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lunedì 22 aprile 2019

Il supermercato della fifa


Mi domandavo quale fosse la merce più prodotta, reclamizzata, diffusa, commercializzata, al giorno d’oggi.

La risposta non è facile, l’offerta di articoli è veramente sterminata, e sono destinati a una molteplicità di esigenze umane non così semplici da elencare.

Poi mi si è accesa una lampadina, piccola, eppure molto luminosa.

Ma certo! Come avevo fatto a non pensarci prima!
Il prodotto attualmente più prezioso e smerciato in enormi quantità è uno in particolare: LA PAURA!!!

(BUH!!!).

Anzi, la paura è “la merce” per eccellenza, perché se riesci a vendere bene quella, poi la gente ti comprerà ogni altra cosa: briglie per unicorno; sandalini per millepiedi all’ultimo grido (urlato in conseguenza di pestoni sui mille-calli); biglietti di sola andata per Borgo Utopia (regno dei più prelibati formaggi).

Ma soprattutto, chi governa la paura riesce a vendere un altro tipo di prodotto fondamentale: le idee.

Il fabbricante di paura ha gioco abbastanza facile.
La paura è infatti una materia prima che si trova in abbondanza “in natura”. Sta depositata nell’animo delle persone, in giacimenti distribuiti a varie profondità.

Potremmo paragonare la paura a un gas nobile, oppure a un metallo prezioso.

All’uomo può essere molto utile, la paura: fa parte dei sentimenti-guida fondamentali che aiutano a incanalarsi in maniera sana nelle logiche dell’esistenza. Avere paura è uno degli atteggiamenti più umani.

Quello che il fabbricante di paura fa, è calarsi nelle miniere dentro ai cuori e alle pance della gente, estrarre materiale grezzo di paura originale, e lavorarlo, trasformarlo, raffinarlo, fino a creare stock di nuovi articoli derivati, smerciabili sotto forma di angoscia, smarrimento, chiusura in se stessi, sfiducia generalizzata, diffidenza verso gli altri, tendenza a rifugiarsi nel passato, sguardo miope rivolto al futuro.

Ci sono poi due tipi di fabbricanti di paura.
Quelli di infimo livello, per paradosso, sarebbero anche i “migliori”, perché sbugiardarli risulta più agevole.

Creano infatti paure dal nulla, ampiamente infondate e, a meno che non siano dotati di astuzia diabolica, prima o poi vengono smascherati.

Infinitamente più insidiosi sono invece certi “produttori di paura ” che interpretano il proprio ruolo con gran “scrupolo professionale”.

Questi mica sono scemi.

Lavorano il loro prodotto a partire da materiale genuino: si servono di paure reali, effettivamente in corso nel sentire comune diffuso.

Fanno tuttavia in modo di mettere in risalto queste paure, come se fossero l’aspetto principale del mondo di chi le vive.

In altre parole, il fabbricante di paura esperto si danna l'anima per sussurrarti, suggerirti, urlarti in continuazione all’orecchio, che per te deve esserci soltanto quella paura, esiste solo lei, deve diventare la tua ossessione, è il tuo interesse principale, il nodo da sciogliere per continuare a vivere, la tua realtà di riferimento primaria.

Poco importa se nell'effettività vera della tua vita, quella, o quelle paure, occupano alla fine dei conti uno spazio marginale.

Il costruttore di paura te le innalza come sopra un palcoscenico, illuminato con bagliore accecante, che impedisce di vedere il resto della tua vita.

Difficile non piegarsi ai voleri dei fabbricanti di paura. Non puoi smontarli in modo semplice, tacciandoli di falsità, perché le cose da loro raccontare sono effettivamente vere.

La loro mossa di marketing fondamentale sta infatti in tutto “il resto” che non ti dicono, nel “molto positivo” che nascondono dietro al “poco negativo” che sbandierano.

Una volta che ti ha preso per paura, il suo fabbricante ti terrà al guinzaglio come un cagnolino, ti farà comprare, fare e pensare tutto ciò che lui vorrà.

C'è modo di parare il colpo, di proteggersi, di non abbandonarsi a “bere da botte” assecondando ogni volere dei gran bottegai della paura?

L’antidoto ci sarebbe e vale anche per molti altri aspetti della vita.

Consiste nell’abbracciare la complessità, leggere, interrogarsi, “andare a lezione” dai saggi del passato e del presente, filosofi, pensatori, poeti, scrittori, artisti, musicisti, scienziati, e studiosi generalmente votati alla causa del conoscere.

E ascoltarli, imparare da loro che la realtà va osservata da più punti di vista possibili.

