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lunedì 2 novembre 2015

La focale degli anni


Per lungo tempo sono stato cullato da una distratta convinzione infantile dell’anima. Poi la svagatezza si fece talmente invasiva, da farmi dimenticare quell’indistinta persuasione, come offuscata dallo spessore di una densa nebbia. Ora però a tratti, essa è tornata a posare di nuovo i suoi piedi di bambagia sulla soglia “fantasizzante” dell’uscio dei miei pensieri. E mi accorgo che non ha mai cessato di covare in me, nel profondo.

Questa convinzione è legata al mondo dei vecchi. Da bambino pensavo che la porzione di giovinezza riservata dalla vita, i vecchi l’avessero vissuta in bianco e nero. Anche con uno sforzo immaginativo sovra-bambinesco, non riuscivo a persuadermi che nel loro passato fossero esistiti i colori. 

Li passavo in rassegna scorrazzando in sella alla mia biciclina, tutti schierati nel risicato spazio all’aperto di quel bar assiepato sul ciglio della provinciale. Lì la virulenza della strada s’ingentiliva lievemente, concedendo un sollievo al piede sudato pigiato sull’acceleratore. Incuranti degli aerosol forzati, propinati da rauchi smarmittamenti di camion coi cassoni traboccanti barbabietole o pomodori, i vecchietti al bar prestavano fede soltanto al bianchetto d’ordinanza posato sul tavolino e a qualche chiacchiera indolente lasciata cadere di tanto in tanto nel discorso corale. 

Lampi di dignità senile traforavano lo sfarfallamento dei miei brevi pedali, attraversandoli con uno stroboscopico scintillio di pittoreschi dettagli. Gentili lembi di pelle bianchiccia affacciati fra le colonne d’ercole di calzini nocciola e pantaloni scuri dal severo taglio rurale. Camice celesti con le maniche corte, a fare da timida cortina più che permeabile agli aloni sottostanti di una canottiera dai millimetrici spallini. La fedele lobbia grigia con banda nera, che avresti giurato non si sarebbero cavata dalla canuta zucca nemmeno prima di andarsi a coricare di sera.

E se per un attimo consideravo la loro età, e come anche loro un tempo dovevano essere stati dei bambini o dei ragazzi, poi giovani uomini o quasi maturi signori, su quelle spalle riuscivo a veder caricate solamente lontane immagini in bianco e nero. Mi sembrava che quei pur strambi colori del loro leggendario abbigliamento, se li fossero ritrovati addosso di malavoglia, svegliandosi un po’ stupiti una mattina, la prima in cui si erano sentiti un po’ più vecchi del solito. E che vivessero questa cromaticità preterintenzionale con un’incoerenza spaesata, come personaggi loro malgrado calati in un film neorealista fuori tempo massimo.

Su di loro vedevo aleggiare nuvolette del ricordo, fatte dei vapori di cinegiornali dell’Istituto Luce, o di minuscole foto sbiadite in dissolvenza verso il proprio contorno dentellato. Le guerre dovevano averle viste per forza in bianco e nero, non c’era alternativa possibile nel mio panorama di bimbo. Il primo bacio dato ad una fidanzatina dell’epoca, non poteva esser stato scoccato diversamente che in bianco e nero. Così come in bianco e nero dovevano essere stati i tramonti estivi attesi nei campi a rimestare zolle bianche e nere, con zappe in bianco e nero, mentre un sudore tralucente di bianca fatica si andava ormai asciugando nel preannunciare un umbratile riposo fra le scure blandizie dell’imminente nero della notte.

Nella contraddittorietà labirintica dei pensamenti proto-giovanili, arrivavo persino a pensare oltre. Quei vecchi erano stati vecchi da sempre. Miriadi di altri bambini erano passati al loro cospetto, considerando la loro autorità di vecchi consapevoli della propria “vecchiettitudine” ultra-temporale che si portavano addosso.

Non mi rendevo conto allora che tutte queste sensazioni le avrei poi assunte su me stesso, con il tempo. Adesso che anche i miei ricordi (compresi quelli qui sunteggiati) si vanno ammantando di un alone degli anni sempre più tendente alla gentilezza di una velata seppiatura, mi accorgo come la vera dimensione di una certa profondità della vita non può essere diversamente espressa che dal bianco e nero. 

I colori sono stati, rimangono e saranno ogni attimo bellissimi. Ma il bianco e nero ha il pregio di concedere lembi immaginativi spostati ancora di un’emozione, di volta in volta messa un millimetro più in là, e poi ancora oltre. Il bianco e nero sa portarci in luoghi nei quali qualcosa di ulteriore si auto-tratteggia sempre. Fino a dove il caldo filo cupo della nostra ombra si posa a baciare la lattea distesa del sole spennellata per terra.


martedì 26 maggio 2015

Gilli Pixelnavour - O del faccinismo militante


«…Sono un emoticone / e la faccinità scorre dentro di me…». 

Così mi verrebbe da parafrasare i versi di una famosa canzone di Charles Aznavour, quando penso alla mia “mania” di rimpinzare di “faccine” l’universo mondo del “world wide web” (per gli amici, detto “internet”). Tutti sapranno di cosa sto parlando. Le faccine o emoticons sono nate e si sono evolute proprio di pari passo con internet stesso. La mia fissazione compulsiva a fiondarle ad ogni piè sospinto nel mezzo delle frasi, è venuta di conseguenza.

All’inizio della loro storia faccinale, le faccine si sono presentate come interpunzioni anomale del testo. Il capostipite credo sia stato il semplicissimo “sorriso coricato”, formato da “due punti / lineetta / chiusa parentesi”, ossia questo qui:

:-)

E’ lui il gran patriarca degli emoticons, il caro nonno al quale tutti noi faccinisti incalliti siamo molto affezionati.

In seguito sono venuti diversi altri suoi emuli ed eredi:

L’espressione triste :-(
La strizzatina d’occhio ;-)
La sorpresa :-O
La sghignazzata :-D
Il faccino più elaborato ma più discreto (^_^)
Il bacetto :-*
Una metà via tra disgusto e delusione :-/ 
La linguaccia (nell’accezione spernacchiante, o allupata) :-P
E forse altre che non conosco o che non mi sovvengono al momento.

Con l’avvento dei vari generi di chat (Icq, Skype, e adesso soprattutto Facebook), le faccine si sono poi evolute a dismisura, con dettagli e sfumature grafiche multiformi. 

Se qualcuno a suo tempo ha pensato di inventarle e introdurle, vorrà forse dire che le faccine hanno accolto una “necessità espressiva” sentita dagli allora neo-navigatori virtuali. Sono andate a riempire un vuoto. La mia opinione è che le faccine forniscano una “stampella comunicativa” alle titubanze di chi dialoga per iscritto. Lo dico a ragion veduta, confortato dalla mia esperienza di faccinista coatto: dietro un modesto (o discreto, o bravo, o eccellente) scrittore, si nasconde un insicuro comunicativo, o, ancor meglio, un “utopista della fusione dialogica”. 

Non c’è bisogno di scomodare il mito platonico dell’androgino, per rendersi conto del senso di parzialità vissuto da tutti gli individui. Ogni umano sente dentro di sé l’urgenza di travalicare i limiti del proprio esistere, per andare a fondersi con qualcuno o qualcosa di ulteriore. Non dobbiamo dimenticare che ciascuno di noi ha fatto il proprio “ingresso nell’esistenza”, venendo calato in una dimensione il più possibile “già completa”. Accade nel grembo materno: lì si sperimenta forse la più potente e assoluta fusione con il Tutto che potremo mai conoscere in qualsiasi altro frangente della vita a seguire.

Dal momento dell’uscita dal grembo materno, viviamo la perenne nostalgia per quella completezza perduta. E tutta la vita può essere vista come un tentativo, operato con mille mezzi e in mille direzioni, di alleviare quel senso di mancanza. L’insieme di questi mezzi e di queste direzioni intraprese, può essere fatto rientrare nella generalissima dimensione del linguaggio. Tutto è linguaggio. Nel senso che ogni tentativo di trovare sollievo al nostro senso originario d’incompletezza esistenziale, può essere catalogato come forma particolare di linguaggio. E’ linguaggio l’amore; sono linguaggio l’amicizia, l’affetto, il gioco, il desiderio, la fratellanza, la sete di bellezza, la cooperazione, la solidarietà, e così via. 

Tutte queste cose sono linguaggio, perché dietro ciascuna di esse si cela lo sforzo di prendere una porzione della nostra interiorità, poggiarla su di un qualche supporto esistenziale più o meno tangibile (un gesto, un sorriso, una carezza, un bacio, un dipinto, un film, una poesia, un bonifico bancario, ecc.), e cercare di farla arrivare nel cuore di un altro individuo. Con questi reciproci scambi osmotici di interiorità, si spera di far diminuire il senso di nostalgia per il primitivo stato fusionale dal quale proveniamo.

A maggior ragione, è linguaggio la parola scritta. Insieme a quella parlata, è il linguaggio per eccellenza, la pietra filosofale a partire dalla quale si metaforizzano tutti gli altri linguaggi intesi in senso lato.

Per tornare alla questione degli emoticon e dei faccinisti incalliti. Chi usa le faccine in misura smodata, credo lo faccia per rispondere ad un moto impellente di fusione con chi legge le sue parole. Il faccinista a ripetizione teme di essere poco ascoltato dagli altri. Forse è stato poco ascoltato in generale, il faccinista, nel corso della sua vita. Oppure ha avuto solo questa impressione. Di fatto ogni faccinista, ancor prima di scoprirsi tale, sente che nella scrittura risiede la sua forma privilegiata di comunicazione. Lì spera di trovare quei brandelli di “fusione con l’Altro”, che ha sempre afferrato con fatica. Tuttavia, per quanto riesca a raffinare e a rendere efficace la sua prosa, rimane un comunicatore insicuro. E allora ecco che sente scattare in sé l’«animus faccinandi», la dolce ossessione di amplificare, ridondare, riverberare il suo discorso scritto con quei cari simboletti fottuti (sia detto col massimo della “simpatia”). 

