Visualizzazione post con etichetta campagnolismi esagerati. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta campagnolismi esagerati. Mostra tutti i post

lunedì 10 giugno 2019

Che cosa ho imparato rampando con propensione letteraria da barone calviniano, su di un ciliegione fragile dispensatore di sparuti frutti, mentre venivo a mia volta colto nel bel mezzo di una spasmodica tendenza all’intitolazione Lina-Wertmülleriana del vivere


Ho un ciliegione piccolo. Ha il tronco esile, si sviluppa più in verticale che in orizzontale.

È fragile, un po' malaticcio, ma si ostina a dire la sua nel discorso faunistico universale.

Se le sue parole migliori sono le ciliegie, dopo qualche stagione taciturna, con poche sillabe smozzicate a stento, quest'anno si è espresso in una discreta chiacchierata.

Sono ragionamenti alti però, si fatica a posarci la scala, dove le frasi più eleganti, succose, rosse e mature, vengono pronunciate.

I rami secondari, dopo una prima biforcazione bassa abbastanza robusta, si frangono in steli inconsistenti, sparati all’insù e incapaci di reggere il peso dell’aspirante raccoglitore.

Là, stanno le ciliegie cariche di maggiore desiderabilità, sui rami sottili, lontani e inavvicinabili.

Rimane solo la via della scalata a ramo nudo, senza l’ausilio di nessun genere di pioli.

Per arrampicarsi “a corteccia” su una pianta, bisogna farci conoscenza.

I primi movimenti devono essere lenti ed esplorativi, serve capire dove si possono e dove non si possono posare i piedi.

Molto importante poi fissare i riferimenti ai quali ci si possa appigliare con le mani: presto, si comprende infatti come, per salire, sia necessaria la cooperazione di tutto il corpo.

Se le ginocchia, le anche o il sedere hanno un appoggio di passaggio, è tanto di guadagnato per l’equilibrio.

E non voglio esagerare in poeticismo ritrito romanticheggiante di bassa lega melensa, ma addirittura, dopo un po' che si sta lassù, ci si rende conto di essere diventati una propaggine dell’albero: ci si sente in continuazione diramante con lui, le braccia, le gambe, le dita, tutto una conseguenza di corteccia e foglie.

Così, un appoggio che porterebbe più su, valutato rischioso in un primo momento, diventa accessibile, compiendo sequenze di movimenti misurate e imparate in quella prima fase di studio.

Allora anche le ciliegie più in vetta, quelle che a un primo sguardo erano sembrate relegate a quote inespugnabili, ce le ritroviamo a portata di mano, e scivolano nel cestino con notevole soddisfazione.

Non bisogna tuttavia cadere nell’ebbrezza del trionfo: rimarranno sempre ciuffetti rosso-verdeggianti impervi e assolutamente inconquistabili, se non a rischio della grave eventualità di franare rovinosamente a terra.

È necessario dunque capire anche quali ciliegie dovremo per forza abbandonare: rimarranno per noi solo un bel ricordo di desiderio. Senza rimpianto, perché l’aver desiderato è cosa nobile di per sé, che si sia conseguito o no l’obiettivo.

È stato così che, mentre il cestino piano piano, ma inesorabilmente si riempiva, mi ha attraversato la mente una piccola folgorazione: che la vita è una pianta fragile ma ostinata di ciliegioni.

Ancor più preoccupante, ho pensato che se ormai non riesco più a fare la benché minima azione quotidiana, senza poi “scriverci dietro” (*dialettismo) un mezzo poema, la situazione dev'essere davvero grave.

Sono definitivamente afflitto da “scrivania acuta”, con le complicazioni aggiunte di un intenso “metaforismo” che rischia in continuazione di esplodere in eccessi di smodato abuso allegorico.
Ho la mente tramutata in apparato scrivente permanente.

Ma finché porto a casa, oltre a tante parole, anche un cestino di ciliegie, direi che il bilancio si può considerare in pareggio.



martedì 12 marzo 2019

Pio Po


L'uomo, di man in mano che diventava “moderno”, si è andato sempre più convincendo di essere, lui stesso, il centro della realtà.

Gli antichi invece sapevano che l’uomo, rispetto al resto del mondo, non è altro che un fesso qualunque.

Per i romani, come per altri popoli dell'antichità, ogni cosa reale, animata o inanimata, possedeva un suo spirito, o “genio”.

L’uomo si sentiva dunque immerso in una miriade di altre entità degne di rispetto.
Non sempre capiva il senso profondo di queste altre “porzioni di essere”, e allora, per cercare di farsene in qualche modo una ragione, cercava una spiegazione nei miti.

Una bellissimo leggenda riguarda proprio il Po, e in qualche modo quindi anche la Bassa.

La riporta, nella sua meravigliosa opera “Metamorfosi”, Ovidio (43 a.C. – 17 d.C.), uno dei più grandi scrittori latini, e di tutti i tempi.

Fetonte era figlio del Sole (Helios) e della mortale Clímene.

Un giorno, giocando con un amico che si vantava di aver un grande papà, Fetonte sopportò fino al limite della pazienza la boria di quel piccolo strafottente, ma quando non ce la fece più, gli sbottò nei denti: “…Ah sì? E allora sappi che mio papà è il Sole…”.

Subito l'altro gli scoppia a ridere nei denti e gli fa: “…Ma vai per nespole, pajàs (pagliaccio)…stai a sentire tutte le frottole che ti racconta quella sciroccata di tua mamma Clímene?…”.

Fetonte se ne torna a casa tutto adombrato (il massimo dello scorno, per un figlio del dio della luce), e rivolto alla dubbia genitrice, le fa: “…Mamma, ma com'è questa storia? Mi prendono in giro, mi dicono che il mio babbo non è il Sole…”.
Clímene giura e spergiura che si tratta della verità, lui è figlio proprio del Sole, e per averne certezza, non deve far altro che andarlo a trovare nella sua reggia.

Fetonte si incammina e seguendo le indicazioni di mammà, arriva proprio nell’immensa dimora di suo babbo, il Sole, che si era sistemato non male in un gran villone dalle parti dell'Etiopia, o dell'India, o giù di lì.

Helios, il Sole, accoglie il figliolo con grandi feste e saputo il motivo di quel viaggetto a casa sua, lo rassicura e aggiunge: “…Certo che sono tuo papà…per dimostrartelo, ecco, chiedimi ciò che vuoi, e lo avrai…”.

Fetonte gli chiede di poter condurre, da solo, per una giornata, il carro del sole.

Al papà, nonostante fosse un tipo focoso, vengono i sudori freddi: “…Azz…ma no…ma sei sicuro? È troppo pericoloso, sono capace solo io, nemmeno Zeus in persona si azzarderebbe…”.

Ma non c'è niente da fare, il ragazzino testardo come un mulo non cede, e il papà non può rimangiarsi la parola.

Alla fine, fra mille raccomandazioni, Fetonte prende le briglie e parte per la salita azzurra del cielo, c'è da mettere in scena l'alba sopra al mondo.

Ma un po' che sentono alla guida uno senza patente, un po' che gli vogliono tirare un bello scherzetto, i cavalli subito si mettono a fare i matti, scompigliando la rotta e scorrazzando a casaccio nell’aria col carro solare.

Cominciano dei disastri che non vi dico, città ustionate, fiumi in secca, un caldo boia dappertutto…tanto che alla fine, la Terra stessa, temendo per la sua sopravvivenza, implora Giove di porre fine a quello strazio scottante.

Giove, seppur a malincuore, piglia in mano uno dei suoi fulmini più potenti, e con la sua infallibile mira, sbatte una saettata precisa addosso al povero, scriteriato cocchiere, e lo incenerisce con gran sollievo del mondo.

I resti di Fetonte precipitano in un punto non meglio precisato, lungo le rive del fiume Eridano, nome usato dai latini per indicare quello che per noi sarebbe stato il Po.

La mamma Clímene, saputo della disgrazia, girovaga dappertutto, per avere anche una minima notizia sulla fine del suo sfortunato virgulto.

Arriva infine a una tomba, sopra la quale le Nàiadi d’Occidente, ninfe fluviali che vegliano sulle acque del Po (con l'aiuto del soprintendente alla fauna ittica, Nàśalaria), avevano pietosamente riportato questa epigrafe:

“Qui giace Fetonte, auriga del cocchio di suo padre; Non seppe guidarlo e cadde, ma fu impresa grandiosa”

(In latino: “Hic situs est Phaëthon, currus auriga paterni, quem si non tenuit, magnis tamen excidit ausis”).

Clímene si mette a piangere con somma disperazione, inondando di lacrime la tomba dello sfortunato ragazzo.

La raggiungono nel frattempo le Elíadi, altre sue figlie, nate anch’esse dalla sua unione col Sole (Helios).

Anche loro si mettono a disperarsi e a versare maree di lacrime per il dolore di aver perso così tragicamente il fratello.

Faetusa, Lampezie (questi i loro nomi), e una terza Elíade non nominata da Ovidio, si struggono talmente tanto e a lungo per il dolore, che lentamente vedono i propri corpi tramutarsi in pioppi.

La mamma Clímene cerca disperatamente di estrarre i corpi dalle cortecce, mentre la trasformazione non è ancora completa, ma ottiene solo di spezzare fragili rametti, e “…da questi stillano gocce sanguigne, come da ferite…” (“…at inde sanguineae manant tamquam de vulnere guttae…).

L’ultima parte delle Elíadi a venir soffocata dalle cortecce fu la bocca, mentre le estreme invocazioni alla madre si spegnevano sotto lo spietato avanzare ligneo.

E quando la scorza severa si chiude definitivamente, le ultime parole delle povere giovani sfumano nel vento, mentre le loro lacrime si mutano in gocce d'ambra, che indurite dal sole si staccheranno da allora, cadendo nelle acque del Grande Fiume, dove verranno raccolte dalle donne latine, per adornarsene.

