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sabato 22 ottobre 2011

Geografia libraria


Quando ci viene chiesto quanti generi di libri esistono, risulta quasi spontaneo partire col nostro classico bell’elenco: s’inizia dalla narrativa in genere, a sua volta suddivisa in romanzi di stampo per così dire “classico”, e poi gialli, thriller, avventura, spy-story, romanzi storici, horror, umoristici. E poi ancora c’è la saggistica, sia essa storica, scientifica o di carattere filosofico, sociologico, oppure di taglio critico, sia artistico, cinematografico, teatrale, poetico, e così via, in un bel groviglio di tipologie e sottotipologie tematiche. Insomma, non c’è bisogno che scriva tutta la lista completa per capire che ci siamo capiti.

Leggendo in questi giorni un certo libro, mi sono reso conto tuttavia che questo stuolo di classificazioni potrebbe essere inglobato in una molto più generale, suddivisa in due categorie soltanto: quella dei “libri mappa” (altrimenti detti “libri sorvolabili a volo d’uccello”), e quella dei “libri territorio” (altrimenti detti “libri attraversabili a piedi”).

Lo so, lo so cosa state pensando: ecco qua, un’altra delle solite gillipixate. D’accordo, in parte è così, ma se mi lasciate spiegare un po’, converrete con me che alla fine la questione non è poi così marginale e gillipixevole.

I “libri mappa” sono quel tipo di testi impostati dall’autore secondo un criterio argomentativo piuttosto sintetico e ben ordinato. Nel corso della lettura, si ha sempre ben presente la propria posizione rispetto all’insieme totale del materiale raccontato. Sappiamo in ogni momento abbastanza bene dove ci troviamo in rapporto all’intera lunghezza del testo. Con un “libro mappa” si ha una buona consapevolezza del percorso che l’autore ci vuole condurre a fare insieme a lui, tramite le sue argomentazioni. Non solo si ritorna mentalmente alle parti già lette con una certa agevolezza, ma si riesce anche a prefigurare per grandi linee lo sviluppo del discorso che lo scrittore ci va facendo. Di solito, in questo caso, il gioco è tanto efficace quanto più l’autore è bravo ad introdurre una o più tesi di fondo, che sorreggono tutta l’impalcatura del libro, funzionando appunto come gli elementi descrittivi di una mappa geografica: diventano il nostro grafico mentale fatto di linee e macchie di colore sulla carta, rappresentanti strade, isolati di edifici, canali, fiumi, e così via.

Tutt’altra cosa sono i “libri territorio”. Qui l’autore ci fa calare nel bel mezzo del “materiale vivo” del suo raccontare, ci abbassa a livello del suolo, in un invito più o meno voluto a mescolarci ai personaggi ed alle tematiche presentate. Impostare il proprio modo di scrivere sui criteri della “territorialità” si avvicina molto meglio all’atteggiamento di chi si pone nel flusso della vita in presa diretta. I “libri territorio” si attraversano più con lo spirito di chi vive alla giornata, con lo stato d’animo dell’esploratore, dello scopritore di novità. In questo senso, essi possono risultare efficaci esaltatori di una modalità del raccontare molto ricca e variegata, fertile di suggestioni ed invenzioni. In questo caso, se il gioco è ben giocato da chi scrive, lo smarrimento del lettore si tramuta in pregio, la indotta privazione della facoltà di vedere oltre la pagina sulla quale lo sguardo sta scivolando diventa l’atmosfera stimolante e caratterizzante l’intero clima del libro.

Ovviamente, come accade ogni volta che si tenta di definire delle “tipologie”, anche nel mio caso quelli che ho esposto sono i caratteri “puri” del “libro mappa” e del “libro territorio”. Difficilmente troviamo libri che siano interamente ed esclusivamente “mappa”, oppure interamente ed esclusivamente “territorio”. Una scelta così netta è riservata probabilmente solo ai grandissimi maestri. Per la maggior parte degli scrittori invece, anche quelli parecchio bravi, per carità, la via più sicura è prendere un po’ da tutte e due le modalità. Affidarsi infatti in modo esclusivo ad una o all’altra, comporta notevoli rischi e possibili inconvenienti.

Chi fa del suo libro soltanto una “mappa”, corre il pericolo di andare a finire a capofitto nella prevedibilità più lampante. Lo scritto sarà bello pulito, lineare, composto, nessuno dice di no, ma potrà altresì risultare di scarsa personalità, pochissimo o per niente sfaccettato, privo di quelle impennate e di quegli scarti argomentativi preziosi, che quando si incontrano nel corso della lettura, trasmettono la sensazione di stare suggendo direttamente dal puro “midollo concettuale” di un tema o di un personaggio tratteggiato. Lo scritto “a mappa” è soggetto insomma a possibili sensazioni di distacco, di scollamento eccessivo dal cuore vero di tutto il materiale raccontato.

La scelta del libro esclusivamente “territoriale” comporta invece probabili intoppi di diversa natura, ma pur sempre non meno gravi. Il lettore può trovarsi ad aver che fare con una matassa della quale stenta a prendere in mano un qualche bandolo di senso. Il corso del racconto si fa un labirinto, capace di trasmettere impressioni di smarrimento destinate a quel punto a mutarsi solamente in aperto fastidio. Gli elementi proposti possono presentarsi farraginosi, buttati su a casaccio, si perde una qualsivoglia visione d’insieme. Si stenta a trovare un legame, un nesso, tra il «prima» e l’«adesso» della lettura, faticando parecchio anche ad ipotizzare un plausibile «dopo».

