Visualizzazione post con etichetta Cittadinismi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cittadinismi. Mostra tutti i post

giovedì 29 novembre 2012

We were pioneers


Nel corso della quasi vita di una quasi persona quasi normale quale io sono, le fasi di “pionierismo” attraversate sono state diverse. Il fatto di essere capitato a far parte di una generazione che ha visto trascorrere dinnanzi a sé le accelerazioni del progresso tecnologico più vertiginose da che si è cominciato a tener conto degli eventi storici, ha contribuito notevolmente al fenomeno.

Basti dire questo: mentre oggi il lattante medio nasce praticamente già con un tablet in mano, quando ero bambino io si pretendeva invece di cavar fuori del divertimento da quel paio palline di plastica durissima appese ad una corda, il cui scopo consisteva nell’ottenere un rimbalzo sequenziale “a tutto tondo”, con sommo sprezzo dell’incolumità di nocche e falangi. Altro che “touch screen”: ti andava bene se ne uscivi evitando di finire nella lista dei mutilati civili per motivi ludici.

Tra i vari pionierismi affrontati ricordo con molto affetto ad esempio la gradualità evolutiva del nostro mondo televisivo di un tempo. Fa tenerezza pensare adesso al vecchissimo apparecchio in bianco e nero, col trasformatore dalla piccola spia rossa che pesava un accidente, due soli canali e una pazienza boia ad aspettare che tutto il marchingegno si scaldasse, sperando che il quadro la piantasse finalmente di roteare su se stesso come la buffa ruota di un criceto catodico. Per dire, soltanto l’introduzione di Rai3 mi apparve all’epoca come una rivoluzione strabiliante.

Una notevole fase di pionierismo tecno-esistenziale l’ho conosciuta anche con l’avvento di internet. La prima connessione casalinga mi pare di averla impiantata intorno al 1999. Prima di quel momento fu tutto una sperimentazione para-goliardica e comunitaria praticata coi miei amici. Le prime volte, si sentiva un gran parlare di ‘sto internet, ma nessuno ne disponeva a casa. Solo alcuni avevano un pc come si deve e di certo a Gillipixiland, estremo avamposto di poetica barbarie, la possibilità di connettersi è arrivata tempo dopo rispetto a tutte le altre località civilizzate.

Per saziare la curiosità riguardo al nuovo feticcio messo a disposizione dalla tecnocrazia imperante, non restava allora che organizzare spedizioni raccogliticce di villici giovinastri alla volta della città, dove la nuova meraviglia che ci avrebbe transitato nel terzo millennio era disponibile a nolo, stile baldracca megabytale. La metafora non è scelta a caso. Se pensate infatti che l’oggetto di ricerca, durante quelle proto-navigazioni telematiche, fossero gli scaffali virtuali della biblioteca del Congresso, vi state incamminando sulla strada sbagliata. Le pagine agognate andavano piuttosto a parare nei più disparati ambiti riscontrabili lungo i gradi della scala di valori del miglior spirito pecoreccio. La logica della cosa suonava più o meno così: dato che si paga a tempo, tanto vale farlo fruttare al massimo della densità d’interesse, questo tempo. E qual è l’interesse più mediamente denso del medio giovinastro in stato avanzato di adolescenzialità ritardata? Non ve lo sto neanche a scrivere per esteso, per non recare offesa al vostro acume (…i meno intuitivi sappiano che il concetto è condensabile in una paroluzza di 4 lettere, alla quale spesso s’inneggia per popolare spontaneismo, con testimonianze grafiche istoriate sui muri delle stazioni e degli autogrill più esclusivi).

Fin da quei primordiali e vetero-belluini approcci col nuovo strumento tecnologico, mi accorsi di una caratteristica di internet che credo continui a rappresentare ancora oggi una delle sue forze principali. Mi riferisco al suo rappresentare una sorta di moderna lampada di Aladino, per di più esente anche dal classico vincolo dei tre desideri canonici. «...Su internet c’è tutto...»: questa affermazione l’ho sentito ricorrere spesso e sotto certi punti di vista la ritengo condivisibile. Forse però è meno condivisibile l’ampliamento immaginifico ad infinitum che nella fantasia comune si è andato facendo riguardo al nuovo mezzo, trasformato così in vero e proprio veicolo d’espressione di una “desiderabilità” pura ed illimitata.