Contro lo scudo della cultura e della conoscenza, le quattro fregnacce spuntate del fabbricante di paura si piegano come pugnali di cera, lui inizia a balbettare, emette penosi flati inconsulti, perde il controllo degli sfinteri tematici e si imbratta le mutande della sua nullità argomentativa.

È nella natura delle cose che sia così: essendo abituato a parlare alle pance, il venditore di paura non ce la fa quando viene messo a confronto con le menti.

Così alla fine si rivela la sua vera, originaria e genuina essenza: la pancia era da sempre il suo habitat, perché il fabbricante di paura altro non è che un povero stronzo.


venerdì 25 gennaio 2019

Aperimondo


Fra le famigerate parole di derivazione para-milanesoide, che si sono imposte alla moda “straparlatoria” dei poco luminosi ultimi tempi, una delle più roboanti per vacuità esistenziale è sicuramente “apericena”.

Dovrebbe trattarsi di una sorta di cena direttamente fusa all’atto di prendere l'aperitivo, ma di fatto, se poi la situazione riflette la miseria della parola, c'è poco da stare allegri (parlo ovviamente da un punto di vista linguistico puro, che poi magari in realtà ci si diverte, e anche parecchio…).

Per ritrovare una parola altrettanto sconfortante, rimanendo sempre nel capitolo dei convegni per piacere “mangiatorio” e bevereccio, bisogna andare indietro alla fatidica “bicchierata” così in voga qualche anno fa.

Che a uno, ogni volta, “gli” veniva da chiedersi: sì, va beh, bicchierata, ma nei denti di chi?

Vedo in ogni caso che la tendenza a piazzare il prefisso “aperi-ecc.” davanti alle espressioni più improbabili, tende a diffondersi in modo preoccupante.

Ispirandomi allora a un detto di Fabrizio De André, secondo il quale l'anarchia non consiste nel vivere senza regole, bensì nel crearsi proprie regole prima che gli altri ti impongano le loro, ho deciso di fabbricarmi i miei “aperi-qualcosa” prediletti, prima che me ne cada addosso una pioggia non desiderata.

Apriamo dunque in grande stile col lussureggiante e altolocato “aperirogito”: vai dal notaio per una qualche pratica dalla durata intergenerazionale, non ti sembra giusto pretendere qualche stuzzichino e due olive nell’attesa?

Dopo il dovere, ecco pronto il piacere. Nessuno potrà così mancare alla “aperiorgia”, simpatica riunione collettiva di erotismo applicato, situazione ideale per sorseggiare un drink tra una fatica amatoria di gruppo e l'altra, per di più che una schiena comoda sopra cui posare il bicchiere di Martini, la trovi sempre.

Ogni locale pubblico non potrà più essere privo di “apericesso”, perché va bene che certe esigenze fisiologiche ci affratellano tutti nella nostra condizione umana più basilare, ma non sarebbe carino ingentilire almeno un po' questa dura consapevolezza con qualche salatino e mini-pizzette?

Nulla ci vieta, volendo, di pensare anche a ipotetici incontri, o addirittura interi campionati, di “aperi-calcio”: tanto ormai vince sempre la Juventus, avranno diritto o no, i giocatori e i tifosi avversari, di consolarsi e distrarsi con un mojito ogni tanto?

Da qui in avanti poi, l'invasione degli “ultra-aperi-qualcosa” non avrà più limiti di fronte a sé.
Gli “aperi-alunni” frequenteranno le “aperi-scuole”, e nelle “aperi-aule” seguiranno le “aperi-lezioni” tenute dagli “aperi-prof”.

Sostenendo un “aperi-esame”, conseguiranno un “aperi-diploma”, troveranno un “aperi-lavoro”, sposeranno una “aperi-moglie” o un “aperi-marito”, e vivranno tutti “aperi-felici” e “aperi-contenti”.

giovedì 24 gennaio 2019

Il blues del pannolone in saldo


Mini oceano personale domestico meteo-asettico media-scettico post-niveo da scampato pericolo epocale per previste apocalittiche bufere con peste nera e invasioni di cavallette Unne capeggiate da terribile condottiero Cavallattila seminatore di orde di consumatori terrorizzati indotti a precipitarsi all'acquisto compulsivo perpetrato e reiterato di prodotti dei quali diversamente una feroce minchia gliene sarebbe mai sbattuto…

(Colonna sonora: Plùc plùc…)

martedì 22 gennaio 2019

Aumenta il divario


Aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo. “…Nel 2018, da soli, 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo rapporto Oxfam 2019 pubblicato alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos. Anche l'Italia è in linea con i dati globali: il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell'intera ricchezza nazionale…”.
*******

In certi paesini dispersi nel nulla, quando si presentava un forestiero di passaggio chiedendo indicazioni, saltava spesso fuori il buontempone di turno, che gli indicava una strada completamente sbagliata… La prossima volta che sentirete qualcuno dire: “…Bisogna combattere la povertà…”, non fatevi prendere di nuovo per il culo. Vi sta mandando nel verso sbagliato. Quella da combattere, non è la povertà. Quella da combattere, è la ricchezza!

mercoledì 28 novembre 2018

martedì 13 novembre 2018

Anti-comfortably numb


L’idea di anticonformismo è materia da trattare con grande cautela e, allo stesso tempo, un tema piuttosto interessante su cui riflettere.