La prossima volta dunque che incontrate un tizio (ed ogni riferimento autobiografico è puramente voluto), afflitto dal vezzo coatto di travolgervi con valanghe telematiche di sorrisini, gattini, cagnetti o simili amenità emoticali, portate pazienza: non si tratta di un comune psicopatico, è solamente un gran nostalgico dell’immersione nel Tutto.

giovedì 1 gennaio 2015

L’anticamera dei sogni a spicchi d’arancio


Il modo ottimale per trascorrere l’ultimo dell’anno, a mio avviso è quello di poter stare insieme alla persona amata. Nell’impossibilità eventuale, la seconda opzione è di poter trascorrere qualche ora con alcuni amici cari. Se per una serie di motivi non si può realizzare nessuna delle prime due alternative, rimane solo una terza scelta dignitosa: andarsene a letto. Ed è quello che ho fatto ieri sera.

In queste circostanze, ci si sforza di raccomandare a se stessi che, sì, va beh, dai, la sera dell’ultimo dell’anno è pur sempre un sempre una sera come le altre. Ma alla fine non è mai così: che tu sia in compagnia o da solo, quella dell’ultimo non è mai una sera come le altre. Il punto è che a rimanere da soli, ci se ne rendo conto di più: la differenza è tutta lì.

Me ne stavo leggendo qualcosa sotto le coperte, infagottato nel mio dispositivo invernale brevettato di lettura. I botti di qualcun altro si sono messi a fracassare il buio di fuori. I botti per me, soprattutto quelli di Capodanno, sono un po’ come il tempo per Sant’Agostino. Se non me ne parli, nemmeno io ti dico niente, ma se mi chiedi dove andrebbero infilati, ti rispondo tirando in ballo innominabili sfinteri dei molesti acquirenti dei medesimi. Sottintendendo che dopo averli colà introdotti, si rende praticamente doveroso dar fuoco alla miccia.

Il fragore di quelle flatulenze emesse da minorati mentali (in una parola: “petardi”) mi ha distratto un attimo dalla lettura. Ho posato il libro sul petto, ho portato le mani agli occhi, sfregando delicatamente le palpebre chiuse. E’ bello concedersi questo gesto, centellinandolo ogni tanto per non renderlo scontato. Mi piace osservare lo sfavillio di stelline che si forma lungo la cupa superficie globosa sotto-palpebrale, mentre un senso di distensione para-sensuale si diffonde per tutto il corpo. Poi le mani si sono aperte, allargandosi alla faccia e impugnando praticamente tutta la testa, che così accolta tra i palmi mi ha rievocato qualcosa di molto familiare, benché lontano negli anni. In questo modo, migliaia, se non milioni di volte, ho tenuto fra le mani il pallone da basket.

Chi non ha mai giocato a pallacanestro forse non potrà capire, ma è stata una specie di rivelazione. Solo in quell’attimo ho capito che in ogni partita di basket giocata, per ogni tiro fatto, per ogni palleggio, insomma per ogni gesto cestistico compiuto nei tanti anni in cui ho amato questo sport, non tenevo fra le mani la beneamata palla a spicchi, bensì la mia testa. Il senso zen del basket, ma anche di tutti gli altri sport probabilmente, mi si è svelato. E non solo di tutti gli sport: forse persino il significato di ogni azione intensa nel senso più generale. 

Ricordo infatti che proprio l’azione di gioco, in particolare nel basket, riusciva al meglio quando la testa traslocava al di fuori di sé e prendeva dimora nel pallone per rimbalzare ed essere manipolato, nelle braccia per palleggiare o passare o tirare, nelle mani, nelle gambe e nei piedi per scegliere sul campo le traiettorie più indicate o per danzare al ritmo del palleggio. Meno si pensava e meglio si agiva. 

Intanto i botti hanno continuato ancora un po’, e io mi sono gustato questa piccola scoperta, ho palleggiato immaginariamente con la mia testa, ho tirato a canestro, da 5 o 6 metri, la mia distanza preferita. Ed anche se suona molto bizzarro, la testa rimbalzava lieta sul piano di gioco e poi contro il tabellone, oppure frusciava precisa nella retina del canestro, passava dalla carezza di una mano all’altra. In un modo alternativo di volersi un po’ bene con la fantasia. Al posto della testa avevo il salutare “vuoto” che occorreva, e per alcuni momenti tutto è stato perfetto così. 

Poi ho spento la luce, mi sono girato sul fianco per accogliere il sonno, riflettendo sul fatto che una serata trascorsa con la persona amata sarebbe stata “forse” un po’ meglio. Ad avercela, la persona amata. E poi, l’ultimissimo pensiero che mi ha colto prima di addormentarmi, con ampio sollievo vanziniano, è stato: «…e anche questo ultimo dell’anno se lo sémo levati dalle palle!...».


martedì 30 settembre 2014

Chi mal comincia, si ritrova la sabbia fra i fotogrammi

«...Chi ben incomincia è a metà dell’opera...» dice un famoso proverbio. 

Ci sono proverbi per ogni circostanza e per ogni eventualità della vita. Una volta lessi una cosa interessante sui proverbi. Veniva fatto notare che praticamente per ogni proverbio, ne esiste un altro che sostiene la tesi opposta e contraria. Nel senso che, se un certo motto ti predica “pomo”, esisterà di sicuro il suo “gemello diverso” che ti raccomanda “pero”. Non ricordo gli esempi precisi che venivano riportati, ma ne ho ritrovati altri del genere, sul web:

Chi fa da sé fa per tre.
L'unione fa la forza.

Chi si loda s'imbroda.
Frate Modesto non fu mai priore.

Chi troppo vuole nulla stringe.
Chi non risica non rosica.

Nella botte piccola c'è il vino buono.
L'altezza è mezza bellezza. 

Chi di speranza campa, disperato muore!
La speranza è l'ultima a morire. 

Il riso abbonda sulla bocca degli stolti.
Il riso fa buon sangue!

Chi trova un amico trova un tesoro.
Meglio soli che male accompagnati.

Chi trova un amico trova un tesoro.
Dagli amici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io. 

Chi si accontenta gode.
Chi non risica non rosica.

Dulcis in fundo.
In cauda venenum.

Il mondo è bello perché è vario.
Tutto il mondo è paese.

Chi si somiglia si piglia.
Gli opposti si attraggono.

L'apparente caos proverbiale veniva motivato, in quello scritto, con il vasto retroterra di esperienze che solitamente si cela dietro il patrimonio della saggezza popolare. Il fatto che esistano detti opposti fra loro, non sarebbe dunque sintomo di confusione, bensì di complessità, di vasta e profonda stratificazione culturale. In altre parole, la contraddittorietà dei proverbi non sarebbe altro che lo specchio della contraddittorietà della vita. Solo le culture caratterizzate da una lunga tradizione secolare posseggono nel proprio patrimonio sapienziale un ampio e ricco spettro di esperienze in grado di abbracciare tale contraddittorietà.

I proverbi però hanno sempre quell'aura un po' pedante e “grillo-parlantina”, che non li rende propriamente la cosa più simpatica del mondo. Spesso affermano cose sagge, ma lo si ammette mal volentieri. Ecco allora che se mi chiedessero di coniare un proverbio sui proverbi, io sceglierei questo: «...I proverbi sono come la sabbia dentro il costume, in spiaggia...». Non puoi evitare di ammettere che hanno fastidiosamente ragione.

Che ci crediate o no, oggi non era mia intenzione parlare di proverbi, ma di cinema. Più precisamente, di come i film hanno inizio. Per questo ho tirato in ballo il classico «...Chi ben incomincia è a metà dell’opera...». Fior fior di esperti di cinema sostengono infatti che nei titoli d'inizio di un film (nella sigla, per così dire), il regista (o chi per lui) si giochi già una buona fetta di possibilità di catturare il gradimento dello spettatore. 

Anche se la mia opinione conta meno di nulla, questa cosa mi trova molto d'accordo. Un film con cattivi titoli è come un tizio che si avvia di slancio su per una scala, lisciando di brutto il primo gradino. Mentre un film ben introdotto e titolato è come una bella donna che scende dall'automobile, facendo sbucare con sapienza seduttiva le sue lunghe e sensuose gambe dalla portiera aperta.

Nel limite del possibile, non vedo mai un film se non dal primo millesimo di secondo iniziale. Soppeso e degusto ogni fotogramma inaugurale, centellino tutti i dettagli fin da subito. Negli ultimi anni si è affermato sempre più uno “stile” di far iniziare i film, assai “trombonesco”, pomposo, “impettito”. Sembra quasi che nella concezione di certi registi, partire con la coda di pavone completamente sventagliata, sia già di per sé garanzia di un buon inizio. Ma non sempre è così.

In particolare, uno dei vezzi più fastidiosi che sono invalsi è quello di propinare, come prima, immediatissima cosa, la gran sequela di “sborsatori di pecunia” e affini, interessati nella realizzazione del lungometraggio. Mi riferisco a quei film che cominciano con un interminabile elenco di soggetti coinvolti nella produzione, nella distribuzione, nel patrocinio, nella promozione e così via. Per intenderci, sono quelle pellicole che non hai ancora fatto in tempo ad acclimatarti sul divano e già son lì che ti bombardano con scritte (mute o accompagnate ciascuna dal tipico jingle sonoro) del tipo: La «Ghedusa Midword Entarteinment» - (tre secondi di schermo nero) – PRESENTA – (due secondi schermo nero) - UNA PRODUZIONE «Flamming Farts» - (tre secondi di schermo nero) - In collaborazione con - (tre secondi di schermo nero) - «Geppo Video» & «Subsidium Falacius» - (cinque secondi di schermo nero) – con il patrocinio del «Ministero della Cultura Sub-Sahariana» e l'«Ente Proposizionale di Salvaguardia della Tutela Transmodale».

