Visualizzazione post con etichetta Vaccate. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vaccate. Mostra tutti i post

domenica 8 gennaio 2012

Ala ad ala con gli asini (Seconda parte)


«...And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well, the pleasure - the privilege is mine...».
“There is a light that never goes out” – The Smiths - 1986

*******

Si parlava dunque la scorsa volta della potenziale “presa per il culo” celata dietro certe creazioni cinematografiche, massime nel caso di film narranti “grosse palle”. Una conferma puntuale riguardo al fenomeno l’ho avuta alcune sere fa, alla visione del secondo episodio della saga Bruce Willisiana raggruppabile sotto il generico sottotitolo di “Die Hard” (o “Die Harder”, non importa). Si tratta di una pellicola vecchiotta, ma non l’avevo mai vista prima (col senno di poi, mi viene da aggiungere: e meno male…). Il titolo preciso è “58 minuti per morire - Die Harder”. Ero curioso di addentrarmi in questo secondo capitolo della storia, perché conoscevo già il primo, “Trappola di cristallo”, un film questo che una volta visto, se avessi avuto lì davanti il regista, mi sarebbe venuto da dirgli: «…Minchia, sei un grande: mi hai fatto credere per un paio d’ore che gli asini volano. E anche se, svanito l’ultimo fotogramma, rimango pur sempre convinto che non volino, è stato bello lasciarsi raccontare da te che lo possano fare…».

Di tutt’altro tono, le frasi che vorresti dire al regista della seconda puntata della “serie”, “58 minuti per morire - Die Harder”. Un tono talmente sopra le righe che, per amor di moderazione e di ripulsa verso lo sproloquio, è meglio lasciarlo appunto dove si trova: sopra le righe. E dire che le premesse per una bellissima storia di asini volanti, nella prima mezz’oretta di film, ci sarebbero tutte. Un drappello di birbaccioni internazionali, tutti fuorusciti più o meno malvagiamente dai ranghi di un qualche esercito regolare, mette in scacco nel periodo natalizio l’aeroporto civile di Washington (o era New York? Anche qui, non importa…), proprio mentre il “Brussone Willis” nazionale è lì in attesa della mogliettina in arrivo su un volo proveniente dall’altro capo degli States, ingrifato come pochi, tra l’altro, per via dell’astinenza arretrata di coccole e “smici-mici” accumulata sotto le lenzuola. E poi, ciliegina sulla torta, proprio per non farci mancare nulla, una minacciosa bufera di neve sta pure imperversando su tutta la regione circostante.

I birbaccioni fanno sul serio: isolano le comunicazioni tra aeroporto e velivoli in arrivo, assumendo essi stessi il monopolio radio, per fare il bello e il cattivo tempo sull’andamento del traffico aereo. L’obiettivo immediato è far atterrare con modalità a loro favorevoli, un non meglio precisato generale ribelle sudamericano, custodito dalle autorità e in transito per Washington (o era New York?...), sotto scorta a sua volta dell’esercito (quello dei buoni però). L’obiettivo globale dei birbaccioni (da quello che ne ho capito io…) è sovvertire l’ordine costituito, assumere il potere nel mondo, imponendo un regime dittatoriale dei “migliori”, che faccia finalmente piazza pulita degli scoreggiatori anonimi e del terribile flagello degli attaccatori di cicche sotto i tavolini dei bar (queste due ultime facezie sono ovviamente “licenze idiotiche” mie…).

Come dicevo già, gli ingredienti ideali per farne scaturire un eccelso film di grosse palle ci sono tutti, ma non dovranno passare ancora troppe scene, perché ci si accorga di come tutta la baracca della trama si metta a scricchiolare in modo pauroso, fino ad implodere nel fragoroso collasso di una vaccata senza eguali. Una prima avvisaglia clamorosa si ha quando il generale in arrivo sul suo jet sotto scorta militare, decide la sortita per dirottare di persona l’aero che lo trasporta. Un simile passaggio della trama non sarebbe stato un ostacolo per un regista “gran pallonaro” esperto. Ma questo qui invece ti imbastisce una sequenza che, se non temessi di peccare di lesa maestà artistica, definirei degna di Totò e Peppino.