Magari ce ne potremmo altamente fregare di un’idea, qualcuno obietterà, e continuare a vivere come sempre. Cosa sarà mai? Per un’idea…

D'accordo. Se non fosse che le idee influenzano i comportamenti e l'atteggiamento della gente. E con la gente, dobbiamo averci a che fare tutti. Ogni giorno. Essendo tra l'altro ciascuno di noi a sua volta “gente” per qualcun altro.

Come sempre, quando si tratta di idee, tutto è retto dalla imponente impalcatura della filosofia.

Nell’antica Grecia, culla della nostra tradizione filosofica, dopo il fulgido periodo dei grandi sistemi di Platone e Aristotele, si visse una fase di crisi del pensiero.

Il “dubbio” venne assunto come guida principale del ragionare, fino a diventare “sistematico” con gli Scettici, esponenti di una scuola filosofica che reputava lecito dubitare sempre e in ogni caso, di tutto.

“…Non esiste nessuna verità…” proclamavano incautamente gli Scettici, senza infatti rendersi conto che se nulla è vero, doveva essere “non vero” anche ciò che loro dicevano.

Gli Scettici mettevano il piede nella tagliola da loro stessi posata nel sottobosco del pensiero.

Simili attorcigliamenti logici capitano anche con la questione dell’anticonformismo e della trasgressione.

Viene infatti da chiedersi: oggi è più trasgressivo quel tizio che sniffa cocaina e tira al mattino sovraccarico come un Tir pieno di lingotti di ghisa, o quell’altro che si addormenta il sabato sera alle dieci in poltrona, con un libro in mano e il gatto sulle ginocchia?

Osservando il tema da altre prospettive: sono strepitosamente ridicoli certi spot, ad esempio di automobili, che fanno leva sul senso di esclusività, distinzione, e originalità, di cui godrai una volta venuto in possesso di questo o quell'altro modello di quattroruote.

Esclusività garantita a te, e a milioni di altri che abboccheranno, e che poi tutti insieme, si ritroveranno “come le star”, esclusivamente a bordo del loro esclusivo modello, a tirarsi degli esclusivi “cancheri” a vicenda, imbottigliati in un esclusivo ingorgo metropolitano.

Da questi rapidi cenni faceti, deduciamo come, a mandare in crisi i paradigmi dell’anticonformismo e della trasgressione, sia stato proprio l’avvento moderno di modi di vivere continuamente calati nella dimensione di massa.

Oggi Jim Morrison e Sid Vicious si sballerebbero con la tempestina in brodo di dado, vedendo in giro quanti drogati ci sono.

Tutto questo, non per mettere in piedi la solita ritrita invettiva in lode dei bei tempi andati.
La società di massa ha il suo fascino e tanti aspetti positivi.

Ma è importante, a mio avviso, conservare la capacità di “tirarsi ogni tanto di lato”, rispetto alle situazioni in cui siamo calati, e osservarle come se le stesse vivendo un altro.

Di colpo, ne coglieremo tutto il ridicolo, le stonature e gli stridori del paradosso. E un tocco di sana ironia ci aiuterà poi a correggere la rotta, nella consapevolezza permanente della nostra imperfezione “militante”.

E se ve lo dico da uno dei pulpiti “più di massa” che oggi si possano immaginare, ossia una pagina Facebook, forse, ma  forse, vi potete davvero fidare.



lunedì 12 novembre 2018

Rutti postmoderni


Con un'immagine suggestiva, potremmo paragonare il linguaggio che parliamo, a un paesaggio in cui ci ritroviamo a vivere.

Non ci vorrà allora un esperto di urbanistica per cogliere un’interessante similitudine fra le due dimensioni.

Gli ambienti di vita, le case, i quartieri, i paesi, le città, solitamente risultano più gradevoli da abitare e ricchi di fascino, quando hanno avuto modo di caricarsi di significati nel tempo, in maniera graduale, per lenta stratificazione.

Un borgo medievale ci concilia con la nostra sensibilità e con la propensione al bello, molto più di quanto non sappia fare una via piena di capannoni in un quartiere industriale.

