mercoledì 21 dicembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 14 - "Krypto note"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

14 - "Krypto note"

Varcammo a braccetto la soglia
di Sessylvanya row.
Impazzavano le mode
ma noi indossavamo sempre
le stesse mutande di tweed.

Dai picchi del puro stupore
pencolavano a fronda
liane illimitate di tela di ragno
polverosa nel disilluso mormorio
di una brezza spirante
odori sulla cute nuda.

Sbocciavano i fior di pelle,
teorie di Bruni e Brune
scatenarono l'imbrunire,
mentre su impervie cime
innovate s'inerpicava
il modernista Alfonso Pino
detto Al.

Camminando barefoot in inglese,
si usa il piede
ma se vai scalzo in italiano
non ci metti foot.
La prassi non è acqua
disse il duro sesso al sasso.

Le parole sono più eccitanti
se le vestiamo di echi posteriori
invece d'infagottarle
in loro significazioni preventivate
per le quali non si ha di che stupire
nel pagamento della stoffa.

Hai più pensato a quel progetto
di importare la...
...PIADINA TIBETANA?

Quando il sole si riaffaccerà
di nuovo nel cielo per tornare
a baciare alla francese
i nostri culi caldi,
ricordami di ricordarti
di dimenticare che ci eravamo
scordati di tutto.

Come serpenti sotto i raggi
faremo la muta, desquamando
fra le erbe, mute parole
di una loquacità perduta.
Le labbra di attesteranno
sul limitar di dire.
Non è forse meraviglia pura
che squarcia il cielo
non capirsi affatto
nel parlarsi sotto un melo?
E sentire la potenza
dell'ultra-senso
invadere il petto,
montante torrida e languida
dalle profondità di un bacio
scoccato a fior di mai detto.

Questo è un lavoro per
Super De Man!
Entriamo tutti in cabina
a infilar le braghette
sopra i pantaloni,
e con la mantellina svolazzante
solchiamo tramonti e nubi
di un improbabile significante.

"Un pensiero ogni qualche giorno" 13 - "Nutrihegelismi"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

13 - "Nutrihegelismi"

Allora, questo discorso me lo ha fatto qualche giorno fa NutriDialettico. Non solo non garantisco della sua scientificità (o di quale rigore filosofico ci stia dietro), ma tanto meno mi sentirei di scommettere sulla sua serietà. NutriDialettico abita nel fosso della sinistra hegeliana nutriale, e se non lo sapete, in quei paraggi sguazzano tipi davvero strambi.

NutriDialettico parte da una constatazione molto semplice: quando l'uomo agisce singolarmente o per piccoli gruppi, lo scopo che si prefigge viene solitamente raggiunto con una considerevole percentuale di ragionevolezza. Quando però aumenta il numero degli individui che si confederano per imbastire un obiettivo di portata più vasta, con beffarda "quasi regolarità" succede di ottenere giusto il risultato opposto rispetto a quello verso il quale ci si era mossi.

La realtà si nutre dei suoi opposti. È nella natura dell'essere, doversi alimentare continuamente del fuoco in cui ardono gli aspetti in contraddizione del reale. L'uomo, con la sua tendenza a "monodimensionare" di continuo, si illude di eludere il succo sostanziale del mondo.

NutriDialettico mi ha anche detto però che mai come in questo periodo storico aveva visto gli uomini cannare in pieno i propri obiettivi, anche quando vengono perseguiti da cerchie ristrette di persone. Al limite, anche da un sacco di persone, ciascuna presa però nella propria singola cella esistenzial-decisionale.

NutriDialettico non ha mai avuto una gran fiducia nel genere umano, e l'ho sentito particolarmente preoccupato, per l'occasione. Dice che questa epocale svolta dell'umanità dalla sua connaturata dimensione tragica, a una simile inedita dimensione comica, in teoria dovrebbe farlo sorridere. Nella pratica degli eventi però, la cosa lo rattrista, perché indossando la sua bella pelliccia hegeliana-eraclitea, non può fare a meno di cogliere sempre in ogni cosa anche il suo opposto.

Infatti alla fine, nel salutarmi, mi ha pure detto: "...Va beh, ciao, meglio non pensarci...mi faccio una nuotata nel fosso per rilassarmi...", e si è incamminato con calma verso il piede dell'argine, a controllare se è proprio così come raccontano, che l'erba cresce più lenta d'inverno di quanto faccia in estate.

sabato 10 dicembre 2016

Un pensiero ogni qualche giorno" 12 - "Pippo lo Stupendo, o quel che resta del salto di un soldato di Big Babol"

Un pensiero ogni qualche giorno"

12 - "Pippo lo Stupendo, o quel che resta del salto di un soldato di Big Babol"

Nel dormiveglia mattutino, vengo colto talvolta da enigmatiche frasi. Scaturiscono direttamente dal subconscio, che più di così non si potrebbe. Si impone come prima cosa il loro ritmo, anche se il senso di quelle parole magari non è subito immediato. O forse, anche se un senso vero non lo avranno mai.

Una delle più belle di queste frasi mi è piombata in bocca stamattina. Come sia successo che sono riuscito a decodificarla, poi a tenerla viva in memoria, e dopo ancora ad annotarla, non lo saprei dire. Di fatto, mi sono ritrovato con una stranissima sequenza di parole, che era allo stesso tempo un titolo perfetto: "Pippo lo Stupendo, o quel che resta del salto di un soldato di Big Babol".

A quel punto, avevo il titolo, ma mi mancava la storia. Mi sono ricordato allora di un fatto minimale, di quando ero bambino. A quei tempi, ce la dovevamo vedere col fenomeno dei ragazzini di città, temporaneamente villeggianti in paese. Si trattava di nipotini di vari nonni o zii locali, che in certi periodi dell'anno, o per particolari feste, venivano a passare un po' di tempo in campagna, fra le terre di origine delle rispettive famiglie.

Queste presenze aliene non erano questione da poco, per noi mini campagnoli iper-provinciali. Il senso di inferiorità scattava abbastanza automaticamente. Il ragazzino di città era per definizione molto sveglio e scafato, rispetto ai nostri limiti panoramici rurali. Ne sapeva di sport, di giochi, e della vita in generale, molto più di noi, facendoci sentire spesso dei sempliciotti.

Capitava però a volte un cittadino particolare. Diciamo un po' sotto gli standard urbani tanto temuti. Ed erano quelle le occasioni di piccole rivincite morali. Uno di questi anomali metropolitani fu appunto Pippo lo Stupendo. Ai tempi naturalmente non sapevo ancora che si chiamasse così, ne sono venuto a conoscenza solo stamattina, quando quel titolo onirico mi si è rivelato.

Pippo lo Stupendo era il più ingenuotto e sprovveduto cittadino che ci potesse arrivare fra i piedi. Una vera manna sociopedagogica dal cielo. Leggermente grassotto, portava i classici occhiali da vista a culo di bottiglia; se non ricordo male, con addirittura la misteriosa fascetta di cerotto appiccicata attorno al ponticello che tiene insieme le due lenti. Completavano il ritratto, due dentoni roditoriali perennemente esposti in un sorriso che non brillava certo per intelligenza acuta.

Ricordo che su Pippo lo Stupendo si scaricarono diverse frustrazioni agricole da tempo immagazzinate negli animi di ciascun bambino in paese. Era uno zimbello perfetto, e il fatto che venisse dalla città aggiungeva una preziosità indicibile alla sua caratura di piccolo gonzo.