Fatto sta che sotto questa veste veniva visto l’internet dei primi tempi dagli occhi scarsamente informatizzati di un gruppetto di campagnoli in avanscoperta epocale alle porte della città. Onnipotenza mista ad onniscienza pensavamo di andare ad estrarre da quei pochi centimetri quadrati luminosi. L’allegra combriccola di Grandi Fratelli ci sentivamo, impazienti di tuffarci in una dimensione che immaginavamo straboccante di tutti i tipi più straordinari di Grandi Sorelle, quasi sperassimo di venir a scoprire persino l’esistenza al mondo di individui umani di genere femminile che sono soliti portarsela in giro con la riga orizzontale (…mi riferisco all’acconciatura dei capelli, ovviamente).

Il locale dotato di postazioni internet era molto frequentato da umanità giovanilastra di ogni tipo. La riservatezza, praticamente una chimera. Al timone si doveva piazzare allora il più “meno esperto” di noi, quello che aveva un minimo di familiarità nell’abbassare rapidamente finestre, nello zittire schermate, nel dissimulare all’occorrenza ricerche calienti. Tutt’intorno, una corona caciaronesca di copiloti suggeritori in seconda, ciascuno vociacchiando le più assurde richieste, ogni volta regolarmente riecheggiate dal controcanto ridanciano del coro di tutto il resto della compagnia: «...Ma nooo, daaai, questo è troppo da maniaci!!!...».

Come da miglior tradizione di tutte le lampade d’Aladino che si rispettino, anche le nostre avventure internettiane alla ricerca dell’introvabilità estrema del desiderio perduto, si concludevano sempre con dei nulla di fatto clamorosi, compensati almeno da tanto divertimento e preziose risate. Nella foga di far scaturire l’inimmaginabile, ci si sparava più che altro delle gran paginate scritte di risultati dei motori di ricerca di allora, col loro fiuto ancora parecchio farlocco rispetto alla segugità sconfinata del google attuale. Oppure, scartabellando fra i presunti meandri del proibito smodato, ci si ritrovava ad approdare su siti dal candore più lindo che si potesse pensare.

Ma la nemesi suprema dello sfregatore di lampade scornato, ci toccò in sorte con una delle ricerche più strampalate, azzardata a giusto coronamento di chissà quale brain storming ultra-demenziale. Dopo aver ricercato fra gli anfratti dell’indicibilità goliardica esageratamente smisurata, eravamo capitati su un sito dedicato a talune peculiari ed innominabili esternazioni gassose, fisiologicamente manifestate dall’essere umano con compresenza opzionale di sonorità annesse. Con l’intenzione di deliziare le aspettative riderecce della ciurma, il nostro nocchiero sbagliò clamorosamente la consecutio temporum fra l’avvio di uno di quei file “retro-melodici” ed il giusto livello del volume, finendo per far scaturire dalla perfida macchina un gran tuono simil-petale che devastò per intero l’aere video-giochereccio del locale, con inevitabile figura da peracottari rimediata in gran stile da tutto l’equipaggio di marinai virtuali sgangherati.

A volte ne riparliamo ancora, coi miei amici, di quelle lontane avventure da proto-naviganti della fantasia, in mari stranieri ed ostili. Ed ovviamente si ride sempre, ancora. Ormai internet ce lo siamo messi in casa tutti, ed abbiamo scoperto che può servire anche a finalità diverse da quella monotematica dei nostri primi approcci.

La mia postazione domestica in particolare è dotata tuttora di una caratteristica ultradecennale, conservata tale e quale fin dalla prima connessione. Siccome l’attacco alla linea telefonica è situato ad una decina di metri dal computer, da sempre, quando voglio accedere ad internet, devo tirare un cavetto per farlo arrivare sino al modem, nel quale ogni volta lo devo innestare. Ho pensato già varie volte di ovviare a questa scomodità obsoleta. Ma due motivi mi hanno sempre fatto desistere. Uno è il fatto che a questa piccola procedura preparatoria ormai mi sono affezionato, ed essa mi ricorda anche certi buffi aneddoti casalinghi. Come ad esempio quella volta che uno dei miei mici gironzolanti per casa si dilettò a mangiucchiarmi il filo, lasciando sul pavimento proprio due bei pezzettini mozzati di netto con cura, mentre io, nell’altra stanza, non sapevo a quale santo votarmi per riuscire a capire come diavolo non si riuscisse ad attivare la connessione.