Qualcosa di simile succede anche con le parole. Quelle che si sono formate lentamente, modellate dall'esperienza parlata quotidiana, di solito contengono una forza evocativa più vasta, un’energia maggiore, un’ampia capacità di trasportare con sé significati e sfumature di senso.

Sul fronte opposto, si formano talvolta certe “parole-capannone”, nate dall’oggi al domani, perlopiù nell’ambito del linguaggio tecnologico, che quando va bene suonano un po' fredde e legnose.

E sottolineo “quando va bene”. Perché nei casi più infelici, sono delle vere e proprie schifezze. “Abusi linguistici” che nemmeno il più generoso condono riuscirebbe a sanare.

Mi è capitato di sentirne una di recente, che ho trovato di una bruttezza veramente spettacolare. L'hanno detta in tv, e tra l’altro ho rischiato pure grosso, dato che nel mentre stavo mangiando.

Spero che siate a stomaco leggero, perché leggendo questa parola si rischia il rigetto post-prandiale senza appello.

La parola è “bio-digestore”.

Se siete riusciti a reprimere i conati (immagino molto a fatica), proseguo col mio discorso.

Con questa sgraziata, e disgraziata, parola, viene indicato un impianto per la trasformazione di rifiuti organici in biogas.

Ora, capisco la necessità di sintesi e di una terminologia pratica per capirsi velocemente nelle questioni tecniche. Ma c'era davvero bisogno di escogitare questa sguaiata "perla”?

Personalmente, il “bio-digestore” mi ha evocato una serie di immagini sparpagliate fra il comico, il grottesco e l'inquietante.

La prima cosa pensata è stata una squillante bestemmia, magari sparata in un gruppo di vecchietti seduti all’osteria a farsi una briscola: “...Ma bio digestore!!! Pudévat mia calà al fümóŋ?...” (“…non potevi calare l’asse di bastoni?!?!?!...”).

Il “Bio-digestore” può farci precipitare anche in atmosfere apocalittiche stile “Blade runner” o “Matrix”, col mondo trasformato in un enorme stomaco globale che si sta auto-digerendo, sino alla tremenda soluzione finale della gran scoreggia galattica totale.

Sì, perché poi, a ben guardare, chi ha concepito questo gioiello di parola ha anche un po' ciurlato nel manico.

Ci depista attirando l’attenzione sulla fase digestiva di tutto il processo, ma se l’obiettivo conclusivo è la produzione di gas, era un altro il passaggio da mettere in rilievo.

Invece di “bio-digestore”, se davvero volevano essere tecnicamente coerenti, avrebbero dunque dovuto chiamarlo, ad esempio, “flatulone”, “air-fart-one”, “gran petoforo”, o “scoreggificio”.

Insomma, per tornare un po' seri (ma non troppo), lo chiamino pure “bio-digestore”, oppure Pink Floydianamente “The Great fart in the sky”, ma il punto focale rimane il nostro sacrosanto diritto di difenderci dalla bruttezza.

Usare parole brutte è un po' come subire la bruttezza dei luoghi. Anzi, si diventa quasi complici dell’abbruttimento.

Così come pretendiamo giustamente la tutela ambientale, dovremmo esigere anche una tutela linguistica.

Certo, creare bellezza è prerogativa forse riservata soltanto agli artisti. Ma sforzarsi di far sì che almeno non aumenti la bruttezza, credo sia più alla portata di tutti.

Magari partendo da piccole cose. Tipo rifiutarsi di digerire astruserie indigeste come la parola “bio-digestore”.


giovedì 30 agosto 2018

Consigli per gli artisti


La pubblicità è merda pura
La pubblicità è merda sicura
La pubblicità è di merda schietta
La pubblicità, merda fatta e rifatta
La pubblicità è merda infelice
La pubblicità fa di merda ogni quanto dice
La pubblicità trasuda guano
La pubblicità ti caga in mano
La pubblicità ti vuol villano
La pubblicità mira al tuo ano
La pubblicità è cacca scura
La pubblicità è cacca vera
La pubblicità è letame fradicio
La pubblicità, escremento sudicio
La pubblicità è un fottimento
La pubblicità ammassa stronzi a reggimento
La pubblicità, fiume di liquame
La pubblicità, la più merdosa del reame
La pubblicità ti mette a zero e novanta
La pubblicità ne sodomizza millanta
La pubblicità è una fogna matura
La pubblicità trasuda lordura
La pubblicità è un suppostone mentale
La pubblicità, “ahia” una volta, poi non fa più male
La pubblicità è testarda come un mulo
La pubblicità rende ognuno buco del culo
La pubblicità spara mille complimenti
La pubblicità vuole tutti tubi digerenti
La pubblicità, gran tornado di merda
La pubblicità...e ogni senso si disperda
E adesso...PUBBLICITÀ!!!

giovedì 2 agosto 2018

Un apologo dei Gerbeti


Una normale famigliola di Gerbeti del Sivione abitava serenamente nel proprio sugnefi pensile.
Il sugnefi è una sorta di palafitta rizzata su tronchi di gremdorzonio stagionato. Il gremdorzonio è un legno molto duro, di cui vanno ghiotti i liberfuoli della jungla, una specie di roditori voraci e silenziosi.