Ma la vendetta perfetta, si consumò un pomeriggio di domenica, nella sala del cinema locale, che allora rifulgeva ancora dell'azzurrino riverbero emanato dai fotogrammi della premiata ditta Hill & Spencer, o delle incomparabili grida del gran contabile di emozioni avventurose, il molto onorevole Lee ragionier Bruce.

I più fini psicologi avevano da tempo capito che se volevi prendere un piccolo cittadino, non solo in contropiede morale, ma anche per il culo, dovevi punzecchiarlo direttamente sull'orgoglio. Se poi si trattava di aver a che fare con la gonzitudine pura conclamata, il gioco si faceva ancor più raffinato. Facendo credere alla vittima che fosse da gran tipi accettare stupide sfide, si otteneva in un sol tempo il duplice esito di deridere il malcapitato, illudendolo anche di aver compiuto chissà quale impresa eroica.

Non so più come la cosa ebbe inizio, ma qualcuno doveva aver iniziato a insinuare nella zucca facilotta di Pippo lo Stupendo, che non sarebbe stato capace di mettere in bocca più di un certo numero di Big Babol, le famigerate ciccone ipertrofiche, molto apprezzate allora per le loro proprietà "pallonifere" notevoli.

Punto sul vivo, non sospettando nemmeno di striscio l'aria di gran sfottuta che si andava apparecchiando alle sue spalle, Pippo raccolse senza meno il guanto della sfida. 

Ricordo che iniziò ad infornare Big Babol che ancora dovevamo entrare in sala, e a pochi attimi prima dei titoli del film, ne aveva forse già introiettate una decina. E non dava il minimo cenno di voler fermare la fatale voracità.

Credo che lo spettacolo di quell'essere sprovveduto, intento a ruminare siffatto bolo rosaceo mastodontico, sia servita da riscatto morale per tutte le forme di snobismo cittadino subite in ogni epoca da ciascun ragazzino di campagna del mondo.

A un certo punto, Pippo lo Stupendo reggeva fra le ganasce un ammasso tale di cicca, che mi mosse quasi un'ilare compassione. Sudava, biascicava, rimuginava spropositi gommosi, mentre le spesse lenti gli si annebbiavano nel sovrumano sforzo mandibolare.

Alla fine, forse addirittura con rammarico, dal suo gonzo punto di vista, nel dover abbandonare a metà la sfida, espettorò quel gran moloch di conglomerato ciccoso, che rimase poi per tutta la durata del film, a fare bella mostra di sé sul pavimento della sala, kubrickiano monolito di chewing gum, a perenne monito di tutti i potenziali irrisori urbani futuri.

E fu così che si compì la vicenda di "Pippo lo Stupendo, o quel che resta del salto di un soldato di Big Babol".

Un pensiero ogni qualche giorno" 11 - "La parola è: fragile"

Un pensiero ogni qualche giorno"

11 - "La parola è: fragile"

Fragile la foglia
accartocciata,
secca, dentro al pugno.
Costringe la mano
a fare i conti
poi
con lembi attaccaticci
di vegetalità frantumata.
Come brandelli
di foglia,
stritolato, il debole,
dall'angheria,
rimane incollato
al palmo
della solitudine
prepotente.
L'Epulone esistenziale prosciuga
il mondo per averlo
intero ai suoi piedi.
E non s'avvede
del deserto
tutto intorno
che ne nasce.
Beata l'epoca
rispettosa
di una foglia.
Infelice l'epoca
raggrumata, misera,
in un pugno stretto.

lunedì 5 dicembre 2016

Un pensiero ogni qualche giorno" 10 - "Scrittura, plurale, femminile"

Un pensiero ogni qualche giorno"

10 - "Scrittura, plurale, femminile"

Certi giorni, ho come l'impressione di aver smarrito la grazia narrativa. Non trovo più il mio "genius scribendi", quel guizzo situato a metà fra il fisico e l'incorporeo, nel quale a mio avviso si cela la molla capace di innescare la buona scrittura.

È difficile capire le dinamiche di un simile meccanismo. Per fortuna, viene da aggiungere. Perché diversamente, la scrittura non sarebbe la strepitosa magia che invece in realtà è.

Quello che saprei dire in merito, sono soltanto impressioni molto evanescenti.

Uno scritto riuscito poco bene, mi nasce maschio. Quando invece le parole affiorano naturali, spontanee, senza bisogno di evocarle troppo, talmente tanto sono "subito lì", quasi già sbocciate per una volontà propria interiore...beh, in quei casi le parole mi escono dalle dita decisamente femmine.

La differenza la noto sia nell'atto dello scrivere, ma anche parecchio nel rileggere. Nel caso di uno scritto venuto male, o così così, mi sento come di fronte a un uomo col quale ho appena avuto un certo dialogo, magari anche interessante, ma che mi ha lasciato dentro un senso monodimensionale, di piattezza.

A riguardare uno scritto venuto bene invece, mi sembra di rimirare una donna di gran fascino, la quale, fra le tante sue caratteristiche belle, reca con sé un'impressione molto appagante di pluralità.

La bella scrittura si sprigiona dal gioco del sedurre e del lasciarsi sedurre dalle parole. Si corteggiano i pensieri, si solleticano le immagini, ci si danno pizzicotti vicendevoli con le metafore, si scambiano baci molto intensi con la forma, il ritmo, la musica delle frasi.

Queste considerazioni sarebbero però parziali, se non precisassi un aspetto importante. Il bello scritto, credo nasca femmina, sia provenendo dalle mani di un uomo, sia da quelle di una donna. Indipendentemente dalla specificazione sessuale che la sorte ha assegnato a ciascuno in termini esistenziali spiccioli, lo scrivere rimane sempre atto di fusione con l'universale femminile.

La scrittura è un lasciarsi accogliere, è tensione verso una completezza. E queste cose si possono rintracciare solamente ponendo se stessi contro uno sfondo femminile del reale, del mondo, dell'essere tutto. La scrittura ci contiene, ci riceve, ci ingloba in sé: solo così può essere buona.

"Un pensiero ogni qualche giorno" 9 - "Rastr an' Strell"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

9 - "Rastr an' Strell"

Un giorno, facevo dei lavoretti in giardino. Mi garbava abbastanza farli e così mi sono messo a canticchiare "One" degli U2. 

Sapete, "...have you come here to play Jesus...", e giù così di melodia.

Ho immaginato per un attimo come sarebbe stato ad essere io, invece di me stesso, Bonovox in persona. A parte che non son sicuro che Bonovox rastrelli le foglie in giardino. Ma mettiamo che ogni tanto lo faccia, così, per distendersi un po' e tirarsi fuori dallo stress dello star-system.

Se capita dunque a me di cantare, (para-toto-cutugnamente) con il rastrello in mano, volete che non scappino un paio di gorgheggi anche a Bono? Allora ho pensato che la cosa più forte, in questo caso, sarebbe per i suoi vicini di casa.

Se ne starebbero magari sotto il porticato, a pochi metri dal giardino di Bono, e si gusterebbero un bel concerto unplugged-unrastrelled. Perché immagino che Bono non canterebbe solamente "One". Lui ha tutto in mente il repertorio degli U2, e tempo di riempire due o tre carretti di foglie da portare al cassonetto del verde, ti avrebbe già sciorinato un paio di cd storici della band.

