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giovedì 22 settembre 2011

Rigenerati ciclici a rotazione periodica ripetitiva e miticamente cadenzata nei suffissi diagonali che lambiscono le temporalità umane zigzaganti...

Rigenerati ciclici a rotazione periodica ripetitiva e miticamente cadenzata nei suffissi diagonali che lambiscono le temporalità umane zigzaganti fra il non fare e l’aspettare

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Se penso che sono dovuti passare 38 anni perché mi accorgessi di questa canzone sublime, da una parte provo un po’ di delusione, per essere stato sordo sino a questo punto e per le infinite occasioni perse di poterla godere in età precedenti.

Per altri aspetti invece, non posso che provare gioia.

Gioia, nel constatare ancora una volta come l’essenza della vita sia costituita fondamentalmente di stupore inatteso. Gioia, nel pensare che, anche se ora non me le aspetto con precisione, né le conosco ancora, tante altre rivelazioni simili attendono di scaturire dal magma del domani.

Persone nuove da scoprire e da avere per amiche, altri libri in cui immergersi, altri sorrisi di donna nei quali annegare lo sguardo, altri film meravigliosi, altri scritti da inseguire, nuove idee dalle quali sentirsi avvolti ed avvinghiati sino all’ultimo neurone, sino al più intimo sospiro d’incanto.

Per oggi questo articoletto finisce qui, perché pur volendo in teoria essere una degna trasposizione in parole della bellezza provata attraverso l’epifania che questa canzone mi ha regalato, di fatto, esso medesimo articoletto, si sente inadeguato allo scopo.

Tutto quello che c’era da dire, se mai qualcosa da dire ci fosse stato, lo potete trovare nel titolo.

martedì 17 maggio 2011

When I fall in words, it will be forever…


Ci si può innamorare di una frase? A me capita continuamente.
Certo, è molto meglio quando succede con persone vere e proprie. Un bel pezzo di figliola per gli ometti, o un fustaccione con due baffetti da sparviero per le fanciulle. Ma l’innamoramento “frasesco” ha anch’esso i suoi perché.

Per certi aspetti, rassomiglia tra l’altro all’infatuazione propriamente detta, quella classica fra esseri umani. Magari conosciamo una donna o un uomo da tanto tempo, ma solo a partire da un certo momento particolare in poi, intorno alla sua aura s’innesca l’accensione di una miccia di stupore che ci fa vedere quell’individuo con occhi diversi e rinnovati. Con le frasi può succedere una cosa simile.

C’è una canzone di Simon & Garfunkel che a voler esser tirchi nel conteggio, posso dire di aver ascoltato non meno di 8563 volte: «The 59th street bridge song». In altre occasioni ho già parlato del mio inglese un po’ zoppicante e della mia propensione a lasciarmi ammaliare dalla sonorità e dall’esoterismo delle parole, trascurando forse troppo i significati effettivi dei testi in questione. Anche «The 59th street bridge song» l’ho sempre canticchiata senza dare troppa importanza al senso delle parole, gustandomi semplicemente la bellezza dei loro suoni.

Ma l’altro giorno mi è venuto da fischiettarla e mi sono fermato a rifletterci un attimo, ho considerato con più attenzione quello che il testo diceva, me lo sono chiarito meglio cercandolo sul web e “zac!”: ecco là la frase galeotta e tutta scintillante di seducente magnetismo.

Già il clima generale della canzone è molto avvolgente, come un manto di suoni e significati. A voler individuare un tema principale trattato, possiamo dire che sia l’estasi celata nell’inutilità di certi momenti. O meglio ancora: come nell’assenza di scopi possano nascondersi talvolta folgorazioni di senso fra le più belle ed intense che vorremmo la vita possedesse.

Il testo è molto semplice:

«...Slow down, you move too fast.
You got to make the mornin' last.
Just kickin' down the cobblestones,
Lookin' for fun and feelin' groovy.
Ba da da da da da da, feelin' groovy.

Hello, lamp-post, whatcha knowin'?
I come to watch your flowers growin'.
Ain'tcha got no rhymes for me?
Doo it doo doo, feelin' groovy.
Ba da da da da da da, feelin' groovy.

I got no deeds to do, no promises to keep.
I'm dappled and drowsy and ready to sleep
Let the morningtime drop all it's petals on me
Life, I love you, all is groovy!
Ba da da da da da da, feelin' groovy...»

Come vedete, si parla di una giornata spesa semplicemente a far passare il tempo. Una vera e propria enunciazione dei perfetti “compiti” del perdigiorno provetto. Ai primi due versi, compare subito una considerazione fantastica:

«...Slow down, you move too fast.
You got to make the mornin' last...»

«...Rallenta, ti muovi troppo alla svelta.
Devi farti durare la mattinata...».

