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sabato 13 aprile 2019

Fuori i secondi


Secondo i manifestanti:
“...Rarissimo esemplare di aquilotto imperiale del Ciribibìhbistàn, abbarbicato a uno sperone di roccia a strapiombo sul canyon del Piumiño, nel folto della foresta pluviale di Pitaciònia, intento a far garrire sotto le vigorose sferzate del vento montano le imponenti ali, dispiegate in segno di altisonante manifestazione amorosa rivolta alle settecentotrentadue femmine del suo harem… “

Secondo la questura:
“…Pasaròt śügatlóŋ, inspinculà atàch a la scòrsa dàl s’riśóŋ, ch’al sbarbàtla i’àli ind’l’aria e’l fà al pajàs, ind’la spéransa da cumbinà quèl con ‘na pasaréla töta spatüsénta ch’al l’ha gnànca in nota…” […Passerotto giocherellone, appeso (inspincolato) alla corteccia (scorza) del ciliegione, che fa sguazzare (sbarbatlare) le ali nell'aria e fa il pagliaccio, nella speranza di combinare qualcosa con una passerottina tutta scarmigliata (spatüsénta) che non lo ha neanche in nota…”.

martedì 15 gennaio 2019

Fotografare, desiderare, vivere


Pare che il tempo stia cambiando, ma intanto ci siamo gustati parecchie ore diurne con paesaggi da cartolina, come se ne vedono di rado in Gennaio, lungo il Grande Fiume.

Per chi ha un po' la fissa delle foto, andare in giro in questi giorni è stata una mezza “gioia tormentata”.

C’erano talmente tanti spunti di qua e di là per scattare immagini, mentre nel frattempo il sole si muoveva così rapido nel cielo a sbaragliare la scena in pochi attimi, che ci si sentiva un po' come un naufrago preso dalla spasmodica frenesia di riuscire a salvare il possibile di un gran tesoro che sta colando a picco.

Tutto preso da questa generale smania fotografica, sono incappato in un soggetto che mi ha fatto riflettere.

Era una bella nuvolozza grassotta, si stagliava all’orizzonte rosea e cotonata dall’imbrunire incipiente.

Vista così da lontano, tuttavia, risultava appiattita dalla prospettiva.

Ho pensato che se avessi potuto riprenderla dal di sotto, sarebbe venuta una foto molto più bella, e invece mi dovevo accontentare di coglierla in lontananza, meno soffice e plastica di quanto in realtà doveva essere.

Subito mi ha sorpreso la contraddizione contenuta in quanto avevo appena pensato.

Se fossi stato sotto la nube, chilometri ad ovest più in là, la nube stessa non sarebbe più stata all’orizzonte, e quindi non avrebbe avuto la coloritura rosa tramonto che la impreziosiva tanto.

Questo mi ha fatto riflettere oltre, riguardo all'inafferrabilità non solo del fotografare, ma anche del desiderare, e alla fin fine, del vivere stesso.

Sta nella natura del nostro esistere medesimo, il non riuscire mai a cogliere in pieno le cose.

Me lo ha confermato poco prima di sera una nuvolozza grassa di rosa, la cui bellezza completa continuerà sempre a sfuggirmi.

Perché finché ce l'avrò all’orizzonte, non ne potrò gustare la pienezza formale, mentre, se tenterò di andarle sotto, mi scivolerà via dallo sguardo la magia della coloritura.

giovedì 27 dicembre 2018

Rivelazione lineare


Convegni di righe, strade irraggiate lungo percorsi in riunione, sentieri che s’affollano, dove i camminamenti s’imparentano, mentre ponti lanciati su scartamenti a lato, riflettono l’avanzare, intento nel proclama d’un retrocedere tutto preso a far le bizze, e intanto il risalire emette acuti, l’impennarsi si sublima, parallelismi oliati dialogano con ortogonalità in rodaggio, incroci al bacio vanno a braccetto con zigzag a congresso, snodi scivolosi si insinuano negli amplessi fra piani, obliquità ubique traducono volumetrie in boccio, cerchi esplodono, ogive s’intessono, quadri fioriscono, gemmano parallelogrammi e diaframmi tutti
Segni
Tracciati nell’artificio
Astratte presenze del concreto
Per intero estratte
Dal Caos
Rugoso, terragno, calcareo, salace di siliceo zelo, profondo di “milioannuari” sfregamenti ipogei, lapideo, argilloso, sotterraneo, minerario, lavico, estrattivo, ribollente di rimuginare, rifrangente di rocciosi attriti fra l'indeterminabilità degli evi affondati nell’orbitale potenza alla deriva, del deflagrato mistero “Big-Bang-Ante”

domenica 9 dicembre 2018

Piàta t'al vè a dì a tu nòna


La Bassa è una terra piatta, si sa, e dal punto di vista geografico il discorso non fa una grinza.
È da una prospettiva “spirituale” che la definizione inizia ad andare un po' stretta.

