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sabato 26 gennaio 2019
The short silly story of a little screw under the shoe
Vi racconto una cosa di cui non vi potrà fregare di meno.
Di solito, vado in giro con le scarpe. Soprattutto se è inverno.
Allora, ho queste scarpe. Mi garbano abbastanza, sufficientemente comode, piuttosto morbide, ci si cammina bene.
Però hanno il difetto di una suola costellata da sottilissime scanalature.
Lì, si vanno regolarmente a incastonare sassolini minuscoli, pietruzze infinitesimali, che poi, una volta rientrato in casa, sono spesso causa di cigolii e stridori degni di Roy Scheider nello “Squalo”, quando per far silenzio nella stanza, si limò sonoramente le unghie contro una lavagna.
Non credo molto nel fatto che le coincidenze portino con sé significati nascosti particolari. Però quando un episodio molto improbabile e singolare succede, mi gusto lo stupore, senza chiedermi tanti perché e per come.
La scarpa graffiava il pavimento dunque, me la sono levata per una sommaria pulizia, e cosa non ci trovo sotto, bella assestata per il lungo in una della fatidiche fessurine?
Una vite così piccola da rasentare l'invisibilità, un aggeggio filettato talmente ridotto, con tanto di micro-capoccia a stella, che viene da domandarsi cosa diavolo potesse tenere insieme.
Quante probabilità c’erano che un oggetto così singolare e raro si insinuasse sotto la mia scarpa?
Forse le stesse di essere invitato a cena da Naomi Campbell…e ovviamente a me è toccata la vitina sotto la scarpa…
Ma non importa (si fa per dire…), è stato in ogni caso un evento rarissimo, e la rarità è bellezza, e lo stupore derivato è tanto di guadagnato…
Cosa dite? Di tutto questo non ve ne poteva fregare di meno? Eh, va beh, ma io cosa vi avevo detto all'inizio?
giovedì 21 gennaio 2016
Della “pornografia narrativa”. Nota altresì come “ipocrisia pubblicitaria”. O anche detta “incoerenza strutturale”.
PARTE TERZA: “incoerenza strutturale”
Ho passato dunque in rassegna due tipi di metafore, nelle quali a mio avviso si cela una possibile “spiegazione parallela” dei rischi narrativi che qualsiasi scrivente potrebbe correre, affrontando ogni occasione di scrittura. Non importa se alta o bassa, impegnata o dai toni più leggeri: dico proprio ogni genere di scrittura, dal racconto, al romanzo, dall’articolo di giornale, al semplice commento su internet, dal saggio filosofico, al biglietto di auguri Natalizio, e così via.
Nel caso della “pornografia narrativa”, l’inganno si nascondeva nella quantificazione della realtà. Parlando di “ipocrisia pubblicitaria”, l’ambiguità sbucava fuori da una certa tendenza a rivolgersi al lettore come a un individuo caratterizzato da un animo puramente emotivo, in grado di “ragionare” solamente “di pancia”.
La terza variante della metafora in un certo senso integra e completa le prime due. Essa attinge le proprie riserve immaginifiche dal mondo dell’architettura, e più in generale, dal concetto di progettazione di oggetti. Per questo definisco tale fallace propensione a scrivere, assimilandola a certe forme di “incoerenza strutturale”.
Sin dai tempi antichi, la sensibilità dell’uomo ha portato a precisare il concetto di buona “progettazione di cose”, orientandosi su tre coordinate fondamentali, enumerate poi nell’ambito della civiltà romana da Marco Vitruvio Pollione (80 a.C. – 15 a.C.), uno dei primi teorici di tale disciplina che la storia ricordi. Quando si concepisce un oggetto, sia esso una casa o un comodino, un transatlantico o una spilla da balia, non si può prescindere da nessuno di questi ingredienti: la “utilitas” (utilità); la “firmitas” (traducibile molto liberamente con “capacità di reggersi in piedi”); la “venustas” (bellezza). A mio avviso il discorso è estensibile a ogni forma di espressività umana, sino a coprire anche quelle più gratuite ed eteree, come possono essere certe forme di “arte per l’arte”. A maggior ragione dunque si attaglia bene alle questioni di scrittura.
Anche la più folle, e surreale, e gratuita, e disincantata, e disinteressata forma d’arte, nasce con un suo scopo. Non fosse altro che per la pura volontà di esistere come opera in se stessa, o di affermare la gioia, la disperazione, la meraviglia dell’artista che la realizza, c’è sempre un forma di “utilità” ricercata (intendendo naturalmente il termine “utile” nella sua accezione più estesa possibile, non limitata ai semplici fini pratici). Ecco giustificata dunque l’imprescindibilità della “utilitas”.
Inoltre, anche la più immateriale delle espressioni artistiche, ha bisogno “stare in piedi” in qualche modo. Un taglio di Lucio Fontana, ad esempio, che è forse la massima esaltazione del confronto col concetto di vuoto, non si potrebbe esprimere senza la tela che lo circonda, senza i vari colori, o la cornice o telaio che regge la tela, ecc. Non si dà nulla allora di esprimibile, condivisibile e trasmissibile, senza la “firmitas” (forse soltanto il pensiero puro può farne a meno, ma pagando l’irrimediabile prezzo di rimanere per sempre isolato dentro la mente che lo sta pensando).
Infine, anche la più pratica, la più calcolata, la più ragionata, la più fredda, misurata, computata, la più quantificata delle concezioni di un oggetto, non potrà mai fare a meno di una sua quota di “venustas”. Sempre se si intende, anche in questo caso, la bellezza nella sua estensione di senso più ampia. Ossia, la bellezza come naturale propensione, insita nella sensibilità umana, ad attribuire “significati empatici” alle forme con le quali si ha a che fare. L’uomo non può farne a meno: di fronte alla forma di un oggetto, sente nascere in se stesso spontaneamente un qualche moto di adesione o di repulsione. Il percepire un qualcosa come entità estesa in uno “spazio” (sia pur esso anche lo spazio immateriale dell’immaginazione), fa scattare il desiderio di confronto tra quel “qualcosa” e la propria identità di “oggetto spaziale umano”.
Ho portato i tre ragionamenti ai loro estremi, per cercare di dimostrare l’irrinunciabilità delle tre componenti fondamentali. Se il discorso vale allora per i casi limite, a maggior ragione sarà valido per le dimensioni più “normali”, come può essere quella dello scrivere. Se il trio di ingredienti (espressivi-concettuali-strutturali) non è ben armonizzato ed equi-distribuito nell’atto della scrittura, ne risultano aberrazioni e scompensi di ogni tipo. Se c’è eccessiva preoccupazione per la “venustas”, si ritorna in qualche modo al caso della “ipocrisia pubblicitaria”. Se l’accento è calcato in modo spropositato sulla “utilitas”, ritroviamo una forma di “pornografia narrativa”.
Se invece si esagera nel dare importanza alla “firmitas”, abbiamo il caso specifico che la terza metafora della “incoerenza strutturale”, più propriamente vuole esprimere. Abbiamo in altre parole, una situazione espressiva di scollamento fra contenuto e forma. La forma diventa un orpello malamente incollato sopra alla struttura, un apparato scenografico aggiunto in maniera maldestra, una cortina di cartapesta posta sopra al sottostante impianto di cemento armato. Questo accade nella scrittura, quando le parole suonano come una superflua spettacolarizzazione, un apparato teso più a stupire, che non a rendere giustizia all’armonia che sempre dovrebbe sussistere fa “sostanza” del dire, e “modalità” scelte per dire.
mercoledì 20 gennaio 2016
Della “pornografia narrativa”. Nota altresì come “ipocrisia pubblicitaria”. O anche detta “incoerenza strutturale”.
PARTE SECONDA: “ipocrisia pubblicitaria”
Come ho cercato dunque di raccontare, lo scrivente secondo la “forma calamis” porno-narrativa è colui che calca l’accento sugli aspetti quantitativi della vita, esasperando a tale scopo il gradiente “iper-emotivo” del materiale narrato. Il “porno-narratore” scrive come se l’identità umana si reggesse esclusivamente sul dato dell’emozione pura, volendo quasi far credere che tutte le altre dimensioni dell’essere, non sussistano.
Proprio intorno a questo aspetto, è imperniata la seconda immagine metaforica che, integrando la prima, mi sembra consona ai rischi di un certo modo di scrivere: la scrittura da “ipocrita pubblicitario”.
Per spiegare questa metafora, mi rifaccio all’impressione che non di rado si prova, nel seguire talune trasmissioni o programmi, proposti da certe emittenti tv cosiddette commerciali. Mi riferisco a quel più o meno vago (e talvolta insistente) sentore che si percepisce, di atmosfera da vendita a tutti i costi. Questo fa parte naturalmente delle regole del gioco, perché quel tipo di televisioni si reggono in piedi appunto sulla logica pubblicitaria. Ma ci sono canali che spingono il meccanismo all’estremo, contaminando i contenuti stessi di tutta la programmazione, con quel clima da “mercato continuo”. Se dunque lo scopo primario è vendere e far vendere, e tutta la realtà deve venire livellata sulla dimensione commerciale, lo spettatore ideale di tutto ciò è una persona perennemente desiderante, è proprio lo stesso «uomo a una dimensione» (indegnamente parafrasando Herbert Marcuse) già tratteggiato anche dalla pornografia, ossia l’uomo fatto solo di emozione e tutto reazioni di pancia.
La natura del fenomeno si evince con evidenza particolare da un certo modo di confezionare i programmi di informazione (telegiornali e simili), che talune televisioni commerciali cavalcano a tutto spiano. L’evidenza viene assegnata quasi sempre ai fatti di cronaca nera, presentati con una costruzione narrativa degna di una sceneggiatura da film giallo o da thriller. Si calca la mano sui risvolti commoventi, melensi, sorprendenti, ma anche morbosi, pruriginosi, intimi, di quei fatti.