La prossima volta dunque che farete un giretto lungo il fiume, intravedendo un pioppeto e “intrasentendo” un sussurro ventilato fra le foglie, sappiate che quello non è un semplice rumore fra gli altri, starete invece ascoltando il secolare sospiro delle dolci Elíadi.

venerdì 22 febbraio 2019

Un calcio al pregiudizio


Questo fatto è successo davvero, ma ve lo racconto come se fosse il brandello di una favola.

Quando andavo al liceo, per quanto facessi, agli occhi degli amici di città sono rimasto per tutti e cinque gli anni di studio un immutabile provinciale campagnolo.

Potevano però capitare episodi insignificanti, in occasione dei quali mi prendevo delle piccole rivincite ideali (o perlomeno così le interpretavo io).

Durante una lezione di ginnastica, il professore ci propose di fare una partitella a calcetto.
Si giocava senza portiere, tutti “fuori”, e i gol si dovevano fare in due appositi mini-quadrati di circa un metro per uno.

Eravamo in parecchi, quindi si giocava a turno, facendo vari cambi. La partita fu gradevole e tutto quanto, giocai di gusto, ma gli ultimi minuti me li feci a bordo campo, da spettatore, perché ero già stato in gioco il tempo che mi spettava.

Questa faccenda di essere visto come un campagnolo, un po' mi pesava, ma in un certo senso ci marciavo pure dentro. Mi divertivo insomma a calarmi ogni tanto nel personaggio che tutti si attendevano io fossi.

Ad esempio quella volta, mi levai le scarpe prima di rientrare negli spogliatoi, e restai a guardare la fine dell'incontro sfoderando un bel paio di calze verde ramarro con chiassose righe circolari gialle e arancioni lungo lo stinco e per tutto il piede.

Così, giusto per il duodeno di Belzebù!

Succede poi che la partita finisce a gol pari, e si deve decidere la vittoria ai rigori.

In cuor mio non mi preoccupo più di tanto, perché pensavo di continuare a vedere come andava a finire da spettatore.

Invece a sorpresa, i compagni di squadra chiamano anche me a calciare il rigore. Ed è stato lì che un piccolo lampo di teatralità campagnola mi ha colto all'improvviso.

Invece di calzare di nuovo le scarpe, come tutti si attendevano, mi incammino verso il “dischetto” rimanendo imperterrito “in scapéŋ” (con indosso solo le calze).

Tutti sgranano due occhi così, mentre in un misto di sbeffeggiamenti e incredulità, mormorii e risate attutite serpeggiano in giro.

Al campo sportivo in paese, era sempre stata la normalità piantare a volte due “sbarate” (calci) al pallone completamente “da scáls” (scalzi).

Per i ragazzi di città invece, è una cosa fuori dal mondo. C'è chi dice che mi farò male il piede, chi sostiene che la palla è troppo dura, e così via “increduleggiando” nei modi più assortiti.

Tutti gli altri poi avevano tirato di tacco, perché si ritiene sia il modo migliore per centrare una porta molto piccola, dalla distanza ragguardevole del punto di tiro scelto in simili occasioni.

Io non ascolto niente e nessuno. Ostentando con fierezza i miei sfolgoranti calzini da “pajàs” (pagliaccio), mi incammino deciso come il console Cincinnato quando venne implorato di tornare a salvare le sorti di Roma, mentre stava arando a casa sua.

Fronteggio la porta a viso aperto, “tromboneggiando” in stile Gary Cooper di Mezzogiorno di fuoco.

Con tre passi di rincorsa, mi avvento sicuro su quella coriacea sferetta, e le mollo la “sbarata” migliore della mia vita: un piattone dritto come un fuso, roba che nemmeno Franz Beckenbauer s’era mai immaginato nei suoi sogni più belli.

L’impatto del piede col cuoio è un tonfo di tamburo che dà il “la” alla prima sinfonia di “Sbarathoven”, la palla vola come un razzo predestinato a due centimetri fissi dal suolo, centrando la mini-porta alla perfezione, e per qualche istante, brevissimo eppure interminabile, sono stato l’idolo ufficiale di tutta la classe.

Due secondi dopo, tornai a essere il solito campagnolo, ma tutto l'insieme, nella sua generale stupidità, fu veramente molto bello.

Perché per una volta fu la provincia a prendere per il culo la città, sebbene quest'ultima non se ne accorgesse affatto (e badate che non ho scritto “per i fondelli”…).

venerdì 21 dicembre 2018

Sei della Bassa se...


Sei della Bassa se non vedi il sole per nove settimane e mezzo, ma poi tra l’una e le due del pomeriggio di un giorno da cani, lui fa capolino per tre secondi netti tra la coltre di nubi nebbiose, elemosinandoti due raggi di compassione, gelidi come la tetta di una strega, che quasi ti sembra sentirlo sussurrare: “...Tieni, pezzente!…”…

E “commosso” da tanta benevolenza, ti sale dal profondo del cuore un moto di gratitudine interamente dedicato al dispettoso astro, che si concretizza in uno sconsolato bofonchiare dalle inequivocabili sonorità: “…Dìu ch’at végna’n càncar!...” (liberamente traducibile con: “…Che il Signore t'infligga la mala Pasqua…”).

Così, mentre torni a rassegnarti come sempre alle tue foschie esistenziali, nell’aria lattiginosa rimane ancora il tempo per cogliere uno strascico di risposta solare alla tua invettiva: “…Fai, fai pure il furbo…poi ci mettiamo a posto a ferragosto…che ti faccio sudare fin le unghie dei piedi…”…

lunedì 26 novembre 2018

Masters in the shadow



[Piccolo omaggio al “Gusto Puro della Chiacchiera Inutile Fatta in Piazza”, una dimensione del vivere che dovrebbe essere tutelata dall'UNESCO come valore assoluto del patrimonio culturale immateriale dell'umanità]

*******

I “maestri nell’ombra” sono fini dicitori, eleganti abitatori della parola, soprattutto quella dialettale.

Con loro puoi trascorrere intere mezze mattinate o pomeriggi in piazza, visitando i territori della libera chiacchiera indirizzata al puro “non so dove” argomentativo, e ritrovarti di colpo calato nel paesaggio della più preziosa inutilità colloquiale.

Sanno ospitarti nei locali confortevoli del loro “dire”, gradevole e ricco di spunti di fantasia, mentre tutt’intorno viene sera (o mezzogiorno), che il tempo sembrava quasi essersi messo in sospeso per propria spontanea volontà.

Lo sconfinamento oltre i confini del regno del surreale è spesso la naturale conseguenza di questo vagabondaggio fra le parole.

Un “maestro nell’ombra” può ad un tratto venirsene fuori con questo improvviso lampo di verità non comprovata, ma empiricamente esperita:

“…Da quànda am sŏŋ vià a mangià màl, li vùlti ch’a mangi ben, a stàgh màl….” (“…Da quando mi sono abituato a mangiar male, le volte che mangio bene, sto male…”).

E a te non resta altro che prendere atto della micro-semi-genialità inversa a cui sei appena stato messo di fronte.

Poi l’occhio cade su un cartello curioso, molto importante nella sua funzione di tutela della sicurezza…ma il “rullo schiaccia-senso” della sfrenata e giocosa idiozia “paroliera” è ormai avviato e non si può fermare.

Allora, nella bacata e demenziale immaginazione “chiacchieratoria” in cui si è pienamente calati fino ai verbi e agli aggettivi, quel cartello si tramuta nell’invito a considerare l'eventualità di recarsi in una non meglio specificata località detta “FUGA”.

Al che domando: “…Maestro…sìt sicür che ind’l’ültma parola, i’àbian mia sbaglià ‘na létra?...” (“…Maestro…sei sicuro che nell'ultima parola, non abbiano sbagliato una lettera?...).

“…Partròp a sŏŋ sicür…” è l’inevitabile risposta “…se no in piàsa agh sarés metà ad la gént…” (“…Purtroppo sono sicuro, se no in piazza ci sarebbe metà della gente…”).

E così alla fine, mentre un paio di mezz’orette sono passate, inghiottite dalla piacevolezza del non tempo assoluto, è giunto il momento di darsi l’arrivederci al prossimo a-risentirci:

“…Maestro, at salöt…” (“…Maestro, ti saluto…”)

“…Ciao, at salöt ànca me…” mi fa a sua volta, “…e ricorda una cosa: sono sempre i peggiori che se ne restano…”.

lunedì 5 novembre 2018

I did on


Era da tanto tempo che non mi succedeva.
Ieri sera, sono arrivato a casa dopo una giornata intera passata in giro con indosso (ovviamente) le scarpe.

Appena le ho tolte, mi attendeva una sorpresa poco lusinghiera, ma abbastanza stravagante da risultare quasi simpatica: un alluce (“didón dal pé”) stava occhieggiando ribaldo oltre la cortina sfondata del calzino.

Questo buffo contrattempo mi ha innescato nella mente un effetto domino di ricordi antichi e curiose nuove considerazioni. Una cosa quasi degna (ma molto quasi) di Marcel Proust e della sua madeleine, il dolcetto riassaporato ormai in età matura dal grande scrittore francese, “motore gustativo” della memoria, per un'infinità di temi rievocati poi nel capolavoro “Alla ricerca del tempo perduto”.

Per tutto il periodo della scuola (direi dall’asilo fino al liceo, con qualche anarchico riflesso di fondo, prolungatosi fino a oggi), il gesto di tornare a mettersi le scarpe, e dunque le calze, a fine estate, ha sempre rappresentato una specie di linea di demarcazione emotiva.

Alle spalle, rimanevano la spensieratezza, la libertà e la leggerezza del clima vacanziero; di fronte, si profilavano il senso di responsabilità, i doveri e gli impegni seriosi, del nuovo periodo scolastico.
Proprio questo fatto, veniva intensamente invidiato da Tom Sawyer al folcloristico amico Huckleberry Finn: “…era sempre il primo ragazzo ad andare a piedi nudi in primavera e l'ultimo a rimettersi le scarpe in autunno…” [“Tom Sawyer” (1876) - Mark Twain].

Dall’inizio del periodo cittadino liceale, però, la faccenda del rimettersi le scarpe e le calze a estate finita, si legò indissolubilmente al rischio ricorrente di fare una “pozzettiana” figura “da paisàn” (ossia, da gran campagnolo matricolato).