Se si pretende infatti di far passare come buona l'equazione “terra piatta” uguale “gente piatta”, ecco che la matematica dell’animo si ribella vivamente e denuncia tutta la stonatura del traballante sillogismo.

Si usa dire abbastanza spesso che da queste parti non c'è niente. Anche questa frase contiene solo una mezza verità.

Perché proprio con la sua altra imprecisa metà, questa frase ci svela come in realtà, quello che c'è non sia poi così tanto poco.

Soltanto che, per poter cogliere la ricchezza effettiva di “quel poco”, servono speciali lenti della sensibilità, e non sto parlando di superpoteri da supereroi.

Se uno vive nella Bassa per un po' e ne assorbe il paesaggio esistenziale, quelle lenti se le sente crescere naturali addosso, appoggiate leggere sul naso che quasi nemmeno sa di averle.

Il segreto sta in un classico meccanismo psicologico. Chi ha poco, deve ingegnarsi a far fruttare al meglio le combinazioni degli scarsi elementi a disposizione.

Il grande progettista non è chi sa architettare la stratosferica villa lussuosa con un budget di dieci milioni di euro.

Il vero, grande progettista lo si vede quando, con quattro lire a disposizione, riesce a instillare in un modesto edificio, un profondo e genuino “sentimento di casa”.

La Bassa ti mette alla prova ogni giorno, a saper trovare significati degni di nota, combinando sempre in modo inedito e rinnovato quelle quattro lire di realtà.

Fare una passeggiata sull'argine è proprio il minimo di budget a disposizione per riempire il tempo di senso.

Eppure ogni volta “fatico” a tornare a casa senza aver scattato almeno un paio di foto discrete. Certo, non dico mica dei capolavori. Eppure, sempre piccole scene che raccontano come certe micro bellezze minimali siano spesso in agguato lungo la “piattezza” in cui mi inoltro.

Poco prima di partire, o perlomeno sui passi iniziali del percorso, mi ripeto sempre: “…Oggi niente foto…che immagine vuoi ci sia ancora da spremere, in questi quattro campi spelacchiati?...”.

Ma quasi regolarmente vengo smentito.

Basta gettare un’occhiata distratta a un angolino di paesaggio visto e rivisto in mille occasioni, ma questa volta osservato in un suo dettaglio diverso, che un nuovo racconto sotto forma di foto può nascere all'improvviso…

Spostato appena fuori dall’asfalto della pista ciclabile, sul ciglio erboso, mi colpisce una curiosa combinazione geometrica fra i campi appena là sotto.

Il diverso momento di progressione nei rispettivi stati di coltivazione di due terreni, un fosso divisorio, la carraia che cuce insieme il tutto, la spalla dell’argine a fare da sottofondo obliquo “scompiglia-piani”…tutto questo parla della femminilità della terra.

Introduce nell’idea di triangolazioni fertili allo stesso tempo così concrete, ma anche evocatrici di un astratta combinazione dal vago sapore astrattista moderno.

Tutto sembra condurre l’occhio a condensare lo sguardo all'interno dell’incrocio centrale di erba-terra-luce. Ma le linee di fuga sono molteplici, la prospettiva è frantumata, e insieme tutto porta anche a fuggire visivamente fuori dai confini dell’immagine.

Un po' come in fondo fa la Bassa medesima.

Che è piatta, sì, ma ti risucchia in sé con una marea di significati, nati da un riflesso continuo di scambio, fra il proprio meditare visivo e lo sguardo meditativo stimolato da ogni cosa intorno.

giovedì 18 ottobre 2018

Arte a kilometro zero


Non c'è bisogno di andare al mare
Per paesaggi da immortalare
Non serve issarsi sulla collina
A coglier la scena più sopraffina
Stai pure a casa, fatti un pollo lesso
La foto strana la trovi anche al cesso

martedì 4 settembre 2018

Aquinuvolotto


Un aquinuvolotto imperioso si era impennato in cielo, un Tirannosaurus cloud di spumose zanne, un fiero gallo in bambagia acquea dalla coscia a cumulo nembo. Dava morsi vaporosi all’aria tersa di lassù, si era fatto largo a fiatate di luce e, come gas di scarico, una raggera dai cangianti bagliori sparpagliava sul passaggio, come il ventaglio di carte sciorinato in mano da un candido baro delle forme.

Dinnanzi a sé, solo un pascolo cotonato da brucare, sotto di sé, boschetti di nasi levati ad osservare, e bocche semi-dischiuse, scivolate in basso dallo stupore.

giovedì 31 maggio 2018

Tortoreee!!!