Altro materiale che simili telegiornali macinano di gran lena, è l’immagine individualistica della persona. L’«homo oeconomicus» che deriva da tali ritratti (o forse sarebbe più preciso dire «homo commercialis»), è un uomo tendenzialmente solo (o tutt’al più inquadrato nella cerchia ristrettissima degli affetti più privati), con un concetto quasi assente della collettività, la quale è anzi vista e presentata come un contesto pressoché ostile, entro il quale ci si deve fare strada con le proprie forze di “competitore emotivo”.
La cosa è particolarmente evidente nel caso dei notiziari o telegiornali vari, ma ad un’attenta analisi, ci si potrà rendere conto che più o meno subdolamente essa serpeggia come sottofondo anche in altri tipi di trasmissioni proposte dalle tv commerciali. L’individuo deve essere quasi esclusivamente “desiderante”, per meglio attagliarsi a un tipo di realtà in cui si mira a far prevalere la logica monodimensionale del rapporto economico come unico fondamento del reale. E tutto questo, se non fosse così dannatamente serio, alla fine non si potrebbe nemmeno dire privo di risvolti tragicomici. Perché se ci si pensa bene, l’intero mastodontico “impianto drammaturgico” viene messo in piedi per partorire il topolino della maggior vendita di qualche pannolino o merendina.
Cosa c’entra questo discorso (al pari di quello della “pornografia narrativa”) con la scrittura? C’entra nel seguente senso: per chi scrive, esiste il rischio, l’insidia, di mettersi a scrivere come un “ipocrita pubblicitario”. Il rischio ossia di trattare il lettore come un individuo esclusivamente desiderante, puramente emotivo, con in bocca perennemente la goccia di acquolina della compravendita esistenziale, eletta a norma unica di determinazione della propria identità.
martedì 19 gennaio 2016
Della “pornografia narrativa”. Nota altresì come “ipocrisia pubblicitaria”. O anche detta “incoerenza strutturale”.
PARTE PRIMA: “pornografia narrativa”
Chiunque si metta a scrivere, in qualsiasi genere di scrittura si avventuri, trova sul proprio cammino un tipo di insidia molto pernicioso. La cosa vale soprattutto per i racconti di natura romanzesca, costruiti intorno a una propria “finzione drammaturgica” autonoma. Ma il discorso non cambia nemmeno nel caso di ogni altra categoria dello scrivere: saggistica, giornalismo, genere favolistico, poesia…tutto, insomma.
Con triplice metafora, definirei questo pericolo, rispettivamente come “pornografia narrativa” (traslando l’immagine dal mondo del cinema), oppure come “ipocrisia pubblicitaria” (dal mondo della tv), o ancora come “incoerenza strutturale” (dal mondo dell’architettura).
Oggi cerco di spiegare cosa intendo con la prima metafora: “pornografia narrativa”.
Cosa succede nei film porno? Lo scopo unico del meccanismo “creativo” messo in atto è arrivare a mostrare esplicitamente l’atto sessuale, in tutte le possibili variazioni sul tema. Il 99% delle volte ne consegue una falsatura del reale molto stonata. Dovrebbe essere questa falsatura, a mio avviso, il vero motivo di scandalo, in questo genere di “creazione cinematografica”. Ancor prima del fatto che si mettano in mostra gli organi sessuali, i quali di per se stessi, se visti nella loro semplice naturalezza, non hanno nulla di osceno.
In questo genere di “mimesi filmica”, il vero scandalo è dato dal modo in cui la vita, (costituita innanzitutto da componenti qualitative), viene appiattita sul suo dato quantitativo. Con rispetto parlando per la matematica (molto spesso assai più elettrizzante e seducente di un film porno), si rende banale e freddamente “matematico”, ciò che in realtà è legato a una delle dimensioni della vita più misteriose, insondabili, arcane e sotterraneamente fascinose: quella dell’erotismo e della “sensua-sessua-lità”. La rozza equazione “più ti faccio vedere, più ti devi eccitare”, alla lunga si rivela un meccanismo vuoto, perché il mistero erotico è talmente inafferrabile e complesso, da far risultare questa scialba riduzione nient’altro che un ozioso insulto alla verità delle cose.
Ebbene, esiste un modo di scrivere che fa la stessa cosa dei film porno. Parlo sempre in senso metaforico, naturalmente. Non mi riferisco a chi si metta a scrivere proprio di erotismo e simili (quello sarebbe un altro discorso). Chi scrive cadendo nella “trappola pornografica” (anche parlando di una semplice giornata di sole in campagna), usa la scrittura imbrogliando il lettore. Gioca con carte false. Tradisce il patto di sincerità che dovrebbe sempre tenere in costante comunicazione la mano di chi scrive con gli occhi di chi legge.
Tra scrittore e lettore viene stipulato sin dalla prima parola un “accordo di verità”. Non importa poi quanto inverosimili o fantastici potranno anche essere i fatti narrati, o le argomentazioni esposte. Quel che conta è che essi siano fedeli a una forma di “coerenza rispettosa”, nei confronti della “effettività” dell’essere e dell’esistere.
Faccio un esempio, credo il più “estremo” possibile. Forse non c’è nulla di più irrealistico delle storie dei super eroi. Eppure esse funzionano, e sono oneste nei riguardi del lettore-spettatore, perché la motivazione intima di quelle storie parte da un sentimento effettivo, da tutti condiviso: ossia il desiderio di superamento dei limiti umani, unito alla frustrazione per il senso di finitezza vissuto da chiunque in tante circostanze reali. In quel tipo di scrittura, che si sparino balle grosse come case, fa parte del “contratto” fra narrante e lettore: ma conta soprattutto che sotto a quella roba lì, ci scorra vita vera. Non a caso, un simile meccanismo narrativo è antico come il mondo, e sta alla base di ogni mitologia del passato (esempio più eclatante: gli Dei greci), del presente e del futuro.
Un’altra volta, proverò a spiegare cosa intendo per “ipocrisia pubblicitaria”, vista entro i termini dell’atto della scrittura.
giovedì 29 ottobre 2015
Le vie delle persone-libro
L‘ultima vignetta delle nutrie non è nata per caso. Ogni mini-avventura delle nostre amiche pellicciute prende di solito spunto da un episodio, un fatterello o una riflessione che mi capita di frequentare nel corso delle giornate.
Camminavo per le strade di città. Per andare dove dovevo andare, c’era da buttarsi a guado nella corrente motorizzata di un grosso stradone circonvallante. Meglio affidarsi all’omino verde semaforico, ho pensato con somma astuzia. Mentre attendo la smeraldina benevolenza cromatica, mi si affianca un tizio appiccicato al suo cellulare. O meglio, prima di lui, molto prima, mi ha raggiunto alle spalle la sua voce. Dopo un po’, è arrivato anche il tizio in persona. Sempre al telefono, sempre auto-narrante a tutto spiano.
Siccome parlava a voce sostenuta, e senza lesinare coloriti dettagli, già gli attimi di attesa del verde sono stati utili per una proficua introduzione nei “fattaxxi” biografici del tale. Il caso ha voluto poi che i nostri cammini proseguissero paralleli, per cui il racconto della sua vita ha seguitato a cullare il ritmo dei miei passi, per alcune altre centinaia di metri.
Situazioni del genere sono molto frequenti ormai: sui mezzi pubblici, in una sala d’attesa, al bar, e così via. In tanti casi, si tratta di zoticaggine pura da parte dello sbandieratore biografico selvaggio, senza dubbio. Ma a volte non è nemmeno questione di mancanza di pudore o di riservatezza, credo. La tentazione della comodità offerta dal telefono mobile può essere talmente forte, che quasi ci si dimentica di essere in mezzo ad altri. Quando ci si immerge nella voce dell’interlocutore, scatta quasi automatica una semi-illusione inconscia di essere protetti dall’ascolto altrui. In quegli istanti ci sono solo il parlante e l’udente, fusi in un loro micro-mondo verbale, per cui, nel limite della ragionevolezza (ma spesso e volentieri, si oltrepassa pure quelli), crollano anche i freni della naturale discrezione riguardo alle faccende personali.
Non si saprebbe dire se il fenomeno sia da annoverarsi fra i flagelli del nostro tempo, oppure fra gli aspetti positivi, o tutt’al più neutrali. Mi limito qui a prenderne atto come espressione della modernità. Di sicuro da esso scaturiscono situazioni molto curiose, e già questo potrebbe essere un fatto non da poco.
Ferme restando le capacità discorsive dell’intimo propalatore telefonico in cui ci s’imbatte, può capitare di vivere delle vere e proprie esperienze narrative di un certo rilievo. Le persone alle prese col dialogo riversato in ciò che per noi è soltanto un vuoto “al di là del filo” (o meglio, del campo magnetico), diventano allora delle specie di racconti viventi e ambulanti. E se ne possono sentire delle belle.
La voce narrante, a seconda di come si destreggia fra gli episodi sciorinati, fra le immagini che riesce a tratteggiare, e i contorni di altri personaggi chiamati in causa, ci spalanca dei veri e propri piccoli universi esistenziali paralleli. Ci si fa prima di tutto un’idea del “carattere tipo” del narratore stesso, e di riflesso diventa un mezzo divertimento immaginare tutta la fauna umana dalla quale lo si ipotizza circondato.
Così com’è stato ampiamente, anche nel caso del mio fedele pedinatore acustico post-semaforico. Dal modo in cui esponeva i fatti, mi si è profilato in poche battute come un prototipo umano in stile “precisini-manical-pignolo”, sul modello dei mariti iper-pedanti alla Carlo Verdone. Il carattere scaturito però non è mai puro, rispetto al modello che suggerisce. Sarebbe troppo noioso. Il bello è invece che il profilo caratterial-narrativo risulta sempre un po’ un misto di tante fonti, che possiamo poi rimodellare a piacimento seguendo la nostra immaginazione. Per fortuna, perché in questo modo le combinazioni possibili sono molto più alte, e poi anche perché in caso contrario, ossia di modello verdonesco puro, sarei stato tentato di agevolare il mio casale compagno di avventure narrative d’occasione, verso una salutare macchinata transitante.