Capisco che magari certe produzioni devono avvalersi del contributo di tanti soggetti, perché fare un film è costoso, complesso, servono mezzi, risorse, tanta gente, e non ce n'è mai abbastanza. Ma perché tutta questa roba la butti addosso a me, povero spettatore, ancor prima di avermi fatto, non dico godere uno straccio di fotogramma, ma nemmeno respirare?

In questo modo, quello che un tempo era un elegante, deciso e autorevole, modo di introdurre il film, si è tramutato in una lagna para-spocchiosa e dispersiva. Il leone della MGM, i fari con gran scialo di trombe dalla Twentieth Century Fox, l'antenna sul globo che ruota della RKO, la vetta innevata della Paramount: tutte questi elementi avevano la forza, l'efficacia, l'immediatezza iconica del “marchio”, del simbolo, al quale lo spettatore si affezionava. Per fortuna rimangono ancora buoni esempi: l'omino-lampadina della Pixar, il bimbo che pesca sulla falce di luna della Dreamworks. Non saranno paragoni calzanti, perché si tratta di produzioni molto potenti, che si possono permettere l'asciuttezza dei titoli senza dover citare mille collaboratori. Ma fatto sta che risulta veramente insopportabile, in certi film, tutta  quella macedonia introduttiva frammentaria e simil-pretenziosa, che appesantisce già il film ancor prima che sia iniziato.

Ora, sono consapevole di non essere mai andato così vicino al parlare di nulla puro. E mi rendo conto anche del fatto che questa mia disamina non cambierà un'acca delle modalità di presentare certi film. I registi continueranno a sciorinarci il loro indigesto menù d'apertura, perché ormai viviamo in un mondo in cui le ragioni commerciali, come i proverbi, hanno sempre fastidiosamente ragione. Ma almeno, scrivendo oggi queste cose, ho provato a tirarmi via un po' di sabbia da dentro gli slip.


domenica 11 maggio 2014

Il sorriso di Carly Simon

Quando si profilano momenti prolungati di aridità narrativa (un po’ come in questo periodo), sento che mi manca molto scrivere. Il punto è che c’è poco da fare. O meglio, si può provare a buttare giù qualche frase così, tanto per tenersi a galla. Ma la vera forma scrittoria, l’inventiva, la freschezza delle parole che sgorgano vivaci dalle dita…beh, tutto quello è ben altra roba.

Ho immaginato di andare a chiedere consiglio a qualcuno. Più precisamente, ai miei beniamini letterari di sempre. Tutti gli scrittori hanno dovuto combattere prima o poi con l'ottusità della pagina bianca. Chi meglio di loro dunque poteva offrirmi qualche suggerimento al proposito? 

In pratica, ho preso in mano a caso alcuni dei miei libri più amati, li ho sfogliati e ci ho guardato dentro per vedere se era possibile rinvenire qualche traccia, qualche frase illuminante. Non sempre le risposte che ho avuto sono risultate coerenti con l'argomento che mi assilla. Anzi, ho trovato più che altro passaggi che non trattano affatto di problemi relativi allo scrivere o all'ispirazione. Non sempre la scrittura è un'operazione coerente. Non ci sono e, per fortuna, non ci possono essere ricette per riempire una pagina bianca in modo degno, ma la letteratura è un universo di riverberi, in cui una parola detta si mette in risonanza con tutte le altre e col senso generale della vita. 

Ecco cosa aveva da dirmi Emily Dickinson, con una sua bella poesia del 1862: 

«...Io vivo nella Possibilità,
Una casa più bella della prosa,
Di finestre più adorna
e più superba nelle sue porte.

Ha stanze simili a cedri
Impenetrabili allo sguardo
E per tetto la volta
Perenne del cielo.

L'allietano visite dolcissime
E la mia vita è questa:
Allargare le esili mani
Per accogliervi il Paradiso...»

Uno dei testi fondamentali della secolare sapienza indiana, la “Bhagavadgītā”, mi ha invece ricordato:

«...Rinunciando mentalmente ad ogni azione, l'anima incarnata, padrona di sé, sta felice nella fortezza delle nove porte senza “agire” né “fare agire”...».

Con un grande sbalzo temporale, mi sono poi ritrovato fra i “roaring twenties” del “Grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald, pronto ad ammonirmi:

«...Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente. “Quando ti viene voglia di criticare qualcuno” mi disse “ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuti i privilegi che hai avuto tu”...».

Ancora scartabellando fra gli scaffali della libreria, mi è capitato in mano “L'idiota” di Dostoevskij. Anche lui aveva una cosa importante da rimarcare:

«...Il difetto di originalità dappertutto, nel mondo intero, e da tempo immemorabile, fu sempre considerato come il primo requisito e la miglior raccomandazione dell'uomo attivo, fattivo, pratico...[...]... Gli inventori e i geni, quasi sempre, all'inizio della loro carriera (e molto spesso anche alla fine), non furono tenuti dalla società se non in conto di sciocchi...»

Dentro a “Il profumo” di Patrick Süskind (1985), ho rispolverato questa perla mai dimenticata:

«...si sa di uomini che cercano la solitudine: penitenti, falliti, santi o profeti. Si ritirano di preferenza nel deserto, dove vivono di locuste e di miele selvatico...[...]... Lo fanno per essere più vicini a Dio. Si mortificano con l'isolamento, e se ne servono per far penitenza...[...]... Nulla di tutto questo valeva per Grenouille. Dio non gli passava neanche per la testa. Non faceva penitenza e non si aspettava illuminazioni dall'alto. Si era isolato dagli uomini soltanto per il proprio particolare piacere, soltanto per essere vicino a se stesso. Era immerso nella propria esistenza, non più distratta da altre cose, e lo trovava splendido. Giaceva nella tomba di roccia come il cadavere di se stesso, respirando appena, quel tanto per far battere il suo cuore...e tuttavia viveva in modo così intenso e sfrenato, come mai un uomo di mondo aveva vissuto nel mondo...».

E proprio sulle difficoltà dello scrivere, ancora, un bel brano di Osvaldo Soriano, intitolato proprio “Paura di scrittore”, spulciato fuori dai suoi “Racconti degli anni felici – 1974-1996”:

«...Tu che ora ti trovi in difficoltà, ricordi la calma tesa di Calvino...[...]...in Rapidità (una delle “Lezioni americane”), egli definisce il racconto...[...]: “La novella è un cavallo: un mezzo di trasporto, con una sua andatura, trotto o galoppo, secondo il percorso che deve compiere, ma la velocità di cui si parla è una velocità mentale. I difetti del narratore maldestro enumerati da Boccaccio sono soprattutto offese al ritmo; oltre a difetti di stile, perché non usa le espressioni appropriate ai personaggi e alle azioni, cioè a ben vedere, anche nella proprietà stilistica si tratta di prontezza di adattamento, agilità dell'espressione e del pensiero”. Ora siediti a scrivere. Insisti, finché il cavallo non avrà preso un trotto regolare e armonioso. Dopo viene il galoppo...».

Ma il suggerimento più bello, è stato l'ultimo scovato. L'ho rinvenuto su di un bellissimo libro di Kurt Vonnegut, “Ghiaccio-nove”(1963). Suona esattamente così:

«...Uno dei tanti beoni
Addormentati nel parco
E un cacciator di leoni
Nella giungla al varco
E un dentista cinese
E una regina inglese -
Tutti quanti incastrati
Nel medesimo arnese
Bello, bello, molto bello
Bello, bello, molto bello -
Tanta gente differente
Nel medesimo orpello...».

Perché i libri sanno sempre raccontarti le cose giuste, ti parlano di quello che vuoi, nel momento opportuno. I libri si presentano felicemente inattesi, come il sorriso di Carly Simon.

mercoledì 26 febbraio 2014

Parola di Gillipixel


Cari amici viandanti per pensieri, qualche tempo fa vi ho raccontato di uno stupefacente fenomeno che sono solito osservare nelle mie passeggiate campagnole solatie. Si tratta di un piccolo spettacolo sorprendente, ma talmente fuggevole e difficile da fermare sul velo di una precaria impixellata fotografica, che a parlarne si corre il rischio di passare per un visionario sparapalle a vapore, millantator trombone che tutto da solo se la canta e se la suona.

Mi riferisco al leggero, infinitesimale ma infinito manto di ragnatele posato su ogni dove campagnolesco a perdita d'occhio. Il fenomeno è talmente incredibile ed al contempo nascosto, che se lo racconti a chi non l'ha mai visto, puoi appunto far la figura di un gran fanfarone coi fiocchi. La sua massima espressione è osservabile nei campi arati o in qualche modo lavorati in attesa della semina. Tra una zolla e l'altra, tra un montarozzo “terreo” ed il suo omologo vicino, si dipana tutta un'incredibile fitta trama di micro-filature, che intesse un dedalo di esili ponticelli di collegamento fra i diversi mini-promontori, un panno ragnatelare multidiffuso e onnidirezionato.

Vedete che contorsioni verbali tocca fare per rendere l'idea, tanto è insolita e singolare questa sottile manifestazione della natura. E non è curiosa e basta, ma anche coglibile solamente in particolari condizioni. La rete di ragnatele è visibile infatti quando c'è un bel sole e l'aria è limpida, ma solo se si osserva la superficie interessata in controluce. Circostanza questa che fa pienamente a pugni con le esigenze della ripresa fotografica.