L’altro motivo sta nella possibilità, una volta visto quello che mi interessa sul web, di potermi sentire definitivamente sconnesso nel vero senso della parola, dopo aver cavato fuori fisicamente lo spinotto dal modem ed arrotolato il cavetto nei pressi del telefono, pronto per un nuovo collegamento a venire. Non tanto per evocare chissà quali sensi di un mal rinnovato ed ipocrita rifiuto luddistico. Internet, nella mia scala di “accessori socio-esistenziali”, rimane pur sempre un fattore di grande importanza.

Il punto della questione sta piuttosto nella soddisfazione ricavabile dalla sconnessione assoluta. Per riconciliarmi appieno con la consapevolezza di come in fin dei conti sia sempre meglio aver ben chiaro in mente che le donne nella realtà effettiva sono solite portarsela appresso con la riga messa in verticale (parlo sempre dell’acconciatura dei capelli…e cos’avevate capito?!?!?).


domenica 8 maggio 2011

Madbank


La devo smettere di essere troppo buono, porca puttana!...ah, ciao ragazzi, scusate, ragionavo a voce alta e non mi ero accorto che eravate lì.
Dicevo: questa minchia di bontà certe volte è proprio una iattura. E pensare che non mi mancherebbe nemmeno il sostegno di fior fior di consiglieri. Non di rado lo stesso Lupo de Lupis in persona viene a farmi visita in sogno, per elargire preziosissimi ammaestramenti.

«..Dai retta ad un fesso, Gillipix…» suole ricordarmi il glorioso lupevole tanto buonino, «…io ci sono passato prima di te, il gioco non vale la candela. Alla fine me, mi prendevano per il culo persino alla mensa della Hanna & Barbera, durante le pause pranzo delle riprese sul set. Se fai tanto ad appiccicarti addosso il personaggio, non te lo schiodi più, è finita. E non dico soltanto Dick Dastardly o Napo Orsocapo…fossero stati solo loro. Invece no, mi beffeggiavano pure Ernesto Sparalesto, Svicolone e Magilla Gorilla. Piantala di fare il buono, Gillipix, non vorrai mica fare la mia fine, vero?…».

Caro Lupo de Lupis, se ti dessi retta una buona volta…Ma gli ammonimenti degli amici saggi, si sa, sono come una pioggerella sottile di fine settembre: gradita come sabbia fra le dita dei piedi, ma guai ad aprire l’ombrello, che è poco virile (uhm…come metafora, m’è uscita ‘na chiavica…).

Prendete un qualche pomeriggio fa, ad esempio. Avevo qualche ora libera e me la zonzavo sfaccendato per le strade cittadine, amministrando da provetto perdigiorno alcune badilate assortite di fattacci miei. Ad un certo punto, stagliata nettamente contro la trama dell’opus incertum disegnato sul selciato, intravedo già in lontananza un rettangolino di plastica chiara. L’oggetto misterioso è proprio sulla mia strada, per cui proseguo senza meno alla sua volta. Di man in mano che mi avvicino ed i dettagli si arricchiscono, la mia mente elabora responsi come il calcolatore interno di un cyborg sotto la sferza di ripetute inquadrature zoomate sempre più in dettaglio.

Zwiiing-gnek-gnek (suono del teleobiettivo che si fa sotto…), ipotesi uno: vecchio biglietto da visita usurato, abbandonato trionfalmente da individuo fermamente deciso a non ricevere più visita alcuna in vita sua, avendo egli recentemente abbracciato la fede luminosa dell’«Asocialismo reale»…

Zwiiing-gnek-gnek, ipotesi uno scartata. Ipotesi due: tesserino della videoteca «L’antro dell’allupato», incautamente smarrita da cliente troppo preso dal pregustare l’estasi di immaginarsi immerso in “campi di patate per sempre” («…Let me take you down, ‘cause I’m going to, potato fileds…»).