Insomma, ce n’è abbastanza per scomodare la suggestione letteraria, lasciandola andare a pescare nel ricordo di un classico della letteratura di viaggio, “Le vie dei canti”. In questo suo meraviglioso libro, Bruce Chatwin racconta dell’ancestrale tradizione aborigena australiana, di “marchiare” verbalmente le località e i sentieri del proprio vissuto, con altrettanti racconti cantati, che si tramandavano per via orale, di generazione in generazione di cantori. A ogni luogo era associato un punto del canto, di modo che nell’immaginario di quel popolo si formava una mappa nello stesso tempo geografica e umana del proprio ambiente vissuto.
Coi “narranti cellulari” non sarà proprio la medesima cosa, ma curiosi meccanismi simili, anche se molto meno sacrali e rituali, si vanno formando ugualmente nello scenario mentale di chi li ascolta. Quel tratto di strada dal semaforo in avanti, ad esempio, per me sarà da adesso sempre abbinato ad un frammento di discorso carpito semi-involontariamente, dalla voce di un casuale narratore telefonico, simil-verdonico, ma simpatico e con punte divertenti. E così potrà capitare a chiunque, con mille altri posti, in mille altre circostanze.
Per concludere: si fa tanto parlare dell’insidia concorrenziale, potenzialmente esiziale, in teoria rappresentata dai libri elettronici, nei confronti di quelli tradizionali stampati su carta. Ma date retta a me: il vero pericolo per i vecchi cari libri viene dai raccontatori compulsivi telefonici, vere fonti alternative di materiale narrato ultra-moderno.
mercoledì 14 ottobre 2015
L’autoritratto sfocato in ciascuno di noi
Viviamo attraversati dal sogno, il quale altro non è che una continua sublimazione di ricordi, un distillato d’esperienza.
Solo la distrazione delle frenesie quotidiane, dell’affaccendarsi minuto, ci fa dimenticare questo nostro perenne stato. Ma basta sospendersi un momento, tirare il freno a mano del tempo, e subito si viene riassorbiti dalla sensazione innegabile di stare fluitando sulla cresta di un sottofondo magmatico e viscoso, mai definibile, né perimetrabile o contornabile nel suo intimo da un conclusivo sguardo lucido.
Come sotto la sferza di lampeggianti sciabolate, l’attenzione è squarciata da trasparenti immagini di un muro nel verde, lungo il quale passeggiammo diverse ere dell’anima addietro. Irrompe prepotente l’ignota familiarità di attimi conviviali spesi nella completezza eterna dello spirito, a mollo chissà quando poi, e in chissà quale, inconscio remoto. Assaporiamo caleidoscopi di assenze, sulla cui definitiva presenza siamo sicuri di poter sempre contare. Attraversiamo architetture fantastiche, che ci accolsero nella loro certezza di un tempo. Visitiamo sottoscala della memoria. Rovistiamo in sgabuzzini di realtà più vere dei rispettivi originali. Ci si aprono innanzi saloni luminosi dai quali non ci siamo mai mossi, a tratti solo scordandoci semplicemente di esserci perennemente immersi.
Dall’esattezza caotica di questi sentieri interiori, usciamo macinati, come dal regalo di una schiacciasassi gommosa, col suo marchio addosso, di spavento, esaltazione, elettricità emotiva, cupezza, ilarità, svolazzante irresponsabilità esistenziale.
Ecco perché di tutto ciò, possiamo sopportare solo piccole dosi giornaliere. E per il resto del tempo, rimaner vigili, “misurabili e misuranti”, è questione dettata da un puro istinto di sopravvivenza.
mercoledì 16 settembre 2015
Quel patema inscatolato
Da lettore affezionato, mi domando spesso perché leggiamo. Voglio dire: perché ci piace così tanto leggere? Me lo son chiesto tante volte e ho provato a dare risposte. Son sicuro che una spiegazione definitiva non la troverò mai. E forse anche in questo sta il bello della faccenda.
La risposta che ho pensato oggi è la seguente: leggiamo perché la lettura ci offre la possibilità di vivere vite “già passate in giudicato”. Provo a spiegarmi meglio. La vita sarà anche bella, siamo tutti d’accordo. Però…che fatica! Vivendo, si sta sempre sull’orlo dell’incertezza, e quest’ansia, questa insicurezza di sapere come andranno le cose, il più delle volte non ci permette di gustare sino in fondo la pienezza degli eventi che ci accadono (è vero, il “meccanismo” ci aiuta anche a stare in guardia dalle fregature e, nel limite del possibile, dalle cose brutte: ma questo è un alto discorso…).
Leggere invece, sui libri, racconti, vicende, storie, è un modo di vivere frammenti di esistenza che pur essendo già vissuti, conservano una quota non indifferente di freschezza e di sorpresa. Col vantaggio che, l’ansia per quella sorpresa, i timori, i patemi, se li sono già sciroppati altri al posto nostro (non importa poi se si tratta di storie reali o di finzione: quel che conta è il racconto in sé, in questi casi).
Ecco dunque la mia risposta di oggi (benché insufficiente, parziale e forse forse, anche sbagliata) al quesito “perché leggiamo”: leggiamo perché nei libri la vita si mantiene fresca, anche senza l’uso di conservanti eventualmente nocivi all’animo, alla mente, al cuore. E lì ce la possiamo gustare ancora al pieno del suo sapore.
lunedì 11 maggio 2015
Con gli occhi fiacchi, attaccaticci
Ogni giorno dobbiamo rinascere. Che la cosa sia esaltante oppure deprimente, non è affare che ci riguardi. Nell’oasi dell’inconsapevolezza, traversando il sonno, in qualche modo ci eravamo entrati. Ci fossimo trovati bene, ci fossimo trovati male: anche questo è un dettaglio. Alla fine, conta solo il dato di fatto delle ciglia che si spiccicano ogni mattina, in una rigenerata emersione amniotica affrontata a colpi di “decispugliatore” (ehehehe…Piaciuta la battuta? Non cespugli ma “cispugli” … ehehehehe…niente, basta così…).
A parte questo, m’è successo di fare un sogno. Ero coinvolto in una decisione da prendere insieme ad altri. Tutti amici o conoscenti, persone care ad ogni modo. La situazione rifletteva schemi scolastici “tipo”, rievocava il passato dello studiare insieme, dei compiti fatti con un amico, o di una qualche soluzione da trovare discutendo in classe ed esponendo ciascuno le proprie idee.
Nella multiforme instabilità onirica, mi rendevo conto che gli attimi di maggiore gratificazione, durante il confronto con gli altri, erano sottolineati da un’immagine. Con una delle sorprese tipiche che possono sbocciare dall’illogica atmosfera dei sogni, le sensazioni di accordo più pieno con gli altri, si manifestavano sotto forma di una pagina stampata, dai caratteri molto nitidi, precisi. Era quello il tratto con cui si esprimeva, in linguaggio onirico, la mia sintonia con gli altri interlocutori: una pagina ben stampata, pulita, senza sbavature.
Tenete conto che prima di prendere sonno, avevo dovuto emotivamente battagliare con un’edizione alquanto dozzinale delle “Storie” di Erodoto. Pur non facendo nomi, mi ero ripromesso di non comprare più libri di questo editore. Pubblica testi di prim’ordine, non c’è che dire. I titoli sono sempre dei migliori. Ma è la stampa che lascia spesso a desiderare. Inspiegabili parole smangiate, caratteri sbiaditi, porzioni mancanti di lettere. Ogni volta mi domando: dato che i soldi che do al libraio sono buoni, ti dispiacerebbe contraccambiare con una stampa altrettanto vera?
Insomma, a parte che poi ogni tanto ci ricasco e, allettato dalla bellezza dei contenuti promessi, non riesco a evitare l’acquisto, quello di cui volevo parlare è quanto imparato da questo sogno. Mi è parso di capire, sognando questo sogno, che vediamo la realtà secondo schemi che ci sono cari. Le cose concrete, gli oggetti che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, i fatti che ci succedono, le persone con le quali interagiamo, appaiono per quel che sono solo in apparenza, appunto. Di fatto poi, nella nostra considerazione, tutto viene tenuto insieme da una “rete metaforica strutturale” di fondo, che lavora sotterranea, magari con fioca evidenza, ma garantendo una continua, energica presenza.
Fra gli schemi a me più cari, ci sono senza dubbio le parole stampate. Ecco ciò che il mio sogno mi ha dunque confermato: io vedo la realtà tenendo sempre, costantemente, sottotraccia, una pagina scritta. Stampata chiara, pulita, nitida, e se possibile, ben luminosa.
lunedì 30 marzo 2015
Sul limitar di senso
Vi devo, forse, una spiegazione riguardo all’inspiegabile.
Mi riferisco a quella specie di scritto strano intitolato “Se solo un elefante…”.
Mi domando anche io, insieme a voi, dove stia il senso in queste non meglio identificate composizioni che di tanto in tanto mi scappa di sfornare. Non crediate che non me lo domandi. Solo che, così, in prima battuta ad essere sincero non ve lo saprei dire.
Una cosa è certa: non sono poesie. Una volta ho sentito Massimo Cacciari dire che in giro c’è pieno di gente convinta di fare poesia, solamente perché va a capo prima della fine della frase. Spero di non entrare mai nel novero di quei tali. Per cui ci tengo: non sono poesie. Mi piace chiamarle invece “quasi-poesie”.
Infilando poi il discorso da un altro lato, vengo alla “spiegazione-inspiegata” promessa. Dalle mie frequentazioni saltuarie con la filosofia, ho imparato forse una cosa. Quando si è intenzionati a capire cosa ci succede intorno, conviene partire dai soli piccoli passi certi che si possono fare. E’ utile cioè domandarsi: scartato tutto quello che non può essere vero, cosa rimane?
Iniziamo allora andando a posare le suole sopra alcuni punti del terreno a mio avviso piuttosto stabili.
Un primo passo è: il senso completo della realtà non lo potremo mai conoscere (mi sembra abbastanza ragionevole e ironicamente “realistico”).