Poi, ho detto Bonovox, perché per caso m'è capitato di cantare "One". Ma lo stesso si può immaginare con Bruce Springsteen, o con Bob Dylan.

Sarebbe il massimo, per il vicino di Bob, magari proprio il giorno che ha dato buca al nobel, sentirlo canticchiare col forbicione, mentre pota la siepe.

Questo dovrebbe succedere, in un mondo in cui le rockstar fanno lavoretti in giardino, e hanno vicini di casa, normalmente, come capita alle persone comuni.

Invece, in questo mondo che non concede tregua agli idoli della canzone, assediati e assillati dai fans per la loro notorietà, i normali vicini si devono accontentare. Mentre le rockstar fanno soldi a palate, ma sognano di reggere in mano ogni tanto un semplice rastrello.

"Un pensiero ogni qualche giorno" 8 - "Bumano, troppo bumano"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

8 - "Bumano, troppo bumano"

In una remota galassia, molto simile alla Via Lattea, esiste una stella, molto simile al sole, attorno alla quale orbita un pianeta, molto simile alla Terra, popolato da esseri molto simili all'uomo. La differenza sta nel chiamarsi quella galassia Vialatta, la stella Bole, e il pianeta Zerra, habitat naturale dell'essere Bumano, anche detto Buomo.

Per un complesso meccanismo rotatorio della Zerra intorno al Bole, anziché a partire dalla trama del ritmo circadiano, su quel pianeta la vita si è sviluppata sulle cadenze del ritmo circannuale. Il Buomo e la Zonna, sulla Zerra, abitano il tempo di un anno intero, distribuendo lungo di esso le medesime attività che sulla Terra occupano una sola giornata.

Il Buomo dorme grosso modo quattro mesi di fila. Va a coricarsi sul finire di ottobre e si sveglia ai primi di marzo. Se nel sonno si accorge di dover fare pipì, magari verso la metà di gennaio, si alza e la va a fare, ma ciò lo impegna come minimo sei o sette ore (e ne può fare litri).

Il Buomo e la Zonna sognano praticamente tutto il periodo di febbraio. Fanno sogni lunghissimi, esaltanti ed estenuanti insieme. Questa attività onirica molto intensa procura al Buomo una ricarica emotiva spropositata, e asciuga totalmente il suo fisico.

Il Buomo e la Zonna si risvegliano infatti il 2 o il 6 di marzo, coi corpi depurati in veri e propri fasci di nervi, asciutti e muscolosi, disegnati a cesello in ogni fibra.

Contemplandosi a vicenda, in questa sbalorditiva forma, appena desti, il Buomo e la Zonna provano l'uno per l'altra un'attrazione irresistibile. E nonostante quattro mesi di sonno nell'alito, non possono fare a meno di tuffarsi a capofitto in una sessione erotica che li impegna dalle due alle tre settimane ininterrotte.

Bisogna infatti sapere che sulla Zerra, proporzionalmente alla tempistica relativa generale, l'acme del piacere sessuale può durare varie ore.

I Buominini (piccoli di Buomo) fanno sempre i capricci per alzarsi da letto, come tutti i cuccioli dell'universo. A volte mamma e papà riescono a farli schiodare dalle lenzuola che già aprile ha fatto buona parte del suo corso. Per non parlare poi dei giovanotti e delle signorine, che magari sono stati in discoteca fino a inverno inoltrato, e hanno fatto i giorni piccoli, rincasando verso Natale o giù di lì.

Quando tutti sono svegli e hanno passato vari giorni in bagno per le abluzioni mattutine, inizia la colazione, generalmente verso fine aprile. Qui gli Buomoni sono capaci di ingurgitare quintali di zabaione o litri di caffelatte, migliaia di cornetti alla crema o panini imburrati, con marmellata, e così via.

Per il loro particolare metabolismo zerrestre, ad ogni pasto riescono infatti ad assimilare l'equivalente di tutte le colazioni di un anno umano. E così capita per il pranzo e per la cena. Gli Buomini pranzano di solito nei primi quindici giorni di giugno, e cenano l'ultima settimana di agosto (a cena, è meglio star leggeri, si sa).

Un Buomo può lavorare poi decine e decine di giorni senza sosta, anche se risale solamente all'epoca moderna la conquista sulla Zerra del diritto sindacale al settembre libero.

Il mese di ottobre è infine dedicato agli "svaghi serali", sulla Zerra detti "autunnali". Buomini e Zonne vanno magari a ballare, lanciandosi in danze che possono andare avanti per giorni (una canzone zerrestre dura in media tre ore). Oppure, molto frequentati sono anche i zinema, dove si proiettano zilm i cui titoli di coda compaiono quattro giorni dopo la sigla iniziale.

Una volta rincasati, Buomini e Zonne (o anche assortimenti diversi di essi), fanno ancora l'amore per qualche giorno, oppure guardano la zelevisione, prima di inoltrarsi di nuovo nei loro lunghi mesi di sonno (pare sia molto in voga fra gli Buomini assopirsi davanti a una trasmissione zv, condotta da Zigi Zarzullo).

Certe volte si accorgono di essersi scordati di portare il cane a fare il suo giretto serale. Allora si alzano, magari il 10 ottobre, e fanno il giro dell'isolato con la bestiola per sei giorni. Ma alla fine arriva il meritato riposo plurimensile. L'importante, per gli Buomini, è non caricare mai la sveglia. Se non vogliono sentirla suonare sette ore, verso il finire di febbraio.

giovedì 1 dicembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 7 - "Auto-elogio della mutanda"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

7 - "Auto-elogio della mutanda"

A volte mi capita di domandarmi come mi sentirei se fossi le mie stesse mutande. Il ruolo psicologico e sociale della mutanda è forse uno dei più cruciali immaginabili, e al tempo stesso uno dei più trascurati, sottovalutati.

La mutanda è una barriera fisico-emotiva nei confronti della realtà. Contiene, argina e culla le avanguardie del nostro subconscio. La cortina delle mutande frappone la più sottile pretesa di riservatezza fra il sé profondo e la dimensione pubblica (arginando quella pubica).

La mutanda si sobbarca tutte le preterintenzionalità fisiologiche. A seconda dei casi, nel suo ruolo di diga a ciò con cui rima, o di anti-strapazzo d'un propagarsi mutevole e pazzo, la mutanda segna confini strategici alla persona.

La mutanda si fa carico di responsabilità insostenibili per qualunque essere umano. Per questo non è nemmeno pensabile pretendere di volersi mettere nei suoi panni. Assorbe tensioni estreme, consentendoci di continuare a presentarci impassibili, anche quando entro il suo attillato sipario vanno in scena veri e propri psicodrammi intimi in miniatura.

Bisognerebbe essere dei pazzi (con la "p") o delle anime fatate (con la "f"), per trovare il coraggio di impersonare una mutanda al giorno d'oggi (tra l'altro dissimulando sempre l'iniziale..."p" a far le veci di "c", e dove la "p" andrebbe, confonderci in mezzo una "f").

In virtù di tutti questi strabilianti antefatti, suona inaudito immaginarsi mutanda. Personalmente, riesco a stento a pensarmi come il mio proprio paio di mutande. Solo in questo cortocircuito identitario mi posso immedesimare.