I pali di gremdorzonio che reggevano il sugnefi dei Gerbeti affondavano in una spessa coltre di normobiola, un erba fitta che raggiunge spessori notevoli. Fra la normobiola, amano moltissimo stare acquattati e nascosti i liberfuoli ghiotti di gremdorzonio.

I Gerbeti si lamentavano di continuo di piccoli sciami di sfrufazziti che riuscivano a introdursi nel sugnefi, se solo rimaneva la porta, o uno spiraglio di finestra, aperta. Gli sfrufazziti sono una specie di moschino sostanzialmente innocuo, benché alquanto molesto sonoramente.

I Gerbeti continuavano così tutto il giorno a dar schiaffi nell’aria, a darsene sulla propria faccia, a rifilar ceffoni alla faccia altrui, nel goffo tentativo di domare il fastidio causato dagli sfrufazziti ronzanti.

Ormai tutto il giorno non avevano in mente altro che gli sfrufazziti, e menavano sventole micidiali di qua e di là, per altro riuscendo al massimo a fare poco più che un po' di vento agli sfrufazziti stessi.

Un giorno, nel pieno di una furibonda sessione di caccia agli sfrufazziti onnipresenti (soprattutto nella mente dei Gerbeti), Gerbeto babbo si accorse che uno sfruffazzito si era posato sul coppino di Gerbeto nonno, sonnecchiante in poltrona.

Che ghiotta occasione!

Gerbeto babbo si avvicinò circospetto, levò alto il palmo vendicatore e PAMMM!!! giù un seturbante coppone sleppazzoso sul collo di Gerbeto nonno.
Ovviamente lo sfrufazzito si scansò per tempo, il nonno cioccò un bestemmione roboante e geffriero, che ancora lo sentono fino a Midguld City, ma intanto il contraccolpo della mazzata faceva crollare il sugnefi dei Gerbeti, accartocciato su se stesso.

Cos’era successo? I liberfuoli ghiotti di gremdorzonio di cui erano fatti i pali di sostegno, li avevano divorati al limite della portata, ed era bastato lo scoppolone a nonno Gerbeto, per far collassare tutto.

Ora i Gerbeti del Sivione son rimasti senza casa in un polverone sconsolato, e per di più con un pugno di sfrufazziti in mano. Mentre i liberfuoli ghiotti di gremdorzonio, se la ridono con la pancia piena di gremdorzonio rosicchiato in incognita.

mercoledì 18 luglio 2018

Copyright is in the air


Da quando all'aeroporto di Caselle, Torino, è sbarcato il bronzodiriaceo campionissimo di football in forza da ora alla Juventus, mi sono già più volte sorpreso a sostenere io stesso una camminata densa di ostentato stile ronalduto.

Per atteggiarsi a Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro, (meglio noto come Cristiano Ronaldo), bisogna incedere alteri e “fusteggianti”, sfoggiare sotto la maglietta i più marmorei pettorali e gli addominali dal maggior alabastrato spessore di cui si è capaci (non importa se poi non ci sono davvero, l'importante è l’idea di averli), e dispensare ammiccamenti dalla mascella volitiva, misti a sorrisi tirati con curvatura delle estremità delle labbra non eccedenti i dieci micron sulla scala di misura metrico-decimale-div-hollywoodiana.

Questa figura tragico-grandiosa di uomo della post-modernità si impone all’immaginario, forse ancora prima che per l’eccelsa valentia sportiva, per il suo ineluttabile obbligo fatale di trasudare soldi da ogni atto proprio di esistere.

E almeno in parte, seppur minimamente, a questa possanza esternante pecuniaria, finiamo per contribuire tutti. Anche se non andremo a vedere una partita, né faremo abbonamenti a pay-tv, o non ci compreremo magliette col suo nome; anche chi con la sigla CR continuerà a indicare soltanto Cremona nelle targhe.

Vuoi guardando di sfuggita un suo gol al tg in tele, e dedicandogli dunque una porzione di tempo e canone; vuoi subendo proprio malgrado un lieve “rigonfìo” (da leggersi accentato sulla “i” di fondo) alle gonadi nell'assistere a uno spot con lui protagonista; vuoi vedendo certo spazio televisivo, altrimenti destinabile a un ottimo documentario sul Costruttivismo russo e le avanguardie sovietiche degli anni ’20, occupato invece da moleste disamine di gioco all’aria fritta; vuoi in un modo, vuoi nell'altro, chiunque pagherà il suo pur involontario obolo alla gran movimentazione danarosa ronaldeggiante re-midizzata.