Il passo successivo spesso lo muoviamo forse per la frustrazione di quanto visto al primo passo: siamo tentati di dire che nulla ha senso (questo passo va compiuto con l’impegno di portarsi subito oltre, pena il crollo generalizzato di tutto).
Muovendoci poi avanti: nonostante, e in virtù del passo precedente (anche per superarlo con decisione), non possiamo fare a meno di affidarci a significati parziali, se non altro per puro spirito di sopravvivenza.
Ancora un passo: l’uomo, per sua natura, non sopporta di essere limitato.
E andando di nuovo oltre: l’uomo ha una continua fame si spezzare la crosta dei significati raggiunti (e questo è probabilmente il passo decisivo che riassume un po’ tutto il senso del cammino).
Stabiliti questi che possiamo considerare come punti fissi abbastanza affidabili, posso tornare a domandarmi che senso, o scopo, abbiano cosette simili a “Se solo un elefante…” e altre da me scritte prima.
Esse non hanno nessun altro scopo che dare in pasto qualcosa alla “fame di frantumazione” di significati stabili, vista nell’ultimo passo.
Da qui deriva un'altra domanda: è lecito condurre la frantumazione dei significati fino alle sue conseguenze estreme? Ci si può, per dirla in altro modo, spingere sino al confine del nonsenso assoluto? In altre parole ancora: questo strambo pseudo-poetare può ridursi ad una sequela di parole sbattute giù a casaccio?
La risosta è no, altrimenti il cammino si interromperebbe subito al secondo passo, laddove si cederebbe alla tentazione di ammettere che nessun senso si potrà mai trovare, in niente. Il gioco sta dunque nel sapersi destreggiare sul pelo del nonsenso.
Divertirsi a fare gli equilibristi sulla cima di quel sottile crinale che divide il territorio della significazione in qualche modo assodata, dai terreni incolti in cui germogliano le sue possibili e più feconde infrazioni. Un rimescolio di carte. Nient’altro che questo, è. Per vedere come saranno distribuite le mani fra i giocatori, nella prossima partita.
In questo modo, ci sarà chi, trovandosi in mano una nuova, favorevole serie di carte, si riterrà servito e abbastanza soddisfatto. Chi invece magari urlerà al mazziere: ma vaffanculo, non le hai neanche mischiate!!! E ancora chi, pur non avendo ricevuto una mano vincente, rimarrà tuttavia alcuni attimi a contemplare come si dispongono con eleganza formale le carte in quella sequenza.
E’ un esercizio che tutti possono fare. Una buona palestra in cui poter familiarizzare con una certa “ecologia della mente”. Non importa dove si arriva e non c’entra la pretesa di fare i poeti. Quel che conta è muoverci dentro alcuni passi di tanto in tanto.
martedì 24 marzo 2015
Gente da sfogliare
Le persone assomigliano ai libri. Non solo perché l’incontro con loro avviene spesso seguendo sentieri irrazionali e misteriosamente aleatori. Ma anche per il fatto che, in qualche modo, da ogni individuo può traspirare un certo sentore di genere letterario particolare.
Ci sono gli uomini-romanzo, le donne-thriller, le ragazze-giallo, gli uomini-saggio-storico, le signore-ricettario-di-cucina e così via. La somiglianza non è da intendersi in senso diretto. Più che altro, le persone, coi loro comportamenti e vezzi, con l’aura che le circonda, suggeriscono atmosfere assimilabili ai diversi generi letterari. Non c’entra in termini immediati nemmeno la complessità: la personalità di una donna-libro-di-giardinaggio può risultare paradossalmente molto più articolata e profonda di quella di una signora-saggio-filosofico. La questione si dipana intorno a un sentire libresco molto indefinito. D’altra parte, è una cosa che capita spesso coi libri medesimi: in molti casi, la differenza di qualità viene fatta dal modo in cui sono scritti, più che dalla grandezza dei temi affrontati.
Ecco, possiamo allora sviluppare il concetto dicendo che ci sono persone scritte bene e altre scritte male. Quando si trova una persona scritta bene, è un piacere averci a che fare e frequentarla. Indipendentemente dai temi di cui tratta il suo stare al mondo, si rimane affascinati dalla leggerezza del vivere emanata, dall’eleganza del suo esserci, dall’accuratezza del suo relazionarsi alle cose e alle persone, dalla musicalità con cui affronta lo spazio e il tempo. Molto importanti sono anche il ritmo e la bellezza evocati (da intendersi non solo circoscritta ad una questione estetica legata alla fisicità).
Così, come esistono libri “della vita”, ci sono anche persone “della vita”. Sono frutto di una serie di ingredienti non meglio analizzabili separatamente, ma quando capita di incontrare tali libri o tali persone, ci si innamora oppure diventano amici molto importanti, che spesso durano “per sempre”. Rimanendo ancora dentro la metafora, è bello anche immaginarsi i rapporti fra le persone come relazioni di lettura reciproca. Un’amicizia, un sentimento, un affetto, un amore, si coltivano leggendo, sfogliando, approfondendo gli argomenti scritti nell’altro. Così come il nostro dare amicizia, affetto, amore, può essere visto come un concedere agli altri di sfogliarci e di leggerci.
Da tutto questo può nascere una specie di gioco-esperimento mentale. Può essere divertente pensare alle persone che conosciamo, e cercare di capire, prima, se si possono incasellare in un certo genere letterario, e poi, se sono scritte bene o scritte male. Augurandoci tutti a vicenda, di non avere attorno barbosi tomi enciclopedici scritti con l’elefantiaca ridondanza tipica dei libretti d’opera.
mercoledì 14 gennaio 2015
Lùkkinlaiksàmfin’ dèt dekètbrodìn
C’è una canzone dei Police che mi è sempre piaciuta tanto, s’intitola «Invisible sun». Forse è da considerarsi fra le minori nella produzione dei tre ciuffi biondi di Newcastle (è del 1981, dall’album “Ghost in the machine”). L’ho risentita per caso in questi giorni. Era parecchio che non mi carezzava l’udito con la sua melodia un po’ strascicata e indolente.
Come faccio spesso con le canzoni, soprattutto con quelle inglesi o americane, di solito bado poco al senso del testo. Lo so, è un mio limite. Ma la melodia e le sonorità stesse delle parole, prevalgono sempre. Per me le canzoni sono un fatto istintuale, quando le sento la razionalità tende ad affievolirsi dentro, lasciando maggior spazio all’emozione.
Detto questo, in «Invisible sun» è contenuto un verso che mi sta molto simpatico. Proprio per la mia tendenza a distrarmi alquanto dal significato, ho spesso canticchiato questa frase della canzone come fosse un gradevole gioco di parole o poco più. Le frase dice: “…Looking like something that the cat brought in…”, ossia, se la mia traduzione casereccia non va troppo errata, “…assomigliando a qualcosa che il gatto ha portato dentro…”. Di colpo, dopo vent’anni o più che conoscevo la canzone, questo verso un po’ bislacco e affabile mi si è rivelato sotto una luce diversa. Ho forse capito che “…assomigliare a qualcosa che il gatto ha portato in casa…”, potrebbe anche essere uno stupendo programma di vita.
Mi sono andato a vedere il testo completo della canzone, trovando per intero la frase che contiene il delicato verso prediletto (col mio inglese campagnolesco non l’avevo mai colta bene). I due versi abbinati dicono:
I face the day with my head caved in
Looking like something that the cat brought in
(Affronto il giorno con la testa svuotata
Assomigliando a qualcosa che il gatto ha portato in casa)
Più bello del bello, mi sono detto (sempre se non ho lisciato clamorosamente la traduzione).
Riflettendo poi con ancor più cura sulle parole, mi è scattata in mente una piccola epifania letteraria. Mi sono ricordato di un bellissimo aneddoto riguardante la vita di Lao-tzu, il maestro del Taoismo. E’ riportato su un prezioso libricino del mistico indiano Osho, intitolato “I maestri raccontano – Storie di saggezza hindu, sufi, tao e zen” (Mondadori, 2008).
Nel corso di una delle tante peregrinazioni in compagnia dei suoi discepoli, Lao-tzu giunse un giorno al cospetto di un grande bosco, che una squadra numerosa di operai si apprestava a tagliare, per utilizzare il legno nella costruzione di un palazzo. Gli uomini rasero al suolo tutti gli alberi, lasciandone in piedi soltanto uno molto grande, pieno di ramificazioni e dalla chioma così vasta da poter offrire ombra a tantissime persone. Lao-tzu disse ai discepoli di andare a chiedere agli operai come mai avessero scartato il gigante verde. Sentita la spiegazione dei boscaioli, i discepoli tornarono a riferire al maestro: l’albero gigante era stato risparmiato per via dei suoi rami troppo contorti, non erano abbastanza dritti per ricavarne nemmeno un’asse, e per di più il suo legno era vecchio e fradicio, non andava bene da bruciare, avrebbe fatto solo gran fumo.
Le motivazioni fecero scoppiare Lao-tzu in una risata di gioia. Poi spiegò ai discepoli (cito direttamente dal libricino di Osho): «…”Siate come questo albero. Se volete sopravvivere, siate come questo albero […]. Se siete troppo dritti, verrete tagliati, e diverrete mobilio nella casa di qualcuno. Se siete belli, verrete venduti al mercato, sarete ridotti a una merce. Siate come questo albero, completamente inutili, e nessuno vi farà del male. Allora crescerete alti e maestosi, e migliaia di esseri umani troveranno riposo sotto la vostra ombra” …»
Spiega Osho: «…La logica di Lao-tzu è completamente diversa da quella della tua mente. Lao-tzu dice: sii l’ultimo. Egli invita a camminare nel mondo come se non esistesse: a rimanere sconosciuti. Non cercare di essere il primo, o sarai annientato. Non competere, non c’è bisogno di dimostrare il tuo valore: resta inutile, e goditi la vita. […] La vita non è qualcosa che deve diventare un prodotto. La vita non è una merce da immettere sul mercato: la vita dev’essere poesia, una canzone, una danza…».