Zwiiing-gnek-gnek, ipotesi due scartata. Ipotesi tre: ma minchia, ecco cos’è! Una carta di credito! Oppure un bancomat!

Non vi stupisca la mia ignoranza in materia, non sono uomo di mondo e tanto meno ho fatto il militare a Cuneo. Avevo comunque arguito che si trattava di uno di quegli arnesi abbinabili a certi numerilli, all’uopo di procurarsi dindi freschi e sonanti.
Sleggiucchiando fra le mille sigle stampigliate sopra, cerco allora di capire a quale tipo di banca si possa far risalire la schedina in oggetto. Qui però mi si spalanca dinnanzi la selva oscura finanziaria, che lo diritto e tradizional conto corrente era smarrito. Ci sono su svariate cifre, dieci simboletti, tre o quattro loghi di famosi istituti succhiagrana, avvisi di spendibilità presso le filiali della «Rokko Sigfridean Bank of Seed», agevolazioni con la «Sturagonzi Express», convenzioni con la «American Pirla Slave Card».

C’è persino un avviso dai toni vagamente mafiosetti che, non bastasse già il mio Lupodelupismo inveterato a livelli abissali, mi procura una leggera sensazione di panico kafkiano. Non ricordo bene la dicitura esatta, ma in pratica, con quella frasetta buttata lì come se fosse casuale, mi fanno già sentire un potenziale ladro, ancor prima di aver nemmeno lontanamente pensato di poter fare un insano uso della tessera.

Fra le tante amenità impresse, alla fine scovo anche un numero verde e non sapendo bene cosa fare, mi decido a chiamare. Risponde una signorina, le spiego per sommi capi l’accaduto, ma nel giro di pochi scambi di battute, la voce femminea all’altro capo del filo inizia già ad irritarmi lievemente. La prima cosa è il tono. Mi aspettavo un po’ di gentilezza per un tizio che si appresta a restituire una cosa smarrita di quel valore, ma lei in pratica non sa dirmi niente di meglio che non ho fatto il numero giusto. Quello era il “servizio clienti”, eccheccacchio, mica cotica. E se proprio volevo, potevo magari recarmi dai carabinieri o dai vigili, lasciando loro quanto rinvenuto.

Fra gli infiniti difetti di un buono, c’è anche l’incapacità di rispondere col giusto tono sferzante, quando uno conversazione lo richieda. Così la telefonata si è chiusa lì e la frase giusta da dire mi è rimasta intrappolata fra denti e palato, senza la possibilità di volare libera e giusta alle orecchie di quella stonata centralinista.
«…Ma per la fava eccelsa di Minchiolano il Grande…» avrei dovuto dirle, «…questo sarà anche il “servizio clienti”, ma mi sai dire allora cos’era quello sbalestrato che non aveva niente di meglio da fare che seminare bancomat per la città, se non un vostro fottutissimo cliente?...».

Ma le sentenze giuste che servono, ahimè, mi sgorgano in cuore sempre a scoppio ritardato, per cui mi sono accontentato di riflettere su come la nostra società sia perlopiù composta da individui che fanno un lavoro del quale non gliene potrebbe fregare di meno. Compresa quella tignosa signorina, che avrà ricevuto la sua porzione ben delimitata di compitino professionale da svolgere e se ne guarda bene dallo sconfinare nei territori della libera decisione autonoma.

A quel punto, non sapendo come meglio proseguire la mia avventura di scopritore stradale di tessere da soldi, chiamo mio fratello in ufficio, per un suo parere. Va detto che nel frattempo, con non poca fatica, ero riuscito a desumere l’appartenenza bancaria del fatidico pezzetto plastico. Di certo l’istituto in questione sarà stato autorevole e con tutti i suoi crismi bancari al loro posto, inclusi due o tre sani scandali finanziari alle spalle, come si richiede oggi ai più prestigiosi e dinamici gruppi di raccattapila moderni.
Ma anche per la mia già accennata ignoranza, si trattava di un nome che non mi diceva un granché, fate conto che fosse una cosa tipo la «Cassa di Risparmio di Casalfavone in Cippadoro».