Per prepararsi alle due ore di ginnastica settimanali, bisognava naturalmente cambiarsi calze e scarpe negli spogliatoi della palestra, sfoderando le “fette”.

Qui, forse solo chi è provvisto di un lungo piede affusolato con pronunciato alluce puntuto, potrà capire pienamente le proporzioni di questo tascabile “dramma” calzaturiero adolescenziale.

Certo, prima di partire, mi curavo sempre di scegliere il paio di calze più integro possibile.

Ma il calcagno di cotone o lana non era mai abbastanza indietro, non c’era mai stoffa sufficiente a contenere i “tallonamenti” selvaggi che si ripercuotevano in pericolose trazioni estreme, sul fronte opposto.

Così, non era mai esclusa la beffarda eventualità che, nel lungo tragitto in corriera, poi dalla pensilina dei bus a scuola, quindi da lì alla palestra, il ditone non avesse traforato la fragile membrana del tessuto, sempre in eterna tensione sotto l’irruenza dell’unghia insidiosa, e smaniosa di “addentare” in presa diretta la punta della scarpa, con la foga del rostro di una triremi romana.

Solo una volta, ricordo di aver tramutato questo continuo possibile “dramma” in un trionfo acclarato, compiendo un gesto di rivendicazione pura e piena di tutta la mia essenza campagnola al completo.

A casa, nel fine settimana prima, avevamo “mostato” (pigiato) l’uva coi piedi. Completate le varie incombenze “vinose”, andavo sempre fiero degli sfavillanti piedi viola con cui ti ritrovavi alla fine. Erano come onorevoli gradi conquistati sul campo di battaglia della “paesanità”.

La volta dopo, nello spogliatoio della palestra, non me ne fregava proprio più un bel nulla di eventuali calze bucate, ecc.

Anzi, ricordo che sfoderai con grande orgoglio tutto il fulgore agricolo delle mie capienti “flute” purpuree, tra lo stupore misto a ilarità degli altri ragazzi cittadini.

E…non ne sono sicuro ma, mentre mi sfilavo lentamente le calze, per assaporare meglio il gusto del momento, credo di aver anche sussurrato fra me e me: “…ma va a dà via’l cül!...”.

Un antico adagio popolare delle nostre terre, vagamente traducibile con la perifrasi: “…Ma vai ad offrire a nolo le tue virtù posteriori, al miglior offerente sulla piazza!...”.

venerdì 5 ottobre 2018

Shakespeare in cul


Permettete una volta tanto uno sfogo da illetterato puro. Più che uno sfogo, forse uno sfigo.

Si può dire che Shakespeare mi ha fatto incazzare?

Va beh, ormai l’ho detto…speriamo si potesse dire…

Per il poco che la conosco, adoro l’opera del genio di Strattofordo Sull’Avone.

Macbeth, Giulio Cesare, Re Lear, Sogno di una notte di mezz’estate, Il mercante di Venezia, Amleto, Le allegre comari di Windsor…tutto molto bello, me li sono letti con gran godimento intellettuale e divertimento vero.

Ero così curioso di esplorare un po' anche i sonetti del Bardo. Allora me li sono procurati.

E, d'accordo, anche qui gran qualità, versi eccelsi e maestria letteraria da vendere, però…dopo una quindicina di sonetti, il vecchio Willy è ancora lì che martella duro sempre sullo stesso argomento, ti frange proprio in mille minuzie il tegumento scrotale, a forza di dargli dentro di maglio con la storia che se non hai avuto un figlio la tua vita rimarrà per sempre inutile, sprofonderà nella dimenticanza, si seccherà come un frutto avvizzito, e così via.

Ora, va bene, caro Giacomino da Strattofordo, lo abbiamo capito, con un figlio era forse meglio. Ma vogliamo passare a dire qualcosa di diverso o continuiamo a crogiolarci nell’auto-fustigazione fino all'ultimo straccio di sonetto?

Confido che nel proseguire la lettura dei sonetti, cambierà anche la suonata, ma intanto questa peculiare insistenza mi ha fatto tornare alla mente un fatto alquanto molesto che mi succedeva da ragazzino.

Quando capitavano visite di parenti a casa, oppure si andava a nostra volta a trovare familiari più o meno lontani in geografico o in consanguineo senso, sbucava sempre fuori un simpaticone di uno zio, o una matronal-matriarcale di una zia, che immancabilmente mi rivolgeva la fatidica domanda: “…E tu…ce l’hai la morosina?...” (ndt: la fidanzatina).

Io che di fidanzatine ne trafficavo sempre ben poche, e che per soprammercato avevo anche la sfiga supplementare di essere uno sbarbatello gentile e rispettoso, dovevo ogni volta incassare lo scorno del celibato precoce, e abbozzando due bofonchiamenti indecifrabili, mi affossavo nel colpevole rossore, uscendone come il nipotino strambo della situazione.

Ma adesso che l'insistenza shakespeariana sul tema della progenie mancata mi ha fatto lievemente tracimare la bile, voglio prendermi una piccola vendetta a posteriori, anche riguardo a quella mini tortura subita nei giovanili anni del mio passato “sfigore”.

Capisco solo ora che l’esser stato un ragazzino educato, fu tutto un ozioso errore, una perdita di tempo. E solamente ora, anche grazie alla tangenziale circostanza shakespeariana, ho raggiunto l'illuminazione necessaria a capire la risposta che avrei dovuto dare: “…Caro zio, dolcissima zia: ma vattela a prendere nel culo, te e quella gran vacca della morosina!!!...”.

giovedì 6 settembre 2018

Altre intelligenze


Alla sommità della siepe del giardino, corre un robusto filo di ferro, messo lì ad intreccio nella rete proprio per sostenere la medesima.

Gettando uno sguardo più ravvicinato, si poteva scorgere un micro via vai percorrente a sua volta la lunghezza del filo. Era una movimentata teoria di formiche “traffichine”.

Con il tipico piglio laborioso degli insetti, si davano un gran daffare su quella piccola autostrada dei loro trambusti in miniatura.

“…Prego io, passi lei…circolare, circolare…pòti pòti…ma si figuri, concilia?...brum brum…fate largo a sua eminenza Turbo Formiconi Gt Sprint Eurodiesel Rhythm’n Blues…”…

Me ne stavo lì insomma a rimirare il sorprendente andirivieni, quando un paio di fulminee riflessione sono corse lungo il filo meditativo che regge la siepe dei miei formicolanti pensieri.

Primo: col cavolo che l’uomo è l’essere più intelligente espresso dalla realtà.

E secondo: sempre col cavolo che l’uomo sta mettendo a rischio l’esistenza della realtà stessa.

Incappiamo in generale in questi due pregiudizi, perché intendiamo l’intelligenza come un qualcosa di concentrato e solitamente personificato (o bestialificato) in un ente circoscritto.

Ma chi lo dice che il tutto non possa avere fisionomie del tutto inedite, molto più complesse ed estese, rispetto alle nostre possibilità di decodifica?

Esistono magari “forme di intelligenza diffuse” e organizzate in maniere del tutto avulse dagli schemi antropocentrici, e gli insiemi di formiche possono essere, fra queste, solo un esempio dei più banali.

Grandiosi e del tutto singolari conglomerati di atomi, non rilevabili come entità organizzate dalle nostre limitate capacità di consapevolezza del reale, stanno forse in questo momento operando meravigliosi portenti espressi in porzioni di reale magistralmente ordinati.

Probabilmente non saranno nemmeno atomi, bensì emanazioni della realtà che sfuggono alla nostra limitata considerazione.

Quello che dunque l’uomo ha in potere di distruggere, e rischia eventualmente di farlo, risulta essere solo quel circoscritto “quanto gnoseologico” a sua disposizione, e nulla più. Su tutto il resto, è fuori gioco.

Tagliato il ramo su cui sta seduto, non è che all’albero gliene fregherà più di tanto.

Tutto bene, tutto buono dunque, mi beavo bel bello io nei miei deliri…se non che, lungo la fila di formiche ne vedo una che si ferma e mi osserva incuriosita.

Poi, mi accorgo che solleva la piccola tenaglia in punta alla zampetta, e se la picchia in fronte a cucchiaio.

Non fosse stata della specie telepatica, non avrei mai capito…ma guarda caso era proprio di quelle, e mi stava dicendo niente meno che: “…Ma che minchia stai a dì?...”

mercoledì 22 agosto 2018

E io cosa ti avevo detto?


Sul sempre più interessante “Eros e civiltà” di Herbert Marcuse, leggo:

“…[…] poiché la conoscenza dell’intera verità porta difficilmente alla felicità, questa anestesia generale rende l’individuo felice…”.

Un breve sobbalzo e penso: “Ma come? Eppure io questa cosa l'ho già sentita da qualche parte…”.

Aaahhh, ecco…è una cosa che hanno sempre detto i vecchi del mio paese, e in dialetto suona così: “…Al sta beñ al mónd parché al capésa’n cáss!…” (N.d.r. : “…Sta bene al mondo perché non capisce un cazzo!...”).

Ma pensa te! Ero circondato da svariati Marcuse e nemmeno lo sapevo...

sabato 28 luglio 2018

L'eclissi che t'eclissa


Io l’eclissi l’ho vista poco, perché la luna se ne stava ostinata sotto i palazzi e le case di fronte. Son dovuto scendere in giardino con la pila, attento a dove posavo i piedi per non crick-crockiare una lumaca, o tirare un pungente calcio di rigore a un porcospino.

Allora l’ho vista, se ne stava piccolina e bassa, un po' emaciata, fra il palazzo e un acero, con Marte grassottello a baciarle la coda più sotto. Ho pensato che la luna l’avevo vista molto più bella e spettacolare in tante altre occasioni.

Sono rientrato in casa e, sarà stato il sapere che un’eclissi era in corso; sarà stato che ne hanno parlato tanto; sarà stato un qualcosa di effettivamente sparso nell’aria…fatto sta che riaffacciandomi poi diverse volte, pur senza rivedere la luna, il buio mi sembrava un buio strano. Rarefatto.