Ecco, probabilmente i Police non volevano dire queste cose. Ma la loro “cosa portata in casa dal gatto” mi è sembrata molto in sintonia con l’insegnamento di Lao-tzu. Per completezza del discorso, riporto di seguito il testo completo di «Invisible sun», ma da oggi credo di sapere un po’ meglio quale possa essere il manifesto della mia stramberia: “…somigliare a qualcosa che il gatto ha portato in casa…”.
Invisible sun – The Police
One, two, three, four, five, six
I don't want to spend the rest of my life
Looking at the barrel of an Armalite
I don't want to spend the rest of my days
Keeping out of trouble like the soldiers say
I don't want to spend my time in hell
Looking at the walls of a prison cell
I don't ever want to play the part
Of a statistic on a government chart
There has to be an invisible sun
It gives its heat to everyone
There has to be an invisible sun
That gives us hope when the whole day's done
It's dark all day and it glows all night
Factory smoke and acetylene light
I face the day with my head caved in
Looking like something that the cat brought in
There has to be an invisible sun
It gives its heat to everyone
There has to be an invisible sun
That gives us hope when the whole day's done
And they're only going to change this place
By killing everybody in the human race
They would kill me for a cigarette
But I don't even wanna die just yet
There has to be an invisible sun
It gives its heat to everyone
There has to be an invisible sun
That gives us hope when the whole day's done
martedì 4 novembre 2014
Fra due guanciali di essenza femminile
L’ernia del disco non sarà mai il mio mestiere…chissà come mai mi viene da iniziare così oggi, vendittizzando a destra e a manca una manciata di ricordi nati sotto il segno dei dolori lombari.
Il mal di schiena è da tanto tempo mio molesto compagno di viaggio. Eppure ci ho messo troppo tempo a capire che me ne dovevo occupare seriamente. Questo per dire che qualche anno fa, mi sono deciso a saperne di più riguardo ad un certo corso di yoga. Su incitamento di una cara amica, già fedele frequentatrice delle lezioni, siamo partiti insieme una bella sera.
Il corso si teneva nella piccola palestra di una scuola media. In un’impeccabile atmosfera da ora di ginnastica alle medie, per l’appunto. Pareti gialline, linoleum verde mar di Brianza, spalliere inchiavardate al muro, cavallina e se non ricordo male, addirittura quadro svedese. Date le condizioni particolari della mia schiena, prima di buttarmi a pesce nella prova degli esercizi proposti, mi sono premurato di chiedere informazioni all’istruttore. Dribblando tra l’altro anche alcuni bonari sfottimenti da parte della mia amica, che mi rimproverava, pur celati sotto altre parole, il reato di lesa virilità e di manifesta indecisione nel fare le cose.
Il bravo istruttore si rivelò persona gentile e disponibile. Mi spiegò che avevo fatto proprio bene a consultarmi prima con lui. Contento della risposta, mi sentivo già molto più Yoga e meno Yoghi di quanto non pensassi. Non era detto che gli esercizi proposti nella lezione fossero indicati per me. Era preferibile, mi disse, una serie di sedute personalizzate, che infatti mi premurai di seguire nelle settimane successive, con risultati anche soddisfacenti.
Ma dato che ero lì, e per tornare a casa dovevo ad ogni modo aspettare la mia amica, mi misi buono in un angoletto a vedere di cosa si trattasse. A parte l’istruttore e me, erano tutte donne. Giovani signore o ragazze anche, una trentina in tutto. Nell’inusitata circostanza, dapprima mi balenarono alla mente sprazzi confusi di goliardiche reminiscenze scollacciate ed echi di titoli filmici di infimo tenore, tipo “Il ripetente fa l’occhietto a tutta la classe” oppure “La professoressa di ginnastica sveste il suo corpo docente”.
Ma lentamente quelle sgangherate immagini vennero spazzate via. Il maestro lavorava con sotto una musichetta d’ambiente molto rilassata, impartendo pacate istruzioni ad ogni nuovo esercizio. Tra un’indicazione e l’altra, raccomandava di continuo di prestare attenzione al respiro, lasciando fluire la mente il più possibile. Il clima si faceva sempre più disteso e io assorbivo di riflesso qualche ondata di relax, anche solo stando nel mio punto di osservazione, semi-sdraiato su una pila di materassini intrisi di ore e ore di gioiosa riottosità prepuberale distillata.
Piano piano per tutto l’ambiente della piccola palestra si diffuse un’aura di energia buona. Alla gentilezza decisa del maestro, faceva eco la concentrazione delle signore, che eseguivano con diligenza tutte le movenze indicate. Il loro silenzio non suonava casuale, ma sembrava fatto apposta per lasciar parlare i corpi. Per non interferire con le parole parlate dalle ginocchia che si flettevano, dalle braccia che s’innalzavano, dai glutei che si tendevano, dalle cosce rese toniche con stiramenti e tensioni.
Me ne stavo nel mio cantuccio, a filtrare con gli occhi e il resto dei sensi quella delizia femminile sparsa copiosa nell’aria, quando l’orchestrazione generale del tutto si addentrò nel culmine della sinfonia. L’accordo di lunghezza d'onda fra maestro e allieve stava toccando i suoi picchi più armoniosi. Ad un bel momento, tutte vennero invitate a distendersi a terra, sul loro stuoino. Le luci si abbassarono un po’, la musica si fece sempre più suadente. Si trattava di chiamare in causa gli addominali. Il maestro invitò la sua orchestra a sollevare in alternanza una gamba e poi l’altra, concentrando la forza sui muscoli del ventre e stringendo dentro, come quando, parole testuali, si deve trattenere la pipì.
Seguì una manciata di lunghi secondi di silenzio ancora più denso, durante i quali le allieve eseguivano scrupolosamente il compito. Il tempo si sospese per lunghi attimi. Nello spazio dello stanzone era sparsa tutta una bella vibrazione di donna, come scaturita dai tasti di pianoforte in cui si era tramutata quella distesa di gambe risalenti e discendenti in sincrono accordo. Nella trascuratezza del pensare, toccava solo alla dolcezza dei ventri intonare una melodia armonica bassa e continua in sintonia con la penombra creata. Il pensiero tutto condensato in quel coro di pance femminili, che in quegli istanti mi raffiguravo come rarefatti mantici di delicatezza estrema, tutti presi ad emanare il loro canto gentile nato dalla molle profondità del mistero fisico interiore, per affiorare alla saldezza muscolare della superficie epidermica.
Mi ci vollero poi parecchi minuti per riemergere allo scorrere del tempo, al seguito di quella singolare estraniazione. Anche dopo, tornando in macchina con la mia amica, e poi di nuovo a casa, ripensando a quei momenti, mi rimase ancora a lungo dentro il sapore di una preziosità respirata, di una privilegiata prospettiva sull’enigma femminile, col quale, per puro caso, mi era toccato di potermi mettere in risonanza. Il dono estemporaneo di aver potuto respirare, per qualche lampo di tempo, in armonia col respiro ampio e disteso dell’essere.
venerdì 24 ottobre 2014
A lume di candela mentale
(Scritto a mano tra il 16 e il 17 ottobre 2014, in pieno black-out telematico)
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«…Sapessi com’è strano sentirsi “Fu-Mattia-Pascalizzati a Gillipixiland…». Così canterebbe forse un Memo Remigi un po’ strampalato, ritrovandosi nelle condizioni di un Gillipixel de-tecnologizzato. Sto scrivendo queste note a matita su un quadernino. Le riporterò a tempo debito sul computer e poi nel blog. Quando gli Dei del megabyte vorranno.
l primo ad abbandonarmi è stato proprio il pc. Pazienza, ho pensato, portiamolo a riparare. Poi sono arrivato i problemi sulle linee telefoniche, e posso dirmi ancora fortunato di avere momentaneamente isolato solo il cellulare.
«…Provo ad accendere almeno il vecchio pc…» mi sono detto, «…tanto per scrivere magari due fregnacce …». Niente da fare nemmeno su quel fronte: la gloriosa baracca non dà segni di vita. Mi ritrovo così per un po’ di tempo rassegnato e tagliato fuori dal mondo, perlomeno dal mondo che sono stato solito trovarmi intorno negli anni recenti. Un mondo virtuale parallelo al nostro intimo, universalmente condiviso: in poche parole, la ragnatela telematica mondiale, il web.
Per un po’ mi ritrovo solo col mio pensiero e i miei libri. Niente google, niente wikipedia, niente mail, sms, niente di niente. E mi sto domandando che tipo di sensazione sia. Per molti aspetti di certo fastidiosa. Ma per altro verso anche curiosa e complice di tante riflessioni. Spero di tornare al più presto felice, connesso e computerizzato, però nel frattempo non mi sembrava male cercare di cogliere alcune sensazioni derivate dal confronto con questa forzata interruzione di contatto con il resto dell’umanità internettizzata.
Senza scrivere non ci so stare e non ricordo il tempo di aver scritto così a lungo a mano. Una chiavetta USB mi guarda muta e fuori contesto come una carrozza ottocentesca posata sul tavolino. E’ resa obsoleta dalla sua eccessiva modernità, per il momento. Tutti il suo contenuto mi è utile come un lingotto d’oro per il naufrago su un’isola deserta.
L’atteggiamento mentale richiesto dalla scrittura con tastiera e schermo, rispetto a quello con matita e quaderno, è completamente su di un altro pianeta concettuale. Col computer si ha un approccio panoramico alla scrittura. Con mano e matita diventa una questione lineare. Nel primo caso, l’insieme del materiale scritto può essere visto come una totalità da plasmare. Scrivendo al computer si fa un lavoro compositivo simile a quello di uno scultore, ad esempio, di creta, o gesso, o plastilina.
Togliendo materiale dove serve, aggiungendo in altri punti, smussando, limando, si può tenere sotto controllo tutto l’insieme della composizione. Si può tornare sui propri passi, oppure si possono anticipare parti e inserirle poi nel punto scritto che sembra più opportuno, e ad ogni modo rimane sempre il margine per spostarle a piacimento.