Va beh…delle puzzole posso disporre solo in teoria. Ma in attesa di una eventuale venuta puzzolesca futura, in pratica posso disporre, almeno fotograficamente, delle tortore.

Le donne belle sono per gli uomini privi di fantasia, secondo Proust. E se tanto mi dà tanto, tralascio allora i gran variopinti uccelli tropicali, per preferire come sempre l’eleganza delle nostrane tortorine col loro cappotto grigio e il collarino nero.

È tempo di costruzione di nidi, e basta smuovere qualche pagliuzza in giardino che te le ritrovi a zonzarti quasi sui piedi, a becchettare con saggio discernimento, in cerca dell’architrave giusto, del tassello appropriato, della giuntura adatta a reggere il loro mini rifugio familiare.

Così ne ho colta una che polleggiava con fare distinto. Dall’andatura, Tortorin di Tarascona mi pare di aver arguito si chiamasse. E anche se così non era, a me è sembrata molto graziosa…

mercoledì 9 marzo 2016

Tortorina

La tortora...che tenero animaletto. Avevo già parlato di lei tempo fa.
La tortora è l'eleganza col vestito grigio, la bellezza ordinaria dispiegata nel suo essere in fondo un uccelletto così speciale.
Di recente sono riuscito a fermarla in due piccoli scatti. Ho fatto appena in tempo a coglierla in posa frontale, che quella cara marpiona mi ha subito beccato, intento ad armeggiare col trombone del teleobiettivo. Subito si è girata dandomi le spalle, ha sollevato la zampetta sinistra e, nella migliore tradizione "svicolonesca", mi ha lasciato con un palmo di naso, proclamando: "...Svicolo tutto a mancina!!!...".


venerdì 30 ottobre 2015

Autunno rotolante

Procuratevi:
Una nottata di pioggia…
Un ampio “telo di nylon” ossimorico in termini…
Abbondanti goccioloni lasciati in ricordo….
Rade foglioline ingiallite…
Fantasia e mattitudine mattutina quanto basta…

Mettete il tutto a crogiolare lentamente nel paiolo dell’immaginazione…
Attendete alcuni minuti per la giusta cottura inventiva…

Sfornate infine:
Sfarzosi aggregati d’impreziosente trama metallifera fusa…
Colate d’amaranto caramellato…
Placche ecologiche di essenza mercuriale…
Oleosità idriche traslucide…
Le bolle mnemoniche per reggere l’impalcatura di ipotetici sogni…
L’anarchia conclamata di una banda di rivoltosi ex-cuscinetti a sfera…
I rimasugli rilucenti di una fresatura di idee…
Il set ideale per il vostro primo film di fantascienza da girare sul balcone di casa…






venerdì 16 ottobre 2015

Una gita a Trapoint Valley

Per chi ama la fotografia, ma al tempo stesso si ritrova funestato da un’incomparabile tendenza alla pigrizia poltronistica più virulenta (e non si allontanerebbe da casa nemmeno a suon di bordate di crema sparate da cannoncini ripieni), oggi è disponibile una pratica soluzione con poco sforzo e discreto appagamento. 

Si tratta di un metodo innovativo, brevettato da una ditta specializzata in neo-stanzialità postmoderna: la “Nutrifolino Enterprise Corporated Limited Stimulated by Emission of Radiation”. Gli esperti della “Nut.en.co.li.sti.emi.ra” consigliano di non preoccuparsi più di tanto, riguardo alla propria smania fotografica repressa. La nuova parola d’ordine del fotografo neghittoso suona infatti nel seguente modo: “…Se l’obiettivo non va al soggetto, l’oggetto incapperà nell’obiettivo…”.

Tutto quello che serve fare, è rimanere in casa a farsi i fattacci suoi. E aspettare che il sole, o chi per esso, faccia girare i dadi della luminosità in modo da far emergere qualche mini-paesaggio domestico degno di nota. Le foto verranno di conseguenza… 

Sferzate eoliche su Trapoint Valley

Alba lignea impiallicciata d’oceano

Sinusoideggiar sotto il Col di Tenda

Stanley Kubrick’s secret wool lawn



venerdì 2 ottobre 2015

Scherzi che il cielo

Scherzi che il cielo
certi giorni ti fa
Istanti che il tempo
dopo non ti ridà
Velature d’un soffio
che sei stato di là
Se poi chiedi
a una nutria
dove sia il paradiso
Ti dirà in
quel laghetto
d’un bel verde boschivo



venerdì 4 settembre 2015

Fare falle fra i folli

Non si direbbe, ma la mia terra (ossia quel brandello di piana appeso al Grande Fiume come i panni al filo da stendere) ha anche le sue cose belle. Il fatto è che questa bellezza gliela devi sempre tirare fuori un po’ con le pinze. Non si nota molto. Si nasconde a volte in particolari da soppesare con pazienza. Altrimenti ci si limiterebbe a dire che è soltanto un postaccio afoso, pieno di zanzare e gente suonata. E chi s’è visto s’è visto.