A guardare quel buio era come fluttuare nel succo di un'arancia. Ma non spremuta. Un'arancia abnorme, intera, ai confini della quale stava la volta scura del cielo, nella cui polpa ci si sentiva immersi.

E un po' l’afa, e il sudore velato, e una brezza a far frusciare le foglie del noce, e che d’estate gli odori del corpo si dichiarano con tono stentoreo…tutte queste cose insieme…e per qualche attimo m'è sembrato di trovarmi sotto l'ascella dell’universo.

Ma questo al telegiornale, nei servizi sull’eclissi, non l'hanno mica detto.

martedì 24 luglio 2018

Riflessi in un occhio di merda


Se non fosse che anche l'ultimo degli stronzi ormai la conosce, questa mia riflessione avrebbe meritato di iniziare con la celeberrima frase di De André sui diamanti, i fiori e il letame.

Sì perché, camminavo sopra l'argine, sopra pensiero, quando per un pelo non finisco sopra un sontuosa cacca di cane.

Lieto della parziale deprivazione di quel pizzico di fortuna evitata, e non prima dei tre o quattro accidenti di rito scagliati all'inciviltà del degenere padrone dell’incolpevole cane, mi soffermo a notare un dettaglio assai curioso.

Sulla cilindriforme espressione retrospettiva canina, stavano adagiate infatti cinque o sei di quelle graziose e colorate piccole farfalle che solitamente vedo svolazzare e planare sopra altrettanto variopinti fiori o fra l’erbetta più fresca e verdeggiante.

Oh, portento! Mi sono detto…

Com'è che una creatura così aggraziata e leggiadra, si associa con tale liberalità al sozzume e alla bassezza palesi?

E dovevate vederle, come sottolineavano la bizzarra simbiosi con frementi battiti d’ala, neanche fossero posate sul più delicato e odoroso roseto del parco di Versailles!

Di sicuro una spiegazione eto-biologica del fenomeno ci sarà. Ma a me sono venute in mente soltanto quelle tre o quattro solite metafore filosfon-poeticastre.

Ho pensato senz’altro a tutto l’arco di pensiero occidentale che va da Eraclito a Hegel. A come la realtà debba essere per forza fatta di opposti, oppure non essere per niente.

Mi è sovvenuta la frase che si sente spesso dire, quella cioè riguardante il valore della diversità, e ho pensato: allora dev'essere proprio vera.

Ho riflettuto di nuovo sul già più volte frequentato e poi ancora rivisitato concetto di relatività (e non c’entra Einstein, o forse un pizzico sì…).

Che se quello che per noi è soltanto un rifiuto ripugnante, può divenire una risorsa, quando osservata da una diversa prospettiva del reale, beh allora tutto questo qualcosa vorrà dire.

Ho infine pensato che mi sarei dovuto scusare per l’immagine abbinata alle mie parole. La difficoltà di cogliere con uno scatto l'apice del trastullo “smerdaiolo” delle farfalline era massima.

Sembravano fare apposta a richiudere le ali a ogni mio clic, e i colori più belli li tenevano così celati, mostrando solo la livrea esterna, facilmente confondibile con la non esaltante tonalità cromatica su cui posavano.

Per dirla tutta poi, d’accordo, non ho una gran immagine personale da difendere ormai, ed è pur vero che sull’argine non passa così tanta gente, ma tutto sommato non mi sembrava proprio il massimo venir colto nell’atto di fotografare una merda.

giovedì 28 giugno 2018

Le grattugie del cielo



Dove il mattino ha fatto un gradevole contratto con l’argine, s'incontrano pochi metri di ombra, su una distesa di camminamento altrimenti sotto il sole a picco per un'infinità di passi.

Una particolare curva del terrapieno, coincidendo col breve addensamento di alcuni pioppi a ciuffo (un “ciuffeto”) più vicini degli altri, concede al viandante una piazzola naturale di sosta refrigerata a temperatura ambiente mitigata.

Fermarsi, ascoltare l’alito del vento sopra tutto corpo e sollevare gli occhi in alto verso il fronzuto stormire dei rami, è un tutt’uno.

Pochi dettagli della natura riesco a trovare altrettanto evocativi e poetici, quanto un lenzuolo di cielo intravisto attraverso il crivello di una tremula cortina di rami abbondantemente fogliosi.

Pochi altri spettacoli sanno condensare così bene in sé la suggestione del molteplice che si sintetizza in un tema conduttore equilibrato.

Pochi professori di storia dell’arte saprebbero spiegare con altrettanta chiarezza, come da Monet a Jackson Pollock, ogni grande autore non abbia voluto raccontare niente di diverso da ciò che dicono con estrema limpidezza questi sfarfallamenti giocosi di fogliame.

Le piccole foglie del pioppo, fremendo una contro l’altra di migliaia di piccoli fugaci contatti, sono una distesa di manine salutanti e fatte nacchere nel vento.

Una simile apparecchiata di triangoli di cielo ritagliati dal fogliame, da un certo punto della storia poetica in poi, non ha potuto significare altro che queste parole:

“…Osservare tra frondi il palpitare lontano di scaglie di mare mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi…” (Eugenio Montale),

dove il confondimento fra acqua e aria viene concesso senz’altro e con minimo sforzo, per licenza immaginativa.

Osservare il cielo, dunque, fra le “cangianze” vorticose del capriccio vegetale.

Lasciarsi inondare da grattugiate d'azzurro, piovute addosso come uno scroscio di caos addomesticato.

Galleggiare nelle profondità d’aria fresca d’ebano umbratile, come palombari appesi allo stupore della superficie di galleggiamento che s’intravede lassù, ordinatamente geometrizzata di assoluto.

domenica 17 giugno 2018

Il professor Cornacchioni tiene lezione


Bizzarri parallelismi para-filosofali, con serendipitevoli affacci sul mondo animale.

Mi stavo scornando le meningi con uno stimolantissimo libro di Georg Simmel, “I problemi fondamentali della filosofia”. A un certo punto della trattazione (altissima e assai ardua per le mie capacità, devo ammetterlo), Simmel mette la pulce nell’orecchio riguardo a una questione fondante che, nella mia ingenuità gnoseologica, avevo sempre dato, se non per assodata, almeno per abbastanza stabile. Mi riferisco all’affermazione di Parmenide “…l'essere è e non può non essere...”, con la quale si sono poi confrontati anche altri pensatori nei secoli.

Simmel invita a riflettere su come la frase “l’essere è” contenga nascosta già in se stessa un'insidiosa contraddizione.

Nel sostenere che “l'essere è”, attribuiamo in partenza all'essere proprio la prerogativa che vorremmo dimostrare appartenere ad esso. Che l’essere sia, è ancora da dimostrare: dire “l’essere è” dà per dimostrato in partenza ciò ch'è ancora da provare.

Non so se sia proprio così la questione, e se ci ho capito effettivamente bene. So solo che mentre mi arrovellavo con gusto attorno a questi pregevoli pippottoni mentali, si è frapposto un buffo intermezzo a tema.

Nella casa vicina, ci sono dei piccoli finestrini che chiudono sottili aperture sul vano del sottotetto. Una cornacchia da qualche giorno s'è messa a impratichirsi in un suo bizzarro vezzo.

Posa le zampette corvacee sul minimo di approdo che le è offerto dal ridottissimo davanzale, e si mette a rifilare energiche beccate contro il vetro del finestrino, commentando la sua azione con insistenti e stentorei “…craaa, craaa, craaa…”.

Non ho potuto fare a meno di pensare che anche la povera cornacchia si stesse scontrando a modo suo con qualche contorto tentativo di dimostrazione della realtà.

Forse, becchettando contro la propria sagoma riflessa dal vetro del finestrino, si interrogava prima di tutto riguardo al proprio essere, e da lì, chissà, magari coi suoi amletici cra-cra stava allargando il proprio dubitare all’intera sfera dell'essere in toto considerato.

In ogni caso è stato bello cogliere questa poetica sintonia fra quanto andavo leggendo, e un minimale episodio di ordinaria meraviglia animale.

martedì 22 maggio 2018

Io e un po' qui lui


Pare che l’Emilia-Romagna sia sempre stata un posto alquanto attraente. Ora lo scopre anche “Lonely Planet” che ha decretato la regione prima fra le mete “Best in Europe 2018”. Noi qui a Gillipixiland, terra di nutrie e di chimere, lo sapevamo da un po'.

Forse si evinceva già da un modo di dire locale. Dialettalmente, riferendoci a una persona, a volte non diciamo solo “lui” o “lei” (“lö”, “lì”). In qualche modo l’individuo viene invece “georeferenziato” fin da subito, ancorato persino nella fisionomia grammaticale a una terra che più attraente di così non potrebbe essere.


Ecco allora che “lui” o “lei” diventano “qui lui” o “qui lei” (“ché lö” o “ché lì”); oppure, a seconda della più o meno prossimità dell’indicato, “là lui” o “là lei” (“là lö” o “là lì”).

Come sempre coi dialetti però, l'espressione assume sfumature di senso intrasmissibili all’italiano, quasi inafferrabili, al di fuori dello stretto paesaggio semantico della locuzione medesima.

Con tali “pronomi dotati di gps”, nelle forme “qui lui” o “qui lei” (“ché lö” o “ché lì”), non indichi, non citi, non nomini solo una persona, ma in qualche modo crei un senso di complicità fra te e chi ti ascolta, trasformando il terzo indicato quasi in un estraneo alla conversazione, pure nei casi in cui questi è palesemente presente e sente benissimo lo scambio di battute. Dire “qui lui” è insomma come dire: “…ma sì…questo qua…pure lui…”. Anche se, ripeto, la completa accezione non può essere trasbordata appieno nel passaggio all'italiano.

A proposito dunque di attrattive locali e di classifiche turistiche…correvano i proto-boom-bici anni ’50, quando ancora le case si costruivano e non si tassavano soltanto.

Un muratore e un manovale di Gillipixiland erano a lavorare su un cantiere in trasferta, forse nei paraggi della snobistica città, da sempre assai puzz-al-nasuta nei confronti del contado provinciale.

