrato che non comprende l'importanza dell'immagine, della dimensione estetica, nella nostra società. Devo essere un gran nostalgico di una tanto mitizzata, quanto mai esistita età dell'oro. Devo essere afflitto da una terribile miopia sociale, che mi impedisce di guardare avanti, mi impedisce di capire i meccanismi più raffinati attraverso i quali il motore dell'economia è capace di sostentere il movimento del progresso, continuando a far girare le leve vitali e fondamentali che sostengono il nostro bene collettivo.
Devo essere tutto questo.
Altrimenti, non saprei spiegarmi un fatto.
Perchè se non è vero tutto quanto detto sopra, ieri sera, dopo aver sentito al Tg4 che nelle gioiellerie dalle parti del Ponte di Rialto a Venezia, il prezzo medio di vendita delle collane, un anno fa attestato intorno ai 300 euro, ora per la crisi è sceso a circa 30, come si spiega che non mi sono commosso?

martedì 28 ottobre 2008

Pannolini elettorali iù-ès-éi

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Si sa che la bocca di un candidato alle elezioni è meno affidabile del sedere di un neonato, ma certe volte il pannolino del buon senso si riempie così tanto che la puzza non si può più sopportare.

Sostiene il candidato repubblicano alla presidenza americana John McCain che gli elettori non dovrebbero votare il candidato democratico Barack Obama perché un’amministrazione guidata da quest’ultimo significherebbe anche forti influenze statali sull’economia.

Ora, se fossi votante USA, di fronte a questa suggestiva trovata di strategia elettorale, mi verrebbe da sbottare in siffatta guisa:

“…Eh no…macché…e verrò a votare per te, allora…così mi garantisci ancora un bel po’ di anni di gioiosa amministrazione all’insegna del “Dio Mercato Libero e Bello”, fondato sull’unica, rassicurante e suprema regola della “saponetta caduta a terra”, codificata anni or sono dal grande economista Jack Ninetygrades.

E dopo un soave periodo in cui l’umanità tutta si ritroverà ancora in balia dei geniali manager delle superbanche creative (che invece di passare più tempo a casa a fare all’amore con le mogli e a portare i bambini ai giardinetti, continueranno a sacrificarsi per noi 18 ore al giorno in ufficio, guadagnando milioni di dollari all’anno dei quali non potranno spendere nemmeno una minima parte campassero 10 secoli), alla fine saremo ripiombati in una bella e scintillante crisi mondiale nuova di zecca, accorgendoci giusto in quel momento che, non dico un ferreo statalismo in stile sovietico, ma almeno qualche straccio di regola ci si poteva sprecare a buttarla su fin dall’inizio…

Aho…ah còso…Ah Màkkàine…but go to take it in the cool!...”.

venerdì 10 ottobre 2008

Non sono tuo fratello...

Come diceva Nino Manfredi nel capolavoro di Luigi Zampa “Anni Ruggenti” (1962):
“…A chi li sòrdi? A noi!!! A chi le caverne? A loro!!!…Ammazza che saccoccia!!!...”

Se mai questa crisi mondiale potrà insegnarci qualcosa, speriamo lo faccia nella direzione di una maggiore umiltà, di un ravvedimento generalizzato, di una rinnovata coscienza della finitezza e dei limiti umani. Speriamo torni ad imporsi un senso diffuso di responsabilità sociale, impostato sui valori dimenticati della solidarietà, dell’altruismo…della fratellanza….
Però, per favore, stavolta lasciamo perdere l’esempio dei fratelli Lehman…