Tutte queste prerogative vengono, se non del tutto escluse, perlomeno fortemente limitate nella scrittura a mano. Con davanti solo carta e matita, si piomba in piena sindrome di Pollicino. Le parole sono come briciole lasciate lungo la strada per guidare il cammino del lettore. Certo, anche scrivendo a mano si possono avere ripensamenti, tornare indietro, rivedere, spostare parti, anticiparne altre. Ma questo comporta cancellature, ricopiature, rifacimenti, costa tempo, fatica e scocciature.
Ecco dunque un pregio difettoso della scrittura a mano. O un suo difetto pregiato, chiamatelo come vi pare. Con carta e matita si è stimolati a prevenire, a giocare di anticipo. Le cancellature e i rimaneggiamenti, pur sempre possibili, sono tuttavia frustranti e noiosi. Meglio allora avere già in mente prima il quadro generale dello scritto. Non che si debba per forza sapere fin dall’inizio per filo e per segno tutta la sequenza del proprio scritto. Ma è importante possederne già mentalmente una fisionomia abbastanza delineata.
Sempre sulla base di medesimi meccanismi, la scrittura a mano induce ad essere selettivi anche nel formare le singole frasi. Qui davvero, ad ogni frase, è importante avere possibilmente già tutto il periodo pronto nella testa. E’ a questo punto, a mio parere, che si può apprezzare la più sorprendente differenza fra i due modi di scrivere. Ci si accorge che la genesi della frase è qualitativamente molto diversa. Non sto dicendo che un modo sia meglio dell’altro. Dico che sono diversi.
Una controprova di questo lo riscontro anche rispetto a una mia caratteristica particolare. Scrivendo col computer, tendo ad indulgere in un mio vezzo talvolta deleterio. Le frasi mi si allungano oltre il dovuto. Posso iniziare la frase in un modo, sapendo che la potrò modificare con pochi gesti di mouse e tastiera. Riesco a inserire tutte le subordinate che mi accorrono alla mente, sicuro del fatto di poterle poi spostare come pedine da un punto all’altro del periodo.
Noto invece che la scrittura a mano mi spinge alla frase sintetica. Dovendo essere di preferenza tutta contenuta prima nella mente, ciascuna frase nasce breve. E questo è un aspetto buono della scrittura a mano.
Unico, minimale e umile dettaglio della scrittura a mano che può in modo strano recuperare qualcosa rispetto alle funzionalità di tastiera e video, è l’accorgimento di usare matita e gomma. Nel limite del possibile, e senza abusarne, con matita e gomma si mantiene viva una residua facoltà di poter sbagliare piccole parti della frase.
Riporterò questo mio scritto a mano direttamente sul blog, tale e quale, senza apportare migliorie rese agevoli dalla scrittura a computer. E anche se la mia pigrizia mi frenerà, in futuro terrò a mente che l’uso di carta e matita (per i più abili anche penna) è un ottimo esercizio per la scrittura, da rivisitare ogni tanto.
giovedì 28 agosto 2014
Zefiro al quoto
Chiunque nutra passione per i rami “cosiddetti” inutili dell’albero della conoscenza (arte e filosofia in primis), sarà di certo incappato prima o poi nel classico amico scassamin…ehm…realista duro e puro. Questo tipo di caro conoscente è senza dubbio una buona persona. Ma quando provate ad esporgli il vostro entusiasmo riguardo alla bellezza di una qualche teoria assai pindarica nella sua vertiginosa volatilità, con precisione svizzera non mancherà di propinarvi la sua classica obiezione di rito: «...Sì, tutto molto bello, ma a cosa serve?...».
Confesso che di fronte a questa osservazione, pure io che sono uno fra i massimi cultori dell'inutile, mi sono trovato varie volte spiazzato. Hai voglia a tirare in ballo la suprema superfluità della musica, l'inservibile pienezza di un bel pomeriggio trascorso a far nulla, l'inattingibile senso del sapore dei baci. Niente da fare: l'imperterrito utilitarista cocciuto parerà ogni vostro affondo, ribattendo con contro-stoccate a suon di PIL, mercato del lavoro, costo della vita, il tempo è denaro, e così via utilitaristicheggiando.
Esiste tuttavia un argomento che potrebbe sbaragliare anche il pragmatista più incallito. Si tratta di un concetto che per sua natura tende ad esprimere l'inesistenza stessa, e come tale, in teoria, dovrebbe comunicare l'inservibilità al massimo grado. Ma non è così. Questo concetto ha cambiato la storia dell'umanità e si può dire che abbia traghettato quest'ultima verso l'epoca moderna. Mi riferisco all'idea dello “zero”. Sì, proprio lui, l'ineffabile “numero-non-numero” che siamo soliti indicare con un circoletto panciuto e un po' bislungo.
Non si potrebbe forse immaginare qualcosa di meno pratico dello zero, eppure l'acquisizione del concetto di “zero” ha rappresentato una delle rivoluzioni culturali più affascinanti e significative. Senza lo zero non avremmo la matematica moderna, e di conseguenza nemmeno la scienza e tutti i suoi “sottoinsiemi”, come l'ingegneria, l'elettronica, la statistica, l'informatica, ecc.
Non è mia intenzione scrivere qui la storia dell'invenzione dello zero. Ci sono già tanti interventi più documentati del mio reperibili sul web (segnalo queste interessantissime pagine). In breve, dico solo che il concetto lo dobbiamo alla sapienza degli antichi indiani (e sembra che ci fossero arrivati in autonomia anche i Maya). Il primo matematico a codificarlo in un testo ufficiale, nel 540 d.C., fu l'indiano Brahmagupta. Attraverso gli scambi commerciali lungo la Via della seta, pian piano lo “zero” filtrò verso ovest, facendo tappa a Baghdad intorno all'anno 800. Gli arabi svilupparono lo zero in misura decisiva, con tutte le sue potenzialità innovatrici (tanto che oggi, per indicare il tipo di numerazione usata da noi tutti, non a caso ci si riferisce ai “numeri arabi”, anche se a rigore si dovrebbero chiamare “indiani”). L'opera di intermediazione intellettuale che stabilì i primi contatti fra la cultura occidentale e l'inaudito concetto di zero, si deve infine ad un matematico italiano del 1200, Leonardo Fibonacci, figlio di un mercante pisano di tessuti in costante contatto con i porti arabi del nord Africa.
Quello che mi interessa di più, è fare alcune considerazioni di meraviglia riguardo alle implicazioni fascinose dello zero. Lo zero, al pari del nulla, suo presupposto ontologico di fondo, dal punto di vista concettuale è del tutto inafferrabile. Ciascuno può provare, facendo con comodo mente locale: nemmeno se provate a cogliere l'essenza dello zero “smeningiandovi” fino a cappotarvi sulla seggiola, riuscirete a portare a termine le vostre elucubrazioni con qualcosa di più che un pugno di mosche nella mente. Lo zero ci conduce nei territori della “in-concettualità” medesima, del “non-pensabile” in persona. Il vuoto di cui lo zero è portavoce non ha senso alcuno, perché se avesse senso, sarebbe un “qualcosa” invece di un “niente”.
Lo zero è anche strettamente apparentato col concetto di punto geometrico. Per definizione, il punto è l'indicazione di una “posizione incorporea”. Il punto non ha estensione, eppure riesce a darci l'informazione riguardo ad una certa collocazione particolarissima, su tutte le infinite altre possibili nel piano bidimensionale o lungo una retta. Lo zero insomma, come il punto, “è un qualcosa che non è”. Nel meraviglioso capolavoro di Thomas Mann, “La montagna incantata”, simili vagabondaggi per pensieri vengono portati al limite estremo del paragone fra il punto e l'attimo temporale. Così come la retta geometrica, anche lo scorrere del tempo è il frutto della sommatoria di una serie infinita di elementi nulli, ossia gli inconsistenti attimi singoli della cronologia esistenziale di ciascuno. Provate infatti ad afferrare, a fermare un attimo: l'esito sarà identico a quello sortito nel tentativo di cogliere un punto, oppure lo zero stesso. Lo «zero», il «punto» e l'«adesso» sono e non sono nel medesimo tempo. Nell'atto stesso di pensarli, vi sono già sfuggiti.
“Zero” deriva dalla parola araba “sifr” (poi passata ad indicare in generale ogni numero, col nostro termine “cifra”): significa “vuoto” e pare che i latini, per una suggestiva assonanza, denominassero per un po' di tempo lo “zero” col termine “zefiro”. Non c'entrava nulla, ma è un peccato che si sia persa questa sfumatura: lo “zero”, con la sua leggerezza e fuggevolezza impalpabili, contenuto nel nome di uno dei venti più evocativi, Zefiro, brezza che soffia da ponente, nella mitologia greca figlio di Eolo e di Aurora.
Lo zero è uno spericolato surfista che cavalca la cresta dell'onda, mantenendosi sempre sul filo dell'ineffabile ciuffo di spuma suddiviso con equanime incertezza fra il regno luminoso dei numeri positivi e quello chiaroscuro dei negativi. Non si sa se sta coi più o coi meno, è l'eterno indeciso mai presente. Lo zero è ideale al massimo, eppure ha voce in capitolo in cose praticissime come i calcoli. Sommato ad un vero numero, si fa beffe di lui, piantandolo in asso nel pieno scombussolamento dell'immutato (3 + 0 = 3). Sottratto, dà sempre lo stesso risultato, ma volendo con un sapore ancor più beffardo, vista l'inutilità forse ulteriore dell'operazione (3 - 0 = 3). Moltiplicato, si trasforma in scherzoso illusionista, in grado di far sparire la sostanza stessa assorbendola nella sua medesima nullità (3 x 0 = 0). Ma è nei panni di divisore che compie la sua magia più grande, andando a tirare in ballo uno dei suoi compagni di gioco più fantasiosi, ossia il concetto di infinito (3 / 0 = ∞).