Nonostante tutto ciò, nei giorni scorsi, in qualche modo mi è riuscito di cogliere il vello di ragnatele in un paio di foto. Non sarà mai come vedere l'effetto direttamente dal vivo, ma credo che le immagini rendano lo stesso l'idea. In questo caso i filamenti sono sospesi fra uno stelo d'erba e l'altro, ma lo stupore è sempre garantito.
Insomma, non vi avevo raccontato una balla, o perlomeno, non tanto grossa come sembrava in apparenza. Tenete conto che la foto coglie solo una minima parte dei filamenti effettivamente distribuiti su tutta la pelliccia erbosa.

Per oggi è tutto. In una giornata in cui non avevo nulla da dire, ho provato ad ogni modo a raccontare qualcosa.



mercoledì 19 febbraio 2014

Citando Walt Whitman: «...Ma va' a ciapà Irat»



Mi mettono sempre addosso una discreta dose di tristezza quelle pubblicità che ti vengono a magnificare il loro prodotto quasi fosse una questione di vita o di morte. Se non lo possiedi sei perduto, finito, annichilito. Sei una merdaccia, un escluso, un paria, un infelice indegno di questa società.

Di solito sono particolarmente specializzate in questa frullatura di maroni, le case automobilistiche. «...Ah, se non sali su quel modello...ah, se non possiedi quella vettura...ah, se non guidi tenendo in mano quel volante...»...Ma vai ad “evacuare”, va'!...

Si sintonizza volentieri su questa frequenza spottaiola anche una nota ditta di aggeggi multimediali, il cui nome non serve neanche citare. Una delle ultime performance più trombonesche mi pare proprio quella che si apre con le parole di un celebre film: «...Citando Walt Whitman...» e poi giù a sciorinare una sequela di magniloquenze poetiche assai spropositate, se contestualizzate alla dimensione in fattispecie, per la quale basterebbe semplicemente dire: «...Ti voglio vendere 'sto coso qui, funziona molto bene, ti interessa?...».

E dire che «L'attimo fuggente» è uno dei miei film preferiti di sempre (fatti salvi forse alcuni eccessi di melensaggine). E dire che la possanza declamatoria di Walt Whitman in molti dei suoi passi mi esalta. Eppure se si prendono le due cose e le si frullano insieme in un pastone pubblicitario, ecco, va a finire che mi mettono tristezza. Il prodotto pubblicizzato è già buono di per sé, immagino. Che bisogno c'è di propinare alla gente queste patomime melassoidi per invogliare all'acquisto? Veramente dopo aver sentito quella roba lì, uno dovrebbe desiderare di avere un certo oggetto?

Boh...evidentemente la cosa funziona, e sono io totalmente fuori dal mondo: me ne faccio una ragione...

Riflettevo un po' su queste cose e sulla dura vita del pubblicitario, che per campare deve arrabattarsi da mattina a sera per far credere alla gente che gli asini volano, quando, sempre a proposito di blandizie e réclame, mi arriva una mail con un'inequivocabile proposta commerciale: «Penis Growth Promo – New genetical engeeniring breakthrough published».

Il loro slogan poi promette: «No hassle, no pain, no exercises - the new wonder product is here». E non immagino nemmeno pensare a cosa si riferiscano quando sostengono che ti promettono di evitare l'incombenza degli esercizi nell'ottenimento del risultato.

Così, dopo un primo attimo di lusinga diffusa per tutto il mio essere, nel pensare che, ma guarda un po', al mondo c'è persino un'intera equipe di ingegneri tutta preoccupata per me riguardo a quella cosa lì...e dopo aver anche soppesato per qualche secondo l'idea di rispondere cortesemente: «...no, grazie, sono a posto così...»...mi è tornata alla mente la faccenda di Walt Whitman, prezzolato suo malgrado e ridotto ad involontario imbonitore da mercato.

Mi sono detto: ma perché i pubblicitari non si parlano fra loro? Ma guarda che spreco di energie, se solo si fossero incontrati...

Là abbiamo un'equipe di spottaroli eruditi, sensibili, che vanno a tirare in ballo addirittura una tiritera in alta poesia, laddove basterebbe forse essere più concreti e diretti, più terra terra, più parlanti come si mangia.

Qui invece, una banda di pubblicizzatori che va clamorosamente, troppo frettolosamente, al sodo, parla di ingrossamenti come parlare del tempo, tira fuori l'«argomento» così senza ritegno...e le misure...ah, se contano le misure, signora mia!

Eppure, sarebbe bastato che i due gruppi di creativi si confrontassero e ne sarebbe sortito un connubio da favola. Quelli di Walt Whitman avrebbero potuto suggerire a quelli col cervello un po' all'«ingrosso», che il sommo bardo americano scrisse alcuni versi perfetti per accompagnare le mirabilia lievitanti del loro prodotto.

Nel capolavoro «Foglie d'erba», più precisamente in un passo del capitolo «Canto di me stesso», intorno al verso 530, così recita il poeta:

«...Se adorerò una cosa più che un'altra sarà l'estensione / del mio corpo o ciascuna sua parte / Sarai tu, traslucida forma di me! / Voi, recessi ombrosi e sporgenze! Tu, saldo coltro virile! / Sarete voi, qualsiasi cosa rivolta a coltivare me! / Tu, ricco mio sangue! Il tuo latteo ruscello, pallida / spremitura di vita!...».

E ancora, intorno al verso 1170:

«...Oh spanna di giovinezza! elasticità sempre tesa! / Oh età virile, equilibrata, florida e piena...».

Lo giuro, non mi sono inventato niente, ho solo riportato sillaba per sillaba i versi precisi (edizione BUR Poesia Rizzoli del 1991, traduzione di Ariodante Marianni), e per chi non lo sapesse “coltro” precisamente significa “lama tagliente dell'aratro disposta poco avanti al vomere (e serve a tagliare verticalmente la fetta di terreno)”...e qui mi pare proprio che il vecchio Walt si sia spiegato più che bene...

Un po' alla maniera del grande cantore dell'americanità, viene dunque da concludere: «...Ah spreco di energie! Ah, se vi foste parlati!...».

Oppure, sempre citando Walt Whitman: «...Ma va a da' via Ipéd...».



sabato 21 dicembre 2013

Under a Peppa pink sky


Al terzo posto, nella classifica delle entità evanescenti e semi-leggendarie, dopo gli unicorni e le sirene, metterei sicuramente i soffitti dei supermercati. Sono quasi certo che se si facesse un’indagine di mercato (anzi, nella fattispecie “di supermercato”: eh-eh! ah-ah! uh-uh! ho fatto la battuta...), interpellando ciascun cliente, all’uscita di un centro commerciale o luogo equipollente, e interrogandolo riguardo alle fattezze del soffitto dei locali in cui ha appena percorso centinaia di metri al seguito nel proprio carrello, con indefessa spavalderia, quello risponderebbe: «…Boh?...».

L’ambiente supermercatesco si presenta per sua natura virtualmente privo di tetto. E’ talmente potente l’energia polarizzatrice che scaturisce da tutto il congegno consumisticheggiante apparecchiato lungo il piano della visione orizzontale, tra scaffali, banchi, banconi, offerte due per tre, sodomie fai da te, che a nessuno degli avventori passerebbe mai minimamente per la capa di alzare lo sguardo al di sopra dei 90 gradi, misurati a partire dalle tomaie delle proprie scarpe. Non c'è niente da fare, è una legge fisica più forte di qualsiasi volontà individuale, anche la più ferrea. Il cliente del supermercato è congenitamente incapace di sollevare lo sguardo sopra il piano dell'orizzonte merceologico in cui è immerso. Sarebbe come chiedere ad un campione statisticamente selezionato di maschi mediamente giovani e mediamente eterosessuali, di saper descrivere il colore degli occhi di una modella vista sfilare cinque minuti prima, completamente nuda nella sala d'aspetto del dentista.

Ogni supermercato di fatto, per quanto può constare a chi lo frequenta, è dunque un grande locale a cielo aperto.

Abitando in un luogo come Gillipixiland, capita poi di trascorrere anche intere settimane senza vederlo, il cielo. Quello vero. Le nebbie di tanto in tanto si caricano di un tonnellaggio talmente intenso, da non lasciare scampo anche per intere settimane. L'esperienza ondeggia fra il mistico e il futuristico: non poter vedere l'azzurro lassù per così tanto tempo, o non riuscire a sbirciare neanche una nuvoletta, anche se vagamente grigia, ma almeno un po' alta sopra la testa, causa ai propri pensieri un bislacco effetto “pentola a pressione”. Tutto ciò che è contenuto nella mente si comprime a delle densità inenarrabili. Si forma nella scatola cranica una forza centripeta come quella di un buco nero: nessuna idea riesce più ad uscire fuori.

Il fenomeno per di più si amplifica e si complica a dismisura, se si considera il mitragliamento informativo proveniente ogni minuto della giornata, dalla tele, dai giornali, dal web, ecc. Stai lì, trascorri i giorni sotto la tua cappa di nebbia spietata, sempiterna, con il cranio che via via si va farcendo di suoni, impressioni, mozziconi di concetti, fino al punto di trovarti quasi ad un passo da un tuo personale nirvana, assiso alla destra di Lola Falana. E intanto la mente rimbomba di echi confusi e compressi: forconi, primarie, larghe intese, Renzi, Cuperlo, agibilità politica, De Falco-Schettino, «...Capitano, salga sulla biscaccina e torni a bordo, cazzo!!!», forconi, porconi, porcellum, mattarellum, decadenza, tavolo delle contrattazioni, in-cos-ti-tu-zio-na-li-tà, tattà, taratatta-tattà.

A volte però le due dimensioni esistenziali intrecciano i propri sentieri, e succede allora di sperimentare delle mini-implosioni emozional-meditative. Come qualche giorno fa, quando ho fatto una capatina ad un supermercato di discrete dimensioni, in un paese vicino a Gillipixiland: Cateatersville. Mi trovavo dunque nel reparto ortofrutta, immerso senza soluzione di continuità nel mio trip lineare di foschie mentali prolungate. Ero completamente assorto in un tipico sguardo mono-direzionato da avventore di supermarket, le pupille rigorosamente fisse sul cavolo cappuccio, con solo qualche concessione, in visione periferica, all'occhio languido di un povero pangasio, appecoronato a breve distanza, dietro alla vetrina del bancone del pesce.