Ecco perché ultimamente mi son messo a traccheggiare avanzando in ronaldico sembiante: così almeno mi prendo indietro un piccolo anticipo di quanto spenderò. Però sto attento, faccio tutto in sordina e con estrema circospezione.

Hai visto mai che mi becca la Finanza e mi chiede il copyright, se non addirittura lo scontrino?

giovedì 12 luglio 2018

Bang super-sofico


La pubblicità diventa ogni giorno sempre più arrogante. La tracotanza che sprigiona, unita alla sua odiosa protervia strisciante, stanno toccando estremi impensati di molestia concettuale pura.

Si giunge persino a stravolgere ogni verosimiglianza filosofica. Si nega l’uomo medesimo nella sua essenza, si calpestano a piè pari le leggi ontologiche e ontiche.

I pubblicitari, novelli cagliostri di ‘sta minchia, stanno mettendo in atto il tentativo alchemico di tramutare l’intera realtà, in anti-realtà del bisognificio auto-trangugiante la propria quintessenza di ingannevole idiotizzazione.
Prendete quello spot che candidamente dichiara “...più sudi, più sai di fresco…”, o l’omologo equipollente che sostiene “...più sudi, più profumi…”.

Ma come? Che corbelleria sarebbe mai questa? Se sudo, io pretendo di puzzare, eccheccazzo!
Ne ho il diritto, “…homo sum, humani nihil a me alienum puto…”. Stai a vedere che adesso ci viene negato pure questo dato di fatto comprovato da millenni d’esperienza vissuta. Forse che dovremo d'ora in avanti aggiungerlo al testo Costituzionale?

“…Ogni cittadino ha il diritto inderogabile di puzzare liberamente, fermo restando il dovere di non farlo pesare sull’altrui olfatto in misura eccedente le normali regole di convivenza sociale. All’uopo sono da decenni approntati appositi dispositivi, detti saponi, atti a favorire la civile regimentazione del fenomeno, senza la pretesa di sradicare alle fondamenta la natura stessa dell’essere esseri umani…”.

Altre aberrazioni giungono dal mondo della cosmetica. Creme che millantano una non meglio definita “formula anti-età”, shampoo o balsami che promettono un effetto “disciplinante” sulle chiome.

Qui mi sento di obiettare che chi proprio proprio vuol mettersi alla ricerca di una “formula anti-età”, la trova bella e pronta nel repertorio della tradizione secolare, e si chiama suicidio: l’unica strada definitiva per combattere una volta per tutte l’invecchiamento.

L’idea poi di “disciplinare” i capelli fa un ribrezzo che richiama i più ritriti linguaggi dei peggiori totalitarismi autoritari. Che poi magari ci si ritrova belli soddisfatti e fieri, e col ciuffo ben disciplinato si corre a scuola a protestare vibratamente se il maestro ha osato mettere una nota al proprio povero rampollo che ha fatto esplodere il water con i petardi.

Si sente poi parlare in tanti spot di “illimitato” di qua e “senza limiti” di là. Ma di cosa stiamo parlando? Se basta un raffreddore per far sentire ciascuno l’essere più cagionevole, limitato e caduco dell'universo…

In una umana prospettiva genuina, non vi è nulla senza limite. Non esiste inganno più grande del vagheggiare la chimera dell’illimitatezza. La vita stessa tutta, è limite…vorresti dunque farmi credere che non lo è, un fottuto abbonamento telefonico?

Per non parlare di quel tizio che vorrebbe farmi bere del tè, solo perché me lo dice una modella lungo i gradini di Trinità dei Monti, col sottofondo neomelodico di un classico della canzone italiana interpretato in una risibile “papponistic new version” d’accatto: “…Sendza fine…scilly bulli like...sendza fine...coccobbello like…sendza fine…”.

Ma per favore!

L’ultimo tè l’ho bevuto nel gennaio del ’92 e se mi venisse di nuovo voglia, non aspetto certo che me lo venga a dire una che ne saprà sicuramente di mutande, tailleur e golfini, ma sulle bevande ha la stessa autorità pontificante dell'ultimo opinionista da bar.