Più si pensa allo zero, insomma, più ne saltano fuori delle belle. In teoria, non c'è forse nulla di più inutile. Ma basta pensare ai Romani, il popolo più concreto e pratico che sia esistito: senza di “lui”per fare una moltiplicazione con numeri un po' lunghi, ma che oggi non spaventano nemmeno un bambino di quarta elementare, avevano bisogno delle dita di una legione intera di nerboruti omaccioni corazzati.
La prossima volta dunque che un caro amico affetto da utilitarismo benigno, di fronte ad un vostro trasporto di estatica inutilità, vi riproporrà la sua classica obiezione «...Sì, tutto molto bello, ma a cosa serve?...», potrete rispondergli così: «...Ssshhht...calma, calma...va tutto bene, non è successo niente...torna pure a fare i tuoi conticini con l'abaco...».
Confesso che di fronte a questa osservazione, pure io che sono uno fra i massimi cultori dell'inutile, mi sono trovato varie volte spiazzato. Hai voglia a tirare in ballo la suprema superfluità della musica, l'inservibile pienezza di un bel pomeriggio trascorso a far nulla, l'inattingibile senso del sapore dei baci. Niente da fare: l'imperterrito utilitarista cocciuto parerà ogni vostro affondo, ribattendo con contro-stoccate a suon di PIL, mercato del lavoro, costo della vita, il tempo è denaro, e così via utilitaristicheggiando.
Esiste tuttavia un argomento che potrebbe sbaragliare anche il pragmatista più incallito. Si tratta di un concetto che per sua natura tende ad esprimere l'inesistenza stessa, e come tale, in teoria, dovrebbe comunicare l'inservibilità al massimo grado. Ma non è così. Questo concetto ha cambiato la storia dell'umanità e si può dire che abbia traghettato quest'ultima verso l'epoca moderna. Mi riferisco all'idea dello “zero”. Sì, proprio lui, l'ineffabile “numero-non-numero” che siamo soliti indicare con un circoletto panciuto e un po' bislungo.
Non si potrebbe forse immaginare qualcosa di meno pratico dello zero, eppure l'acquisizione del concetto di “zero” ha rappresentato una delle rivoluzioni culturali più affascinanti e significative. Senza lo zero non avremmo la matematica moderna, e di conseguenza nemmeno la scienza e tutti i suoi “sottoinsiemi”, come l'ingegneria, l'elettronica, la statistica, l'informatica, ecc.
Non è mia intenzione scrivere qui la storia dell'invenzione dello zero. Ci sono già tanti interventi più documentati del mio reperibili sul web (segnalo queste interessantissime pagine). In breve, dico solo che il concetto lo dobbiamo alla sapienza degli antichi indiani (e sembra che ci fossero arrivati in autonomia anche i Maya). Il primo matematico a codificarlo in un testo ufficiale, nel 540 d.C., fu l'indiano Brahmagupta. Attraverso gli scambi commerciali lungo la Via della seta, pian piano lo “zero” filtrò verso ovest, facendo tappa a Baghdad intorno all'anno 800. Gli arabi svilupparono lo zero in misura decisiva, con tutte le sue potenzialità innovatrici (tanto che oggi, per indicare il tipo di numerazione usata da noi tutti, non a caso ci si riferisce ai “numeri arabi”, anche se a rigore si dovrebbero chiamare “indiani”). L'opera di intermediazione intellettuale che stabilì i primi contatti fra la cultura occidentale e l'inaudito concetto di zero, si deve infine ad un matematico italiano del 1200, Leonardo Fibonacci, figlio di un mercante pisano di tessuti in costante contatto con i porti arabi del nord Africa.
Quello che mi interessa di più, è fare alcune considerazioni di meraviglia riguardo alle implicazioni fascinose dello zero. Lo zero, al pari del nulla, suo presupposto ontologico di fondo, dal punto di vista concettuale è del tutto inafferrabile. Ciascuno può provare, facendo con comodo mente locale: nemmeno se provate a cogliere l'essenza dello zero “smeningiandovi” fino a cappotarvi sulla seggiola, riuscirete a portare a termine le vostre elucubrazioni con qualcosa di più che un pugno di mosche nella mente. Lo zero ci conduce nei territori della “in-concettualità” medesima, del “non-pensabile” in persona. Il vuoto di cui lo zero è portavoce non ha senso alcuno, perché se avesse senso, sarebbe un “qualcosa” invece di un “niente”.
Lo zero è anche strettamente apparentato col concetto di punto geometrico. Per definizione, il punto è l'indicazione di una “posizione incorporea”. Il punto non ha estensione, eppure riesce a darci l'informazione riguardo ad una certa collocazione particolarissima, su tutte le infinite altre possibili nel piano bidimensionale o lungo una retta. Lo zero insomma, come il punto, “è un qualcosa che non è”. Nel meraviglioso capolavoro di Thomas Mann, “La montagna incantata”, simili vagabondaggi per pensieri vengono portati al limite estremo del paragone fra il punto e l'attimo temporale. Così come la retta geometrica, anche lo scorrere del tempo è il frutto della sommatoria di una serie infinita di elementi nulli, ossia gli inconsistenti attimi singoli della cronologia esistenziale di ciascuno. Provate infatti ad afferrare, a fermare un attimo: l'esito sarà identico a quello sortito nel tentativo di cogliere un punto, oppure lo zero stesso. Lo «zero», il «punto» e l'«adesso» sono e non sono nel medesimo tempo. Nell'atto stesso di pensarli, vi sono già sfuggiti.
“Zero” deriva dalla parola araba “sifr” (poi passata ad indicare in generale ogni numero, col nostro termine “cifra”): significa “vuoto” e pare che i latini, per una suggestiva assonanza, denominassero per un po' di tempo lo “zero” col termine “zefiro”. Non c'entrava nulla, ma è un peccato che si sia persa questa sfumatura: lo “zero”, con la sua leggerezza e fuggevolezza impalpabili, contenuto nel nome di uno dei venti più evocativi, Zefiro, brezza che soffia da ponente, nella mitologia greca figlio di Eolo e di Aurora.
Lo zero è uno spericolato surfista che cavalca la cresta dell'onda, mantenendosi sempre sul filo dell'ineffabile ciuffo di spuma suddiviso con equanime incertezza fra il regno luminoso dei numeri positivi e quello chiaroscuro dei negativi. Non si sa se sta coi più o coi meno, è l'eterno indeciso mai presente. Lo zero è ideale al massimo, eppure ha voce in capitolo in cose praticissime come i calcoli. Sommato ad un vero numero, si fa beffe di lui, piantandolo in asso nel pieno scombussolamento dell'immutato (3 + 0 = 3). Sottratto, dà sempre lo stesso risultato, ma volendo con un sapore ancor più beffardo, vista l'inutilità forse ulteriore dell'operazione (3 - 0 = 3). Moltiplicato, si trasforma in scherzoso illusionista, in grado di far sparire la sostanza stessa assorbendola nella sua medesima nullità (3 x 0 = 0). Ma è nei panni di divisore che compie la sua magia più grande, andando a tirare in ballo uno dei suoi compagni di gioco più fantasiosi, ossia il concetto di infinito (3 / 0 = ∞).
Più si pensa allo zero, insomma, più ne saltano fuori delle belle. In teoria, non c'è forse nulla di più inutile. Ma basta pensare ai Romani, il popolo più concreto e pratico che sia esistito: senza di “lui”per fare una moltiplicazione con numeri un po' lunghi, ma che oggi non spaventano nemmeno un bambino di quarta elementare, avevano bisogno delle dita di una legione intera di nerboruti omaccioni corazzati.
La prossima volta dunque che un caro amico affetto da utilitarismo benigno, di fronte ad un vostro trasporto di estatica inutilità, vi riproporrà la sua classica obiezione «...Sì, tutto molto bello, ma a cosa serve?...», potrete rispondergli così: «...Ssshhht...calma, calma...va tutto bene, non è successo niente...torna pure a fare i tuoi conticini con l'abaco...».
martedì 8 luglio 2014
Buon quel momento lì!
«...Penso a chi ha imparato ormai
che le cose iniziano dalla “bi”.
Perché puoi anche inseguire la “a”,
ma solo la “bi” sei sicuro
di trovarla sempre “lì”...».
Così mi disse, un bel giorno,
sotto sera, Topesio...
*******
I saluti che ci scambiamo lungo l'arco delle ore quotidiane, vengono tutti più o meno espressi con formule di micro-augurio: buon giorno, buon pomeriggio, buona mattinata, buonasera, buonanotte.
Consistono in piccoli auspici di trascorrere bene una certa parte del giorno. Sembra un fatto scontato, ma a ben guardare non lo è più di tanto, perché non in tutti i modi di salutare sono costruiti su una “espressione di speranza”. Se si pensa al più classico dei classici dei saluti italiani, il “ciao”, si vede infatti che non contiene un augurio, ma, con ogni probabilità, una forma di ossequio. L'etimo della paroluzza è molto incerto, ma (ormai anche i sassi e i granelli di sabbia lo sanno) pare che derivi da una contrazione del termine veneziano “sciào”, ossia “schiavo”. Dicendo “ciao” a qualcuno, ci si pone dunque in atteggiamento di deferenza, come a dire “sono servo tuo”.
Pur non essendo un esperto di espressioni d'incontro o di commiato internazionali, mi azzardo a dire che forse il “ciao” è uno dei più bei saluti del mondo. E' quasi giusto che il suo senso si sia perso lungo i miliardi di passaggi intercorsi di bocca in bocca, fra salutanti, attraversando il cammino del tempo. Perché al di là di cosa veramente significhino, questo tipo di saluti fanno leva principalmente sulla sonorità repentina, sul guizzo sillabico puro. Basta pensare al modo inglese di salutarsi in confidenza con un “bye-bye” (“bài-bài”), che può diventare un semplice “bye” o, ancor più ridotto, un “hi” (“hài”) d'estrema familiarità.
