Per lungo tempo sono stato cullato da una distratta convinzione infantile dell’anima. Poi la svagatezza si fece talmente invasiva, da farmi dimenticare quell’indistinta persuasione, come offuscata dallo spessore di una densa nebbia. Ora però a tratti, essa è tornata a posare di nuovo i suoi piedi di bambagia sulla soglia “fantasizzante” dell’uscio dei miei pensieri. E mi accorgo che non ha mai cessato di covare in me, nel profondo.
Questa convinzione è legata al mondo dei vecchi. Da bambino pensavo che la porzione di giovinezza riservata dalla vita, i vecchi l’avessero vissuta in bianco e nero. Anche con uno sforzo immaginativo sovra-bambinesco, non riuscivo a persuadermi che nel loro passato fossero esistiti i colori.
Li passavo in rassegna scorrazzando in sella alla mia biciclina, tutti schierati nel risicato spazio all’aperto di quel bar assiepato sul ciglio della provinciale. Lì la virulenza della strada s’ingentiliva lievemente, concedendo un sollievo al piede sudato pigiato sull’acceleratore. Incuranti degli aerosol forzati, propinati da rauchi smarmittamenti di camion coi cassoni traboccanti barbabietole o pomodori, i vecchietti al bar prestavano fede soltanto al bianchetto d’ordinanza posato sul tavolino e a qualche chiacchiera indolente lasciata cadere di tanto in tanto nel discorso corale.
Lampi di dignità senile traforavano lo sfarfallamento dei miei brevi pedali, attraversandoli con uno stroboscopico scintillio di pittoreschi dettagli. Gentili lembi di pelle bianchiccia affacciati fra le colonne d’ercole di calzini nocciola e pantaloni scuri dal severo taglio rurale. Camice celesti con le maniche corte, a fare da timida cortina più che permeabile agli aloni sottostanti di una canottiera dai millimetrici spallini. La fedele lobbia grigia con banda nera, che avresti giurato non si sarebbero cavata dalla canuta zucca nemmeno prima di andarsi a coricare di sera.
E se per un attimo consideravo la loro età, e come anche loro un tempo dovevano essere stati dei bambini o dei ragazzi, poi giovani uomini o quasi maturi signori, su quelle spalle riuscivo a veder caricate solamente lontane immagini in bianco e nero. Mi sembrava che quei pur strambi colori del loro leggendario abbigliamento, se li fossero ritrovati addosso di malavoglia, svegliandosi un po’ stupiti una mattina, la prima in cui si erano sentiti un po’ più vecchi del solito. E che vivessero questa cromaticità preterintenzionale con un’incoerenza spaesata, come personaggi loro malgrado calati in un film neorealista fuori tempo massimo.
Su di loro vedevo aleggiare nuvolette del ricordo, fatte dei vapori di cinegiornali dell’Istituto Luce, o di minuscole foto sbiadite in dissolvenza verso il proprio contorno dentellato. Le guerre dovevano averle viste per forza in bianco e nero, non c’era alternativa possibile nel mio panorama di bimbo. Il primo bacio dato ad una fidanzatina dell’epoca, non poteva esser stato scoccato diversamente che in bianco e nero. Così come in bianco e nero dovevano essere stati i tramonti estivi attesi nei campi a rimestare zolle bianche e nere, con zappe in bianco e nero, mentre un sudore tralucente di bianca fatica si andava ormai asciugando nel preannunciare un umbratile riposo fra le scure blandizie dell’imminente nero della notte.
Nella contraddittorietà labirintica dei pensamenti proto-giovanili, arrivavo persino a pensare oltre. Quei vecchi erano stati vecchi da sempre. Miriadi di altri bambini erano passati al loro cospetto, considerando la loro autorità di vecchi consapevoli della propria “vecchiettitudine” ultra-temporale che si portavano addosso.
Non mi rendevo conto allora che tutte queste sensazioni le avrei poi assunte su me stesso, con il tempo. Adesso che anche i miei ricordi (compresi quelli qui sunteggiati) si vanno ammantando di un alone degli anni sempre più tendente alla gentilezza di una velata seppiatura, mi accorgo come la vera dimensione di una certa profondità della vita non può essere diversamente espressa che dal bianco e nero.
I colori sono stati, rimangono e saranno ogni attimo bellissimi. Ma il bianco e nero ha il pregio di concedere lembi immaginativi spostati ancora di un’emozione, di volta in volta messa un millimetro più in là, e poi ancora oltre. Il bianco e nero sa portarci in luoghi nei quali qualcosa di ulteriore si auto-tratteggia sempre. Fino a dove il caldo filo cupo della nostra ombra si posa a baciare la lattea distesa del sole spennellata per terra.


















