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domenica 22 febbraio 2015

Vivide eros-ioni

Stanotte ho sognato il mio archetipo erotico. Non so se succede a tutti. O forse sarebbe meglio dire: non so se seduce tutti. Lo spero. Per tutti. Perché l’archetipo erotico, pur essendo una semplice cosa molto complicata, è anche fonte di benessere esistenziale di livello superiore. 

Ha a che vedere con lontanissime stagioni dell’attrazione. Epoche dell’infanzia, epoche in cui, intorno al senso del fascino, si cominciavano molto timidamente a gettare piccoli e timidi barlumi di intendimento. In effetti, la cosa riguarda in misura maggiore dimensioni dell’essere che si provano, rispetto ad ambiti dell’esistere che si comprendono.

Il mio archetipo erotico era (ed è) una (allora) piccola amica, da bambini, e poi della prima fanciullezza-adolescenza. Abbiamo condiviso negli anni, e ancora condividiamo, la medesima età. Lei ha sempre vestito con grazia una certa preziosità estetica. La più carina delle diverse classi attraversate. Ed è tuttora una bella donna. La cosa più strana, con gli archetipi erotici, è che suscitano un forte magnetismo fisico-spirituale, ma lo fanno soprattutto ad un livello puramente ideale. Non che la fisicità non c’entri nulla. Anzi, c’entra tantissimo. Ma l’archetipo erotico riguarda più una sorta di inspiegabile “idealismo carnale” non meglio definito.

E’ l’originario “corpo-altro” che ti ha sedotto, ancor prima di sapere a cosa la seduzione servisse o come funzionasse. E’ la persona che ti ha dato per prima la più forte illusione di sapere chi fosse l’altra metà dell’androgino platonico a cui ti trovavi attaccato nei tempi lontani dei tempi, o giù di lì (…in Forrest-gumpiana vaghezza). 

Ingrediente fondamentale dell’archetipo erotico è il non aver mai saputo, e il non sapere, come sarebbe andata a finire, se davvero qualcosa con lei si fosse concretizzato. E’ molto importante che tutto sia rimasto ad un grado massimo di potenzialità ideale. Il più delle volte, sarebbe andata male. Nel mio caso, di certo. Tra il mio archetipo erotico e me, non c’era effettiva affinità. Non avrebbe funzionato nella vita vera, immagino. Eppure scorreva fra noi, almeno da parte mia, questa energia intensa e ultra-umana, persa nei remotissimi significati dell’essere primordiale celato nel profondo di se stessi.

Il mio archetipo erotico si è poi fatta, e si fa a tutt’oggi, la sua vita, con la persona che probabilmente era quella giusta per lei nella vita concreta. Non c’è margine per nessun rimpianto o vagheggiata recriminazione: le cose sono andate com’era naturale che andassero. Anzi, credo di poter dire che con il proprio archetipo erotico è meglio averci avuto a che fare solo sul piano ideale. Tentare di abbassarlo a livello di realtà, potrebbe rivelarsi piuttosto rischioso: troppo alte sono le aspettative nutrite, troppo sublimi le dimensioni sfiorate col manto dell’attesa. Un’eventuale concretizzazione delle speranze, si tradurrebbe con ogni probabilità in un tonfo clamoroso.

Forse proprio per tutti questi motivi, l’immagine del mio archetipo si è conservata, nell’immaginario, così ricca di quella purezza erotica del tutto potenziale ed esclusivamente riservata alla sfera del possibile. Tanto che, quando mi viene a trovare in sogno, esplodo nella beatitudine più piena. Quando l’archetipo erotico irrompe sul mio palcoscenico onirico, tutti i muscoli del corpo (uno in particolare) sono pronti in “battiatesca” attitudine. Nell’infingimento sognato, l’intesa col proprio archetipo non si riduce al piano fisico, ma è totale. Quello che i propri muscoli pensano, combacia perfettamente con ciò che le fibre di lei esprimono. Il dialogo è senza limite, l’armonia assoluta. Si sprofonda in uno stato di estasi che traghetta oltre la propria individualità. Il senso di fusione con la spiritualità di lei è fortissimo. Sono attimi d’intensità sconvolgente. Gli aliti sono liquefatti in uno solo. Col mio sorriso sollevo il suo, come lei fa col mio. Gentilezza condivisa pura. Tenerezza, complicità, contiguità, tensione amorosa estrema: tutto in formato eterno. 