Essere mutanda, e individuo in quella mutanda contenuto. Ispirare odore, nel mentre che si traspira amore. Coprire l'andata e ritorno del pudore in un unico viaggio. Sostegno e sostenuto, recipiente e ricevuto. Principiare in un "io" e declinare in un "anda": pochi portenti al mondo ci possiamo raffigurare di simile portata.

Vedere all'unisono cosa accade fuori di sé e nei pressi più ravvicinati del dentro di sé. Vestire il più patente aspetto di civiltà, ma sentirsi specchiati sul più diretto contatto con l'animalità.

Andare in giro nudi-vestiti, abbigliati-spogliati. Intessere dialoghi di segrete tangibilità, sostenute in ogni caso dal punto di vista interiore. Toccare il tocco stesso: niente meno che tale privilegio viene concesso a chi vive in qualità di propria medesima mutanda, continuando ad essere anche persona.

Facciamoci mutande di noi stessi dunque: nessuna rivoluzione potrà presentarsi mai più radicale di questa.

Diveniamo guaina sguainabile di contro-accoglienza mutevole: a sentirla pelle di calore, inguainato da peli di cotone, una mutanda auto-immedesimante salverà il mondo!
Inauguriamo l'alba di una nuova umanitanda!

mercoledì 30 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 6 - "Libere libbre di libri si librano"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

6 - "Libere libbre di libri si librano"

Nella vita non ho mai costruito niente di più importante e solido delle pile di libri che torreggiano sul mio comodino. Datemi pure dell'inconcludente. Ditemi abulico e, sul versante esistenziale, parecchio inconsistente. Ma non potrete mai trovar nulla da ridire sulle mie belle pile.

Si ergono fiere della loro precarietà, come grattaceli culturali "indefinitamente mai" troppo elevati. Invece di armature in ferro, scorre nel loro interno uno scheletro chilometrico, ingabbiato e silentemente sagomato, di parole scritte, che si dipanano attraverso le pagine, riagganciandosi poi idealmente fra loro, traforando copertine e prefazioni, in un lungo, ininterrotto dialogo inter-romanzesco, saggistico e poetico.

Rassicurano e mettono ansia al tempo stesso. La fragilità e la mutevolezza sono lo scopo della loro struttura. La Morante forgia fraseggi insieme a Gadda, Hemingway offre un drink a Fitzgerald, Sciascia si attarda a far due chiacchiere morali con Tex Willer, mentre le Sturmtruppen e Galimberti discettano di Hegel.

Palazzi di libri dalle geometrie ribelli, variabilità rettangolari ascendenti, fervide balconate che aggettano ad ogni innalzarsi di volume, bovindi squadrati, dai quali si affacciano titoli e autori scritti sulle coste, come pigionanti curiosi di sbirciare cosa sta succedendo di sotto.

Universi, dentro a universi, infilati in riverberi infiniti di palcoscenici, a loro volta affacciati a specchio su scenari in continua trasformazione multi-cangiante, scaturiscono allora muti da quel piccolo giardinetto di fusti di carta ammonticchiata.

Sono architetture di fini diciture, un ordito orgiastico meditativo di tessiture urbanistico-grafiche protese in altezza. E quando spengo la luce per addormentarmi, il brulichio di parole senza suono si mette in fermento, facendo da sfondo al sonno. Il lavorio incalcolabile di tutti quei pensieri, contenuti nelle pagine come inquilini ospiti di altrettante stanze, prende a macinare le praterie post-significatrici dell'aria nella stanza, con incognito e impercettibile ribollire.

Perché tutto si potrà dire di me, ma non che sono uno che non sa tirar su belle pile di libri sopra il comodino.

martedì 29 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 5 - "Mini guizzi impellicciati"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

5 - "Mini guizzi impellicciati"

In tanti anni vissuti praticamente circondato da nutrie, non mi era mai successo di vederne in forma di cuccioli. Circa un mese fa, nel giro di una settimana, ho potuto apprezzare almeno in due occasioni questi animaletti anche in versione infante.

La prima volta, in qualità di passeggero, transitavo in auto vicino a un ampio e profondo canale. All'altezza di un incrocio, dove non solo le strade, ma anche i relativi fossi s'intessono fra loro, sul basso ripiano di terra asciutta lì formato, noto la nutria più piccina mai vista fino a quel momento.

Doveva avere non molti giorni di vita, si presentava con grazioso aspetto nutriadolescenziale, intenta in qualche suo tipico armeggiare di zampette, con quella caratteristica aria da topolotto indaffarato che questi roditori sanno assumere quando si mettono a pretendere di comportarsi come se avessero vere mani (anche se, chi apprezza le nutrie sa che loro "hanno veramente" vere mani).

Non ho fatto in tempo a pensare con stupore "...veh, che piccola che è...", che subito un fuggevole movimento periferico ha catturato la coda del mio occhio, invitato ad andarsi a posare su quello che doveva essere un fratellino o sorella nutria del primo soggetto, scostata solo di qualche centimetro. Se la prima era piccola, questa era minuscola, ma già tutta dotata della grazia castoresca degli esemplari adulti. Non si è concessa molto agli sguardi, perché nel giro di un paio di zompetti leggiadri, l'ho vista poi slalomeggiare da gran burlona natante fra i flutti del fossato. Ma tanto è bastato per soppesarne con soddisfazione tutta la sua eleganza minimale eppur così sapiente.

La seconda epifania micro nutriale m'è successa poco dopo. Dalla cima dell'argine si domina un prato prospiciente a un laghetto molto apprezzato dalle nutrie. Di solito lì pascolano placide, piccole mandrie d'arancio dentate. Ma in quella circostanza, ce n'era un esemplare e basta, apparentemente sorpreso in solitaria passeggiata.

Anche stavolta però l'apparenza ingannava. Poco lontano infatti, quasi a confondersi col rigoglio vegetale, noto una strana conformazione a serpentello, quasi intrecciata con gli alti ciuffi erbosi e semisommersa. Per la distanza, non capisco bene cosa sia, ma c'è voluto pochissimo a sciogliere il dubbio. Era niente meno che un trenino di cuccioli minuscoli, indaffarati a sguazzare fra l'erba con la stessa abilità dimostrata nell'acqua. La cosa più bella è stata che ce n'erano forse tre o quattro, ma a vederli sgusciare così coordinati e in perfetta sincronia, sembravano emanare una sola armonica aura di dinamismo giocoso.

Non avevo mai visto nutrie così piccole. E adesso so che anche loro possono dire di aver posato le zampe sul terreno della fanciullezza, in qualche periodo della loro vita.

lunedì 28 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 4 - "Caneologismi"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

4 - "Caneologismi"

Si evolvono gli sguardi sul mondo, e le mode dilagano, a invadere le pertinenze quotidiane di altri esseri viventi (si vede così tanto che non sapevo come iniziare?...).

Nel gran negozio dedicato a tutti gli accessori e prodotti per animali immaginabili, entrato con gli amici per curiosare, noto con stupito sorriso che nel reparto dedicato a pettorine, giubbetti e giacchette canine, ci sono dei veri e propri manichini con le diverse forme, a simulare la variabilità quadrupede incappottata.