Con l’aiuto di mio fratello, vengo però a sapere che c’è giusto una filiale di quella banca poco lontana dalla zona di città in cui mi trovo. Mi ci reco subito senza esitazioni per consegnare l’ormai molesto tagliando pecunioforo, ma anche qui finisco per trovare un po' di pane secco per i miei denti di buono.

Dovete sapere che dietro ad ogni buono, si nasconde sempre anche gran parte di un subdolo affamato di vanagloria. Lasciatelo dire a me, che sono pratico del ramo. Un buono che si dica tale fino alla radice più profonda del midollo, possiede dentro di sé anche una malcelata dose di vanità. Il buono più duro e puro si macera perennemente in un dubbio: sono buono per far del bene agli altri, oppure per blandire il mio amor proprio auto-celebrandomi nella mia somma “buoninitudine”?

Fatto sta che entro nella filiale di quella banca aspettandomi quasi di essere accolto sul tappeto rosso da Emerson, Lake, Palmer e Fittipaldi, partiti in tromba con la «Fanfara dell'uomo comune», e invece mi rendo amaramente conto che mi tocca fare la fila come un bastardo qualsiasi.
Viene il mio turno e mentre mi sto appressando al bancone, squilla il telefono. Il cassiere solleva la cornetta, sento che blatera di smarrimenti, di codici segreti non lasciati in giro, di bloccaggi eventuali di tessere, e capisco al volo che all'altro capo del filo c'è quel gran simpaticone iper-scrupoloso del mio amico seminatore di bancomat.

Non lascio nemmeno finire la telefonata e sventaglio sotto al naso del cassiere il fatale tagliandino fonte di contante apprensioni, e come ricompensa, sento l'impiegato dire dentro l'apparecchio: «...ah, guarda, l'ha ritrovato un cliente...».

Ecco, penso, non solo poca soddisfazione, ma pure gli insulti adesso: “cliente” proprio non me lo aveva detto mai nessuno. Me ne esco quindi mestamente, mentre, ad onor del vero, il cassiere mi ringrazia con tutta la sua gentilezza, chiedendomi però anche, sempre raffigurandomi nella “sua” mente come “suo” cliente, se avessi per caso bisogno della cassa.
«...No grazie...» rispondo, ma fra me e me penso: “...ne avessi avuto bisogno davvero, non sarei un fottuto buono e mi sarei servito da solo...”.

Proseguendo poi la mia passeggiata per le strade cittadine e soppesando gli eventi appena intercorsi, meditavo blandi propositi di futuri accenni di cattiveria, così, tanto per cambiare una volta tanto. Ma proprio mentre sono intento in questi pensieri, m'imbatto in una nonnetta che spinge la carrozzina farcita con tanto di nipotino. Ci affrontiamo in una strettoia del marciapiede ed io prontamente mi faccio platealmente di lato, per lasciarli passare con agio. E così facendo, crolla involontariamente ed immediatamente dentro me ogni velleitario intento di malvagità future, mentre mi ritrovo ancora a riflettere: «...Caro buon vecchio Lupo de Lupis, c'hai sempre ragione te: proprio non se ne esce...».



venerdì 15 aprile 2011

A lì Pucciacci tua e de’ tu’ nonno!


Cosa c’è di più delicato delle smancerie scambiate fra due innamorati?
Cosa c’è di più volatile, di più etereo, di più impalpabile, di più riservato, di più intimo, di più esoterico anche, delle piccole confidenze sdolcinate, delle svenevoli melensaggini che possono passare dalla bocca dello spasimante all’orecchio della sua innamorata, o viceversa, pagando di buon grado il piacevole biglietto di un’andata e ritorno affettiva?

Pochi ambiti dell’umano esistere e sentire sono più di tutto questo, se considerati rispetto a tali specificazioni. Ma al tempo stesso, forse poche cose al mondo sono altrettanto fragili e suscettibili di così immediata e catastrofica “rottura”, quanto lo possono essere quelle medesime carinerie amorose, nell’attimo in cui vengono trasportate al di fuori del loro riservatissimo ambito a due.