Quando, ad un tratto, dall'immancabile tramestio musicale di fondo inesorabilmente propinato ai clienti, si levano con potenza evocativa le note di «Creep», dei Radiohead. E' una canzone che ha sempre avuto un potere catartico molto forte su di me. Soprattutto sul finale, quando Thom Yorke si produce in quell'ululato fantastico, a mio avviso una delle sequenze di note più melodicamente liberatorie della storia del rock. Ecco dunque partire lo strascicato, elegantissimo strazio canoro a chiusura di «Creep». Per l'occasione l'urlo musical-belluino mi fa da stura-lavandino mentale, e mi trascina lo sguardo in alto, dove faccio appena in tempo a cogliere tutta la grettezza del soffitto di quei locali commerciali, prima che la mia mente voli ancora più su, sfondando il plafone, perforando la coltre di nebbia e planando nel mondo rarefatto dell'ultra-ortolanità redentrice.

Con questa energia trans-mercatale ancora in corpo, mi accingo a proseguire il mio giro carrellato, finché giungo in prossimità di uno scaffaletto ricolmo di simpatici peluche. Riconosco senza meno una teneroide riproduzione dello scoiattolino dell'«Era glaciale», con tanto di adorata nocciolina, e una coda talmente peluchosa, che devo fare appello a tutta la mia consapevolezza anagrafica, per riuscire a sottrarmi alle lusinghe dell'acquisto complusivo.

Il tempo delle folgorazioni quotidiane non doveva però essersi esaurito con l'epifanico ascolto di «Creep», perché ad un certo punto, intravedo nella pelucheria assortita, una vellutata riproduzione di Peppa Pig.

Peppa Pig è un fenomeno dei nostri giorni. E' un'icona indiscutibile, capace di lasciare una traccia indelebile su tutto il profilo di un'epoca. Ci scommetto che fra parecchi anni, quando nessuno si ricorderà più di Berlusconi, Letta, Alfano, le larghe intese, lo spread e Flavia Vento, Peppa Pig continuerà invece ad essere annoverata come il vero termometro sociale e culturale dei primi anni '10 del ventunesimo secolo. Mi sono interrogato spesso sul successo incredibile che Peppa riscuote fra i più piccini. Rimangono letteralmente incollati alla poltrona, quando parte l'ineffabile sigletta, con le tenere presentazioni a grugnito. Per puro dovere documentativo (e solo per esso, si badi bene...), mi sono allora sottoposto alla visione di vari episodi.

Volevo capire come fosse possibile che un insieme di suggestioni visive e sonore portate ad un estremo ultimo della semplicità così avanzato, riuscisse far scaturire un fascino talmente potente nei piccoletti dei nostri giorni. Non l'ho capito, anche perché la fascinazione è stata talmente intensa, da sopraffare anche la mia obiettività di studioso. Sono divenuto io stesso un Peppa-pigghista certificato, senza quasi che me ne rendessi conto.

Vedere quel piccolo simulacro peppesco nello scaffale del supermercato, mi ha tuttavia aperto un vago spiraglio esegetico. Com'è noto, Peppa, così come tutti i suoi amici cartonati, non conosce distinzione tra profilo e fronte. I suoi occhi stanno entrambi sempre e comunque cubisticamente al di qua del naso. La versione peluche di Peppa, per ovvie esigenze tridimensionali, presentava invece la scansione nasale fra un occhio e l'altro.

Il piccolo cortocircuito formale peppeggiante mi ha riportato alla memoria certe cose lette sulla storia dell'arte di Ernst Gombrich, riguardo all'arte egizia: «...In un genere di pittura così elementare è facile capire la tecnica dell'artista, che è press'a poco adottata nella maggior parte dei disegni infantili. […] Tutto doveva essere presentato dal punto di vista più caratteristico. […]...l'arte egizia non si basava su ciò che l'artista poteva vedere in un dato momento, quanto piuttosto su ciò che egli sapeva appartenere a una determinata persona o a un determinato luogo...».

Pensando allora che un po' tutta l'estetica di Peppa segue in qualche modo questa logica visiva ordinatrice, mi sono detto: «...Vuoi vedere che il segreto del fascino di Peppa si nasconde dietro la patina dei secoli, fra gli anfratti piramidali della concezione artistica egizia?...».

E così con questo interrogativo nella mente, ormai sturata dal tappo nebuloso-informativo, negandomi fra mille tormenti vetero-fanciulleschi anche l'improvvido acquisto del felpato simulacro di Peppa, mi sono incamminato verso l'uscita del supermercato, dove ho constatato con gioia che il sole era ritornato a farsi vedere alto nel cielo.



giovedì 14 novembre 2013

It’s a v-llludo?


Stavo meditando se fosse più fastidiosa una cazzuolata di puntine nascostamente calata nelle mutande da mano proditoria, oppure la foca con la voce della Littizzetto, quando sono incappato in un pensiero secondario.

L’obiettività.

Cos’è che è veramente obiettivo, a questo mondo?

Azzardando una risposta alla carlona (e anche un po’ alla ernestona), mi vien quasi da affermare: niente. Niente è obiettivo a questo mondo.

L’impressione circa una certa idea, che avevamo dato felicemente per assodata intorno al mezzogiorno del dì di festa, davanti al buonumore di un piatto di spaghetti fumanti, cotechino con purè, torta inzuppata alla panna, vini assortiti, caffè, ammazzacaffè, vacilla miseramente qualche ora più tardi, con lo stomaco in subbuglio per una troppo dilungata digestione, concomitante la mestizia per il volgere al termine dell’atmosfera festaiola.

Non soltanto ogni cosa, ogni evento, fenomeno, muta incessantemente di fronte alla nostra considerazione, ma queste continue mutazioni sono per di più in balia dei più svariati stati d’animo da noi attraversati.

A questo si aggiunga il fatto dell’incremento di esperienza, accumulata inoltrandosi di man in mano nel sentiero della vita, tanto che ad ogni passaggio del nostro tempo biografico in evoluzione, ci pare di aver vestito identità diverse, di essere stati persone differenti, di aver impersonato decine di ruoli e nemmeno tanto attinenti l’uno con l’altro.

Tutte queste considerazioni per giungere a concludere che è vero tutto, ed è vero anche il contrario di tutto? Che ogni cosa è falsa e vera nel medesimo momento? No, assolutamente niente di tutto ciò.

Il vero ed il falso, da qualche parte perlomeno, devono esistere, ed anche essere nettamente distinti. Ma quella distinzione, con la maggior cura filologica possibile per il termine, va ricercata appunto nel nome di una “obiettività” che intende il Vero come incessante “obiettivo” al quale tendere. Il Vero è oggetto troppo vasto per la piccolezza di sguardo del “conoscente”, che si deve perciò vestire di modestia suprema e navigare a vista tra verità parziali conquistate di volta in volta.

Non so come mai sono stato colto da simili bislacchi pensieri, e non so nemmeno se sono attinenti con i bei brani e citazioni che mi va di riportare di seguito. A mio avviso, una qualche attinenza c’è, e ci si può persino divertire ad andarla a stanare:

«…L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. E’ con noi ovunque e sempre. E’ presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla…».

La festa dell’insignificanza
Milan Kundera - 2013

«…Jung è […] persuaso che la psiche è così solidale con la storia da esserne profondamente attraversata e modificata. Questa variazione continua non consente una costruzione della psicologia come scienza esatta, ma un’attenzione ininterrotta alle sue mutazioni che sono decise dalla forma che di volta in volta assume la storia. Questa infatti, inaugurando delle idee dominanti e dei modi collettivi di vita di volta in volta diversi, modifica continuamente la natura dell’inconscio che si trova ad ospitare ciò che le varie epoche storiche rimuovono come non confacente alla visione del mondo che di volta in volta inaugurano. […] tra civiltà, che è cura dell’ordine intersoggettivo, e psicologia del profondo, che è cura dello scarto soggettivo, c’è rapporto e sguardo reciproco…».

Il gioco delle opinioni
Umberto Galimberti – 1989

E per far quadrare il cerchio di questa confusionale miscellanea di suggestioni sgangherate, mi piace concludere citando (per sommi capi) le parole di Philippe Daverio, riguardo alle opere di Pablo Picasso, in riferimento particolare a quelle più astruse del periodo cubista: «…Adoro Picasso, anche se il più delle volte non mi dice assolutamente niente…».

Così, mentre anche per oggi narrativamente mi accomiato, mi sento ancor più roso dall’amletico dubitare: è più intensa fonte d’attrazione per le legnate, la foca con la voce della Littizzetto, oppure George Clooney quando domanda: «…It’s a v-llludo?...».
 


mercoledì 1 maggio 2013

Changing chanches


Certe volte le ragioni della tecnologia sono veramente misteriose da sondare. Quando si tratta di diavolerie tecnologiche, l’idea di fondo sarebbe quella di fare tutti insieme importanti e necessari passi avanti.

Non di rado invece, confrontandosi coi vari strumenti della modernità, si viene colti dalla tipica illusione del “treno che parte stando fermo”. Lo abbiamo sperimentato un po’ tutti: il nostro treno è in sosta in una stazione, affiancato ad un altro convoglio. D’un tratto ci mettiamo in moto: “…oh là, bene, era ora, che siamo già in ritardo…”. Ma stranamente la carrozza non trasmette vibrazioni, né scossoni o indizi di movimento di sorta. “…Minchia come si sono evolute le Ferrovie dello Stato…” non fai nemmeno a tempo ad iniziare a pensare, quando presto l’arcano si svela da sé: a muoversi era soltanto l’altro treno che, inquadrato con globale copertura nella visuale del tuo finestrino, aveva semplicemente messo in moto, di riflesso, il tuo “mondo” di riferimento del momento.