Non so se c’erano anche negli anni passati o se sono frutto delle particolari congiunture climatiche di stagione. Di fatto, nel mio microclima esistenziale targato 2015, questa è stata l’estate delle farfalline blu. Sono minuscole e guizzano di gran lena. Si posano su fiori, foglioline e steli d’erba, in statici stormi cospicui. Da ferme sembrano piccoli insospettabili petali bianchi dall’elegante disegno perimetrale. Ma a passarci in mezzo, si sparigliano in gran voli coriandoleschi di blu, e prendono a carezzarti le gambe col loro sfolgorio vellutato. Immaginate di camminare in un prato fiorito, quando di colpo, al vostro passaggio, i fiori esplodono giocosi in aria, fra i vostri piedi. L’impressione è quella.

Mai avrei pensato di poterle fermare in foto, sono troppo svelte. E invece, forse anche complice l’inoltrarsi della stagione che ne affievolisce la vivacità, ho notato in questi giorni una loro propensione a indugiare con più pigro relax. Così, sono riuscito a coglierle con alcuni scatti. Persino nella insperata e rara posa ad ali spiegate. Si capisce infatti che sono blu soprattutto quando volano. In postazione statica invece, di solito stanno con le ali compostamente richiuse. Ma si vede che sono proprio rilassate, adesso, e si concedono anche di stare un po’ stravaccate, senza peraltro perdere mai un grammo della loro infinita eleganza.

Rivedendomi poi le foto, la mia meraviglia è raddoppiata, perché si notano dettagli difficilmente ammirabili sul momento. Chiamare blu il loro blu, è infatti alquanto approssimativo. Non lo si saprebbe definire: è un vellutino che sfuma tra il grigio-viola e il celeste cinerino. Altrettanto spettacolare il lato esterno della loro stupenda livrea double-fas. Vista di profilo, tra l’altro, si nota anche la grazia delle minuscole antenne, col commovente dettaglio della loro microscopica zebratura.

Ora mi manca solo di scoprire il loro nome. Ma forse è un dettaglio che, per un campagnolo sgangherato come me, conta meno. L’importante è che sappiate questa cosa: se vi capiterà d’incontrare un tizio delle mie parti, brutto e introverso al mio pari, sappiate che con tanta pazienza e attenzione, scavando piano piano, ci si potrà trovare dentro anche qualcosa di bello.

domenica 28 giugno 2015

Little faces everywhere


Di avere una certa propensione al faccinismo, lo sospettavo già da tempo. Ma che questo mi venisse ribadito addirittura dalle occulte forze cosmiche che muovono l’insensato senso del nostro relazionarci al reale, non me lo sarei mai aspettato.

Una prima avvisaglia si era presentata quest’inverno. Facevo colazione coi soliti bastoncini di cereali. Stavo quasi per finirli, quando nel piattino, gli ultimi rimasugli si sono disposti nella classica formazione “emoticona” di base.

Pensavo fosse stato un caso. Ma ieri, un nuovo indizio mi ha fatto rimeditare riguardo al fenomeno. Ero giardino, a potare un cespuglio. Mi accingo a tagliare un rametto di due centimetri scarsi di diametro. La cesoia lo abbraccia, lo addenta con la sua dolce presa tenace e zac! Il ramo se ne va. Osservo il troncone rimasto: ma non è mica vero che dalla superficie del legno mozzato, mi occhieggia un po’ strabicamente una sorta di sorrisino faccettoso? 
Per immortalare lo strambo accadimento, ho poi tagliato un mini tronchetto dall’estremo emoticale, e l’ho posato sul letto petaloso di un’ortensia. Ho scattato una foto, non prima però di essermi domandato: ma si può perdere tempo in questo modo? La risposta m’è salita spontanea, immediata e rigogliosa, su dalla pancia, attraversando il petto, passando per il cuore e arrivando sino alla mente. E la risposta, naturalmente era: SI’!!!

mercoledì 8 aprile 2015

Rimbombi


Come forse i lettori più longevi di Andarperpensieri sapranno, questo blog, oltre che alle nutrie (ovvio), è particolarmente affezionato a gatti, leprotti, asini, vombati, api e, ancor più nello specifico, ai bombi. 