Altrettanto acuta è però, dopo, la delusione, nei momenti successivi, quando l’acme onirica è ormai scemata. Inutile tentare di richiamare l’archetipo a sé. Nel dormiveglia ormai semi-vigile, ho recitato, detto e ridetto mentalmente il nome e cognome del mio archetipo erotico, come un mantra extratemporale, per rievocarlo ancora per qualche istante, perché facesse ritorno fra i morbidi territori del mio sogno. 

Ma a quel punto non c’è niente da fare. Bisogna solo aspettare la prossima occasione, il prossimo capriccio del proprio archetipo erotico. Saranno stati mesi, che non mi veniva a trovare. Le sono molto grato per questa incursione e già attendo fiducioso una sua visita futura, pur senza sapere quando sarà. Il che forse è a sua volta una componente impagabile di tutto questo meccanismo dell’animo dagli ingranaggi molli.

martedì 7 dicembre 2010

Forse tu non pensavi ch’i’ onirico fossi?


"...She left me roses by the stairs,
surprises let me know she cares...".

Blink 182 - 1999

*******

Io sono un grande sognatore.

No, no, non dico nel senso figurato del termine. Non sto parlando stavolta per metafore o simili infingimenti “scenografico-concettuali”. Non c’entrano certi idealismi o altre svagate escursioni fra le vaporose nubi di futuri vagheggiati.
Parlo proprio del sognare vero e proprio, del sognare fisico, materiale, pratico. Del mettersi lì a ronfare e lasciarsi passare tutte quelle immagini e sensazioni fantastiche davanti agli occhi e attraverso l’intero corpo.

Ogni volta che mi corico nel letto per la periodica immersione nel “mondo ad occhi chiusi”, non solo ritrovo la gioia della serenità e pregusto il piacere del riposo, magari dopo giornate faticose. Ma ciò che assaporo è anche una sorta di entusiasmo simile a quello provato dallo spettatore, mentre fa il suo ingresso nella sala ovattata di velluto del cinema, o nell’invaso sonoro e denso di un accogliente teatro.

Mettermi a dormire è come accettare l’invito ad una bellissima festa. So già che durante la notte potrò ricevere la mia porzione di bellezza, sottoforma di bagliori visivi ed altre fantasmagorie emotive usualmente non disponibili nel limitato panorama dei “cinque sensi vigili”.

Quando sogno, i sensi, come se si avventurassero dentro una “casa degli specchi emotivi”, si amplificano e si riverberano a vicenda, per ritrovarsi alla fine in numero ben superiore di cinque. Quando sogno, sento di divenire io stesso “sensorialità” pura, percezione vitale amplificata.

A volte ho sentito dire, da alcuni amici o conoscenti, che loro sognano poco o niente. Me ne sono dispiaciuto di cuore.
Perché io invece sono affetto da “ipertrofia onirica” e so che è un bell’essere affetti. Sogno a valanga, per tempi lunghissimi, storie complicate, trame ramificate, vicende intricate come il sottobosco di una foresta pluviale tutta penzolante di suggestioni, atmosfere, sapori, suoni, luci, colori, sensazioni.

L’«Istituto Luce», «Teche Rai», l’archivio della «Paramount», gli scantinati degli «Universal Studios», i solai della «R.K.O.», mi fanno un baffo. Certe mattine trasudo talmente sogni, che mi basta girare il fianco ed è come cambiare canale, come passare da un racconto all’altro, da un’ambientazione ad una successiva che ne è il continuo, oppure anche ad un’altra scena totalmente nuova.

Sogno sogni intensi, poetici, drammatici, buffi, ridicoli, teneri, grotteschi, bizzarri, eccitanti, lussuriosi, vergognosi, spudorati, oltremodo intimi, indicibili, epici, avventurosi, angoscianti, sereni, liberatori, opprimenti, esaltanti, redentori.