Bisogna sapere che a Gillipixiland le attrattive sono ben poche, quindi alcuni cittadinozzi un po' cinici credevano di farsi gioco dei due muratori campagnoli mettendoli in mezzo. Bisogna anche sapere che il capo della mini-squadra di lavoranti, non solo era di una bruttezza “ricercata”, la qual cosa i faceti molestatori potevano appurare con evidenza “de visu”. Ma era anche uno dei più vivifici affabulatori.

Ecco così derivarne una scenetta che non avrebbe sfigurato a far da undicesima novella della sesta giornata del Decameron, quella dedicata alla prontezza di spirito e alle risposte argute.

Lo strafottente cittadinozzo, rivolgendosi dunque al muratore (il fido manovale presente al suo fianco), col malcelato intento di fustigare fra le righe la sgraziataggine fisica dell’interrogato e insieme l'umiltà della sua provenienza, domanda: “…Veh…Có ghé ad bèl a Gillipixiland?...” (“…Veh…Cosa c'è di bello a Gillipixiland?...).

Risposta dello smart-phación edile: “…Bah…ad bèl, agh son mé e n’pù chè lö!...” (“…Bah…di bello, ci sono io e un po' qui lui…”).

Al gruppo di cittadinozzi sfottitori non restò che ritirarsi col ben servito di non averci capito una mazza: se fossero stati i gabbatori o i gabbati…se la presa in giro fosse caduta di riflesso sul manovale…se gli scornati alla fine dovessero ritenersi solo loro in esclusiva…o chissà cos’altro...

Si potrebbe allora estendere tale motto e servirlo in risposta al turista curioso di sapere come mai, alla fine, l'Emilia-Romagna ha ottenuto tale riconoscimento per il 2018.

Cosa ci sarà poi di così bello in Emilia-Romagna: “…Bah…ad bèl, agh son mé e n’pù chè lö!...”.

lunedì 2 novembre 2015

La focale degli anni


Per lungo tempo sono stato cullato da una distratta convinzione infantile dell’anima. Poi la svagatezza si fece talmente invasiva, da farmi dimenticare quell’indistinta persuasione, come offuscata dallo spessore di una densa nebbia. Ora però a tratti, essa è tornata a posare di nuovo i suoi piedi di bambagia sulla soglia “fantasizzante” dell’uscio dei miei pensieri. E mi accorgo che non ha mai cessato di covare in me, nel profondo.

Questa convinzione è legata al mondo dei vecchi. Da bambino pensavo che la porzione di giovinezza riservata dalla vita, i vecchi l’avessero vissuta in bianco e nero. Anche con uno sforzo immaginativo sovra-bambinesco, non riuscivo a persuadermi che nel loro passato fossero esistiti i colori. 

Li passavo in rassegna scorrazzando in sella alla mia biciclina, tutti schierati nel risicato spazio all’aperto di quel bar assiepato sul ciglio della provinciale. Lì la virulenza della strada s’ingentiliva lievemente, concedendo un sollievo al piede sudato pigiato sull’acceleratore. Incuranti degli aerosol forzati, propinati da rauchi smarmittamenti di camion coi cassoni traboccanti barbabietole o pomodori, i vecchietti al bar prestavano fede soltanto al bianchetto d’ordinanza posato sul tavolino e a qualche chiacchiera indolente lasciata cadere di tanto in tanto nel discorso corale. 

Lampi di dignità senile traforavano lo sfarfallamento dei miei brevi pedali, attraversandoli con uno stroboscopico scintillio di pittoreschi dettagli. Gentili lembi di pelle bianchiccia affacciati fra le colonne d’ercole di calzini nocciola e pantaloni scuri dal severo taglio rurale. Camice celesti con le maniche corte, a fare da timida cortina più che permeabile agli aloni sottostanti di una canottiera dai millimetrici spallini. La fedele lobbia grigia con banda nera, che avresti giurato non si sarebbero cavata dalla canuta zucca nemmeno prima di andarsi a coricare di sera.

E se per un attimo consideravo la loro età, e come anche loro un tempo dovevano essere stati dei bambini o dei ragazzi, poi giovani uomini o quasi maturi signori, su quelle spalle riuscivo a veder caricate solamente lontane immagini in bianco e nero. Mi sembrava che quei pur strambi colori del loro leggendario abbigliamento, se li fossero ritrovati addosso di malavoglia, svegliandosi un po’ stupiti una mattina, la prima in cui si erano sentiti un po’ più vecchi del solito. E che vivessero questa cromaticità preterintenzionale con un’incoerenza spaesata, come personaggi loro malgrado calati in un film neorealista fuori tempo massimo.

Su di loro vedevo aleggiare nuvolette del ricordo, fatte dei vapori di cinegiornali dell’Istituto Luce, o di minuscole foto sbiadite in dissolvenza verso il proprio contorno dentellato. Le guerre dovevano averle viste per forza in bianco e nero, non c’era alternativa possibile nel mio panorama di bimbo. Il primo bacio dato ad una fidanzatina dell’epoca, non poteva esser stato scoccato diversamente che in bianco e nero. Così come in bianco e nero dovevano essere stati i tramonti estivi attesi nei campi a rimestare zolle bianche e nere, con zappe in bianco e nero, mentre un sudore tralucente di bianca fatica si andava ormai asciugando nel preannunciare un umbratile riposo fra le scure blandizie dell’imminente nero della notte.

Nella contraddittorietà labirintica dei pensamenti proto-giovanili, arrivavo persino a pensare oltre. Quei vecchi erano stati vecchi da sempre. Miriadi di altri bambini erano passati al loro cospetto, considerando la loro autorità di vecchi consapevoli della propria “vecchiettitudine” ultra-temporale che si portavano addosso.

Non mi rendevo conto allora che tutte queste sensazioni le avrei poi assunte su me stesso, con il tempo. Adesso che anche i miei ricordi (compresi quelli qui sunteggiati) si vanno ammantando di un alone degli anni sempre più tendente alla gentilezza di una velata seppiatura, mi accorgo come la vera dimensione di una certa profondità della vita non può essere diversamente espressa che dal bianco e nero. 

I colori sono stati, rimangono e saranno ogni attimo bellissimi. Ma il bianco e nero ha il pregio di concedere lembi immaginativi spostati ancora di un’emozione, di volta in volta messa un millimetro più in là, e poi ancora oltre. Il bianco e nero sa portarci in luoghi nei quali qualcosa di ulteriore si auto-tratteggia sempre. Fino a dove il caldo filo cupo della nostra ombra si posa a baciare la lattea distesa del sole spennellata per terra.


lunedì 24 agosto 2015

Vecchio mondo ignaro


Ci sono cose che credevo relegate per sempre nel ricordo. E invece il pendolo paesano dell’insignificanza quotidiana le rispolvera a sorpresa, quasi che il tempo non fosse mai passato, o forse nemmeno mai iniziato.

I vecchi in calma attesa del nulla. 
Una donna sulla quarantina che impara ad andare in bici. 

Piccoli, marginali fenomeni rispuntati fuori quasi intatti direttamente dagli anni ’50 o ’60 (massimo massimo, dai ’70). 

L’attesa dei vecchi è nei giardinetti, oppure sui balconi, o sotto casa, all’ombra dei muri. Si godono semplicemente lo stazionamento sul limite tra il fuori e il dentro della familiarità domestica. Di certo pensano. Ma non credo sia essenziale farlo. L’importante è stare lì, e basta. Guardare i rari passanti, fare un cenno di saluto, semmai. Intessere un blando rammendo fra il momento del pranzo e quello della cena. 

Hanno un che di ipnotico, i vecchi in attesa di niente. Eppure sono stati relativamente giovani in epoche già parecchio dinamiche e modernizzanti. Ma il genius loci è da sempre insinuato nei loro animi, e dal canto loro non fanno nessuna fatica nell’inverarlo al meglio. Gli viene naturale così, come il silenzio placido che è l’unico ferro del mestiere necessario a praticare l’attesa del niente.

Se vogliono, possono fare altro. Hanno l’orto, la televisione, la bici, o la compagnia di altri loro pari età. Ma è il gusto dell’aspettare niente che vogliono centellinare in quei momenti.

L’aspirante ciclista fuori tempo massimo è invece una ragazzona dell’Est. Per chi nasce nello spiano extra-liscio in riva al Grande Fiume, la bicicletta è come un prolungamento naturale delle gambe e dei piedi. Non c’è anima viva sopra i cinque anni di età, credo, che non sappia saltare in sella alla “brutto boia” (“bad boy”) e iniziare a pedalare come un matto.

Per questo fa un po’ specie, e tanta tenerezza, vedere questa matura e corpulenta donzellona (giunta dall’ex oltre-cortina per “badantesche” necessità), cincischiare coi pedali, litigare con l’equilibrio, tentare la beffa alla forza di gravità. Il suo impiccio più grosso sta nell’avvio. Si serve allora della lieve discesa dell’argine per prendere slancio e smollare alla buon’ora una raffica di libere pedalate.

L’assiste un ex-giovane ancora non rassegnato a mettersi lì, nell’attesa del niente (diversamente dai suoi coetanei, già ben pratici invece dell’hobby nichil-attendista). Un sacco d’anni dividono l’ex giovane dalla ciclista extra-cronologica. Ma lui non ha certo intenzione di vestire i panni del “badato”, bensì aspira a “badare” egli stesso in prima persona. La regge da dietro, nei suoi avvii tremolanti. Una mano gli scappa al vasto uralico tafanario di lei, prima di correggersi un po’ più su, nei paraggi delle spalle e della schiena, profondendosi in un più pudico sostegno. Ripetono l’operazione più e più volte. Fra sorrisi e risate, piccoli urletti, sbandate in abbondanza.

Fino a quando qualche progresso viene messo in archivio, e se ne tornano a casa contenti come due ragazzini. Mentre un’altra giornata sfuma via, col marchio lievissimo dell’attesa del nulla, istoriato ancora una volta dai professionisti di questa specialità, sugli ultimi brandelli di luce preserale.


martedì 3 marzo 2015

Che neanche i REM…


Ad un certo punto, fra i giovinastri perditempo del paese era scoppiata la moda di andare a fare il bagno nelle piscine di notte. Io e i miei amici come al solito aderimmo a questa usanza in ritardo, decidendo la sortita quando avevamo ormai superato da tempo l’età per queste boiate. Eravamo rimasti gli unici a ritenerla una trasgressione, mentre magari tanti altri già passavano il tempo a farsi in vena o a prodigarsi di gran lena in orge multidisciplinari.