I “ci-ci fru-fru co-co” intessuti dall’amante e dall’amata fra gli interstizi del loro edificio amoroso, appartengono ad un codice unico, irripetibile e non trasmissibile all’esterno. Quando un nuovo amore nasce, viene ogni volta fondato anche un inedito linguaggio appartenente alle due persone coinvolte e a loro soltanto. Quell’edificio sostenuto dai pilastri della passione e tenuto insieme dalle travi del suo proprio linguaggio, è solido come una potente struttura d’acciaio, fino al momento in cui rimane insediato e confinato nel mistero della condivisione vicendevole. Nell’attimo in cui, per la sventatezza di uno dei due protagonisti, quel parlare misterico viene lasciato trapelare “fuori”, è come se il costrutto d’acciaio venisse di botto immerso in un violento bagno di azoto liquido, che ne tramuta i possenti legami molecolari in labilissimi collegamenti pronti ad esplodere sotto le forze travolgenti del ridicolo e dell’inopportuno.

Figuriamoci poi quando queste sdolcinature nate per essere vissute nell’esclusività della privatezza più rigorosa, vengono sconsideratamente sbattute sulla strada e sottoposte allo sguardo impietoso di chiunque. In quei casi, io mi sento autorizzato a servirmi del sarcasmo più feroce, della cattiveria ironica che non conosce sconto alcuno.

Eh sì, caro mio: hai voluto infrangere il sacro recinto confidenziale che non andrebbe abitato se non dai quattro occhi che lo hanno creato? Allora adesso sono fattacci tuoi e io ti beffeggio a mio piacimento. Intendiamoci, niente di insensibile o di apertamente offensivo per nessuno: la mia ribellione me la gioco tutta internamente con considerazioni mie. Ma l’atto del solipsistico bearmi qualche secondo in questa mini-crudeltà, mi regala sempre qualche momento di fuggevole soddisfazione da poco.

Perché mai mi sono preso la briga dunque di intavolare tutta una menata siffatta quest’oggi?
La causa scatenante di un simile delirio argomentativo è più semplice di quanto si possa immaginare. Tutte le mattine, nell’ormai famigerato tragitto che mi sbarbo a piedi fra la macchina parcheggiata e l’ufficio, mi tocca infatti sorbirmi due preclari esempi di quell’infrangimento del codice amoroso che ho cercato di sunteggiare sopra.

Si tratta di due meste scritte tratteggiate con la bomboletta spray sopra degli altrettanto squallidi pannelli di legno, che recintano un cantiere di edifici in costruzione. Sarà anche per via del fatto che la mattina presto, con davanti la prospettiva di diverse ore da passare in ufficio, uno non può pretendere di trovarsi nelle condizioni psicofisiche più benevole. Ad ogni modo, va sempre a finire che quelle scritte mi fanno un po’ pena, mi infastidiscono leggermente e mi fanno anche un po’ incazzare.
Perché sono ad un tempo un insulto alla bellezza del mistero amoroso e a quella delle arcane ragioni della parola.

Una delle due frasi in questione dice: «…con te non serve sognare…amore 6 tutto…» ed immancabilmente, ogni volta che me la ritrovo sotto gli occhi, a me viene da pensare: «…sì, e con te non sono serviti neanche secoli e secoli di letteratura mondiale, se eravamo destinati a ridurci così male…».

La seconda perla linguistico-amorosa che mi passa in rassegna quotidianamente, recita invece così: «…Vita mia, ti amo…non voglio perderti…il tuo Pucci…». Ecco, ora vi chiedo se vi è mai capitato di leggere un’accozzaglia di banalità e di frasi scontate, più raffazzonata di questa. Ci mancava soltanto il famigerato «…grazie di esistere…» e a quel punto mi sarei sentito autorizzato ad andare a stanare quel fine dicitore di Pucci fino in casa sua, per rifilargli delle sonore “dizionariate” di italiano sulle unghie dei ditoni dei piedi.

Va beh, mi si obietterà tuttavia che io parlo solo per invidia, solo perché questi anonimi scrittori sono certamente dei ragazzi nel pieno fulgore del loro fuoco passionale, mentre a me non rimangono che alcune sparute fiammelle da centellinare con parsimonia.
D’accordo, non dico di no.
E infatti, è proprio il fatto di presumere che siffatti fraseggi dozzinali siano stati vergati da giovanili mani, che mi fa usare una dose di indulgenza maggiore nel considerarli.