La stagione del bombo sta entrando nel vivo, con tutti i fiorellini sbocciati sulle piante a fare da ghiotto invito per questa nostra amica ape oversize. Nei giorni scorsi, ho avuto occasione di cogliere un simpatico esemplare in uno scenario insolito. Premetto che per realizzare le foto in questione, non sono stati maltrattati, né seviziati bombi, e tantomeno costretti a visionare puntate di “Porta a porta”. Ho solo approfittato della buffa gonzitudine di una di queste bestioline, che era rimasta presa fra due vetri. Lo sfondo non era dei più idilliaci, però con il vantaggio di poter fare tanti scatti ravvicinati. Preciso anche che ho fatto il più alla svelta possibile, per poi dare l’agognata libertà al povero mini-pellicciato, il quale si arrabattava non poco per capire la magia di quel materiale per lui così inspiegabile, il vetro.

Il vetro per un bombo dev’essere come per noi il mistero dello scorrere del tempo. E’ un qualcosa di più grande delle nostre possibilità mentali. Un involucro esistenziale pur trasparente e ben concreto, ma al quale non sappiamo dare una ragione definitiva. E soprattutto, dal quale non sapremmo come uscire.

La “tecnica” fotografica adottata è stata la solita: scatti a raffica e poi selezione dei più belli. Alla fine ho scelto dieci foto, che mi parevano le più simpatiche. Trovo sempre più che questa bestiolina sia dotata di una bellezza unica. In questo senso, i particolari che si evincono le rendono pienamente giustizia. 

La cosa che mi dona ogni volta lo stupore più bello, è vedere un esserino così minuscolo, dotato di pelliccia. Notevole anche la lucentezza delle ali, quando l’angolazione rispetto ai raggi del sole ne esalta il riflesso. Mi spiace poi di aver involontariamente approfittato del momento di difficoltà di questo bombo, prigioniero vitreo momentaneo. Ma il vantaggio di questa situazione si è tradotto in alcune immagini molto particolari, nelle quali si esalta tutta la buffa eleganza tipica di questo piccolo miracolo estetico in miniatura.

In certe pose involontarie che ne sono uscite, sembra spiaggiato-spossato nella foga di trovare una via d’uscita. In altre, si ha quasi l’idea che sia andato in lungo, frenando sulla panzetta morbida, nell’impeto ronzante della ricerca di uno spiraglio. In una, appare come goffamente crollato sul sontuoso sedere impellicciato. Una caratteristica accomuna però ogni scatto: il bombo, in qualsiasi posa venga colto, non perde mai la sua nobiliare supremazia estetica. E’ un simpatico naturale, senza rischio di smentita.

Alla fine, quando ho pensato di aver fatto foto a sufficienza, e per di più il mio limite di sopportazione nel vederlo annaspare così era giunto al suo estremo, l’ho liberato. Avreste dovuto vedere, com’è esplosa nell’aria la sua gioia ronzante. Sono sicuro che se ci fosse stato lì nei paraggi un interprete esperto di traduzioni dal bombese all’italiano, mi avrebbe riferito le frasi seguenti: «...Bzzz...zzz...Eccheccazzz...Non potevizzz aprire primazzz?!?!?!...Ma vaffanbzzz!!!...».









giovedì 12 febbraio 2015

Bang ultra-passerottici



Conoscevo un tipo che di mestiere faceva il tangentista. Disegnava tangenti, non è che le pagasse o le riscuotesse. Questo mio amico aveva messo su un piccolo laboratorio in centro città, il “Cream-Tangerine”. Chi si ritrovava in casa, per dire, una circonferenza, o un ellissi, o una parabola, e avesse avuto bisogno di tracciarvi accanto una tangente, non doveva fare altro che andare al “Cream-Tangerine” e farsela disegnare. La sua specialità erano le tangenti alle sfere e le duplici tangenti iperboliche in confezione regalo.

Il mio amico si vergognava un po’ a svolgere una professione dall’aura così altisonante negli ambienti che contano («…il tangentista!…») e ad essere nel frattempo così onesto (i suoi prezzi erano tra l’altro davvero modici). Allora, per mettersi a posto la coscienza, aveva preso l’abitudine di risolvere le parole crociate andando a sbirciare tutto su google. In questo modo si sentiva più sereno: praticava sì una forma di slealtà, ma la più gratuita ed innocua che si fosse mai vista, potendo continuare nel frattempo a portare alto il nome dei tangentisti dall’indole geometrica e non pecuniaria.

Sono famose poi le bombette di piume. Beh, famose…parliamone. Il fenomeno si verifica di rado, ma quelle poche volte, non passa inosservato. Si sente un improvviso boato contro i vetri della finestra, SBANG!!!, si sobbalza sulla sedia mentre il proprio subconscio, con una rapidità che va molto al di sotto della soglia di attenzione, si domanda: «…E che miiinchia è?!?!?…». Novantanove volte su cento è un uccellino un po’ rimbambito che non conosce l’esistenza di un materiale chiamato “vetro” o forse non ha ben chiaro il concetto di impenetrabilità dei corpi, anche nei casi di trasparenza conclamata.