Insomma, cosa rimane da dire…caro pubblicitario, la tua fantasia puzza d’inganno; piantala di fare il pirla che c’hai n’età; coi consigli che mi dai, diventan vecchi i neuroni; rispetta i limiti che l’autovelox delle cazzate è sempre acceso; disciplinami tua nonna, e il tuo tè balordo, bevitelo te.

mercoledì 27 giugno 2018

Vecchio smarfone


Arugantia petecchialis cum delirium tremens d’omniputentia, più doppio salto mortale all’indietro culminante in inchiappettamentus de-vaselinizzatus summa cum presa per lo culus commercial-socio-goliardica ad sfetecchiandum lo populo bove inconsapevole di sua medesma incumsistentia moralis…

lunedì 25 giugno 2018

Lentamente muore


Lentamente muore
il neurone rassegnato a una Barbara-D’Ursica realtà

Si secca piano piano la sinapsi fra una molla e l’altra di materassevoli omelie Giorgio-Mastrotali

Si ottunde il senso critico, stando troppo “Dalla vostra parte”

Si spalanca la voragine cerebrale se continuamente flagellata da tg-quattrici sciacallaggi in salsa di vips villeggianti a Cortina

Implode la mente se compressa dal continuo sottovuoto spinto defilippico

S’abbruttisce l’animo in ammollo nelle pruriginose morbosità criminal-guardone elevate al Quarto grado

S’incataratta di bruma idioziale l’occhio ipnotizzato dal monomaniacale e voyeuristico guardare attraverso il Forum della serratura

Si lobo-letamizza la scatola cranica sotto l‘incessante fuoco nemico pubblicitario

Si desertifica inesorabilmente lo scroto di chi al posto del dubbio lascia subentrare Del Debbio…

E, quel che più conta, questo è il telecomando, figlio mio! Cambia quel cazzo di canale, o prendi in mano un buon libro, e mandali tutti affa’-n’audience!

Tua sarà la mente e tutto ciò che vi è in essa.


domenica 24 giugno 2018

Pubblicitrash


- Non trovando uno straccio di diavolo che gliela comprasse, un tizio vendette l’anima alla Lidl. Ne derivò lo strambo inconveniente che con ogni donna in seguito conquistata, gli riusciva soltanto la posizione erotica del 68 e 99.

- Sentendo uno spot che proclamava la scoperta di “un nuovo modo di liberare l’intestino” (*), un tale venne preso dal più ampio sconforto al pensiero di aver fatto, fino a quel momento, soltanto delle gran cagate.

(*) = giuro: sentito con le mie orecchie!

- Dopo dieci anni di ininterrotta visione di canali commerciali, dieci ore al giorno davanti alla tele, un tipo venne colto dall’imperativo morale di andare a vendere il culo lungo la statale.

- Il tipo della terza storia corse poi dal tale della seconda storia, per confortarlo dicendogli che forse aveva trovato un vero nuovo modo per liberare l’intestino.

venerdì 1 giugno 2018

Jellystone al potere


Eppure c'è anche questo aspetto.

Non dico che sia l’unico, anzi, è di certo marginale, ma io credo che, in qualche modo, sussista.

E si tratta di questo.

Sottolineo e preciso: parlo di eventi. Senza voler responsabilizzare tizio o caio, che sarebbe troppo complicato, se non impossibile.

Gli eventi dunque ci hanno talmente esasperato; gli eventi ci hanno così sfiancato; gli eventi ci hanno a tal punto sfinito, esasperato, tartassato, bombardato, massacrato, sdilinquito, rammollito, frullato, bollito, soffritto, lessato, affettato alla julienne, triturato, asfaltato, macinato, che…

…a questo punto, al governo ci sarebbero andati bene anche Yoghi e Bubu…

Foi fenire di Italia???


Pare che le autorità comunitarie europee, per il tramite di una commissione dedicata, stiano approntando un progetto preliminare per realizzare, nelle sedi di Bruxelles e Strasburgo, appositi stanzini denominati “Fucked damn pork italian fish and shit little rooms!”, detti anche “Gabinetti dello sfogone insultante anti-italico”.

Questo in considerazione degli esorbitanti tetti di spesa ormai raggiunti dalla UE per mantenere in servizio un esercito di smentitori professionali, chiamati ogni volta a rabberciare le parole del politico europeo di turno, spiegando che, sì, ha detto così, ma voleva dire cosà, ha parlato in un modo, ma andava tradotto in un altro, e così via.

Coi nuovi stanzini “Fish and shit”, tutto questo sarà solo un imbarazzante ricordo. Quando a un presidente di commissione, a un ministro, a un sottosegretario europeo extra-italico, scapperà l’invettiva luogocomunista pregiudizievole contro l'Italia, non dovrà far altro che correre al “Gabinetto dello sfogone”, chiudere la porta e una volta dentro, urlare a pieni polmoni contro le pareti insonorizzate: “…fucked italians, shit, merd and burp, spaghetti, mandolino, fancazz all day long, gratt’al ball twentyfour hours a day…corrott’e-mmmerd, oh mamma mia, mafiosi e melodia…bonasera signorina, fuck all night fin-a-mattina…li mortaki de zi’ Peppe, oh fuck, too you, nel cielo deppinto de blu…” e via maledicendo.