Prima di chiudere però, un paio di consigli in favore dei suddetti giovani mi permetto di agevolarli. Il primo è questo: se per caso incidentalmente non capita che di cognome facciate Shakespeare e di nome William, oppure Salinas e poi Pedro, magari la prossima volta lasciate anche perdere…

L’ultima considerazione riguarda invece le innamorate destinatarie di cotanta poesia metropolitana: potrà anche succedere che il vostro spasimante dia successivamente prova di valentia amorosa in tante altre più nobili forme, però poi, quando dopo un po’ di tempo, eventualmente, vi renderete conte di avere per le mani un emerito fesso, non venite a lamentarvi con me, dicendomi che non vi avevo avvertito che il tizio in questione era uno capace di spiaccicare l’amore sul truciolato di un cantiere edile.



martedì 1 dicembre 2009

Fiiiggghhhiuuuzzzuuu!!!


Ho già parlato in alcune altre occasioni del rapporto conflittuale che son uso intrattenere sia con la città, sia con l'automobile.
Giust'appunto oggi, mi trovavo ad uscire dal centro urbano, alla guida della ormai arcinota (va beh, si fa per dire...) 313 GT, la mia inutilitaria targata Gattopoli.
Solitamenente ho due opzioni per rincasare a Gillipixiland: o infilo alcune strade cittadine un po' più tradizionali ma solitamente alquanto trafficose, oppure mi immetto nella radiosa tangenziale, che in alcuni minuti mi accompagna fuori dalla cintura cittadina. Questa seconda alternativa è quella che scelgo più di frequente negli ultimi tempi ed è stato esattamente ciò che ho fatto anche oggi.

Faccio però appena in tempo a sgomitolarmi dentro il fatidico svincoletto tangentizio, che mi accorgo subito di qualcosa che non quadra. Rallentamento subitaneo, incodamento camionale, azzeramento cinetico: in quattro per quattro sedici valvole, ci si è ritrovati tutti procedenti a passo d'uomo.
Doveva esserci un cantiere stradale più avanti e osservando la scena lungo l'infilata del biscione stradale circum-urbano, ho appurato che ad occhio e croce la fila stava lievitando non male.
Niente paura, ho pensato: "mamma città" non ti abbandona mai, "mamma città" ti vuole bene ed ha in serbo ogni soluzione per nutrire il tuo fabbisogno automobilistico.
Infatti, nel giro di due minuti, ecco pronto un nuovo accogliente svincoletto, grazie al quale degomitolarsi dal morso tangenziale, divenuto nel frattempo alquanto stretto ed iper-gasolico.
Già mi gustavo la mia astuzia da cervo, percorrendo baldanzoso il neo-svincoletto liberata-tutti. Già mi beavo per essermi attaccato con sommo intuito strategico alla tetta provvidenziale di "mamma città". Ma non passano che poche altre centinaia di metri e sono di nuovo bloccato, stavolta sulla strada normale: una bella coda fresca fresca e lunga lunga pure qui, anche al di fuori dell'anello obbligato. Niente da fare: dall'abbraccio di "mamma città" oggi proprio sembrava non si potesse sgusciare via.

Ed è stato lì che mi ha colto la buffa e bizzarra epifania cinematografica.
La visione è stata fulminea ed illuminante: la città, col suo insistente abbraccio trafficato e fumoso, ha assunto immantinente le fattezze dalla mamma della Belva Umana, incubo del povero Fracchia, obbligato ad andarla a visitare forzatamente, sotto minaccia del suo sosia criminale.
«...Figgghiu, figgghiuzzu miu bbbeddduu!!!...» mi pareva di sentire in sottofondo, là, affettuosamente imbottigliato nel mio ingorgo preferito.
«Figgghiuzzu miu come sei bbbuono oggi!!! Tutto te lasci fare da mmmammma! Nun te ne andare cusì prestu...un'altra rotonduzza ancora, un altro incroceddu bellu intasatu te devi surbiri!!!».