Allora non lo potevo sapere che sarebbe successo un po’ come anni dopo nella canzone dei REM, anche se tutto con toni molto più goliardici. Oppure, è ad ascoltare adesso la canzone, che i fatti narrati nei suoi versi finiscono per rimandare in retrospettiva all’episodio di quella notte. Un po’ come nel gioco di riflessi sul parabrezza, cantato alle prime battute da Michael Stipe. 

Di sicuro quella volta l’estate era bella matura e la notte grassa di tepore. Non ricordo il mese, ma potrei quasi scommettere che fosse agosto. “September” era dunque per davvero sull’orlo di un suo gravido “coming soon”. La piscina era la nostra preferita di quell’epoca. Passavamo lunghe giornate a sguazzare lì dentro, per tutto il corso dell’estate. Era in riva al fiume, con il bar vicino, un po’ distaccato e sopraelevato rispetto allo specchio d’acqua clorata.

L’idea era quella di andare a fare il bagno al buio, in un posto dove lo avevamo fatto appena poche ore prima. In quale punto del ragionamento si nascondesse la trasgressione, non lo abbiamo forse mai chiarito. Ricordo però per certo che, alta o bassa, anche allora c’era la luna, «…the moon is low tonight […] I'm pining for the moon…».

Per arrivare alla piscina bisognava fare circa otto o dieci chilometri. Con premeditazione degna delle menti più lucide e calcolatrici, scegliemmo la silenziosità della bici come mezzo della spedizione. Un po’ nello stile sgangherato di una specie di “soliti ignoti” della trasgressione (nel qual caso, io ero di sicuro il Capannelle della compagnia). Un venticello stuporoso si mischiava alle nostre chiacchiere gioconde, mentre pedalavamo alla volta dell’obiettivo. Eravamo in un gruppetto di cinque o sei. 

Una volta guadagnato il luogo d’appostamento più favorevole, lungo la siepe di recinzione, non tutti si sentirono in corpo l’idiozia sufficiente per tentare l’irruzione finale. Dalla balconata del bar, una tavolata di distratti, assonnati e “abbirrati” avventori avrebbe potuto anche scorgerci e avvertire i padroni della piscina, «…the fear of getting caught, of recklessness, of water…».

Dopo qualche minuto di ridanciano confabulare, partiamo in due, io e l’altro sballato della compagnia a me equipollente, con il resto della truppa a fare da divertito pubblico-vedetta. Ci leviamo i vestiti e strusciamo in mutande carezzando con le pance il praticello in salita. Una volta raggiunto il sommo del montarozzo che accoglieva la vasca, punto di massima visibilità da parte di chi stava al bar, ci accorgiamo di un inghippo strategico fondamentale. Tutta la pelle del corpo è abbastanza abbronzata e consona al mimetismo notturno, ma le mutande risparano tutto intorno la luce della luna come fossero riflettori. Pensare e adottare il grave provvedimento necessario, fu un tutt’uno: subito via le mutande e l’impresa si tramuta di colpo nell’impavida e imprevista avventura di due balordi adamiti. Penzolamenti inattesi arricchiscono le movenze, mentre amplificazioni virtuali di diafane e fesse lune terrene colorano il quadro picaresco che stiamo maldestramente affrescando, «… I'm pining for the moon. / And what if there were two / Side by side in orbit /Around the fairest sun?...».

La situazione, nella sua modesta insensatezza, è impagabile: sgattaiolare nudi sotto la luna, col rischio di esser visti da chi si sarebbe potuto anche incazzare, ma con la certezza di far divertire chi senz’altro era autorizzato a ghignare. Dalle amichevoli retrovie osservanti infatti, il sommesso tramestio di risate fino a lì a stento trattenute, si muta in un crescendo, un basso continuo in sottofondo di grugniti sghignazzati, sempre attutiti al limite del volume sonoro consentito dalla segretezza dell’operazione

Solo pochi metri, strusciando ormai sulle piastrelle marchiate ancora da una coda di bollore della giornata, e finalmente possiamo scivolare lentissimi nella placidità acquorea per la quale avevamo fatto tutti quei chilometri, immolandoci sull’altare della vaccata suprema. La sensazione è unica: non solleviamo uno spruzzo, fendiamo la piscina senza onde, planiamo quasi sorretti da un’archimedea sospensione dello spazio e del tempo, immersi in quello che non sappiamo più se sia un cielo nero o il suo riflesso liquido. Non mi ero mai inabissato senza costume in una vasca così ampia, tutto fluttua, fa ridere e meraviglia al tempo stesso, «…this one laughing quietly underneath my breath...». 

E’ la piena anarchia che beccheggia lieta intorno al fulcro di quell’ineffabile gioia pendula.

Pochi minuti sono sufficienti poi per poter dire: d’accordo, basta, lo abbiamo fatto. Così riemergiamo. Riguadagnammo il punto dove sono rimaste le mutande per terra. Le infiliamo e strisciamo di nuovo verso la siepe, dove nel frattempo c’è qualcuno che si era slogato una mascella a forza di sghignazzare di soppiatto. 

Il ritorno a casa in bici, nel buio dell’argine, è fatto di canzoni, lazzi e ulteriori sghignazzi, tutti quanti noi immersi in quella fierezza forse insuperabile di essersi sentiti, per una mezzoretta notturna di mezz’estate, i più stupidi esseri dell’universo, «…That bright, tight forever drum / Could not describe nightswimming…».



Nightswimming (1992) - “Automatic for the people” - REM

Nightswimming deserves a quiet night. 
The photograph on the dashboard, taken years ago, 
Turned around backwards so the windshield shows. 
Every streetlight reveals the picture in reverse. 
Still, it's so much clearer. 
I forgot my shirt at the water's edge. 
The moon is low tonight. 

Nightswimming deserves a quiet night. 
I'm not sure all these people understand. 
It's not like years ago, 
The fear of getting caught, 
Of recklessness, of water. 
They cannot see me naked. 
These things, they go away, 
Replaced by everyday. 

Nightswimming, remembering that night. 
September's coming soon. 
I'm pining for the moon. 
And what if there were two 
Side by side in orbit 
Around the fairest sun? 
That bright, tight forever drum 
Could not describe nightswimming. 

You, I thought I knew you. 
You I cannot judge. 
You, I thought you knew me, 
this one laughing quietly underneath my breath. 
Nightswimming.

giovedì 31 ottobre 2013

Uòltuìtmania



Quando penso di aver scritto ormai tutte le cose che avevo da dire, faccio un giro sull’argine e mi accorgo che nella mia cartucciera c’è ancora qualche fregnaccia da sparare. Ne ho scritte tante su questo blog, anche se nel medesimo spazio, forse Tolstoj ci sarebbe stato giusto dentro con la sua lista della spesa. Ne ho scritte tante che adesso non so più se vado a raccontare una roba già detta, oppure qualcosa di nuovo.

Ma qualcuno ne doveva parlare come si deve di questa cosa, prima o poi.

L’argine è un elemento del paesaggio piuttosto importante, da queste parti. Sul suo crinale corre un filo di separazione esistenziale: di qui la ragione e la misura, di là la follia del fiume. Da qualche parte ho sentito dire che le persone nate e cresciute lungo il corso di un fiume, tanto più se di una certa portata, serbano in corpo una discreta dose di folle ineffabilità. Lo sforzo di essere ragionevoli nelle azioni quotidiane, collide di continuo con l’influsso energetico proveniente dal flusso fluviale. L’argine, nel mezzo, è un magnete di transizione fra i due estremi.

A cavallo dell’argine, mi sento in uòlt-uìtman-iana continuità con la terra (nel senso di Walt Whitman).

Qualcuno doveva parlare del micro-spettacolo che dalla cima dell’argine si può apprezzare ogni anno, più o meno di questi tempi. Perché è una faccenda tanto umile, ma al contempo così grandiosa, che immagino nessuno ne abbia mai parlato. C’è bisogno del sole radente autunnale, per poterlo notare. In altri frangenti della quotidianità, più che fornire uno spettacolo, questo elemento naturale comporta fastidi inenarrabili. Ma visto dall’argine, diventa stupore puro.

Basta un pezzo di terra arata, o ad ogni modo smossa, anche in fini zollette già pronte per la nuova semina. Lo sguardo in controluce non può fare a meno di posarsi su una miriade di fili luminosi. Migliaia, milioni, miliardi di collegamenti filamentosi intessuti fra la piccola vetta di una zolla e tutte quelle circostanti, in una trama complicata ed onnipresente, posata ovunque sul terreno, eppure semi-invisibile, se non fosse per quell’attimo in cui cade sotto la particolare inquadratura del sole proteso prono sull’umidiccia campagna.

Sono ragnatele, metri, chilometri di ragnatele. Un mantello impalpabile, eppure dalla complessità indicibile. Viene da domandarsi come sia stato possibile un lavorio del genere. Soprattutto pensando che appena poche ore prima, scrosci d’acqua violentissimi hanno dilavato il terreno con severità possente. O tutto è stato rifatto in mattinata con una celerità e un’organizzazione spaventose, oppure quell’impalcatura, all’apparenza così fragile, è in realtà una delle opere di ingegneria più gagliarde ammirabili sulla faccia della Terra.

Altro che internet, altro che “world wide web”. Ci sono più collegamenti in poche migliaia di metri quadrati di terra arata, che su tutta la rete telematica mondiale. E’ il magico “w.w.w.” dei ragni, lo strabiliante “http” entomologico, l’hiper text transfer protocol dei misteriosi otto zampe. Uno spettacolo della terra, grandioso nella sua umiltà, riservato solo a chi lo vuole davvero osservare. Tanto defilato che è persino arduo da fermare su una foto, sia per la sottigliezza fuggevole del soggetto, sia per le difficoltà aggiunte dal sole in faccia, necessario per dar risalto a quel vasto manto ragnatelato (l’immagine che riporto ha solo in parte a che fare con questo fenomeno: l’ho ritratta tempo fa, col favore della rugiada mattutina).