Chissà quanti altri tipi di questi “mini-salutignoli” esistono in moltissime altre lingue, o dialetti, o parlate varie, in tutto il mondo. Mi limito a citare i pochi che conosco, arcinoti, ipotizzando anche “associazioni caratteriali” relative, forse più frutto di suggestioni culturali annesse, che altro. Nella bellissima lingua sarda, c'è il simpatico “ahió” (o “ajó”, a seconda delle trascrizioni), che equivale ad un “ciao”, però con molta più decisione sonora (data soprattutto dalla “ó” chiusa e accentata sul finale), quasi a riflettere l'indole determinata che siamo soliti associare al fiero popolo di Sardegna. Nei paesi di lingua spagnola e affini (portoghese, brasiliano, e così via), usa invece il delizioso “hola” (o “olà”), che già di per sé suggerisce calore umano ed allegria. Gentilezza e disponibilità sono contenute poi nel cinese “ni hào”.
In generale, e non ci vuole un'aquila per accorgersene, tutti questi saluti di grado intimo, si basano sulla brevità e sulla prevalenza vocalica. Il suono delle vocali è dolce, lungo, avvolgente, quasi sospeso, sensorialmente affine ad atteggiamenti fisici quali abbracci, carezze, blandizie tattili varie. Molto improbabile sarebbe infatti rivolgersi ad un amico con una chilometrica formula di saluto zeppa di consonanti. Per quanto, potrebbe essere un esperimento interessante da farsi. La prossima volta che incontrate un caro conoscente, invece del solito “ciao”, provate a spiattellargli in faccia un originalissimo “sbrgnzofrrlmdürt” (e mi raccomando la “ü” dura)...così, per vedere un po' iannaccianamente l'effetto che fa.
Tra l'altro, quando si è convinti di aver detto la stravaganza più inverosimile, è proprio la volta buona che ci si accorge di come la realtà superi sempre puntualmente la fantasia. Curiosando in rete ho scoperto infatti l'esistenza di una curiosa forma di “ciao” in uso fra gli olandesi, che si salutano con un ben grattugiato “gegroet”, contravvenendo in modo abbastanza evidente alla regoletta enunciata poco fa. Per non parlare poi dei bulgari, che fra amici si dicono vicendevolmente “sdravisvanje”. E poi dicono che son strano io...
Che si scelga insomma di utilizzare un più ufficiale augurio condensato (tipo buongiorno), oppure una minuscola parola dall'onomatopeica valenza amicale, l'atto del salutare non è mai qualcosa di così banale come potrebbe apparire. Proseguendo di questo passo, di riflessione oziosa in considerazione flanellosa, si potrebbero fare tante altre elucubrazioni.
Ad esempio: il salutante che opta per il mini-augurio concentrato, si espone al rischio di una certa ambiguità di contenuti. Potrà sembrare roba da gran campioni della suscettibilità, ma dicendo “buon giorno” o “buonasera”, ci si assume un certo qual impegno piuttosto serio. Questo tipo di saluto, presuppone che tutto il “giorno”, o tutta la “sera” siano “buoni”. Ma si sa: quando mai capita che ogni istante, ogni singolo attimo di una giornata, o di una serata, di un pomeriggio, di un mattino, siano interamente ed esclusivamente buoni, in tutto e per tutto? Ecco allora che il salutato in siffatta forma, dovrebbe sentirsi già in partenza come se fosse stato chiamato a stipulare un contratto fallace, manchevole e pieno di magagne. La delusione sarà infatti sempre in agguato, con inesorabilità pressoché matematica. Lungo le ore del pomeriggio, o di altra porzione di giornata augurata “buona”, capiterà senz'altro un inghippo, una sensazione spiacevole, un contrattempo sgradito, un sentore, seppur molto vago e fuggevole, d'amaro in bocca, che impediranno di poter dichiarare positivo nella sua interezza quel lasso di tempo.
Per prevenire questo inconveniente di fondo dell'attesa frustrata, suggerirei allora ai salutanti di adottare una modalità di saluto più realistica e rispettosa nei confronti dei salutati. Invece di allargarsi in irrealizzabili pronostici di positività intera da trascorrere nell'imminente periodo di tempo indicato, si dimostrerà forse molta più onestà intellettuale e franchezza d'animo, salutando il conoscente con riferimento ad una ben più circoscritta porzione di tempo. Invece di “buon pomeriggio”, allora, si potrà ad esempio dire: “buone ore 16 e 42 minuti!”. In questo modo, il proprio augural-saluto suonerà meno pretenzioso, e circoscrivendo ad un preciso orario la previsione di alcuni scampoli di tempo davvero sereno o gioioso, si avvicinerà di più alla realtà. Oppure si potrà variare sul tema: invece di “buona serata”, si dirà magari “buoni venti minuti fra le dieci e le undici”. Essere contenti comporta anche un certo impegno: con simili saluti, il salutato saprà di doversi avvicinare allo stato d'animo opportuno, in sintonia col momento augurato, e la cosa risulterà tutta più armoniosa. D'altra parte, quando ci si sentisse salutare con un ancor più circostanziato “buone 10 e 53 e 34 secondi!”, il messaggio sottinteso potrebbe suonare anche del tipo: “...Non so dirti quale, ma che almeno un momento della mattinata sia per te buono...”, oppure: “...Scegli tu il momento buono, ma che uno davvero buono, ci sia...”. Cosa che, a mio parere, autorizza molto più gradevolmente ad essere riconoscenti verso il salutante.
Altre considerazioni sul fil di lana del nulla, possono nascere inoltre considerando ancora l'altra tipologia di saluti, quella fulminea confidenzial-vocalizzante. Abbiamo detto che più bello del nostro “ciao”, in questo ambito forse non c'è niente. Ma se si volesse rendere questo saluto ancor più intimo, privato, riservato ad una stretta cerchia di amici più cari, se non addirittura ad una persona speciale, se ne potrebbero coniare di nuovi, inventati ad hoc, proprio in forma di preciso suggello da apporre ad una relazione veramente originale fra salutante e salutato. Le regole, l'abbiamo detto, sono due, e semplicissime, più una piccola postilla: lunghezza ridotta della parola e uso preponderante di vocali, con licenza d'introdurre consonanti dal suono più delicato. Ecco allora che potrebbero nascere nuovi saluti, tipo “uiae”, “sfea”, “loesi”, “misibici”, “sesiśi” (con la seconda “s” come nella parola “rosa”), e così via.
In una contrattazione linguistica intima siffatta, si rafforzerebbe così il senso d'intesa fra salutante e salutato, tanto che l'uno finirebbe per confondersi nell'altro, e viceversa: non si capirebbe più bene dove inizia il ruolo di chi saluta e dove quello di chi è salutato, col felice esito di una fusione completa d'identità salutanti.
Ad ogni modo, cari amici viandanti per pensieri, quelle proposte oggi, sono elucubrazioni veramente utopiche. Prendetele un po' così, con le pinze dell'animo, come puri fraseggi sul nulla poetico. Visti i tempi che corrono, infatti, va ancora bene se al giorno d'oggi ci si sforza di non mandarsi al diavolo a vicenda, quando non addirittura in “località augurali” persino più amene e pittoresche.
domenica 6 luglio 2014
L'oltre-senso sale in cattedra
Il dormiveglia mattutino è uno dei passaggi della giornata mentalmente più fecondi. Quei momenti di languore pre-veglia, durante i quali si indugia ad altalenare da una suggestione sognata all'altra, rappresentano una fase fondamentale della nostra “operatività esistenziale”, erroneamente scambiata per un periodo inutile, insensato,vacuo. Al contrario, il dormiveglia mattutino dovrebbe essere elevato al rango di materia scolastica fondamentale. Bisognerebbe insegnare, cominciando fin dai bambini, a vivere al meglio quelle fasi del giorno così ricche di attività interiore.
Purtroppo, al dormiveglia mattutino sono associati due ostacoli molto forti: uno è dato dalla indecifrabilità che accompagna la materia mentale associata (che ne è anche il pregio, si badi bene); l'altro viene dall'estrema difficoltà di fissare nella memoria la ricchezza incredibile di quei contenuti. Si sente spesso parlare dell'inaudita entità dell'energia che potrebbe essere estratta dalla forza dei fulmini, se solo si riuscisse in qualche modo ad incanalarne l'immane possanza. Un discorso analogo potrebbe valere anche per l'inestimabile patrimonio di bellezza onirica che ogni mattina in fiore, va irrimediabilmente perduto nei milioni di letti di milioni d'individui dormiveglianti.
Spesso ho pensato di adottare una qualche strategia sistematica per riuscire a condurre in porto alcuni ricordi validi, traendoli superstiti da quella lussureggiante marea di stimoli dalla natura così variegata e plurivoca. Ma la cosa ha sempre finito per apparirmi alquanto stridente, rispetto al compito. Come sarebbe possibile infatti pensare d'imbrigliare la libertà assoluta? O cercare di dare un qualche ordine logico alla fantasmagoria dell'illogicità pura? Un qualsiasi tipo di “misurazione”, che si pretendesse d'introdurre, in virtù della propria stessa natura “ordinatrice”, finirebbe per guastare sul nascere il felice spirito “anarchizzante” insito nell'oggetto “di studio” in questione.
Mi sono sempre accontentato allora (forse sbagliando) di lasciare che il caso facesse il suo corso. Ritenendomi soddisfatto, le poche volte che un briciolo di quel preziosissimo materiale riesce ad affiorare alla superficie della vita conscia. Com'è successo qualche mattina fa, con l'alba ancora in fasce, quando fra un'immagine di sogno e l'altra, sono riuscito a cogliere alcuni scampoli di una specie di lallazione interiore semi-poetica, ed ho trovato la forza di liberarmi dalle inesorabili blandizie delle alitose sirene del sonno, scendere dal letto ed andarli ad annotare con la matita su un pezzetto di carta.
A giornata inoltrata, ho poi riletto quelle righe che, pur avendo smarrito buona parte dell'energia onirica originale, si conservavano ancora dense di caro e familiare mistero. Dicevano così:
Che oggi le cose,
bene o male,
un sorriso,
le cose te lo rendono...
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