Non posso fare a meno di venirmene fuori con un'assurdità linguistica, che accresce a dismisura la stima nutrita dai miei amici nelle mie raffinate capacità di fine distorsore verbale: "...Oh ragazzi, ma questi non sono manichini...li chiamerei piuttosto manicani...".

sabato 26 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 3 - "Il vecchio indiano"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

3 - "Il vecchio indiano"

Il vecchio indiano pedala sulla sua bici da donna un po' retrò, tracciando una scia di solennità nel verde della campagna. Tiene sempre il busto ben eretto, sfoggiando un'impeccabile curva all'indietro della schiena, senza abbandonare mai l'ideale posizione del loto, anche stando sulla sella.

A incontrarlo nei tardi pomeriggi di agosto, stagliato in lontananza sul cuscinetto tremolante dell'afa, sembra di sentir risalire dai fossi ineffabili accordi di sitar, intervallati da colpi di gran tamburo, "deglutiti" fra le classiche sonorità della sua terra lontana.

Il cortocircuito trans-continentale, para-extra-dimensionale, si fa particolarmente raffinato, se l'incontro capita sul moncone di tangenzialina che non porta da nessuna parte. Qui le ragioni del planetario rimescolio culturale si confondono alla perfezione con la mancanza di ragioni dell'imperizia progettual-aleatoria urbanistico-brutal-burocratica.

Allora, il vecchio indiano sì che si manifesta come pura visione trasfigurata. Con la sua elegante pedalata cavallina, sotto il turbante scelto sempre fra i colori di una nobile vivacità, la gran bella barba bianca scolpita sul viso ieratico, il vecchio indiano trafora le dimensioni. Passa per il lungo, tutto quanto lo spazio e il tempo, come attraversasse il tunnel dell'amore universale.

E arrivati in fondo, assieme a lui, dove la tangenzialina senza scopi ti invita a dar la precedenza, sfociando sulla provinciale dalle dieci macchine al giorno, sembra quasi che dal segnale a triangolo ribaltato e rosso-bordato, il sorriso di John Lennon faccia capolino, d'intesa con la trasognata pedalata dell'imperturbile vecchio indiano, suo malgrado padanizzato, con ancora tanto Gange a fluire nel cuore.

venerdì 25 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 2 - "Segni"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

2 - "Segni"

La natura ci manda continuamente dei segni. Non so se il piccolo fenomeno a cui ho assistito, fosse uno di quelli. Di sicuro, non avevo mai visto e sentito una cosa del genere.

Sono uscito per un rapido sopralluogo sul grande fiume. In questi giorni di sua notevole turbolenza, tende a vestirsi del suo cappotto più minaccioso, e non è mai uno spettacolo che rassicuri.

Il cielo di lamiera scura satinata invitava a non allontanarsi troppo dal riparo domestico, ma erroneamente ho valutato che avrebbe retto ancora un po', e mi sono incamminato. O meglio, imbiciclato.

A metà della salitella dell'argine, un fragore di indecifrabile origine, mi coglie al massimo della difficoltà interpretativa. È un rumore alle mie spalle, prima lontano, poi crescente. Nel giro di pochi secondi, valuto mentalmente un paio di spiegazioni, subito smentite dalla realtà. Sembra il frastuono di decine di camion che scaricano a terra quintalate di ghiaia. Ma non può essere: nemmeno al festival dell'autotreno se ne potrebbero radunare tanti. Sembrano folate di vento. Ma le foglie sugli alberi non si muovono tanto da giustificare un simile trepestio.

Alla fine, saranno passati venti secondi di disorientamento acustico-visivo, e nel momento stesso in cui capisco, non di meno persisto e mi stupisco: si trattava della sventagliata della pioggia, calata al suolo come una lunga, distesa e rapida pennellata ad effetto domino, una gran zampata pluviale che stava sferzando la terra, protendendosi in avanti alla maniera di un treno di gocce lanciato in moto misto tra verticale e orizzontale.

Inutile dire che l'ombrello, pur preventivamente portato appresso, mi ha salvato solo minimamente da una lavata storica.

Ma in sé, anche se non ho capito bene se fosse davvero un segno, questa cosa è stata a suo modo un portento.

Chissà se ha qualcosa a che vedere con il trans-onirico vecchio indiano, dal turbante modulato sui diversi giorni in ricco periodare multi cromatico, che ogni tanto vedo pedalare nella sua mistica, antica andatura in bici, certi pomeriggi , quando l'imbrunire è già molto più di una promessa...

giovedì 24 novembre 2016

"Un pensiero ogni qualche giorno" 1 - "Resilienza consum-elettiva"

"Un pensiero ogni qualche giorno"

1 - "Resilienza consum-elettiva"
L'ultima cosa di cui aveva bisogno un'Italia già devastata come l'attuale dal punto di vista identitario, era il massacro civile che si sta accompagnando alla fatidica scelta del sì o del no. Qualunque sarà l'esito, il gran festival della ripiccuccia per il ricattino alla fazioncella, ha ormai causato un danno oltremodo spropositato, sul piano sociale e culturale, già per suo conto notevolmente prostrato.

A questo punto, forse, nemmeno se si votasse per una forma di costituzione perfetta, concepita dagli stessi Dei della giurisprudenza in persona, si riuscirebbe ad aggiustare questo amaro in bocca, questo sapore di guasto che ci ritroviamo tutti a biascicare, un po' mezzo sconsolati, irrimediabilmente condannati a non sapere mai più se si tratti di un gusto di vittoria o di sconfitta.

Tali periodiche ondate di "definitivismo" elettorale, come se di volta il volta non ci fosse mai più lo spiraglio di un domani, distraggono spesso e volentieri l'attenzione da quella che dovrebbe essere considerata ormai la vera sede di voto. Forse ce ne rendiamo conto tutti troppo poco, ma, in senso molto generale e ampio, l'effettivo voto politico, lo esprimiamo ormai più spesso quando facciamo la spesa, quando compriamo merci o servizi, quando scegliamo di dedicare una parte del nostro denaro a un acquisto della più svariata natura.

Al netto dello svuotamento di senso della rappresentatività politica concessa ormai al cittadino comune, e del grado residuo di capacità di influire sulla realtà, il comportamento rispetto alle merci, in una prospettiva ampiamente mercificata come quella in cui siamo immersi, si rivela forse uno dei pochi strumenti efficaci per far sentire la propria voce.

Come nel racconto della lettera rubata di Edgar Allan Poe, invece di ravanare tutti con gran affanno nel gran illusorio sfavillio del miraggio para-politico, dovremmo forse molto più semplicemente prestare attenzione allo scaffale del supermercato. Oppure all'infida vulgata pubblicitaria, ammaliante sottofondo di regime pifferaio, capace ormai di trasportarci in trance, come masse di estatici lemming, sull'orlo di un qualsivoglia burrone d'insensatezze assortite.

Personalmente, ho sperimentato e messo a punto una forma un po' buffa di facoltà di "voto mercatale", adottabile da chiunque, a metà strada fra l'espressione di dissenso, e la brancaleonina resistenza passiva, sconfinante nelle saggezze del regno dell'assurdo.

Quello che bisogna fare è semplicemente recarsi in un centro commerciale, ipermercato, grande magazzino o simili. Vien quasi fatto di dire che più scegliamo grande il luogo, ricco e sfavillante di ogni ben di Dio, e meglio è.

Una volta in loco, si praticherà il comportamento opposto di quello previsto dai meccanismi stessi per i quali queste smisurate rivendite sono concepite. Loro scopo di fondo è farti acquistare per lo più un sacco di cose di cui non avevi minimamente bisogno. Dovere civico del "votante commerciale", diventa allora non comprare nemmeno ciò che serve.