Quando il senso del comico invade il senso del “pallonaresco”, per quel film è la fine. Cosa combina in sostanza il terribile generale? Dopo aver eliminato, strozzandolo, il militare addetto alla sua custodia, ingaggia una colluttazione coi piloti in cabina di pilotaggio, con tanto di spari e tutto. Li fa fuori tutti e due, ovviamente, perché, minino che si richieda ad un generale sudamericano ribelle, sa perfettamente cavarsela con una cloche d’aereo fra le mani. E’ a questo punto tuttavia che casca l’asino volante del regista. Non pago, vuole strafare, gioca l’asso di briscola della gran palla siderale e ne paga subito le conseguenze farsesche. Durante lo scontro a fuoco, infatti, su uno dei parabrezza (non so se sull’aereo si chiamano così…) si è formata una vistosa falla, causata proprio da un proiettile.

Ora, se c’è un ignorante supremo in materie aeronautiche o fluidodinamiche, quello sono esattamente io. Tuttavia, dal poco che so, mi risulta che un velivolo di quel tipo, pensato per volare negli strati più alti dell’atmosfera, una volta compromessa la pressurizzazione interna, comincia ad avere serissimi problemi a rimanere su. E forse questo, in un’ottica prettamente “pallonaresca”, sarebbe stato anche un ostacolo oltrepassabile. Ma la perla “boiosa” più eclatante deve ancora venire: infatti, non solo il generale porta a terra l’aereo, in quelle condizioni così critiche, dando prova della stessa padronanza del mezzo che avrebbe sfoderato in sella al triciclo di suo nonno, ma si pappa pure tutto il resto del viaggio con un esagerato botto d’aria che gli sfiata impietoso contro la faccia e tutto il busto, “venticello” che filtra dal mastodontico foro sul parabrezza.

Caro amico regista, anche a volersi appellare al buon nome della migliore tradizione “pallonara”, ti confesso che questo mi è sembrato esageratamente troppo. E il fatto è che non era nemmeno tutto. Una volta posati i carrelli al suolo, ci si accorge, non solo che al generale non è venuta una paresi carpiata con triplo avvitamento del volto all’indietro (grado di complicazione sanitaria 8½), come sarebbe successo a qualsiasi altro comune mortale. Non solo se la cava spazzolandosi dalle maniche della giacca qualche fiocco di neve birbantello e un po’ di brina birichina, tornando così subito in perfetta forma e abbondantemente disponibile ad affrontare nuove e sempre più esaltanti “birbaccionate”. Non bastano insomma queste tremende sbandate nel periglioso territorio dello “svaccamento” più totale. Per sommo sgangheramento nel più disastroso naufragio“pallonaresco”, si scopre pure che il generale, fino a quel momento rimasto un po’ in penombra, è interpretato da Franco Nero!!!

Confesso che a quel punto la tentazione di cambiare canale o di andarmene addirittura a letto di filato, è stata molto forte. Però ho resistito, pensando: «…Ti voglio dare un’altra possibilità, regista. Vai così, fammi sognare ancora!...». Ma lui no, testardo. Non ancora contento di quella sesquipedale castroneria, ci si è messo proprio d’impegno per fare deflagrare definitivamente il benché minimo senso del pudore e del rispetto per l’intelligenza del suo pubblico. E lo ha fatto andando a minare alla base, con potenti cariche di “dinamite del risibile”, proprio il fulcro della storia.

Uno dei passaggi cruciali e più avvincenti della trama stava appunto nell’idea di “isolamento radio” degli aerei in attesa di atterraggio. I birbaccioni, dal canto loro, sono dei tecnici delle comunicazioni coi controfiocchi e mettono in serissima difficoltà tutti gli addetti della torre di controllo, persino i più esperti, con anni e anni di servizio sul groppone. Questa era una buona carta narrativa e infatti ci tiene ben in sospeso per una mezz’ora iniziale di film. A questo si aggiunge poi anche un onesto colpo di scena, quando il più anziano ed esperto tecnico dell’aeroporto, dopo non pochi rovelli mentali e facendo ricorso a tutte le sue più estreme risorse di vecchia volpe delle onde radio, escogita una contromossa micidiale che ribalta la situazione: ora sono i birbaccioni a cadere nell’illusione di ingannare gli aerei in volo, mentre la torre di controllo può parlare, non udita dai dirottatori, con tutti i piloti.