Sogno da maschio e da femmina; sogno da infante e da vecchio; sogno umanamente ed “animalmente”; sogno così tanto che il corpo si infrange nell’anima, e viceversa.

Tra l’altro, non dev’essere un caso il fatto che un certo “attrezzo corporale” dalla morfologia cangiante (ad esclusivo appannaggio virile, precisiamo…), normalmente dedito a scandire le ore di veglia con la sua pendula ordinarietà di “virgola” seriosa e defilata, passi invece a sottolineare le migliori beatitudini oniriche ergendosi nella ben più lussureggiante sagoma di “punto esclamativo” capovolto (ma guarda un po’ che capriole allegoriche tocca fare, pur di non mettere l’avviso di blog contenente “materiale adulto”…che a dire il vero, tutte le robe che scrivo io alla fin fine non sono né adulte, né minori: forse sono solo per passare cinque minuti senza sentirsi nessuna età sul groppone…).

Sarà dunque stato per queste e chissà quali altre motivazioni oniriche che, quando ho letto il seguente brano, il mio animo epifanico di lettore ha gioito e goduto smisuratamente:

«…Chi di notte, dormendo, sogna, conosce un genere di felicità ignota nel mondo della veglia: una placida estasi e un riposo del cuore che sono come il miele sulla lingua. Sa anche che la bellezza dei sogni è la loro atmosfera di libertà infinita: non la libertà del dittatore che vuole imporre la sua volontà nel mondo, ma la libertà dell’artista privo di volontà.

Il piacere del vero sognatore non dipende dalla sostanza del sogno, ma da questo: tutto quello che accade nel sogno non accade solo senza il suo intervento, ma fuori del suo controllo. Si creano spontaneamente paesaggi, vedute splendide e infinite, colori ricchi e delicati, strade, case che non ha mai visto e di cui non ha mai sentito parlare. Compaiono degli sconosciuti che sono amici o nemici, benché chi sta sognando non abbia mai fatto nulla per loro né contro di loro.

L’idea della fuga e l’idea dell’inseguimento tornano sempre, nei sogni, entrambe ugualmente estasianti. Tutti dicono cose piene d’intelligenza e spiritose. E’ vero che, cercando di ricordarle, durante il giorno, paiono sbiadite e senza senso perché appartengono a un’esistenza diversa; ma appena il sognatore si sdraia, la notte, il circuito si riallaccia e i sogni tornano a sembrargli stupendi.

Una libertà immensa, una beatitudine ultraterrena circola dentro di lui come l’aria e la luce: è un essere privilegiato, è l’uomo che non ha obblighi, l’uomo per la cui ricchezza e il cui piacere sono chiamate a raccolta tutte le cose: i re di Tarso gli porteranno i loro doni. Trovandosi in mezzo ad una grane battaglia o ad un ballo prova il lieto stupore di potervi partecipare stando sdraiato.

Solo quando si comincia a perdere la coscienza della libertà, quando l’idea della necessità mette piede nel mondo, quando c’è, come che sia, fretta o sforzo, una lettera da scrivere, o un treno da prendere, quando si è costretti a lavorare, a spronare i cavalli del sogno o a premere il grilletto del fucile, il sogno decade e si trasforma in incubo, che appartiene alla categoria meno ricca e più rozza dei sogni…»

Out of Africa
Karen Christentze Dinesen, baronessa von Blixen-Finecke
Per gli amici: Karen Blixen – 1937