mercoledì 29 luglio 2009

Cittadinismi


Ebbene sì, cari amici viandanti per pensieri: proprio io che infinite shakerate addussi agli attributi vostri, profondendomi in sproloquianti dissertazioni riguardo le più disparate tematiche campagnole, vi parlerò oggi niente meno che di impressioni cittadine.
In particolare, volevo far cenno ad un dettaglio che mi è balenato in mente stamani, nel solito tragitto a piedi fra la macchina appena parcheggiata e l’ufficio.
Non che sia una novità per me considerare il fenomeno, ma come accade spesso con le faccende familiari e ripetitive, arriva quella volta che le osservi da un punto di vista inusuale e sembrano svelarti un piccolo mondo di stupore inatteso.
Ma veniamo al dunque, altrimenti, ancora un po’ che meno il can per l’aia, e sentirete il postino bussare alla porta per consegnarvi l’invito alla festa di laurea del nipotino che avevate accompagnato all’asilo appena prima di mettervi a leggere qui.

Il “cittadinismo” di cui vi volevo parlare lo definirei «orchestrazione urbana semi-sincronica degli spostamenti umani».
Detta così sembra una diavoleria venuta fuori fresca fresca dall’hegeliana «Fenomenologia dello spirito», ma in realtà si tratta di una cosa semplicissima.
Tutte le mie mattine lavorative si popolano di vari personaggi regolarmente presenti lungo lo spazio ed il tempo che mi conducono in ufficio. Ma solamente oggi tutto ciò mi è apparso come la grande orchestra della città che si risveglia.
Ogni passante, ogni ciclista, ogni veicolo, ogni dettaglio, visti e rivisti giorno dopo giorno, sono come i suoni di una piccola sinfonia mobile che si ripete sempre uguale a sé stessa, pur con lievi scarti interpretativi dettati dal “Grande Direttore Temporale”.
Basta che prima di partire abbia perso 3 minuti in più di sosta in bagno sopra il “trono di ceramica”, e l’ormai familiare signora ubertosa di mezza età, sfrecciante in bici dietro la scia dei suoi rigogliosi seni “parlanti” ostentati con giustificata fierezza, mezza spanna sopra il manubrio, la incrocio a metà della traversa del grande viale alberato invece che sotto le prime fronde del medesimo (poi, i 3 minuti di “seduta porcellanata” in più potrebbero essere stati sia miei che della signora, non importa).
Basta un altrettanto breve sfalsamento di tempi dettato dal semaforo rosso sulle strisce pedonali, che la teporosa carezza olfattiva proveniente dal forno all’angolo si carica di una prevalenza aromatica all’odor di pizza, più decisamente stagliata al di sopra del normale sottofondo di pane caldo del giorno prima.
Basta aver incontrato un po’ più traffico del normale lungo la via, che gli operai nel cantiere della casa inizi ‘900 in ristrutturazione, ci stanno già dando dentro a suon di betoniera e martello pneumatico, invece di essere ancora intenti nelle frettolose chiacchiere pre-sgobbata di primissimo mattino.

Vedi così la città che si stiracchia, sbadiglia, si sfrega gli occhi, accorda i suoi strumenti e si mette a suonare il proprio concerto della quotidianità. I musicisti sono praticamente gli stessi ogni giorno e lo spartito è sempre uguale per tutti, ma le casuali intersezioni dei loro privati tempi personali, gli intrecci delle piccole sfumature pratiche individuali, danno vita mattina dopo mattina a leggere varianti sul tema, a note eseguite con una piccola coloritura differente, a risvolti melodici ogni volta soffusamente diversi dall’uguaglianza con se stessi.
E tutto questo è un qualcosa che anche un gran rurale come me, con la mente quasi esclusivamente assorbita da dimensioni più proprie alla “Critica della Ragion Campagnola”, riesce ad apprezzare. Anzi, forse è proprio il punto di vista agricolo che mi ritrovo, col suo svagato distacco dal contesto urbano, ad agevolarmi in questa giocosa “Robert-Altman-izzazione” della realtà.

In questo modo, tra uno squillante “do” di petto della procace signora sempre in sella ed un virtuosismo di melodia muratoria per betoniera sola, la gran voglia di rimanere a letto, che inesorabile al suon della sveglia quotidiana si era ripresentato poc’anzi puntuale come l’IRPEF, lievemente si attenua in cuor mio, mentre a furor di narici spalancate mi faccio strada alla volta del panettiere, per scoprire se oggi la focaccia al rosmarino sarà uscita fuori dal forno prima o dopo le crostate alla frutta.