Adesso, non so se dalla mia esposizione raffazzonata si è capito qualcosa, ma non preoccupatevi, perché anche questo importa relativamente poco. Quel che importa invece ve lo dico subito e senza perdere altro tempo. In tutto questo sofisticato valzer di mosse e contromosse tecnologiche raffinatissime, roba da 3 lauree più master al “Massachusetts Institute of Technology”, cosa non si viene a scoprire di lì a poco? Si viene a scoprire che a bordo dell’aereo su cui viaggia la mogliettina del “Brussone” nazionale, C’E’ UN TELEFONO!!!! E per di più, un cronista rompiglione lo utilizza persino per impiantare una diretta tv e raccontare a mezza America cosa sta succedendo.

Lì non ho più resistito e mi sono visto costretto a bollare quel film come definitivamente balordo, sin nelle profondità più intime del suo midollo di celluloide. Una controprova inconfutabile al mio giudizio l’ho avuta quando mi sono accorto che il più grande moto di stupore e di suspense riservato da quel film, era in fin dei conti consistito nell’insolito ticchettio riecheggiante ad un certo punto della visione dalla superficie del pavimento della mia camera: era il suono delle mie palle, cadute miseramente a terra per eccesso di sconforto estetico. Alla fine, per curiosità e con non poca fatica, ho voluto vederlo finire, il film. Ma tutto il resto della storia non ha portato altro che una misera conferma alla mia ormai sancita convinzione. Una slavina di stupidità, ingrossatasi via via al ritmo di un’escalation imbarazzante, fino ad andarsi ad infrangere fragorosamente contro l’invettiva nei riguardi del regista, che immagino sia scaturita spontaneamente dalle labbra di qualsiasi spettatore con ancora un minimo di amor proprio in corpo: «…Ma vai a prendere per il culo qualcun altro!...».

sabato 7 gennaio 2012

Il cinema ala ad ala con gli asini (Prima parte)


«...The hours to the sunrise creep, but I don't care
There is no hope for any sleep if you're not here
In another city, in another bed you're sleeping
So won't you come and visit me when I'm dreaming...»
“Bedroom eyes” – Dum dum girls - 2011

*******

 Come a tante altre persone nel mondo, anche a me piace un sacco il cinema. Non mi reputo un esperto e nemmeno potrei pretendere di esserlo. Semplicemente, trovo bello annoverare anche questo interesse fra le mie passioni, perché ritengo che possa offrire, non solo uno stupendo modo di trascorrere il tempo (e fosse tutto qui, si ridurrebbe a poca cosa), ma soprattutto importanti opportunità di crescita culturale, di ampliamento degli orizzonti mentali, di raffinamento della proprio saggezza affettiva e spirituale.

Detto questo, se per caso mi domandaste quale genere di film preferisco, risponderei che non lo so. La classificazione entro un qualche genere, certo, ha la sua importanza. Ma la reputo questione del tutto accessoria ad un altro tipo di catalogazione, ben più decisiva. L’unica suddivisione che mi sta a cuore veramente è infatti quella che stabilisce se si tratti di un film bello o di un film brutto. So che detta così, potrà apparire una di quelle solite frasette sibilline e un po’ stupide, sparate lì tanto per il gusto di lasciare il lettore stupefatto dal quel sotterraneo sentore all’aroma di “dico tutto e niente”.

Un minimo di motivazione ve la devo, dunque. A mio parere, ci troviamo di fronte ad un film bello, quando, nell’intenzionalità e negli esiti dell’operato dei suoi artefici (dall’ultimo umile battitore di ciak, su su, sino al regista o alla stella di turno), sussistono questi tre requisiti: passione nel racconto, onestà intellettuale nel raccontare e relative competenze narrative e tecniche proporzionate alla complessità di quanto s’intende raccontare. Se queste tre componenti, o anche solo una o due di esse, non sono riscontrabili nella pellicola, oppure sono presenti in misura scarsa o con notevoli lacune, ecco che si può cominciare a parlare di film brutto, nelle più svariate gradazioni del termine.

Ecco allora com’è possibile spiegare la superabilità del discorso dei generi. Ed ecco introdotta anche una significativa postilla al medesimo discorso: possiamo trovare film belli in tutti i generi, ma soprattutto a tutti i livelli qualitativi considerati. Ovviamente, va sempre salvaguardata la valutazione del “grado assoluto di artisticità”. Una commediola spensierata e intrisa di disimpegno totale, non può essere paragonata, in quanto a grado di bellezza, ad un capolavoro di qualche maestro della cinematografia. Ciò non toglie tuttavia, che possiamo giudicare entrambe le pellicole, ciascuna secondo le “proporzioni estetiche” che le competono, a proprio modo “bella”.