Dopo lo sfogo, il politico alleggerito potrà così uscire più sereno e si saranno risparmiare preziose risorse stampa e comunicative.

lunedì 28 maggio 2018

Sana e robusta...

Da tenere sempre sul comodino...


domenica 27 maggio 2018

Le nutrie e la grammatica


Usi corretti della locuzione "piuttosto che".
Un esempio pratico:
"...Piuttosto che comprare qualcosa da Poltrone & Sofà, sto in piedi per sempre...".
Postilla: minchia, che tre coglioni!!!

venerdì 25 maggio 2018

FanTalpolitica


L'invasione di talpe nel mio giardino prosegue imperterrita e flagellante. Se dal punto di vista pratico mi difendo un po' “scancherando” e spianando alla bell’e meglio i perniciosi montarozzi, mi capita invece di soccombere miseramente sul piano etico-grammaticale. Un paio di lenti d’intalpimento si frappongono davanti ai miei occhi e comincio a vedere la realtà tutta talpizzata.

La recente situazione talpolitica mi si è così ben confusa in mente. Alle talpazioni di marzo, si erano imposti i penta-talpati e la lega-talp, con talporanza relativa. C'è stata un'eternità di consultalpazioni, con gli altri gruppi talpitici in fermento. Silvio Talpusconi, il padrone di Talpa Italia, ha menato ben la talpa per l’aia, c'è chi dice per la gran strizza riguardo al conflitto di talperessi. Talpeo Renzi ha anche lui il suo daffare, perché fra i DemoTalpi la confusione è grande, fra istanze scissioniste di Massimo T’Alpema e Piertalpigi Bersani, e mille disaccordi interni.

Insomma, nel tira e talpa generale, a forza di andare fuori e dentro dal Talpinale, per ora si sono un po' attalpati Matteo Talpini e Giggino Di Talpaio.
Anche qui, essendo fra loro in sintonia come il Tàlpolo e l'acqua talpa, hanno questionato da matti prima di trovare un possibile Presidente del Talpiglio. Alla fine hanno indicato Giuseppe Talponte. Il presidente Sergio Talparella non è che ha fatto proprio i salti di gioia nella sala delle talpate. Ha detto, va beh, vediamo come si mette, ma scordatevi di uscire dall’unione eurotalpea e fate poco i talpizialisti sovranotalpici della domenica.

Sono sbucate le prime magagne, pare che Talponte abbia un po' taroccato il talpiculum, sostenendo esperienze alla New Talp University mai fatte. Apriti oh talpo!!! Già c'era gran talpicismo generale riguardo certe proposte, tipo la talp-tax, il reddito di talpadinanza, e adesso anche questa…
Poi si è aggiunta baraonda con le voci di un possibile ministero talponomico a Paolo Talpona, notoriamente critico verso la moneta unitalpica e nemico politalpico della Teutalponica Talpela Merkel.

Ora la palla dovrebbe passare a Montetalporio e Palazzo Talpama, dove talporevoli e senatalpi dovranno dire la loro. E dai che si ricomincia: coi franchi talpatori, le votazioni talpesi o talpete, e chi passa al gruppo talpo, e chi chiede la talpiducia…
La gente un po' confusa accende la talpisione, si affida alle talpatone di Enrico Talpana, segue Otto Ettalpo di Lilli Talpuber, il professor Massimo Talpari sempre intalpato nero, il talpemico Marco Talpaglio, le battute di Talpene Gnocchi, Talparò e Talpa pulita, mentre Michele Talporo parla del talporismo degli anni di talpiombo…

Alla fine l’unica talpezza rimane Talpusconi, che si ostina a proclamare intalperrito: Noi si mangia la lasagna, noi ci piace assai la fregna, evviva quella gran talpa della Mara Talpagna!

mercoledì 16 maggio 2018

Cartoline quotidiane


Cagnetto ancorato a colonna del sagrato, stile “fronte-saloon” western, in attesa del padrone, a sua volta in attesa alle Poste, a loro volta in attesa della definitiva privatizzazione assoluta del Tutto privatizzabile universale, al fine di ritrovarci completamente privi di qualsivoglia previdenza sociale e preveggenza solidale…(commento fra le righe del cagnetto: “…Woof!!!...e ti dirò di più: “Woof, Woof!!!...”).

P.s.: Nota bene: credo abbia lasciato anche un commento ulteriore sulla colonna...