Nel contempo però, bisogna anche premurarsi di portare via tutto quanto sia possibile, pur rimanendo nei termini della liceità. Come ci si può or dunque districare in una simile apparente contraddizione?
È presto detto: si porterà via tutto ciò che si può, ma solo con gli occhi. Tanto, non riusciremmo a mangiare nemmeno una minima parte dello sproposito di "mangiabile" che ci viene propalato dinnanzi; lo stesso dicasi per il "vestibile", il "calzabile", il "telematizzabile", e via dicendo.

Ci si riempiranno allora le pupille di iperboli salmonate al banco del pesce, ci si ubriacherà lo sguardo coi più raffinati nettari fra gli scaffali dei vini, si indosseranno virtualmente mutande sopra i calzoni, volendo...tanto, il vantaggio di non porre freni alla fantasia ci sosterrà appieno in questa scorribanda elettoral-merceologica.

E alla fine, usciremo con la salute intatta, la bramosia di acquisto un po' placata nei suoi aspetti più inutili, e con ancora nel portafoglio ancora il denaro sufficiente a entrare nella prima libreria per comprare un buon romanzo, o un saggio di filosofia, a seconda dell'umore che ci avrà lasciato in corpo la consapevolezza di aver svolto con scrupolo il nostro dovere civico.



mercoledì 14 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 170 - "Una specie di sipario"

"Un pensiero al giorno"

170 - "Una specie di sipario"

Care amiche, cari amici, con questo piccolo commiato, si interrompe momentaneamente la serie di "un pensiero al giorno". Non saprei dire quanto questa sospensione durerà. Forse un giorno o due, forse di più, forse non so.

Ringrazio tutti per la fedele presenza, siete stati miei cari lettori stupendi, anzi, soprattutto lettrici meravigliose. Spero di tornare a scrivere presto. In ogni caso, quando gli dei della narrativa, e le nutrie, vorranno. 

Bacini del giorno a tutte, cari abbracci a tutti e...vogliate molto bene alle nutrie.


martedì 13 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 169 - "In-opinante"

"Un pensiero al giorno"

169 - "In-opinante"

Oggi non so cosa dire. Spero venga apprezzato, nel gran magma degli opinanti, uno che non ha argomenti.

Non avere un'opinione, non è in fondo così male, ha qualcosa di nobile. Ci si pone nell'atteggiamento di estrema umiltà, di chi ammette di non poter aggiungere una virgola a quanto viene detto nel mondo.

Il non dire mio, lascia spazio al dire altrui. Ogni giorno milioni di persone accorrono attorno alla grande ruota di internet e ci incastrano dentro la propria più o meno grande fetta di dire. La ruota s'intasa, barcolla, si sbilancia qua e là, ma continua a girare.

Il non dicente si assiepa al bordo della ruota, ma osserva e basta. Non fa variare di un grammo l'equilibrio della gran rotante, ascolta soltanto.

C'è una grande probabilità, se non quasi certezza, che il proprio "non detto" venga triturato, calpestato, macinato, o persino ignorato. Ma questo è il destino anche della maggior parte del "detto".
Tutti si vogliono far sentire, c'è uno sconfinato bisogno di essere ascoltati. Chi è senza ascolto al mondo, semplicemente "non è". Ecco, si può dire che il non dicente rechi alla ruota il proprio bisogno di essere ascoltato "allo stato puro".

"...Non ho niente da dire, ma ascoltate il mio bisogno d'ascolto..." sembra dire il non dicente.

Il non dicente non corre il rischio di parlare di argomenti di cui non sa nulla, perché non argomenta affatto. Non si atteggia a pseudo esperto di materie che mai ha studiato, perché non si addentra in nessuna materia.

Il non dicente non si cimenta con una comicità che non farà ridere, con una satira che potrà offendere o mancare grossolanamente l'obiettivo, con una velleità letteraria o poetica che scaturirà in esiti di mediocrissima qualità. Proprio perché non si cimenta con un bel niente.

Il non dicente non dice e in qualche modo dice, fregandosi con le sue stesse mani. Il non dicente è l'altra faccia della medaglia del dire. Perché tanti possano continuare a dire, ci vuole pur qualcuno che la smetta di dire.

Credo che dovreste essermene grati, almeno per oggi.


lunedì 12 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 168 - "Niki Lista"

"Un pensiero al giorno"

168 - "Niki Lista"

Non voglio più essere qui
non voglio più che sia adesso
non voglio più essere io
non voglio ciò che è stato
non voglio ciò che sarà
non voglio il mio passato
non voglio nessun futuro
e non ne son sicuro
ma non voglio questo insistente
fottuto mio presente
non voglio più vedermi
non voglio più sentirmi
non voglio più ascoltarmi
non voglio più parlarmi
non voglio più annusarmi
non voglio più toccarmi
non voglio desiderare
non voglio non volere
non voglio aver ragione
non voglio avere torto
non voglio sperare niente
non voglio disperare
voglio solo deflagrare
in milioni di milioni
di atomi non volenti
che non sappiano più
di esser stati,
nel lontano passato
di pochi attimi fa,
quella cosa chiamata me!


domenica 11 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 167 - "Brodesìa"

"Un pensiero al giorno"

167 - "Brodesìa"

M'è caro solo
il cavolfiore che non digerii,
la rima cuore-estintore,
l'orsetto lavatore
che eterno in me sentii
e il presente, e vivo,
e la centrifuga di lui.
Ognuno sta, piolo,
sul gran scalone della terra,
ed è subito gruviera.
Tanto cortile e tanto Ernesta pare
la donna mia
quando non mi saluta
che ogni cagnara divien,
tremando, muta.
Fosti non fatte a rider come duchi...
Fotti voi faste a seder come buchi...
Fatti voi foste a viver come fuchi
e a inseguirle tutte...e resilienza.
Dagli altri muscosi
dai fori che han denti
scemiamo in gran schiera
noi tutti perdenti.
Chi dice "m'ha"
gran cornuto è, si sa.
Chi non lo dice
si fa la Bice.
Trenta nonni ha Nettuno,
tutti gli altri trotterellano in uno.
Si vispa Teresa, para bellum,
absit anguria verbis,
penuria non olet,
ma fa male se la pigli.
Il cielo è sempre più giù,
chinarsi non conviene
se alle terga un po' si tiene.
Io vorrei, non vorrei, ma se buoi,
paesi e suoi che stan sulla collina,
distesi come un secchio
addormentato, ti lascio, piglio, vado
via, ma preferivo baciar tua zia.


sabato 10 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 166 - "Chicchi di donna"

"Un pensiero al giorno"

166 - "Chicchi di donna"

Quando fu chiaro che Perfezia non sarebbe stata come tutti gli altri bimbi, l'uva sopra i tralci era quasi pronta da cogliere. Nel venire alla luce, non aveva pianto, ma lasciò andare solo un lungo soffio profumato di rose, e si mise a respirare come se l'avesse fatto da sempre. Non cercava mai la tetta, non faceva cacca, né pipì, eppure cresceva bella florida e in salute.

Fin dalla prima sera su questa terra, si addormentò alle dieci e trenta, e si svegliò alle otto del mattino. Lo stesso fece tutti i giorni successivi. Non beveva mai, non mangiava mai, eppure si faceva sempre più grande, carina e piena di vita.