In questo senso, non trovo nulla di scandaloso nel dire, ad esempio, che “Trappola in alto mare” (con quel gran caciottaro di Steven Seagal) e “Film bianco” di Krzysztof  Kieslowski, sono entrambi film belli. Ferma restando, e lo ripeto senza mai stancarmi, l’imprescindibile distinzione che ci ricorda come il primo sia di fatto un filmetto ed invece il secondo un capolavoro. Tutto sta nel non perdere mai di vista il bilancio fra “pretese” ed “esiti”. “Film bianco” si propone di dar vita ad un’indagine esistenziale e poetica di particolare spessore, e riesce perfettamente nell’intento. La pellicola con Seagal vuole invece molto semplicemente far passare allo spettatore due ore di divertimento, infarcite di onesti colpi di scena e suspence, il tutto intessuto intorno alla nobilissima arte del raccontare grosse palle, ma con intelligenza e non senza una discreta dose di ironia. Anche questo film sa tener fede al proprio “capitolato d’appalto”, ed è proprio in questa ottica (e solo in questa ottica), che possiamo definire entrambi i film belli e capaci di arrecare, pur nei diversi gradi di complessità cui si è fatto cenno, una forma di “godimento estetico” per lo spettatore.

Badate bene, non ho usato l’espressione “arte del raccontare grosse palle” in senso dispregiativo o snobistico. Tutt’altro. Parlavo invece molto seriamente. Su questa capacità si gioca infatti tutta la potenziale portata di bellezza derivabile dalla visione di quell’infinita serie di film d’azione, che in estrema sintesi potremmo classificare sotto la voce “americanate”. Raccontare grosse palle, soprattutto in quell’ambito, è davvero un’arte. Quando il regista di una di queste pellicole viene a raccontarmi che gli asini volano, non me la prendo pregiudizialmente, proprio per nulla. Anzi: se riesce a farlo in modo elegante, intelligente, arguto, se sa architettare una storia affascinante al punto da farmi arrivare vicino all’illusione di poter credere anche enormità simili, non posso che esserne contento e felicitarmi con lui, ringraziarlo addirittura per il regalo che mi ha confezionato con la sua sapienza artigiana di narratore.

Le note dolenti si cominciano invece ad orecchiare quando il film pretende sì di raccontarmi che gli asini volano, ma lo fa affidandosi a mezzi così strampalati, così beffardamente maldestri, così scopertamente stupidi, da sortire alla fine in un racconto raffazzonato, privo della benché minima dignità, sfilacciato, fiacco, goffamente incoerente, bolso come l’ultimo e più scarso ronzino della scuderia. Ecco, è esattamente in questi casi che, non solo riconosco, ovviamente, la lampante bruttezza del film, non solo provo irritazione, fastidio e repulsione per l’opera in questione, ma addirittura (se mi si passa un termine tecnico correntemente in uso nel vocabolario dei più autorevoli critici cinematografici) mi sento preso bellamente per il culo.

*******

(…constatando che il presente articoletto mi si sta allungando oltremodo, ho deciso di chiudere qui l’intervento di oggi e di rimandarvi ad una seconda puntata. Grazie per l’attenzione and…see you later Alligator…)
 

venerdì 2 luglio 2010

Dolce dirimpettaia del quinto saldo


Ci siamo, stanno per ripartire i saldi di fine stagione. Quale stagione? Beh, fate un po' voi, basta che cacciate la grana e poi scegliete la stagione che vi pare.
Ho sentito dire alla tele che verranno spesi in media 177 euro a testa. Ecco, se per caso si ritrovasse a leggere queste due righe chi ha intenzione di sborsare 354 euro, volevo solamente dirgli che chi scrive è il suo dirimpettaio statistico.


giovedì 24 giugno 2010

Voulez-vous vuzela avec moi?...


Oggi in ufficio, durante una pausa bagno, ho combinato un guaio: ero sceso in campo con la paura nelle gambe e senza la giusta concentrazione...mi aspettavo che andasse molto diversamente, ci ho pure messo tutto l'impegno, ma è andata finire che l'ho fatta abbondantemente fuori.

Però dopo, alla donna delle pulizie ho detto: «...Me ne assumo tutte le responsabilità!...».