L’idea di una mattinata da far durare, come un lungo bicchiere di buon Chianti, o un articolo di giornale particolarmente coinvolgente, oppure il capitolo di un libro che non dà tregua alla fame di leggere oltre, o ancora un pacchetto di insidiose gelatine, è bellissima da immaginare.

Ma il passo oggetto della mia infatuazione verbale vera e propria cade un po’ più avanti, in apertura della seconda strofa:

«...Hello, lamp-post, whatcha knowin'?
I come to watch your flowers growin'...»

Il primo verso è di per sé un inno alla gratuità pura: «...Ciao, lampione, cosa mi dici?...».
Ebbene sì, immersi in un'atmosfera pervasa da una particolare armonia esistenziale, quando ci si sente un pulviscolo di molecole espanse sino ad andare a coincidere con tutto le particelle che immaginiamo occupate dall’universo a noi più caro, rivolgere la parola ad un lampione può essere il gesto più normale del mondo.

Ed è poi appena di seguito che sboccia la grazia poetica più profonda, nella sua sconvolgente banalità: «...Sono venuto a veder crescere i tuoi fiori...». Questa frase implica una serie di insospettabili risvolti “sentimental-amicali”.

E’ vero che qui l’affermazione rimane surrealmente sempre rivolta al lampione. Ma per me si può idealmente espandere a qualsiasi tipo di interlocutore a noi universalmente caro. Se abbiamo l’opportunità di vedere i fiori crescere insieme a qualcuno, vuol dire che il tempo trascorso insieme a quel qualcuno è portatore di un pregio particolare. E’ il tempo più disinteressato che possiamo pensare, un tempo disponibile a lunghissime dosi, un tempo il cui trascorrere non importa.

Insieme ad una persona con la quale si può anche stare a vedere crescere i fiori, non c’è bisogno di parlare tanto. Ampi spazi di silenzio sono tollerati, valgono come i discorsi più complessi, perché l’intesa è consolidata su una confidenza ed una familiarità a lungo esperite. Una persona con la quale si sta bene guardando crescere i fiori, ci fa star bene anche in tutte le altre situazioni immaginabili. Con una persona così, si possono fare le cose più inutili del mondo, come stare semplicemente vicini senza dire nulla e sentendosi l’un l’altro, oppure fare l’amore.

Insomma, può capitare di pensare un po’ a tutte queste cose, quando ci s’innamora di una frase. Eppure alla fine, si può anche concludere: in fondo, è soltanto una canzone.


martedì 4 novembre 2008

Can't explain

(Foto di Gillipixel)

Con forma indecifrabile fluttua la presenza degli altri nella percezione delle epoche della nostra vita. Persone intorno, come bagliori di calore impalpabile. Ci si adagia nel tepore della confidenza, in quell’odore domestico emanato dal riflesso così familiare di questi focolari-anima.

Da bambini l’adesione è totale, senza cautele, spontanea. Non si immagina il distacco, semplicemente non se ne ha concetto. La memoria amniotica è ancora troppo viva, la pienezza del sogno placentare ci vela ancor troppo pesantemente lo sguardo.

È all’illusione di quel sogno che confidiamo di aggrapparci ancora, ogni volta che conosciamo di nuovo. Nuovi amici, nuovi amori (corrisposti o no), nuovi colleghi, nuovi vicini di casa, nuovi negozianti, nuovi gatti, nuovi baristi. Nuovi vivi. Si riplasma ogni volta la nostra mappa del calore umano.

Il segreto è un inganno fatto a noi stessi. Il segreto è imparare a saper dosare la tensione del nodo, che nessun legame può durare sempre. Il segreto è saper suggere, da quel fiore-calore, la misura esatta della sua fugace fragilità.

Un’oncia di polline in meno e non si potrà veder gocciolare miele di sorrisi, baci, attimi di convivio dello spirito, di fusa, o il ricordo vitale di tutto questo.

Un’oncia di polline di troppo e sarà sofferenza un giorno ad otturare le cellette in cerulei esagoni ormai disseccati d’affetti e di vicinanze.

Tutto questo solo per lo spostamento di alcuni colleghi nel vasto open space dell’ufficio. A volte basta che la temperatura del calore umano in cui siamo immersi si scosti di una frazione insignificante di grado dallo stato di equilibrio raggiunto, e ci si rende conto di quanto delicata sia quella proporzione.


Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.


Salvatore Quasimodo

“Acque e terre” (1920-29)


Got a feeling inside (Can't explain)

It's a certain kind (Can't explain)

I feel hot and cold (Can't explain)

Yeah, down in my soul, yeah (Can't explain)


Can't explain I think it's love

Try to say it to you

When I feel blue


The Who (1965)