Al momento debito, iniziò a camminare, poi a parlare e a imparare le cose, anche se nessuno le insegnò mai nulla. A tre anni infatti di mise a scrivere su un foglietto di carta, eseguendo anche operazioni matematiche, senza averle mai viste da nessuna parte. Presto si comprese che Perfezia non aveva bisogno di insegnamenti e che la conoscenza si formava in lei spontanea, per auto-generazione.
Così prese ad andare a scuola, ma solo per fare qualcosa. Ascoltava distratta le parole delle maestre, perché spiegavano sempre cose che le si erano già formate in testa da qualche giorno. Durante la ricreazione, non faceva merenda e stava volentieri in compagnia degli amichetti, però poteva anche farne a meno.

Col passare del tempo, il panorama della personalità di Perfezia si disegnò con precisione: non aveva bisogno delle cose del mondo, così come non aveva bisogno degli altri, né dell'esperienza che solitamente ogni persona deve fare. Perfezia non amava, non soffriva, non gioiva, non pativa. Viveva semplicemente come un essere imperturbabile.

Diventò grande e si fece proprio una meravigliosa giovane donna. I ragazzi impazzivano per lei, e Perfezia si concedeva ogni tanto per storielle passeggere, senza perdere mai la sua assoluta autonomia da tutti e da tutto.

Per caso, scoperse che il batiscafo a tenuta stagna della propria indipendenza da ogni realtà, aveva una curiosa falla. Non poteva stare alla presenza, né alla vista, di grappoli d'uva matura pronta da cogliere, ancora sulla vite.

In simili circostanze, Perfezia diventava bisognosa di tutto: cibo, acqua, vino, vicinanza umana, amore, gioia, conoscenza, e anche di tutte le altre paure e le soddisfazioni di cui si nutrono gli esseri umani.

La mamma glielo aveva sempre raccontato: quando era nata, le viti avevano donato agli uomini i grappoli più grandi e sugosi mai visti. A Perfezia tornò alla mente questo ripetuto racconto, la prima volta che, avvicinandosi a un filare d'uva matura, si era resa conto del suo segreto.

Da quel giorno, attende ogni nuovo periodo di vendemmia, per poter ripetere l'esperienza di capire cosa vuol dire avere esperienza, essere donna maturata insieme all'uva, sentire il sangue che scorre dentro come vino corposo, far ubriacare un amante abbracciato stretto sotto i tralci, con soavi baci che sanno di chianti e amorosi aliti al profumo di rosa.



venerdì 9 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 165 - "La figura e i numeri"

"Un pensiero al giorno"

165 - "La figura e i numeri"

Oggi solo una piccola considerazione su un altro incanto matematico. Mi sto rivedendo la cara e vecchia trigonometria, "ad ausilium nipotinae", ossia per la cara nipote che si appresta a battagliare con questo insidiosa fetta del numerico sapere. E, al contrario della mala opinione nutrita dallo studentato o studentame medio in genere, sto riscoprendo la bellezza di questo argomento. Sin da dove tutta la storia ha inizio.

La trigonometria nasce infatti da questa piccola costruzione magica: si prenda un piano cartesiano definito dai due assi orientati delle "x" (ascisse) e delle "y" (ordinate). Si pigli il compasso e lo si punti sull'origine "O" degli assi (dove si hanno x=0 e y=0). Si tracci una circonferenza di raggio 1.

Ora, considerando qualsiasi punto della circonferenza, esso sarà già di per sé posizionato sull'estremo dell'ipotenusa di misura 1 (la quale altro non è che uno dei raggi, per l'appunto) di un triangolo rettangolo. Per esempio: prendiamo un punto della circonferenza nel quarto di piano delimitato dalle x (verso destra) e dalle y positive (verso l'alto), detto primo quadrante (quello in alto a destra).

Tracciando, da un qualunque punto della circonferenza in questo quadrante, una perpendicolare all'asse delle x, ecco apparire il famoso triangolo rettangolo. In virtù di quella meraviglia che va sotto il nome di teorema di Pitagora, la somma dei quadrati dei suoi cateti, sarà uguale all'ipotenusa al quadrato.

Ma nel nostro caso, essendo l'ipotenusa coincidente col raggio, e misurando sempre 1, misurerà 1 pure se elevata al quadrato, e questo per tutti i raggi considerati.

Ecco dunque che se chiamiamo x e y, le generiche coordinate di ogni punto della circonferenza, che variando lungo l'orbita circolare, danno vita a infinite accoppiate di cateti, si può scrivere un'equazione generica in x e y, in grado di descrivere, con una sintesi suprema di commovente bellezza, ogni possibile comportamento della circonferenza stessa.

Quell'equazione è:

X^2+Y^2=1 ("X" alla seconda + "Y" alla seconda = 1).

Prendendo uno qualsiasi dei punti "ruotanti" lungo quella circonferenza, e inserendo le sue coordinate in tale espressione, essa funziona.

La figura funziona come i numeri; i numeri parlano della figura. Il pensiero e la forma si sposano in un amplesso concettuale, foriero della più alta soddisfazione estetico-sostanziale.

Ora, non pretendo di essermi spiegato a meraviglia. So anche che queste nozioni si trovano su ogni modesto manuale scolastico a tema, raccontate sicuramente meglio. Ma quello che mi domando è: come fa la gente a non diventare matta di bellezza per questa roba? Perché continuano a drogarsi, quando esistono invece sostanze così potenti come la trigonometria? Perché non la trasmettono alla tele in prima serata, con naturale, conseguente picco assoluto di ascolti?


giovedì 8 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 164 - "Vestito di aria"

"Un pensiero al giorno"

164 - "Vestito di aria"

Mi sono messo
a braccia larghe
e gambe aperte
le dita spalancate
i piedi puntati a terra
per frenare il tempo.

Mi è riuscito
di fermare
soltanto un'evanescente
sagoma d'aria
sfilacciata.

Sono nato mediocre
mediocre cresciuto
ho desiderato da mediocre.

Avrei voluto
tanto
amarti coi capelli corti
che non coprissero
nemmeno un istante
la luce fabbricata
dal tuo viso
ma hanno fatto a tempo
a diventar lunghe
le ragnatele negli angoli
di questa stanza
rabbuiata da un'ombra
di chiuso
mediocre.

Nei film
mi fanno fremere
le storie dove lui
desidera lei
con la forza travolgente 
e candida
che ti coglie
quando scappa la cacca.

Però lei è inarrivabile
sta troppo in alto
e tutto quello
che lui riesce a carpire
è una boccata calda
del suo alito 
come la medaglia
di legno
per cui si è
corsa la gara
arrivando ultimo
dopo i titoli di coda.

Stringo in pugno
solamente
qualche folata del tuo sorriso
come il ladro
scappato troppo
presto
al rincasare dei padroni
con la margherita
rubata dalla coppa d'oro
sulla credenza
intarsiata di diamanti.

Mi son messo 
contro tempo,
spalancato
come Vitruvio m'ha fatto
Per fermarne 
almeno un briciolo
col solo
risultato di
filtrarlo,
renderlo fine e
lasciarmelo così
alle spalle
ancora più carico
di desiderante
nostalgia.


mercoledì 7 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 163 - "Cavare arte dal già esistito"

"Un pensiero al giorno"

163 - "Cavare arte dal già esistito"

Un tratto di saggezza che mi sembra sempre più necessario acquisire, riguarda la familiarità con la ripetizione, la dimestichezza con il noto e l'ampiamente frequentato.