Quasi mai si riesce a sapere che tipo di uccellino fosse. Il più delle volte rimane solo il ricordo di quel piccolo botto senza causa, o al massimo c’è un segno non meglio identificato sopra al vetro, una specie di sgommatina gentile. Solo di rado capita invece di rinvenire sul luogo del misfatto rumoroso, una qualche traccia. Possono essere anche otto piume otto, di numero, minuscole, sul davanzale.


Il mistero intorno all’identità del mini-volatile rimane, ma a quel punto si può anche essere colti dall’impellente necessità di correre ad attaccarsi a internet, per raccontare di amici immaginari che facevano mestieri inesistenti, cercando di compensare l’insoddisfazione calata nell’animo a causa dello shock da anonimato sonoro appena subito.

sabato 7 febbraio 2015

A caper in the trees


Un attimo. Un momento. Un istante. Un baleno. Un lampo. Un batter di ciglia. 

Un niente.

Ecco cosa sono tutte queste cose. Non sono nulla, fuorché mattoncini impastati nel materiale del ricordo. Provate ad afferrare un momento: ciò che vi rimane in mano sono soltanto immagini più o meno vivide nella memoria. Il grande mistero della vita si riassume in una serie di goffi tentativi di afferrare una sequela di nulla. Cosa rimane di noi, al fondo di questo paradossale “acchiappa-acchiappa”? 

E’ nulla il tuffo al cuore che ci dona un meraviglioso passaggio letto sulla pagina d’un libro. E’ nulla il culmine spasmodico del gesto amoroso. E’ nulla quel particolare, provvisorio sorriso della persona a cui vogliamo bene. E’ nulla la grande giocata del campione prediletto. E’ nulla ogni alba, così com’è nullo ciascun tramonto.

Ma si tratta di tipi di nulla ai quali nessuno vorrebbe rinunciare, perché sono tutto ciò che abbiamo. 

C’è una poesia di Emily Dickinson che mi è sempre stata molto cara (ne parlai già in alte occasioni). Nei suoi pochi versi, sono riassunte come meglio non si potrebbe tutte queste impressioni stuporose, che di continuo spendiamo di fronte alla pesante spensieratezza della nullità universale in cui siamo immersi. Ve la riporto, seguita da una mia liberissima traduzione:

A sepal, petal, and a thorn
Upon a common summer’s morn –
A flask of dew –
A bee or two –
A breeze – a caper in the trees –
And I’m a rose!

Un sepalo, petalo, e una spina
D’estate, una comune mattina –
Un fiasco di rugiada –
Un'ape o un’accoppiata – 
Una brezza – fra gli alberi un frullo –
E della rosa vesto il mantello.

Tutte queste riflessioni con ciliegina poetica, mi sono state suggerite da un paio di scatti che sono riuscito a cogliere dalla finestra, appena dopo la grassa nevicata. L’eccesso di biancore piovuto giù, deve aver sfrattato gli uccellini dalle loro usuali dimore. In giardino, mi sono così ritrovato un “precipitio” svolazzante di pallette piumose un po’ allarmate e un po’ festose. Sono giunti anche esemplari mai visti. La distanza non mi ha concesso di fare foto migliori, ma tra di loro, ho adocchiato un piccoletto “balzelloso”. 

Ho puntato l’obiettivo e ho fatto più scatti possibili: non dava tanto l’impressione di volersi fermare a lungo, e tanto meno di mettersi in posa. Dapprima ha gironzolato curiosando accanto al piede della magnolia:

Ha sbirciato l’orizzonte più in là:

Ha fatto dietro front come un soldatino impettito:

Ancora pochi secondi, un bel “caper in the trees”, e (a parte che qui siamo in inverno) era già scappato via:



domenica 25 gennaio 2015

Il popolo delle cince


Troppo spesso ci dimentichiamo di essere circondati da popoli. Non mi riferisco alle grandi schiere di persone lontane, oppure alle genti venute a stare in mezzo a noi da altre terre remote. Quello è un altro discorso. Parlo dei piccoli popoli extra-umani che ci sono vicinissimi, diffusi nell’ambiente di tutti i giorni. Formano la grande famiglia delle bestioline libere che in qualche modo si sono adattate a condividere la nostra vita, mantenendo distanze più o meno calibrate in base al loro istinto e alle loro necessità vitali.

Si tratta di popoli più o meno ordinari, rustici, appariscenti o dimessi nel loro presentarsi. Ma tutti, a loro modo, dotati di dosi di nobiltà innegabile. E, cosa più importante, tutti “ci sono”. Si parte dalle dimensioni minimali, ragni, formiche, farfalle, insettini svariati, fino a crescere con gli uccellini più piccoli, e poi ancora lievitando attraverso i piccioni, gli aironi, oppure, sulla terra, lepri, fagiani, volpi, dove ci sono (per non dimenticarsi delle nutrie). Ogni giornata ci può regalare un piccolo safari domestico in miniatura, con la differenza che qui non si tratta di cacciare proprio nulla. L’unica cosa che dobbiamo fare è osservare e stupirci.