*******

P.S.:
Mi sa che questo mio scrittino brufoloso, non è stato inteso come intendevo :-)...riporto di seguito la risposta che ho dato a Paolo, nel suo commento, per chiarirne il senso:

«...lo sapevo che la mia metafora romanzata sarebbe stata poco comprensibile :-) In realtà non mi è successo nulla di tutto ciò che ho raccontato, Paolo...chiedo scusa per la poca chiarezza, credevo che l'immagine e il titolo, e soprattutto la frase detta fra virgolette (sentita fino alla nausea l'altro giorno pronunciata dal ct Lippi, e riecheggiata da mille giornalisti) fossero sufficienti a far comprendere il mio racconto allegorico :-)
In realtà era un riferimento alla sconfitta della nazionale...a come quella frase di Lippi, seppur facendogli onore ed essendo tutta degna di rispetto, mi era in sostanza suonata un po' fessa...il senso del mio lieve appunto ironico, era: cosa vuol dire "mi assumo tutte le mie responsabilità", se poi ti porti a casa la tua saccata di milioni come se nulla fosse?
Nell'ipotetica mia avventura, aveva lo stesso senso che dire così alla donna delle pulizie, tanto pulisce lei :-)

Ecco, era questo...scusate se era troppo contorto e se non son stato chiaro :-)...»


venerdì 11 settembre 2009

Chiose velenose


Non tradirò mai la mia indole gandhiana.
E “nemmeno verrò mai meno” alla mia essenza barbapapesca di teneroide inveterato.
Sarebbe inutile venirvi a contar fole, atteggiandomi a duretto del quartierino: la mia attitudine a Charlie Browneggiare alla fine si imporrebbe in ogni caso.

Tuttavia mi sono accorto che un quarto d’ora di cattiveria teorica di tanto in tanto ritempra lo spirito.
E allora, vai col liscio!!!

***

Apro le danze con una superba villania surreale (*) il cui copyright appartiene al più grande “bohemien gran filosofo della bottiglia” che abbia mai calcato le strade polverose del mio paese, inseguendo con ostinazione la sua perdente utopia sociale per un mondo privo del sociale.

«…Milàn l’é ‘n gran Milàn…»
- E té t’sì ‘n gran spurcaciòn! (*)

trad.: «…Milano è un gran Milano…»
- E te sei un gran sporcaccione!

Di seguito, vogliate gradire altre sgradevolezze dialogiche di classe:

«…L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro…»
- Minchia che culo!

«…La vita è bella…»
- Sì…col cazzo!

«…L’uomo è un animale politico…»
- Eh…bei tempi quelli! Com’è che a noi oggi invece ci toccano solo politici animali?

«…Ogni Mattina in Africa, una gazzella si sveglia, sa che deve correre più in fretta del leone o verrà uccisa. Ogni mattina in Africa, un leone si sveglia, sa che deve correre più della gazzella, o morirà di fame. Quando il sole sorge, non importa se sei un leone o una gazzella: è meglio che cominci a correre.…»
- Sperando che il leone, prima di raggiungere la gazzella, si sazi con chi ha concepito ‘sta vaccata!

«…Il denaro non fa la felicità…»
- Vaffanculo te, il tuo yacht e il tuo conto in banca!

«…Il tempo è denaro…»
- Sì…tutti i soldi e le ore buttate nel cesso dai tuoi per farti studiare!

«…Chi si ferma è perduto…chi trova un amico, trova un tesoro»
- Allora, decidetevi! O continuo a girare da solo come un idiota, oppure mi fermo per trovare l’amico, ma poi mi perdo con lui!

«…L’unione fa la forza…chi da da sé fa per tre…»
- Ancora voi due? Ma quando davano via la logica, eravate usciti a comprare le sigarette?

«…Oggi ha preso il coupè…»
- Su dai, non disperare…ha preso anche la direzione di quel viale lunghissimo di platani belli duri!

«…La pubblicità è l’anima del commercio…»
- Esatto: l’anima de li mortacci tua!

«…Chi dorme non piglia pesci…»
- E’ già qualcosa se te la vai a pigliare nel culo te!

«…Non rimandare a domani quello che potresti fare oggi…»
- Va beh, oggi ti ho ascoltato, ma se torni domani ti mando pure a cagare!

«…Su col morale…»
- Grazie, sei un amico…però adesso levati dai coglioni!

E adesso il gran finale…la più cattiva di tutte:

«…Un gatto cade sempre sulle zampe…una fetta di pane imburrato tocca sempre terra dalla parte spalmata…»
- Ma allora da che parte cadrà un gatto con una fetta di pane imburrato sulla schiena?

***

BUH!!!
...Paura eh?

«…La storia siamo noi, nessuno si senta offeso…»