sabato 10 luglio 2010

Se io rispondendo potessi dirti: «…Va’a dà via’l cüüül…», rispondereeeiii


Oggi pomeriggio mi sono sacrificato nel nome della “letteratura”.
Dopo pranzo, ho espletato una pennichella “al volo”, giusto quella manciata di minuti dall’una alle cinque e mezza, e quando mi sono risvegliato, avevo un nuovo argomento fresco fresco (si fa per dire: grondavo sudor ronfante come un panetto di burro…) per venire a fracassare le orchidee ai miei cari amici viandanti per pensieri.
E poi dite che non vi penso…
In realtà, va aggiunto che le fasi ronfatorie sono state inframmezzate dalla lettura di ampi brani di «Gomorra», di Roberto Saviano, e di «Einstein – La sua vita, il suo universo», di Walter Isaacson, una piacevole biografia del geniale fisico baffone e scarmigliato.
Non ho precisato ciò per coprire l’onta di aver dormito circa quattro ore col sole alto in cielo, portando via così proditoriamente prezioso tempo all’innalzamento del PIL. Credo invece che la lettura di quei due precisi libri abbia anch’essa qualcosa a che fare con quanto vi volevo raccontare.

Si tratta un tema affrontato già diverso tempo fa, sempre come conseguenza di una pratica dormitoria evasa in circostanze simili. Questa volta però, la cosa mi si è parata innanzi sotto nuove sembianze “kantiane”, nel senso non di Eva Kant, ma di Immanuel.
All’epoca, dopo aver smartellato e limato un po’ nell’officina dei sogni, avevo sostenuto la tesi dell’esistenza di pacchetti concettuali che albergano nella nostra interiorità, pronti a saltare fuori come categorie che si sono d’aiuto in qualità di “classificatori culturali”. L’esempio portato in quell’occasione era il pacchetto culturale “film di crisi anni ‘70”.

Ecco, quello che mi sembra di aver approfondito con la sperimentazione scientifico-ronfatoria di oggi, è invece l’esistenza in noi di “pacchetti di sensazioni” che, para-strafalciando appunto il metodico filosofo di Heidelberg (*) (sempre di Kant si tratta…), oserei definire “giudizi emotivi a priori”.

Passo subito ad illustrare.
Sul finir del mio dormire, mi ero messo a sognare di brutto. Ad un certo punto, nel sogno, mi ritrovo in una stanza con un sacco di amici del periodo della mia “tardo infanzia-inizio adolescenza”, mentre da qualche giradischi o stereo che dir si voglia, proveniva la melodia di canzoni tipiche della medesima epoca.
Il punto è che nessuno di quegli amici e nessuna di quelle canzoni del sogno, era riconducibile ad amici specifici reali, oppure a canzoni specifiche reali, appartenenti a quell’epoca.
In pratica si trattava di “icone vuote” di amici e canzoni appartenuti a quella fase della mia vita. Per spiegarmi meglio, mi sentivo immerso in un’atmosfera alla «By the rivers of Babylon» dei Boney M, o alla «I feel love» di Sylvester, senza sentire però specificamente quelle canzoni, bensì solamente i loro “simulacri melodici universali”.
Lo stesso per i miei amici sognati: non erano nessuno di quelli reali che io ricordi, ma al tempo stesso erano loro. In questo caso: “simulacri amicali universali” della mia fanciullezza.

A completamento della cosa, la sensazione diffusa che da tutto il sogno mi derivava, era un sentimento di malinconia infinita, un sentore di struggimento, per il tempo perduto, di una vastità abissale.
Una volta desto, pur ricordando solo alcuni lacerti del materiale onirico appena sfornato, mi sono domandato: ma com’è possibile provare una nostalgia così potente per vagheggiati amici non meglio personificati, oppure per canzoni senza identità, ma solo ridotte al loro “minimo comun denominatore” epocale?

L’unica risposta che son riuscito a darmi è stata che probabilmente ero andato a scandagliare nello scaffale del mio archivio “mental-spirituale” in cui tengo conservato il mio “pacchetto” della malinconia pura.
E’ stato lì che mi è sovvenuto il paragone con la filosofia kantiana.
Così come le nostre strutture conoscitive sono impostate in base ad un “contenitore di pensieri” che funziona su un assetto “spazio-temporale” predefinito (“a priori”), “indipendente dalle” ed “antecedente alle” singole esperienze di fatto che nella vita ci toccano in sorte, allo stesso modo forse esiste in noi una “pre-disposizione” sentimentale-emotiva che ci fa interpretare la realtà ed il mondo secondo determinate “categorie del cuore” non scaturite da situazioni concrete reali, ma esistenti già in partenza nel nostro guardaroba emotivo, in dotazione sin dal momento in cui ci siam ritrovati a galleggiare placidi e giulivi nella pancia della mamma.