Non starò nemmeno lì a dirvi qual è stato di preciso il libro che mi ha innescato in mente tutta questa serie di considerazioni, per non denigrarlo involontariamente. Si tratta tutto sommato di un buon libro, che pure concede troppo al “territorio”, trascurando più del dovuto la “mappa”. Del resto, ciascuno di voi, cari amici viandanti per pensieri, facendo mente locale a libri incontrati nel corso del proprio cammino di lettore, potrà fare le debite considerazioni, ponendole sotto la luce critica della mia odierna dissertazione.

Un'ultima cosa, prima di chiudere la presente sproloquiata, mi piace in ogni caso ribadirla: da tutto il discorso si deduce come, una volta soppesati i vantaggi e gli inconvenienti di una posizione "raccontante" sulla “mappa” o di una immersa nel “territorio”, il bravo scrittore risulta colui che sa capire quando è il momento di camminare a braccetto coi suoi argomenti e personaggi, oppure quando serve alzarsi in volo per poterli contemplare dall’alto.

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Ah, amici: vi ricordo che appena sotto, per chi se lo fosse perso o non ci avesse fatto caso, c'è ancora da leggere un fantasmagorico articoletto nel quale si narra come si possa imparare qualcosa sulla vita anche dalle cimici... :-)

giovedì 23 luglio 2009

Scritti di scatto


Si possono ravvisare elementi comuni alla fotografia e alla scrittura?
Io credo di sì (…altrimenti non mi sarei nemmeno scomodato a pormi la domanda e tutta la menata finiva qui, con sommo gaudio del lettore…).

Anche se la precisazione è superflua come i peli, va ovviamente detto che il parallelo si pone sul piano prettamente metaforico, perché stiamo parlando di due modalità di comunicazione che utilizzano strumenti troppo diversi fra loro per poter essere confrontati direttamente.

Una prima affinità la rileverei nella scelta del campo di pertinenza del soggetto.
Sia quando si scrive, sia quando si coglie un’immagine, è molto importante il taglio col quale l’argomento viene ripreso (passo, volutamente, da un termine più proprio allo scrivere ad un altro maggiormente concernente la fotografia, per sottolineare ulteriormente l’intreccio tematico che lega le due “arti”).
Col nostro scritto e con la nostra inquadratura isoliamo una porzione di mondo. Questo comporta due piccoli corollari fondamentali:
1) Preferibilmente, la porzione isolata deve essere autosufficiente;
2) Tutto, o perlomeno molto di quanto è stato tagliato fuori può partecipare come un “non detto” che completa il discorso.
La storia raccontata da uno scritto o da un’immagine deve essere “conchiusa”.
No, no…non mi sono sbagliato a scrivere e voi non avete letto male: non intendevo “conclusa”, ma proprio “conchiusa”. Se avessi scritto “conclusa” avrei limitato molto lo “spazio di manovra narrativo” escludendo importantissime opzioni espressive come il “non finito” o le “trame” che ammiccano senza dire chiaramente, rimandano, lasciano in sospeso per creare suspense e aspettativa per elementi solo immaginati o intuiti.
Dire invece che la storia deve essere “conchiusa” significa che quanto viene raccontato deve chiudere in pareggio il bilancio di una propria economia interna della bellezza.
Il lettore o l’osservatore della foto dovrebbero insomma ricevere l’impressione che nello spazio del narrato o dell’inquadrato nulla è entrato per caso, nulla sta lì per dire cose ripetitive o banali, nulla di ciò che serviva è stato trascurato o escluso maldestramente; dovrebbero percepire che la tonalità di ogni parola e ciascuna sillaba dell’immagine sono essenziali e consustanziali al discorso.
E qui entra in scena anche il “resto del mondo” lasciato fuori dall’«inquadratura»: chi scrive e chi fotografa si rivolge ad un pubblico con il quale condivide un ampio patrimonio culturale. Lo scrittore e il fotografo si affidano al fatto che il pubblico padroneggi buona parte di quel patrimonio di conoscenza condivisa, in modo da poter essere libero di dire solo la sua personale “frase” innovativa, inserendosi nell’ambito del “discorso” generale già noto.

La seconda affinità fra fotografia e scrittura che vorrei sottolineare è quasi diretta conseguenza di quanto detto finora, ed introduce la cruciale questione “compositiva”.
Gli strumenti per operare in quell’«economia della bellezza» di cui parlavo prima sono forniti appunto dal senso della “composizione”.
In uno scritto o in una foto sono in gioco rapporti di forze espressive, confronti fra fattori dinamici (formali e concettuali), che costituiscono la vera e propria impalcatura dell’«opera» in questione. Queste forze, la sapienza del bravo narratore di foto o dell’accorto coglitore di frasi, è chiamata a soppesarle, giostrarle, equilibrarle o a metterle volutamente in contrasto quando serve, o in assonanza.
E per ottenere questo buon esito compositivo è fondamentale possedere il dono dello «sguardo sintetico a zoom». In altre parole, sarebbe cosa buona essere in grado di tenere sotto controllo in un medesimo tempo sia l’insieme, sia i dettagli dell’intera composizione, in modo da “tararli” in reciproco dialogo, registrandoli in misura dinamica e “biunivoca”.

In conclusione, bisogna anche dire che, se una grande differenza tra foto e scrittura è innegabilmente data dai tempi di realizzazione pertinenti ai due ambiti, anche questo elemento si livella alquanto nel caso si considerino ad esempio brani da scrivere in tutta fretta (vedi articoli di cronaca) oppure riprese fotografiche di soggetti piuttosto statici che concedono l’agio di “soppesare” al meglio l’inquadratura.