Facciamo quasi sempre come se non esistessero. Spesso non è per cattiveria, ma solo per indifferenza. La loro esistenza, nelle “istruzioni” del nostro vivere quotidiano votato alle cose immediate, è quasi visivamente e mentalmente bandita. Passano al nostro fianco come comprimari ai quali facciamo sbadatamente caso.

E invece dovremmo farci caso, alla loro presenza. E’ importante. Dovremmo apprezzarla di più, fermarci a contemplarla, cercare di coglierne, se non le leggi o le abitudini (che è roba da specialisti, studiosi esperti), almeno alcune caratteristiche sommarie, come si fa tra buoni vicini di casa. Ne trarrebbero vantaggio le nostre vite stesse. Sapere che siamo circondati da una struttura vivente complessa e molto articolata, aiuta a vedere le cose con altri occhi. Intorno non c’è solo l’impalcatura di elementi concreti e “attività pensate”, messa in piedi dall’uomo per far funzionare la propria vita. C’è anche una ragnatela vivente diversa da noi, ma altrettanto indispensabile a noi. Una trama vitale dall’equilibrio molto delicato, la cui comprensione rappresenta un ottimo allenamento per cercare di entrare in sintonia con l’essere stesso del mondo, con la realtà in cui siamo immersi e dentro la quale dobbiamo muoverci.

Uno dei più grandi di questi popoli, è quello degli uccellini. Davvero, se ci fermiamo a pensare un attimo alla loro presenza e ad osservarla con solo un minimo di cura in più, c’è da rimanere incantati. La cosa bella è che non serve avere a che fare con specie esotiche o rare. Persino negli ambienti all’apparenza meno adatti, non mancano tipi di uccellini umilissimi, ma al tempo stesso stupendi da ammirare. Un esempio per tutti, il super ordinario passerotto. 

Il passerotto è come la persona amata da tantissimo tempo o il caro amico frequentato ormai da anni. La confidenza, l’abitudine, la monotonia anche, hanno all’apparenza attenuato toni ed entusiasmi. Ma proprio lì sta il segreto: riuscire a trovare ogni volta spunti di bellezza capaci di rinfocolare la sintonia e la capacità di guardarsi con occhi sempre rinnovati. I passerotti mi regalarono una mini-esperienza una volta a Milano. Dovendo stare da mattina a sera in città, mi sedetti su una panchina a sbocconcellare un panino, che era la mia pausa pranzo per quella giornata. Era uno di quei giardinetti spelacchiati e lambiti da traffico mefitico, a prima vista (e a primo olfatto) l’habitat ideale per aspiranti al premio “enfisema d’oro”. La presenza della natura sembrava in quel luogo la cosa più lontana dell’universo: tutto antropizzato e asfaltato al massimo, fino all’ultimo centimetro quadrato, con le sole sparute eccezioni di quelle aiuole in prognosi riservata, tipiche del “verde” pubblico milanese.

Eppure, dopo pochi minuti che ero seduto lì, sbriciolando per terra col mio austero panino, ecco che cominciano a farsi sotto alcuni timidi passerotti. All’aumentare delle briciole si dimostrarono sempre meno timidi, e col passare di alcuni minuti ancora, eravamo diventati quasi amiconi di vecchia data. Allora ho pensato a una cosa. Quei passerotti erano del tutto simili a quelli che vedevo ogni giorno a casa e poi agli altri visti in tanti posti diversi. Certo, questi erano un po’ spelacchiati e sbattuti dalle ostilità metropolitane, il loro “cip” si presentava con inflessioni di pronuncia che lo facevano tendere a qualcosa di simile al “uhè”, ma sempre di passerotti si trattava. Facevano anch’essi parte di quella rete vivente di loro simili che rappresenta l’universalità passerottesca messa sullo sfondo delle nostre giornate. E pensare questa cosa mi fece star bene: loro sono lì, al di là di ogni possibile nostra distrazione, e possiamo sempre contarci.

Ma questi sono vagabondaggi per pensieri sparsi. Avrei potuto infatti venire subito al dunque e raccontarvi il motivo per cui mi sono scomodato a scribacchiare oggi. Sono riuscito a cogliere in un paio di scatti uno dei più leggiadri e buffi esponenti della grande e variegata famiglia dei passeriformi. E’ un soggetto molto difficile, dal punto di vista fotografico. Si sposta velocissimo, fa continui micro-balzelli da un ramo all’altro, è un verbo spiritello piumato della vivacità uccellesca.