Non a caso dicevo prima che il libro di Saviano e la biografia di Einstein c’entrano col mio sogno. Sono convinto infatti che sono stati proprio loro responsabili della vangatura del terreno inconscio sul quale poi è stato coltivato l’argomento del mio vagare onirico.
Nella parte di «Gomorra» che sto leggendo si parla di giovinezze violate, un cazzotto allo stomaco ad ogni pagina: il massimo della nostalgia pura per un periodo della vita, in quei casi, nemmeno vissuto.
Anche a proposito del genio tedesco, sono giusto all’inizio della storia, alla fase della sua infanzia, nei tratti della quale, genialità a parte (sono stato un bambino felicemente tontarello, io…), ho trovato alcune affinità con la mia, soprattutto nella predilezione per lo stare soli e per il fantasticare privato.

E ancor meno a caso, forse, è successo che riavendomi dal sogno, inopinatamente mi son ritrovato a canticchiare una bella canzone di Mina del '66, musicata niente meno che dal maestro Morricone.
Avete presente il testo? (...scritto da Maurizio Costanzo, peraltro).
Per mio conto è forse la storia più crudele e struggente mai concepita da mente spietata. In pratica, un “due di picche” mollato nei denti ad un povero tapino che non ha nemmeno il diritto ad una telefonata di spiegazione: c'è qualcosa di più vicino alla malinconia ed allo struggimento puro, di questa roba?

Che tra le altre cose, ci avete mai pensato? Ma quel poveraccio di un “duepiccato”...nessuno si è mai preoccupato di sentire la sua versione?
Ad esempio, quando la Mina fa: «Se guardandoti negli occhi sapessi dirti basta ti guarderei / Ma non so spiegarti che il nostro amore appena nato è già finito...», se lui avesse potuto ribattere, secondo me avrebbe detto: «...Eh, no...ma minchia...ma allora sei una gran vacca e basta...avevo già fatto le pubblicazioni in Comune e ordinato le bomboniere...».

Va beh, e con questo vi saluto cari amici viandanti per pensieri, anche per oggi le mie belle vaccate di classe le ho sparate. Però pensavo: con tutte le ore che ho dormito oggi, e chi chiude occhio stanotte? Niente, speriamo almeno che Ghezzi passi una qualche pellicola Uzbeca, verso le 3 e mezza, quattro...

(*) = cagata scritta il 10 luglio 2010 e rettificata il 28 luglio 2010: trattasi in realtà di Könisberg


domenica 4 luglio 2010

Risate non competitive


Si può ridere di tenerezza?
Non intendo sorridere con delicato e consapevole controllo, ma proprio l'essere colti da quell'ondata pneumatica che si sente montare nel diaframma e non si può far altro che lasciar sfogare nella gola e poi in bocca, riconciliandoci per quei pochi fuggevoli istanti con tutti gli arretrati di “nonsenso” che coviamo nel cuore e nella mente.
Io sono convinto che, sì, si può ridere anche di tenerezza.

Sarà solo una mia impressione, sarà che spesso e volentieri traviso i fatti del mondo attraverso la lente deformante di una vagheggiata, quanto onnicomprensiva, e mai esistita Età dell'Oro, ma mi sembra di poter dire che negli ultimi decenni i moventi della risata si sono andati sempre più appiattendo su di un registro denigratorio.
La scintilla che fa innescare la vampa del riso viene fatta scaturire per lo più dalla presa in giro, dalla messa in difficoltà di un soggetto o di un oggetto scelti opportunamente, dalla sottolineatura di difetti e stonature.

Intendiamoci, non voglio farla più grave di quello che è. A mio sgangherato parere, questo fatto è anch'esso un piccolo ed inosservato sintomo del clima di competizione e confronto spasmodico che serpeggia ormai in pianta stabile fra le nostre vite, ma se qualcuno vuol darmi del mitomane, accetto la nomea di buon grado.