Sensazioni del genere sono spesso riservate dall’avanzare del treno della tecnologia. E fosse solo tutto lì. Sempre la medesima locomotiva modernista ci fa anche sentire, spesso e volentieri, come calati in qualche modo in una impressione diffusa di “centro-milanesità”.

Se qualche volta vi è capitato di fare due passi in centro a Milano, capirete subito cosa intendo. Metti che parti da casa con tutte le più pigre intenzioni, ti dirigi verso il fulcro della metropoli meneghina con il fermissimo intento di non fare assolutamente niente di utile, giuri e spergiuri che butterai via senza ritegno tutta l’intera giornata nella maniera più vacua e superflua…ma niente da fare. Basta una manciata di minuti d’immersione nel classico milanesiano sottofondo esistenziale del “cur de chì, cur de là” (“corri di qui, corri di là”) ed in men che non si dica, si viene presi dalla frenesia di fare un rogito, aprire una partita IVA oppure, in mancanza di meglio, un chiosco dipinto di viola per la somministrazione di banane split sottotitolate alla pagina 777.

In centro a Milano, insomma, anche andando là con le più rigorose intenzioni di non combinare assolutamente una beata fava, ti ritrovi con l’urgenza assoluta di fare qualcosa e, quasi come diretto corollario, non c’è modo di non sentirsi perennemente in ritardo. Anche arrivando, tanto per dire, ad un appuntamento con 30 minuti di anticipo, ci si sente in ogni caso in colpa per non aver precorso i tempi di almeno un’ora. Introducendo una rima bislacca che immediatamente chiama vendetta (ed anche varie bastonate sulla schiena di chi scrive), si potrebbe dunque dire che “…all’ombra della Madonnina, tutte le cose andavano fatta prima…”.

Una faccenda analoga capita con gli strumenti tecnologici. Compri l’ultimissimo modello di computer perché urge assolutamente realizzare un qualcosa che non ti saresti mai minimamente sognato di fare prima? Passano due giorni e ti senti già di aver mancato l’appuntamento con il destino, seppur d’un soffio, causa l’uscita nel frattempo dell’ultra-recente versione iper-aggiornata, multi-opzionalizzata, extra-accessoriata. Ti abboni al gestore di telefonia mobile più ganzo in circolazione, quello che ti fa risparmiare all’inverosimile, vitto, alloggio, imbiancatura e stiratura compresi nel prezzo? E’ tutto inutile: due minuti dopo, vieni a sapere che un altro gestore, oltre a telefonate illimitate ed sms a valanga, ti trova anche la morosa, ti fa la lista nozze alla Rinascente, riuscendo a spuntare persino un po’ di sconto sulla tariffa mensile.

Ne deriva allora uno strano e paradossale fenomeno. La tecnologia, in teoria somma dimensione di pertinenza dello sguardo rivolto verso il futuro, costringe invece a tenere quasi sempre gli occhi girati in direzione del passato, seppur un passato prossimo, in un interminabile rimpianto dell’occasione perduta.

E’ stato introdotto inoltre da qualche tempo un certo tipo di dettaglio tecnologico che porta un’ulteriore ventata di spaesamento in questo già contraddittorio panorama. Mi riferisco alle tv di ultima concezione, con schermi LCD o al plasma et similia, in abbinamento con il sistema di trasmissione digitale. Cosa capita con queste nuove ribalderie “tecno-illogiche”? Passo senz’altro ad illustrarvelo e ripeto, si tratta di un dettaglio, di un’inezia da nulla, ma nel suo genere piuttosto buffa.

I termini “modernità” e “velocità”, nell’immaginario comune, sono sempre stati considerati praticamente come sinonimi. Cosa non ti combinano invece le nuove tv? Mentre con la mano destra ti spingono per farti fare 10 passi avanti (e ad onor del vero, te li fanno anche fare), con la sinistra ti tirano nel verso opposto, per farne 4 indietro.

La fulminea celerità del cambiatore di canali, da quando è stato inventato il telecomando, è sempre stata un’immagine simbolo, nell’ambito di una delle leggende più luminose della modernità. Lo stesso idolo supremo della frustrazione moderna assoluta, il ragionier Ugo Fantozzi, immortalò questo concetto in alcune delle scene più memorabili della sua ineguagliabile saga.

Ecco che le nuove tv, allora, demoliscono inspiegabilmente questo mito assoluto. Uno arriva a casa tutto preso dal vortice della velocizzazione vissuta per le strade, negli uffici, nei luoghi pubblici vari, e non vede l’ora di prolungare la droga di quella frenesia realizzando il nuovo record mondiale di cambiata di canali…e invece no! Si ritrova fra le mani quella pappamolla di telecomando novello che, seppur super-tecnologizzato, in combutta con sua sorella tv all’ultimissimo grido, ti concede un cambio di canale con ritmi talmente blandi da risultare graditi semmai ad una placida famigliola di bradipi teledipendenti.

Quante volte, preso nel flusso dell’orgasmo cambiatorio, mi è successo di voler ritornare immediatamente sui miei passi, per cogliere al volo una frazione d’immagine maliarda che mi aveva catturato l’attenzione, oppure un frame malandrino che si era tirato dietro un retrogusto di curiosità inappagata, ed ho dovuto invece capitolare fra le grinfie della lentezza inesorabile dei modernissimi cambiacanali…

Coi tempi geologici di questi telecomandi lumaca, quando finalmente sei riuscito a riportarti sul canale che t’interessava, stai bello fresco: l’emittente ha già fatto in tempo a finire 3 trasmissioni e a mandare in onda due valigie di pubblicità.

Ecco allora che, rivolgendomi ai sommi sapientoni progettatori di iper-avanzate stramberie tecnologiche assortite, mi sento di lanciare un monito (o forse addirittura anche un monitor…sulla loro schiena però, magari di quelli belli sostanziosi di una volta, con tanto di tubo catodico e 20 chili di concretezza…).

Mi sento di rivolgere loro una richiesta, una prece, una supplica, una petizione: a ridatéce er telecomando a cambio immediato!!!

Se dobbiamo stare al passo coi tempi, vogliamo starci fino in fondo, tutti belli e precisi, in perfetta sintonia fantozziana con il “Tutto” modernizzante, lanciati senza freni verso i luminosi orizzonti del progresso irrefrenabile.
 



venerdì 22 marzo 2013

In fra mezzo fisico e spirito



Quante volte capita di pensare: «…Ah, se l’avessi scoperta prima, questa cosa…». Ma poi a ben vedere, ci si accorge di come esista un momento necessario ed opportuno per ogni faccenda, e si tende così a persuadersi della superfluità dell’iniziale rimpianto. Questo, giusto per non scomodare il celeberrimo passo del libro di Qohelet, o Ecclesiaste che dir si voglia: «…Ogni cosa ha il suo momento, ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo: Tempo di nascere e tempo di morire / Tempo di piantare e tempo di sradicare / Tempo di uccidere e tempo di curare…».

Gli accadimenti, le circostanze, le consapevolezze, i fatti e gli oggetti ci scorrono davanti, magari riproponendosi più volte a distanza di tempo, e chissà per quale misteriosa alchimia, in una data occasione li sappiamo comprendere apprezzare e fare nostri, mentre, in tutte le altre congiunture precedenti, li avevamo ignorati, se non addirittura screditati.

Ci si domanderà: ma cosa sarà successo di talmente sensazionale da far ricorso ad una così pretenziosa premessa? Beh, niente di che, a dire il vero. Ho semplicemente scoperto la superiorità sensorial-spirituale delle ciabatte infradito. Mi sono messo a frequentarle durante la scorsa estate, e da allora il pedonale idillio non si è ancora interrotto. Nemmeno gli ostacoli invernali delle calze hanno saputo interrompere il flusso positivo di energetico scambio che sono riuscito ad intessere con queste propaggini corporali umili, ma così dense di significazioni muscolo-epidermico-digitali.

Con l’approssimarsi dell’autunno, ero già fortemente preoccupato di doverle abbandonare in una scatola, in attesa di poterle inforcare di nuovo col ritorno dei primi tepori primaverili. E invece no. Non mi andava di separarmi da quella confortevole sensazione di pinzamento che ti sanno regalare, e così ho trovato la soluzione senza quasi nemmeno pensarla. Le infradito si portano benissimo anche con le calze, basta shiftare leggermente indietro queste ultime nella zona calcagno, in modo da concedere agio alla stoffa in punta di farsi golfo all’innesco fra “pòlluce ed ìnduce”. E così mi sono fatto tutto il mio bell’inverno infraditato e contento.

Infradito è meglio, per tanti motivi.

Innanzitutto l’infradito rimarca in modo pregevole il continuo dialogo sussistente fra consapevolezza del piede e consapevolezza corporale in generale. Il fenomeno è così noto e consueto, da passare quasi inosservato: quando ci muoviamo, camminiamo, arrestiamo il passo, oppure facciamo uno scarto per cambiare direzione, e così via, il piede dialoga continuamente col resto del corpo. Anche solamente per mantenere l’equilibrio stando fermi in piedi (e non è un caso che si usi l’espressione “in piedi”, pensateci…), attiviamo tutto uno scambio di informazioni propriocettive, per lo più inconsapevoli, fra il nostro “centro direzionale” fisico superiore, e quella lontana sua propaggine posta in vicinanza del suolo. Sono tantissime le informazioni con feedback in andata e ritorno, contrabbandate tra zone alte e periferia inferiore: magari l’alluce fa una piccola pressione per meglio distribuire i pesi delle braccia, che si sono per un attimo protratte in avanti; oppure le altre quattro dita accolgono altri movimenti del busto, con una piccola ondata di assestamenti assorbita lungo la propria raggiera; o ancora, la pianta si distende ampia per favorire l’assorbimento di una lunga falcata della gamba; e mille altre casistiche varie.