Osservando bene poi anche tutto l’intorno, si nota che lo stesso reticolo è posato sugli steli d’erba, le stesse liane di finissima luce si protendono da una prominenza erbacea all’altra, anche qui dando vita ad un infinitum di tessuto a perdita di riflessione solare.

Sembra così quasi che la Terra sia tutta avvolta in una palla di ragnatela, ma in pochissimi lo sanno. E forse giusto un pizzico di follia lungo-fluviale può aiutare ad accorgersene.



venerdì 5 luglio 2013

Tortore

 
 
Una famigliola di tortorine ha deciso di prendere la residenza sull’alloro nel mio giardino. Le fronde più alte di questo alloro lambiscono il balcone e lo superano abbondantemente in altezza. In questo modo, il piano al quale la famiglia Tortori si è stabilita viene a corrispondere giusto alla quota dello sguardo, stando in piedi sul balcone. Nell’ultimo paio di mesi o tre, ho così potuto osservare l’evolversi delle poetiche dinamiche familiari di questo piccolo nucleo tortoresco campagnolo.
 
Quando una famiglia di tortore mette su casa nel tuo giardino, non è che ti avvisa con le comunicazioni burocratiche di rito, tipo «…Guarda che sto facendo rogito e quando il notaio De Perniciotti si dà una mossa, vengo ad abitare lì da te…». No, loro cominciano a ronzare nei paraggi, mettono lì dei ramoscelli incrociati su una forcella dell’alloro, e giorno dopo giorno cominci ad osservare una tortora accovacciata in quell’incavo minimale.
 
 
Il nido della tortora è davvero uno spettacolo di economia costruttiva, che evidentemente si coniuga benissimo con la notevole efficienza di cui necessita. Il nido era già lì intorno a fine aprile, inizio maggio. E’ stato sferzato da piogge, venti, raffiche anche di una certa violenza, ma nel frattempo hanno avuto modo di nascere due nidiate di piccoletti. Nella mia svagatezza di umano, non avevo tenuto conto del fatto che la natura non fa mai le cose a caso. Se si erano piazzate lì, era perché lo hanno ritenuto un buon posto per nidificare. Questi piccoletti, con la mamma in cova, sono andati in altalena per giorni e giorni, complice la flessibilità dei rami d’alloro, ma il nido ha tenuto a tutti gli sbalzi, gli scossoni, le fustigate meteo. E se non vedessi quel tenero piccionoide stazionare ore e ore in quel crocicchio di alloro, quasi quasi non diresti nemmeno che sotto ha un nido, tanto è risicato e spartano il groviglio di pagliuzze.
 
 
La tortora l’ho sempre data per scontata. E’ un uccelletto talmente comune, che non ci ho mai fatto caso più di tanto. E invece non è per nulla scontata. Mi sono documentato un po’. In quanto ad astrusità, il nome scientifico fa abbastanza impressione: streptopelia decaocto. Ma quello con cui è familiarmente nota, suona molto meglio: Tortora dal collare, anche detta orientale.
 
Ho scoperto poi altre cose. La tortorina è data per scontata perché in qualche modo è l’uccelletto venuto col boom economico. Mi spiego meglio: è originaria dell’Asia meridionale (da qui il suo secondo nome comune) e si è diffusa in Europa, e quindi in Italia, solo a partire dagli anni del secondo dopoguerra, divenendo una presenza veramente densa solamente dalla fine degli anni ’50. Probabilmente questa sua intensificazione non sarebbe stata possibile in un contesto diverso da quello del benessere postbellico, per questo mi piace chiamarla l’«uccelletto del boom». Era il massimo dell’esotismo ornitologico che si potessero concedere i nostri nonni e genitori all’epoca, insieme alle stratosferiche novità dei mobili economici rivestiti in formica, o delle prime lavatrici con l’oblò, il cui rombo in centrifuga colmava di orgoglio la massaia con in mente ancora ben chiare le fatiche dei bucati fatti all’antica.
 
La tortorina è allora l’uccellino anti-esotico per eccellenza, un diffusore democratico di eleganza aviaria a basso costo, divenuta familiare insieme agli accessori della modernità disponibili per tutti. Col suo mantellino cenere e i modi da impiegato modello, fa venire in mente proprio un famoso film «dei suoi tempi»: «L’uomo dal vestito grigio», con un ordinarissimo Gregory Peck, simbolo massimo di dignità ed essenziale senso del vivere. Gli unici vezzi che si concede sono una specie di sciarpetta nera, un foulard sul collo (da qui il suo primo nome comune), ed un tocco della stessa tonalità sulla punta delle penne delle ali.
 
La tortora per me è in un certo senso anche l’uccellino «degli anni ‘70», perché la associo a tanti pomeriggi estivi da bambino, col suo classico canto un po’ “grigetto”, ma non per questo privo di fascino, a fare da sottofondo a mille momenti di gioco e fantasticheria infantile. Gli anni ’70 sono stati «di piombo», ma al tempo stesso anni di fervore sociale e culturale, anni densi, pieni. E intanto il «cu-cu-cuk» della tortorina era sempre lì, costante, fedele, immutato, a sagomare la sfera del cielo delle sue varie sfumature stagionali.
 
 
Tutte queste sono le suggestioni “antopomorfizzanti” che ho sempre associato alla figura della tortorina, ma adesso che ho avuto modo di contemplare per un po’ la famigliola sull’alloro, ho notato altri aspetti più strettamente legati alla sua quotidianità di uccellino vero e proprio. Le mie deduzioni si basano su osservazioni estemporanee ed amatoriali, per cui non sono ben certo di non dire inesattezze etologiche. Ad esempio, una cosa non ho capito bene, ossia se alla cova si alternino diversi componenti della famiglia, o se faccia sempre tutto quella che presumo sia la mamma. Di fatto però, un dettaglio molto interessante mi pare di averlo colto. Quando il soggetto covante è da un po’ di tempo lì fisso che compie il suo dovere, e si parla di ore e ore di paziente stazionamento, può capitare una piccola magia. Dall’individuo in cova, parte quello che mi è parso un richiamo, emesso col tipico verso. Subito, in cielo si intesse una rete di botte e risposte che non saprei definire in miglior modo se non come “sistema di comunicazione”.



Parte il «cu-cu-cuk» dal nido, gliene fa eco un altro dal tetto di un palazzo del circondario, a sua volta un terzo gli rimbalza dietro dalla punta di una magnolia nel giardino dei vicini. La società delle tortorine deve essere comunicativamente piuttosto organizzata, insomma. Dopo il fitto scambio di segnali, qualcosa succede. Chi era alla cova, magari si sposta e parte via. Passa ancora un po’ di tempo, ritorna qualcun altro: chissà se è sempre la mamma, oppure il papà, o magari una zia. Qualche volta mi pare di aver visto un vero e proprio cambio in diretta, ma non ci giurerei, nel dedalo dell’alloro si fatica sempre un po’ a vederci chiaro.
 
Un’altra scenetta di faccenduole domestiche invece l’ho vista bella nitida e da qui ho anche capito come mai i piccoletti, rispetto all’eleganza compita degli esemplari adulti, sono così sgraziatelli e buffamente “carnascialeschi” nel sembiante. Hanno un becco spropositato rispetto alla testolina, tanto da ricordare una delle più beffarde maschere indossate dai perfidi convitati alla mefistofelica festa in maschera dell’«Eyes wide shut» kubrickiano. Evidentemente, il becco lungo serve loro per pescare dentro la bocca della mamma, quando questa viene a nutrirli. Mamma tortora giunge e si appollaia sul bordo del nido. Presenta un gozzetto pronunciato, dove deve aver immagazzinato un gruzzoletto di cibo sufficiente per i due spiumatelli di turno (le covate sono sempre di due piccoli). Apre il becco e i due disgraziatelli ci si immergono a capo fitto, all’unisono, come dei forsennati. Questo l’ho proprio visto coi miei occhi ed è stata una piccola emozione.
 
 
Le foto che sono riuscito a cogliere di alcuni momenti di placido far nulla tortoresco non sono certo degne di passare in rassegna a “Super-Quark”, ma qualcosa si intravede. Il fitto del “groviglio laureato” è davvero una barriera insidiosa per l’autofocus della fotocamera, ed inoltre i piccoletti hanno la tendenza a starsene quasi sempre «…ringuattati come’nu gattaccé suriano inta’a tinozza di’i panni l’luridi…», come direbbe Crozza-Napolitano.

Un’ultima nota sul verso della tortorina. E’ l’unico verso di uccellino che so imitare piuttosto bene. Il trucchetto lo imparai tantissimi anni fa, da bambino, forse allenandomi proprio sullo stesso balcone, mentre nell’aria decine di tortorine “original anni ’70” mi davano l’imbeccata sonora. Bisogna mettere le mani a formare una sorta di conchiglia, disponendo i pollici in modo da creare una specie di ugello in stile strumento a fiato. Si soffia dentro e modulando con un po’ di perizia l’aria, ne esce un esatto suono tortoresco ad alta fedeltà.
 
Leggendo qua e là, infine, mi sono reso conto di un’altra piccola curiosità relativa alle tortorine, che in effetti mi era già ben nota, ma intorno alla quale non avevo mai fatto mente locale. La tortora non ha solo un tipo di verso, ossia il classico «cu-cu-cuk». Quello lo sfodera soltanto se si trova in postazione fissa. Quando è in volo invece, adotta una sorta di zirlo fischiato, un trillo giocoso e ciarliero che suona più o meno come un fulmineo «friiiiiiii» sbottato di colpo, a fendere l’aria durante le sue planate. E per gli animi più trasognati, è un attimo fare un “due più due” poetico, e correre con la fantasia all’assonanza con la parola inglese «free», «libero».
 