Ha anche un nome che suscita simpatia: cinciallegra (“parus major”, se si vuol essere più seriosi). Per curiosità, mi sono andato a vedere come si chiama nelle altre lingue. Ho scoperto uno strano “great tit” in inglese. Un po’ più melodioso è “mésange charbonnière”, in francese. Rimanendo in tema di carbone, “paro carbonero” è il suo nome in spagnolo (non ho capito però l’attinenza col carbone). In tedesco è invece “kohlmeiese”: qui “kohl” vuol dire invece cavolo.

Avevo già fatto diverse prove di fermare l’immagine del piccoletto svolazzante, ma oltre tutto la cincia è anche sospettosa da matti. Appena vede un’ombra muoversi, se la batte di gran carriera. Ecco dunque che, sarà stato un po’ il caso e un po’ la fortuna, ma di fatto ci tengo a queste due foto. Non sono niente di straordinario, sul web se ne trovano di molto migliori. Ma queste mi piacciono perché sono riuscito a farle io (spiegazione tautologico-autoreferenzial-non-sensuale). In questi casi, vista la frenesia del soggetto, si punta l’obiettivo e si fanno più scatti possibili. Poi si vede cosa ne è venuto fuori. Fra foto sfocate e altre in cui la cincia era nascosta da rami o girata dalla parte sbagliata, ce n’erano due discretamente riuscite.



Anche qui, il caso ha giocato un ruolo fondamentale. Ma sia come sia, nella prima possiamo vedere la cincetta che sembra quasi guardare dritto nell’obiettivo, con uno sguardo a metà tra il disdegno e la sfida. Pare che dica: «…acc…mi hai beccato…tsk…tsk…bah, misero fotografo della domenica…». Nell’immagine appena seguente, la cincia sembra invece fare uno scatto altero verso l’alto con la sua mini-testolina, anche qui come a dire: «…Ciao fesso! Io me la batto…».

Insomma, come vi dicevo: dal punto di vista tecnico, due foto mediocri. Ma dal punto di vista affettivo (che spesso nella vita è l’aspetto che più conta), per me sono importanti.


domenica 6 aprile 2014

Bombomania

Gli amici viandanti per pensieri più longevi sanno che questo blog è particolarmente affezionato ai gatti in prima istanza, ma apprezza tantissimo anche i bombi. L'accostamento potrà sembrare strano, e in effetti lo è. Volendo cercare alcune affinità fra questi due rappresentanti del mondo animale, in misura gillipixianamente stiracchiata si possono anche trovare. I bombi, come i gatti, hanno la pelliccia. Non fanno le fusa, ma ronzano, e secondo me lo fanno anche un po' di beatitudine gattesca, quando s'immergono con golosità nel calice di un fiore a lappare polline a quattro palmenti. Inoltre si sa che i gatti graffiano e i bombi invece pungono, ma entrambi lo fanno se vengono infastiditi. Infine i bombi,  facendo eccezione nel generale regno di tutto il cuginame di api ed affini, come i gatti sono dei solitari.

Soprattutto però, la caratteristica che più accomuna gatti e bombi, per me è la seguente: starei a guardarli per dei quarti d'ora filati e non mi stancherei mai. Dico quarti d'ora, perché poi si hanno anche altre cose da fare, ma se istituissero l'albo professionale degli “Osservatori di gatti e bombi” (Os.Ga.Bo.), sarei il primo ad iscrivermi. Certo, ammirare un gatto è molto più facile. Proprio per questo dunque, quando capita l'occasione di osservare un bombo in azione, cerco di approfittarne e magari di cogliere qualche scatto fotografico.

Di bombi avevo già parlato qui, avevo scritto quo, ed avevo cianciato qua

Viste le difficoltà di ripresa del soggetto, che zonza a destra e a manca in giubilante alternanza di immersioni fra petali e pistilli, ogni volta carico il teleobiettivo in modalità macro, e mi metto a tirare raffiche di scatti, nella speranza di coglierne alcuni significativi. Poi me li riguardo con calma, e fra le decine di fotogrammi portati a casa, scelgo i più belli, che messi nella sequenza giusta, mi paiono andare a formare una sorta di sceneggiatura muta, o meglio, ronzante. In questo caso, il titolo che darei a quest'opera filmica statica, è “Doppia bombata e fuga”.

Fase di meditazione in relax

Nitore e meraviglia

Grassa goduria a molla 

Politica della distensione

Estasi statica

«...Ehehehehehehe....»

All'ombra-dei-bomb'in-fiore

In genuflettente adorazione

...rincorsa...

...ed affondo!

L'abbraccio pendulo

Il dandy dei cieli...

«...Gnéééééé...HE-HE-HE-HE-HE-HE!!!....»