Cavalcando la ciabatta infradito, tutto il colloquio corpo-piede si affina e si arricchisce. Il piede sente la sua voce farsi più autorevole, ancorato com’è al delizioso tormento del piccolo piolo alloggiato fra il ditone ed il suo vicino. Per parte sua invece, il corpo si gusta con amplificato agio la maggior chiarezza dei segnali che provengono dalle sue propaggini basse. In sostanza è un parlarsi più franco e meglio definito, fra piede e corpo, quando sono le infradito a fare da interpreti.

La sensazione che per il neofita di questa ciabatta può ingannevolmente apparire di fastidio e di intrusione, con un breve periodo di rodaggio e di abitudine, volge in una gradevolezza e in un interessante senso di presenza. Anzi, è proprio una simile ambivalenza del sentire, un misto fra stimolo incessante e rassicurante conferma, che alla fine si apprezza di più nell’uso di questi semplici calzari. Il piede mastica di continuo il suo medesimo sentir se stesso.

Ma poi, oltre a questi aspetti, o forse proprio in approfondimento di questi aspetti, la ciabatta infradito introduce a mio avviso anche una vicinanza più prossima con una non meglio definibile sensazione di “sensuosità” diffusa. Non voglio esagerare, e infatti non ho parlato di sensualità in senso proprio. “Sensuosità” mi sembra termine più adeguato per indicare una sorta di piacevolezza fisica trasmessa dall’infradito, un tipo di sensualità più “laica” e meno sacrale di quella strettamente intesa.

Chissà se tutte le mie considerazioni c’entrano qualcosa col fatto che questo tipo di calzature, anche nell’immaginario comune, sono spesso associate alla figura di saggi e uomini di carisma orientali. Se penso alle infradito, mi vengono in mente fieri samurai, ieratici bonzi, illuminati monaci sprofondati nel trasporto meditativo più intenso, eleganti maestri delle più atletiche arti marziali, seducenti geishe ticchettanti a passetti rapidi sul tatami.

E dato che ho esagerato sin dall'inizio, introducendo il mio strano discorso di oggi con una forse troppo nobile citazione, soprattutto se confrontata con la pochezza del mio dire, mi affido sempre alla medesima fonte per completare la suggestione. Sempre nel libro dell’Ecclesiaste, ricercando il noto brano da riportare con precisione letterale in apertura, e poi sleggiucchiando oltre, ho trovato anche questo stupendo passaggio: «…Ciò che è già stato, è; ciò che sarà, già da tempo è accaduto. Dio riporta sempre ciò che è scomparso…».

Non lo conoscevo, ma a questo punto sono grato alle mie infradito, se girovagando per i pensieri da esse stimolati, sono giunto sino a questa perla di misterica saggezza. Mi lascio un po' cullare dalla stranezza culturale che mi fa cogliere una certa affinità fra il sapore orientaleggiante di questa citazione ed il riferimento alla predilezione dei saggi delle terre del sol levante per le ciabatte infradito.

La ciclicità temporale non è una categoria filosofico-teologica così usuale per le pagine della Bibbia. Eppure in questa frase del libro dell’Ecclesiaste, essa è suggerita in maniera piuttosto lampante. E sempre andando dietro alle mie imbizzarrite elucubrazioni, colgo insieme una certa espressione di ciclicità insita anche nelle umili dinamiche innescate dalle ciabatte infradito. E' forse proprio quello che esse sanno mettere in moto, quando le portiamo: una ciclicità piede-corpo, un continuo (se non proprio eterno) ritorno, un rimando fra parti del corpo che si mettono in armonia fra loro, parlandosi, interrogandosi e rispondendosi.

Ora, ritengo che considerazioni molto simili a queste introdotte riguardo alle valenze sensorial-significanti di pertinenza delle ciabatte infradito, si potrebbero fare magari, per somiglianza anatomico-percettiva, anche per quanto concerne l’uso del tanga o del perizoma. Ma essendo quello un territorio tematico alquanto delicato, mi accontento qui di aver stimolato la riflessione e concedo la gentile incombenza di sviscerare la variante, a chiunque si senta più ferrato di me, modesto pensatore coi piedi, nel discettare, “prosit” iniuria verbis, di emerite questioni da culo.

sabato 19 gennaio 2013

Chiasmi socio-etologico-comportamentali


In attesa, quando ritorneranno, di riprendere a seguire il filo di pensieri più elevati e forniti di maggiore velocità concettuale, continuo a trattare le mie questioncelle scaturite raso terra, da elucubrazioni mosse un passo dopo l’altro, in sintonia con le mie camminate campagnolesche.

Ci sono diversi tipi di passeggiatori, ma una delle classificazioni più peculiari si potrebbe impostare sulla seguente distinzione: quelli che camminano tenendo lo sguardo sull’orizzonte, e quelli procedono con gli occhi fissi a terra. A seconda dell’umore di giornata o della situazione meteo al contorno, io appartengo a fasi alterne un po’ a tutte e due le categorie. L’errore da non commettere consiste nel giudicare più degna e più nobile l’una opzione rispetto all’altra. Si possono far scaturire riflessioni di pregio sia praticando una camminata alla cane Fido Milleossequi (ossia: occhi modestamente rivolti in basso), sia producendosi in quella alla Lupo Impavidus de Lupacci (ossia: sguardo fiero a vagliare l’orizzonte nella sua estensione).

Il suolo ed il cielo sono entrambi ottimi narratori.


E’ stato proprio spostandomi a piedi in modalità “ground detector”, che mi sono accorto di una fatterello curioso. Chiamarlo fatterello è assai riduttivo, perché dietro si celano risvolti alquanto sbalorditivi, a ben guardare. Ma quando ci va di mezzo una “poeticizzazione” della realtà, ai miei occhi tutto s’ingentilisce e dunque è soprattutto per questo che mi viene da vezzeggiare il fenomeno con la parola “fatterello”. In pratica, allungando un passo dopo l’altro sull’asfalto che solitamente ospita le mie passeggiate, mi sono accorto della presenza cospicua di gusci di noce frantumati, quasi sempre vuoti, e tutti rigorosamente dislocati sopra la nera striscia bituminosa, oppure spostati pochi centimetri giù da essa.

Quale arcano si celava dietro questo curioso stillicidio “nocivo”? [Piccolo inciso: è bello virgolettare una parola quando se ne stiracchia la forma, per farla meglio aderire al senso che le si vuole conferire (come ho fatto sopra con “poeticizzazione”), ma forse ancor più bello è virgolettare una parola pur lasciandola intatta nella sua forma ufficiale, solo perché se ne altera ironicamente il significato (come ho fatto qui con “nocivo”)].

A cosa era dovuto insomma tutto quel profluvio di involucri di gherigli smarriti sull’asfalto? Non avessi già sentito parlare di questo piccolo “artificio naturale”, la mia curiosità sarebbe rimasta insoddisfatta. Ma si dà il fatto che, non ricordo bene proveniente da dove, mi era giunta già all’orecchio questa notiziola sfiziosa. La discreta semina di noci fracassate sull’asfalto altro non è che il risultato di una sorprendente capacità d’apprendimento della quale sanno dar prova alcuni uccellini. Non saprei dire di preciso se si tratti di gazze, corvi, cornacchie, ghiandaie o di altri pennuti: più probabilmente sono i rappresentanti di una di queste famigliole ornitologiche, oppure di qualche altra, ma fatto sta che con il tempo, questi ingegnosi spiumettanti hanno capito che l’asfalto è duro, e facendovi cadere sopra, con un po’ di precisione e da una discreta quota, l’altrimenti non scalfibile oggetto dei loro desideri mangerecci, si ottiene di far funzionare la strada come un efficiente schiaccianoci. Quello che poi a loro resta da fare, dopo l’impatto, è solo di planare giù e sbafarsi il contenuto dello scrigno in siffatta maniera spalancato.


Fin qui, si potrà obiettare che si tratta in fondo in fondo di un fenomeno da poco. Non nego di possedere in discrete dosi una certa capacità di divertirmi con poco, quindi magari la mia opinione ed il mio stupore in merito potranno probabilmente venir reputati esagerati. Per completezza va allora detto che, nel prosieguo delle mie peregrinazioni, la parte “andarperpensierosa” veramente sorprendente è giunta solo in seguito, quando m’è accaduto di comparare quella strabiliante usanza pennuta, con un patetico scimmiottamento messo in atto riguardo alla medesima, da quei miserabili degli umani. Sempre adagiata sull’asfalto, poco lontana da alcuni gusci di noce, dapprima ho notato infatti una tesserina magnetica di quelle in uso in un parcheggio a pagamento della città. Chissà quale tipo di apprendimento avrà voluto mettere in pratica, mi sono domandato, quel poveraccio che l’ha scagliata a gran velocità dal finestrino della sua auto. Sarà ritornato poi forse indietro per verificare se, da tesserina ormai scaduta, si era tramutata in abbonamento a vita valido per il medesimo parcheggio?

Proseguendo, vedo un accendino di plastica, anch’esso abbandonato al medesimo destino riservato ai resti del lauto pranzo dei pennuti. Si sarà trattato in questo caso di un irrazionale tentativo da parte di un altro guidatore di sfruttare l’abbrivio della sua vettura per far scaturire dall’impatto una bizzarra strategia per smettere di fumare?