Insomma, cari amici viandanti per pensieri, ce n’è abbastanza per concludere che non sempre chi indossa un vestito grigio dev’essere per forza un individuo piatto ed estraneo all’originalità.


domenica 2 giugno 2013

L’effetto «vapurèn»


 
Quando ero un tenero virgulto di campagna (non come adesso, che sono una stoppacciosa e tardo-rurale erbaccia infestante), passavano sempre i «vapurèn». Le acque del fiume, partendo da Pavia per arrivare sino a Venezia, si tramutavano in un biscione agonistico a disposizione di motoscafi di ogni foggia e cilindrata, pilotati da un manipolo di audaci che a colpi di derapate e spiattellate a pelo d’acqua, se le davano sportivamente di santa ragione, rasentando a tutta manetta ripe impellicciate di salici e scarmigliando gli altrimenti piattissimi fondoni fluviali.

Accadeva ogni anno, intorno al 2 di giugno, ed allora era ancora festa, prima della cancellazione e poi del ritorno in vigore, festa di una Repubblica all’aroma di complotto, insaporita da convergenze parallele, con spolverate di compromesso storico. «Vapurèn» è il termine “tecnico villico” in gillipixilandese stretto, per indicare i motoscafi, appunto.

Vuoi perché in campagna la propensione a divertirsi con poco è sempre stata tenuta in gran conto, vuoi perché effettivamente allora era più raro assistere ad uno spettacolo sportivo di una certa importanza, vuoi un po’ la minchia che vuoi, fatto sta che il passaggio dei «vapurèn» era un evento abbastanza atteso e gradito. Se ne cominciava a parlare diversi giorni prima. La voce si diffondeva a macchia d’olio: «…Dùmenica a pàsa i vapurèn… dùmenica a pàsa i vapurèn » («…Domenica passano i motoscafi…»). A portare la smotorante novella erano soprattutto i più assidui frequentatori del Bar Sport, gente di una tale tempra morale, da essere in grado di stabilire i più strabilianti record di resistenza nel periglioso confronto con le profondità intellettuali della Gazzetta rosata.

Fra questi annunciatori del “gaduim magnum” vaporinesco, c’era anche un mio caro amico, tuttora grande esperto di pratica sportiva da bar. Lo conosco di fatto da quando sono nato ed è uno dei più appassionati divoratori di notizie relative ad ogni tipo di sport immaginabile, ma sono quasi certo che, se nell’arco della sua vita ha fatto al massimo 27 metri di corsa tutta filata, è dire tanto. Era soprattutto lui che mi teneva avvertito con puntuale immancabilità, ad ogni rinnovata occasione vaporinesca. Oltre ad essere un grande indagatore del mondo teorico delle competizioni di ogni risma, per la proprietà transitiva, questo mio amico è ovviamente da sempre anche un eccellente sportivo da poltrona. E come tale, conosce ad altissimi livelli, quasi da raffinato esperto, l’arte dello “spettatore di eventi agonistici”, il quale deve annoverare fra le sue doti più eccelse anche un’ingente dose di pazienza. Lo sportivo da divano sa essere un notevole amministratore di noia, è un incassatore instancabile di barbosità, slalomeggia da par suo fra i tempi morti dell’evento agonistico passivamente sorbito in posizione decubitante, perché sa che le gare sono un po’ come la vita, possono riservarti la spettacolare sorpresa, il momento clou, quando meno te l’aspetti e quando ormai pensavi che non sarebbe arrivato più nulla di esaltante.

Succedeva così dunque che, in occasione della festosa giornata in cui era previsto lo smarmittoso passaggio dei «vapurèn», il mio amico si facesse trovare già di buon mattino infrattato dietro ad un macchione di gaggia costeggiante il corso fluviale, già bello ed appostato per godersi la parata dei bolidi sgratta-flutti. E lì rimaneva fisso, senza mollare un attimo la posizione, fino a quando l’ultimo fil di fumo di scappamento lasciato dietro in scoreggiante scia dall’ultimo scafo in gara, non svaporava lontano all’orizzonte, in direzione Venezia. Io invece, che una qualche esperienza nella pratica degli sport giocati davvero, ce l’avevo, ma ero profondamente inetto per quanto riguardava la suprema disciplina dell’agonismo da divano, affrontavo ogni volta il confronto con lo spettacolo dei «vapurèn» adottando una tattica disastrosa.

Da buon pigro professionale, mi attardavo a lungo sonnecchiando a letto, e solamente all’udire delle prime avvisaglie di ululati a scoppio dei motori (percepibili in piena nitidezza anche da casa), inforcavo in fretta e furia la bici e mi recavo di gran carriera lungo il primo affaccio disponibile sul fiume, per riuscire a cogliere almeno qualche scampolo di colorato e rombante sfrecciare motoristico. Il tragitto tuttavia, se fatto in bici, non era e non è uno dei più immediati ed istantanei, per cui almeno 5 minuti buoni, fra la percezione del fragore dei cilindri e il mio approdo sulle rive, me li bruciavo per strada. Con puntualità matematica, erano sempre quei 5 minuti esattamente sufficienti a far sì che non riuscissi a vedere nemmeno uno di quella prima ondata di motoscafi in gara, ormai svaniti giù per il fiume come per rincanto, durante il mio affanno ai pedali.

Ancora col fiatone per l’inutile corsa, inghiottendo delusione dopo essere arrivato in tempo soltanto per osservare quattro rimasugli bianchicci di onde provocate dal passaggio dei bolidi da me rigorosamente non visti, ma soltanto sentiti da lontano, con altrettanta puntualità mi imbattevo nel mio amico sportivo da bar. E subito lui, con malcelata soddisfazione per aver visto premiata la sua lodevole tenacia di sportivo da poltrona, passava ad elencarmi le mirabilie motoristiche appena ammirate, sciorinando tanto di nomi, cognomi, soprannomi dei piloti e caratteristiche tecniche degli scafi, testé passati in rassegna e da me immancabilmente “lisciati”: «…Sono passati Gigio Squartaroli, con motore Alfa Romeo a marmittone Sbaranga,  Berto il Bullo su piattella 900, Erminio Liscafi col suo flatulante a 6 cilindri…poi un inglese si è spiaggiato sui sabbioni, è sceso col volante in mano, ha tirato due sacramenti in dialetto britannico, si è fatto prestare una chiave, inglese come lui, ed è ripartito guidando con quella…».

Di fronte a questo stuolo di meraviglie mancate, io mandavo giù disillusione su disincanto e mi ripromettevo di riscattare all’istante le mie magagne da inetto sportivo da bar, deciso a stare lì fino all’ora di cena, pur di vedere almeno la lamiera ammaccata di un vecchio scafo rugginoso. Tanto più che il mio caro amico, dando ulteriore prova del suo illimitato nozionismo agonistico, mi allettava preannunciandomi i prossimi passaggi, da lui minuziosamente studiati a memoria sulla base delle sacre previsioni della Gazzetta dello Sport: «…Intorno alle 11 dovrebbero passare gli ottomila: c’è Huboldt Gerkowsky, detto il Manfred Von Richtofen dei pescegatti, su catamarano ribassato, poi deve passare Ubaldo Liviolini, il ragioniere dei fuoribordo, su Modello Unico 740, e poi…e poi…e poi…».

Ma sportivi da divano si nasce, non si diventa. E pur facendo appello a tutte le mie energie attendiste, la pazienza di cui ero capace non andava oltre il quarto d’ora di sopportazione. «…Va beh, allora magari torno fra un po’, verso le 11, come hai detto te…ciao…» dicevo allora al mio amico, che già se la rideva sotto i baffi, sapendola molto lunga riguardo alle strategie da vero visionario sportivo statico. Infatti, non mi ero allontanato che di pochi minuti di bici, e di nuovo giù, udivo smotoramenti furibondi alle mie spalle, provenienti da scafi di passaggio al di là di ogni previsione gazzettistica. Ritornavo allora sulle mie pedalate con un affanno di tipo superiore, ma giunto ancora al cospetto del mio amico, era solo per sentirmi recitare di nuovo: «…Era un drappello di ritardatari…pensa te: c’era anche il barone Bartàca da Mondibello, sul suo scafo carenato oro, erano 6 anni che non partecipava…». A quel punto, con un filo di mezza incazzatura sulle labbra, rinunciavo definitivamente alla velleità di riuscire a vedere almeno un ferro vecchio concorrente alla gara. Risalutavo di nuovo il mio amico e ritornavo definitivamente a casa, dove me ne stavo buono buono a completare la mattinata magari giocando a LEGO, mentre dalle sinuose anse del fiume continuava a provenire beffardo il riecheggiare rombante di motoscafi che avevo rinunciato senz’altro a voler vedere.

Questa buffa tiritera si è ripetuta per diversi anni della mia bambinitudine, fino ad un bel giorno in cui, ritornando con la memoria a quei buffi avvenimenti, mi sono accorto come anche in altri ambiti più generali della vita, non necessariamente connessi alla pratica sportiva da bar, si possa verificare un fenomeno che mi piace definire «effetto vapurèn».

Nel pieno dell’«effetto vapurèn», incappano coloro che hanno la ventura di trovarsi spesso al posto giusto, ma nell’esatto momento sbagliato (ed io sono spesso di questa schiera). Il bello è che 90 volte su 100, trovi lì ad attenderti anche il declamatore delle gran meraviglie che ti sei perso, facente funzione del mio amico in riva al fiume. O se non è una persona fisica a rammentarti il tuo fiasco, c’è pur sempre la coscienza a farlo.

Non hai pazientato? Sei arrivato tardi? Non hai previsto per tempo? Hai calcolato male le coincidenze? Niente paura: sei stato solo vittima dell’«effetto vapurèn». Non hai detto a quella ragazza deliziosa le parole giuste da dire nell’attimo opportuno, e la rivedi due mesi dopo a limonare sulla panchina col tizio che ti aveva preceduto di un soffio a porle l’accendino in discoteca? Non hai fatto la domanda che andava fatta e un’opportunità favolosa è sfumata via lasciando dietro di sé un’eco scoppiettante e beffardo come il rombo di un motoscafo all’orizzonte?

Rilassati, non è niente di che: è sempre e soltanto l’«effetto vapurèn».