Ad onor del vero, non va taciuta una verità innegabile: l'innesco del fattore comico ha sempre comportato una certa dose di “cattiveria”. Da sempre l'umorismo è la strada maestra per porre in rilievo le stonature della realtà, in questo senso è storicamente andato di pari passo con dosi intense di spietatezza, spesso non prive di componenti di cinismo.
Fatto sta che, mi sbaglierò, ma la nostra epoca sembra particolarmente incline a questo modo di ridere.

Mi è capitato tuttavia ultimamente di ricordare come sia possibile ridere in maniera “pura”, senza confronti, senza “mettere in mezzo” niente e nessuno, ma solo ridere per il gusto in se stesso di farlo. Ridere di tenerezza, come dicevo prima.
Mi è successo assistendo recentemente allo spettacolo di un marionettista e burattinaio inglese, Stephen Mottram. Dire spettacolo di burattini è una riduzione ingenerosa, perché in realtà si è trattato di una delle cose più belle mai viste in vita mia nell'ambito dell'espressività “artistico-gestuale”. Tutti gli effetti speciali hollywoodiani, tutti gli Avatar immaginabili, in 3d, in 4d, in 5d, metteteci tutte le “d” che vi pare, non sarebbero in grado di eguagliare la magia poetica di questo spettacolo.

C'era una storia, una trama, c'erano vicende dietro al movimento di questi burattini e marionette? Niente di niente, se non leggerissimi abbozzi narrativi e piccole gag. Quello che raccontano è invece esattamente il muoversi stesso, il senso puro del movimento, dell'uomo in primis ma anche di tutte gli altri esseri animati, il movimento osservato e riprodotto nella sua essenza più naturale.
Non parlo dei movimenti limitati e banali riproducibili ordinariamente con questi simpatici fantocci infilati per di sotto con una mano, ma di movimenti di uomini e di animali ripetuti da burattini e marionette con una fedeltà articolata e studiata nei dettagli più minuti.

Mi sono reso conto così che tutto ciò è fonte di tenerezza e può far ridere.
Allora mi sono chiesto: il semplice nostro muoverci può farci ridere? Com'è mai possibile?
E' stato lì che ho capito (forse) che si trattava della tenerezza, di quella commozione che può derivare dal riflettere sui dettagli più semplici della nostra umanità. Era lo stesso senso di ilarità vellutata che mi nasce dentro quando osservo le movenze di un micio, quello stupore che ti fa quasi non capacitare di come tanta semplicità posso recare con sé anche tanta bellezza.
Il nostro muoverci può esser visto sotto la luce della sua estrema eleganza, ma anche come vincolo che ci tiene ancorati alle limitazioni della gravità, della velocità e della forza limitata, delle possibilità in fondo ristrette di varianti motorie a nostra disposizione, in contrasto magari con le aspirazioni di movimento di cui possiamo godere nell'immaginazione o nel sogno, praticamente infinite e senza limite di fantasia.

Noi siamo anche e soprattutto in quanto ci muoviamo. Il nostro vivere è imprescindibile dallo spostare arti e corpo nello spazio, e l'auto-osservarci in questo può essere fonte di gioia mista ad un senso di contraddittorietà, nel cogliere il limite ed il “miracolo” di tutta la cosa.
E così, attraverso quei burattini, credo sia stato proprio il “limite umano” di per sé a suscitarmi il riso, insieme alla tenerezza poetica che si porta dietro.



giovedì 6 novembre 2008

Sognix

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Ci devono essere dei pacchetti di emozione che andiamo a pescare nel data-base dell’anima a seconda delle occasioni. Una sorta di cartellette del nostro “windows dei sentimenti”, che fanno capolino nell’animo già preconfezionate, quando incorriamo in determinate situazioni o particolari condizioni emotive al contorno, e in automatico emergono a pelle quasi incontrollabili.