Continuando a camminare, seguitavo a rinvenire altri oggetti abbandonati e scagliati presumibilmente sull’asfalto sempre sfruttando lo slancio automobilistico. Alla fine ho gettato la spugna dell’interpretazione: mi sono reso conto di capire molto meglio le intenzioni dei nostri amici pennuti, che non quelle dei miei simili a due gambe. E, finora non mi è fortunatamente mai successo, ma non oso pensare quale ipotetica strategia mi capiterà di dedurre mentalmente, la volta che m’imbatterò in un portafoglio vuoto o addirittura in un preservativo usato.

mercoledì 16 gennaio 2013

E’ nato prima l’uovo o il Gillipixel?


E’ bello porsi continue domande nella vita. Anzi, forse è più preciso dire che la vita, in fondo, non è altro che una immensa domanda, senza tregua e dalle pochissime risposte. A volte è bello trovare dei responsi. Ma molte spesso, sono belle anche quelle domande che non hanno risposta alcuna. Ce le facciamo così, solo per il gusto di domandarcele, ma una risposta esatta è precisamente l’ultima cosa che vorremmo.

Ho trovato una bellissima di queste domande citata in un libro. Se la pone lo scrittore e poeta polacco Stanislaw J. Lec (1909-1966):

- Qualcuno ha mai chiesto alla tesi e all’antitesi se vogliono diventare sintesi?

La domanda “ad esigenza di risposta tendente a zero” si contraddistingue per la sua ironia e per la vena paradossalmente poetica ed un po’ folle che riesce ad innescare nell’animo di chi la pone e di chi se la sente rivolgere. Un po’ come succedeva al giovane Holden, quando si domandava dove andavano le anatre del laghetto di Central Park, in inverno, quando la superficie dell’acqua ghiaccia e compagnia bella. Anche se ormai è stra-citato, stranoto, e ci viene fuori dalle orecchie (nonché da vari altri orifizi corporali), riporto il passaggio per la sua sempre innegabile bellezza, soprattutto nella versione originale:

«...”You know those ducks in that lagoon right near central Park South? That little lake? By any chance, do you happen to know where they go, the ducks, when it gets frozen over? Do you happen to know by any chance?” I realized it was only one chance in a million...».

The catcher in the rye
J. D. Salinger1945

«...”Sa le anitre che stanno in quello stagno vicino a Central Park South? Quel laghetto? Mi saprebbe dire per caso dove vanno quando il lago gela? Lo sa per caso?” Mi rendevo conto che c’era soltanto una probabilità su un milione...».

Il giovane Holden
J. D. Salinger - 1945

Sulla scia di queste domande “ad esigenza di risposta tendente a zero”, chiaramente troppo nobili ed elevate per osare soltanto pensare di eguagliarle in qualche modo, mi è venuto gillipixellescamente da crearne di mie. Ovviamente assai più grezze, dozzinali e molto, ma molto più stupide. Ve le propongo:

- Perché quasi tutti i transessuali sono sudamericani?

- Sino ad oggi il maschio è nato col pisello e la donna con la patata: in un futuro, nel caso di avvento di una razza umana estremamente evoluta, dobbiamo attendercela dotata di patello oppure di pisata?

- Se l’uomo uscisse da dove esce l’uovo, le sue origini sarebbero più nobili?

- La prima cosa che si fa nascendo, è piangere: la vita ti avverte sin da subito che lungo il suo corso, di dolore ce ne sarà da smazzare a bizzeffe. La prima cosa che si fa al mattino svegliandosi, è correre in bagno: è il benvenuto offerto da ogni nuova giornata, traducibile nel messaggio cifrato: “Ma vai a cagare!”. Non è che scambiamo sempre la vita per quel gran prodotto di qualità, solo perché non prestiamo mai attenzione alle avvertenze scritte sulla confezione?

- Quando il sole tramonta alla sera, sta mostrando il sedere a noi ed il viso all’America, o viceversa?

- C’è più stoltezza in un uomo cresciuto male, oppure stanchezza in un vecchio maturato peggio?

- Le civette sul comò del famoso “ambarabà – ciccì – coccò”, l’amore con la figlia del dottore, come facevano a farlo?

martedì 8 gennaio 2013

Steamy dripping drops of dew


Cari amici viandanti per pensieri, non faccio in tempo ad augurarvi epifanie a bizzeffe, che nel giro di pochi giorni me ne capita una minimale, ma alquanto stupefacente. Quando si tratta di epifanie, siamo alle solite: la cosa fondamentale, con loro, non è tanto che accadano. Certo, se non si verificano nemmeno, stiamo freschi, hai voglia a star lì ad aspettarle…

Ma la questione basilare, con le epifanie, sta soprattutto nel saperle cogliere. Chissà quante migliaia, milioni forse, ce ne passano sotto il naso tutti i giorni, ma noi siamo così immersi nel tran-tran del familiare flusso dell’ordinario, da non accorgerci di nulla. Le epifanie scorrono in una loro corrente fluida, misurata e mimetica: siamo intinti continuamente in questo corso di stupore, ma soltanto in certe occasioni ci è dato di poter sollevare il velo dell’apparenza, riuscendo ad acciuffare il piccolo mistero celato al di sotto. Le epifanie esistono già da qualche parte, forse da sempre. Forse sono eterne, sono pizzichi di infinità, sbocconcellamenti di evasione fuori dalla dimensione temporale. Però solo la nostra percezione e consapevolezza piena le legittimano, le “inverano” nella loro completezza. Sono una nostra invenzione nel senso etimologico del termine (dal latino: invĕnĭo – invenis – invēni – inventum – invenīre = “imbattersi a caso in qualcosa o in qualcuno”), perché nell’attimo stesso in cui ci accorgiamo di esse, le rinveniamo, le facciamo venire alla luce.

Ed ora che mi sembra di aver menato a sufficienza il cane introduttivo per l’aia delle premesse, vengo a svelarvi l’entità di questa recente, piccola-grande mia epifania. Lo scrittore Joseph Conrad pronunciò una volta una sua ormai celebre frase, che mi è sempre suonata parecchio simpatica: «…Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?...». Ecco allora che parafrasando il grande maestro della penna anglo-polacco, a me viene da dire: «…Come faccio a spiegare ai miei amici viandanti per pensieri che quando guardo fuori dalla finestra, a volte le cose più sorprendenti le trovo non al di là del vetro, e nemmeno al di qua, bensì esattamente “sopra” il vetro?...».

E’ quanto accaduto appunto in una di queste mattinate recenti, tra le più preoccupate nel corso dell’anno a vedere ribadito il concetto di giornata nebbiosa. Avvicinando lo sguardo a pochi centimetri dall’occhio vitreo della mia stanza per pochi attimi di virtuale evasione, il panorama esterno non era dunque dei più esaltanti. Quello interno, ancor meno: c’ero io, ossia non propriamente un paesaggio bucolico. Escluso l’esterno e scartato l’interno, è stata invece proprio la membrana trasparente intermedia, offerta dal doppio vetro, a catturare la mia meraviglia. Su di essa era posato un umido manto di vapore depositato, una condensa greve e copiosa, curiosamente distribuita con un disegno preciso a goccioline fini, piccine, una sorta di vescichette di liquore acqueo.

Osservando ancor più da vicino questa insolita trama, da un certo momento in poi non riuscivo più a levarmi dal piacevole inganno che si trattasse della superficie di un qualche pellame o cuoio fine, ricavato da chissà quale insolita creatura di un immaginato regno bovino meteorologico. Pur continuando a sapere che si trattava di goccioline, era bello lasciarsi blandire dall’illusione di stare rimirando il dorso di una insolita valigia in pelle eterea, o una borsa alla moda confezionata in lieve cuoio idrico.

Non potevo esimermi dal fermare il fenomeno su alcuni scatti fotografici. Ne ho fatti cinque e, anche se potranno apparire molto simili o monotoni, li riporto tutti (e li corredo con titoli roboanti e scherzosi da pseudo artistoide contemporaneo, per divertimento). Una volta riversate le immagini sul computer, una nuova epifania nell’epifania è affiorata. L’avevo subodorata già dal vivo, sul vetro vero e proprio. Ma in immagine, con la resa particolare del chiaroscuro fotografico, l’effetto si è rafforzato notevolmente. Da vescicole di quel liscio pellame che ci avevo visto all’inizio, le gocce, in foto, si sono decisamente mutate in minuscoli monticelli avvistati col telescopio sulla superficie di un inatteso pianetino appena scoperto nei cieli, una luna dalla grigio-topesca trama micro-globulata, un dedalo di avvallamenti astronomici in miniatura.

E le sorprese non erano finite qui. Ancora più per caso, fissando un po’ più a lungo delle altre una fra le cinque immagini, lo stupore degli stupori si è amplificato a dismisura. Invito anche voi a provare l’esperimento, cari amici viandanti per pensieri. Non so indicarvi bene il metodo ottico più idoneo ad ottenere l’effetto, ma se osservate una delle foto per un tempo sufficientemente lungo, ad un certo magico momento vi accorgerete che le mie buffe goccioline si trovano a formare una cosiddetta immagine ambivalente: quello che è in rilievo, allo sguardo si muta in un incavo, e viceversa. Ecco allora che non più soltanto una superficie di coriaceo pellame vi trovate di fronte, oppure un’astronomica pianura immaginata, ma anche la scabra grana di un improbabile “intonaco a bolle rientranti”, un blocchetto di torrone spezzato con taglio netto, una mollica gessosa di porosità in perfetto bilanciamento spaziale, o ancora, la faccia stavolta non proprio impeccabile di una pallina da golf dai forellini messi giù un po' a casaccio.

Piccolo suggerimento pratico atto alla visione: se non riuscite a cogliere quanto vi ho descritto, forse l’effetto riesce più immediato facendo scorrere un’immagine dopo l’altra e sostando un po’ con lo sguardo su ciascuna. Spero che vi balzi all’occhio, provando, perché quando accade è un piccolo spettacolo.


1 – Porosità spaziale

2 – Cuscinetti astratti

3 – Granuli idrici

4 – Louis Vaporòn

5 – Parete succhia-sguardo