Non lo dico in base agli esiti dell’ultimo studio commissionato al professor Futilius della “John Nosense University”, non preoccupatevi: per sostenere questa preclara tesi non è stata sprecata nemmeno una ghinea, non sono stati allestiti gruppi sperimentali, non sono stati maltrattati animali, non sono stati fatti spot pubblicitari e non è stata costruita nemmeno una nuova automobile ad incrementare l’impestamento del mondo causato da quelle odiose scatole di latta (un giorno scriverò un articolo contro le automobili, e sarà un capolavoro di incoerenza e rabbia…). Anzi, i fondi eventualmente raccolti con la divulgazione di tale verità inconfutabilmente soggetta a dubbio, saranno devoluti in favore della liberazione di Vladimir Luxuria dall’Isola dei famosi.

Per questo “studio”, dicevo, non sono stati investiti fondi, ma solamente un pisolo di dimensioni ragguardevoli, speso da me medesimo disteso con sommo sprezzo del pericolo davanti alla tele. La tv per questo scopo è uno strumento potentissimo: aiuta a far sonni che partono a motore caldo, belli carichi di un loro flusso informativo già messo in moto (la metafora motoristica mi ripugna, ma in questo caso veniva bene…). E nel rimescolio di video, sogni, sonoro e sprazzi di dormiveglia, possono spuntare piccole folgorazioni concettuali niente male.

Un’osservazione del genere l’ho sentita fare una volta anche dal geniale creatore dei Momix, Moses Pendleton. Alcune delle intuizioni riversate poi nelle sue stupende coreografie sono scaturite proprio fra le pieghe di quei momenti di sonnolenza molesta ai quali ci si abbandona talvolta dopo una grande fatica, e si dormicchia un po’ così, senza meta, con alternanza di piccoli risvegli da ricacciare subito indietro, sotto il velo di un nuovo sogno.

In buona sostanza, Johnny…cosa ho scoperto facendo lo slalom fra i miei sogni catodici? In poche parole, quella che mi sono sognato è la cartella delle emozioni salvata nel mio “disco C" emotivo con il nome di “Film di crisi anni ‘70”. E proprio da lì, per la pregnanza della sensazione, mi è scattata la suggestione dell’esistenza di queste directory emozionali.

Le fattezze esteriori del sogno riportate a parole non diranno molto. Ma lo sapete come succede nei sogni, immagine e sensazione vanno molto spesso ciascuna per loro conto. C’era questo tipo, che al tempo stesso ero io ed era il protagonista di un film, sullo sfondo di una vasta distesa di “paesaggio americano” in salita, col sole quasi di fronte. Lungo una carraia che segnava tutta la china a metà, spelacchiandone il prato, c’è un furgoncino, tipo pick-up. Il personaggio-io imbraccia un potente fucile, e ad un certo punto fa fuoco sul retro del veicolo (devo smetterla di odiare le automobili…), e dalle immagini del sogno non si capisce, ma la storia emotiva sottintesa racconta che l’uomo alla guida ha fatto una brutta fine, e che lo sparatore è preda ora di mille tormenti di coscienza per quel gesto che tuttavia lui, per qualche motivo esistenziale profondissimo, “doveva” fare.

Queste poche scene però sono state solo la superficie del trambusto di emozioni provate: sotto alle immagini sognate c’erano tutto il rimorso, i sensi di colpa, gli smarrimenti, la fierezza di esser perdenti, la fatale impotenza contro la crudeltà del destino, la catarsi angosciosa, l’apocalittica sensazione diffusa del “Laureato” e di “Cane di paglia”, di “Kramer contro Kramer” e “L’inferno di cristallo”, dei “Tre giorni del condor” e di “Brubaker”, di “Incompreso” e “L’albero di Natale”, di “Tom Horn” e “Soldato blu”, di “Corvo rosso non avrai il mio scalpo” e “Piccolo grande uomo”. È stato così che tutto il pacchetto emotivo mi si è profilato nella sua nitidezza, coi suoi contorni ben definiti giallo paglierino: era esattamente una cartella di sensazioni ben precise.

(P.s.: alcuni dei film citati non rientreranno propriamente nella decade 1970, ma la suddivisione intesa faceva più riferimento a dei confini estetico-esistenziale che non a delimitazioni di carattere strettamente cronologico)