Abbastanza il contrario di come vengono invece intese le dinamiche esistenziali oggi giorno.

L'uomo è per sua natura un essere "differenziale", è affamato di novità. Ma se questa propensione viene resa una tendenza assoluta, si ottiene l'unico scopo di sprofondare nell'insoddisfazione perenne.
Ecco allora quanto diventa importante saper osservare le persone e le cose note, sempre con sguardo rinnovato. Aiuta a radicare la propria identità, ad ancorare i propri punti di riferimento, a conoscere più nel profondo.

Serve tuttavia guardarsi anche dal rischio opposto, che ci fa scivolare, assecondando tale via, nella staticità assoluta.

Direi dunque che occorre avere la giusta elasticità d'animo. Più che "averla", occorre "crearsela", coltivarla, farla crescere. Riscoprire il meraviglioso nel già conosciuto. Spremere stupore attraverso la curiosità sempre rinnovata anche sopra oggetti e soggetti di conoscenza, frequentati mille volte. Dare ascolto alla novità, che può fare capolino dalla situazione mai vista, così come da quella più che mai familiare.

In fondo, era proprio questo l'intimo intento di ricerca perseguito da un Claude Monet, nel suo ripetitivo ritrarre ninfee, o da un Mark Rothko, con le sue tele monocromatiche, all'apparenza tutte uguali, ma differenti per quell'infinitesima porzione dimensionale che di per sé valeva un'intera rivoluzione dello spirito.


martedì 6 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 162 - "Passeggiate nasali"

"Un pensiero al giorno"

162 - "Passeggiate nasali"

Una delle cose simpatiche dell'estate è andare in giro in bici per le strade con le narici "sulle ventitré" e annusare l'aria tutta intorno. Anche qui, come in tante altre circostanze, è questione di ascolto. Se si presta la dovuta attenzione alle sfumature, capiterà infatti di poter attraversare decine e decine di stanze olfattive, veri e propri prolungamenti di tutte le domesticità assiepate ai bordi delle vie.

Dalle finestre aperte, dai balconi, dalle porte, dalle verande, filtrano i più svariati odori di casa. Intimità assortite si protendono verso il fuori, che si muta in un interno preterintenzionale visitato da ogni naso curioso di passaggio.

Senti odori di salotto buono o di soggiorno, di pavimenti lavati, sensazioni fresche di bucato, atmosfere un po' stagnanti alle quali è stata data la stura come a una bottiglia di quello stagionato. Annusi aromi di letti e di sonno ben gustato, stratigrafie vaporose di soffritto, invisibili tensostrutture rette da solidi afrori al ragù, proclami di rivoluzione proletaria acclamata a botte di zaffate di frittata con le cipolle.

La privatezza tanto pazientemente custodita si estroflette, si pubblicizza, con quattro capriole dimensionali diventa un costrutto di fantasia raccontato sulle note di decine di scale cromatiche odorose.

I fiori sulle piante, magnolie, caprifogli, gelsomini, glicini, gli sfalci freschi dei prati, gli arbusti speziati negli orti, si uniscono al coro, a rendere ancora più articolata la polifonia.

Allora sì che ti sembrano davvero fondersi insieme il selvatico e il domestico, l'artificiale con la sua spontanea continuazione nel naturale. E a quelle concrete, si vanno ad aggiungere tante nuove architetture impalpabili, anche loro messaggere di affascinanti racconti che ti si spalancano quasi inafferrabili, tanto sono evanescenti, fino a giù, nel profondo dell'immaginazione.

La vita fluisce fuori al di là delle capacità di controllarla, corre oltre, uomini e donne si rivelano esseri frementi e pulsanti, denudano le proprie invisibilità attraverso le storie cavalcate dai loro odori, indomabili fuggiaschi che si mescolano all'azzurro, al verde e alle multi-cromie luminose del giorno, in un barocco lussureggiare di sensazioni.

Eppure, allo stesso tempo, tutto è così fine e quasi impercettibile, che dura un attimo e la pedalata dopo te lo sei già scordato.


lunedì 5 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 161 - "The fool on the strip"

"Un pensiero al giorno"

161 - "The fool on the strip"

Ho riflettuto parecchio sulle famigerate vignette satiriche francesi riguardanti il terremoto. Ho letto varie opinioni e insulti assortiti; reazioni ponderate e sfoghi di repulsione genuina.

Ci ho riflettuto tanto, che non saprei cosa concludere; se non, per riassuntivo impulso, prendere atto di tutto il fenomeno nella forma di uno degli agglomerati di contraddittorietà che contraddistinguono le organizzazioni sociali complesse.

Poi però mi è venuta in soccorso la letteratura, come spesso capita. Mi ha offerto un nuovo spunto, che se non sarà utile a dire l'ultima parola sulla questione, perlomeno ne avrà arricchito le sfumature.

Ho pensato al re Lear di Shakespeare, e al suo Matto, "the Fool", un personaggio importante, nella logica dell'opera. Il giullare di corte era infatti una figura articolata sotto l'aspetto umano (si veda anche il Rigoletto verdiano). Non si trattava di un semplice intrattenitore, ma svolgeva un ruolo critico molto intenso e urticante, per il sovrano e per i componenti della corte. Egli doveva stimolarli a riflettere, metterli di fronte a realtà sgradevoli, servendosi al limite anche dell'offesa. Rappresentava quasi una personificazione beffarda della loro cattiva coscienza.

La reazione del re e dei cortigiani tuttavia andava di conseguenza all'intensità con cui il nervo scoperto veniva toccato dal Matto. Re Lear minaccia varie volte di farlo frustare, di man in mano che sciorina le sue insolenze. E chissà quante volte in passato lo ha fatto frustare per davvero. Il Matto sapeva che faceva parte del suo personaggio.

Nella questione vignette francesi, ci ho letto tante suggestioni simili. È sbagliato a mio parere continuare a dire che non volevano offendere. La vignetta voleva offendere, eccome. Mi sbaglierò, ma voleva offendere "anche" i morti, e non solo la "mafia". Li volevano offendere come persone che non hanno avuto la forza di opporsi in qualche modo alla mafia (come se fosse cosa facile...).

Soprattutto questi creatori di satira estrema, cercano il pugno nello stomaco, buttano più sale che possono sulla ferita. Che la gente si offenda, s'incazzi e li consideri individui meschini, fa parte della logica di tutto il meccanismo.

Ci ricordano, ricorrendo persino ai mezzi più odiosi, che nella vita, oltre alle visioni idilliache e ideali, esiste anche la merda, intesa sia come entità fisica, sia come retrobottega lurido di certe dimensioni dell'esistere.

Bisogna vedere poi se simili interventi satirici sono mirati davvero a suscitare un'indignazione "costruttiva", o se talvolta non sprofondino nel baratro dell'offesa pura (nel qual caso non hanno ragione di esistere).

Guardando alla fattispecie, l'idea che mi sono fatto è che con la prima vignetta abbiano pestato un discreto merdone. Non perché magari non fossero presenti feroci inviti alla riflessione, ma perché questi erano così affondati nella porzione offensiva, da risultare difficilmente leggibili. Infatti, lo ha mezzo dimostrato il codone di paglia che si son sentiti subito dopo attaccato dietro, e che li ha spinti a dover fare una seconda vignetta per spiegare la prima.

Che alla fine si guardi ai vignettisti come a persone un po' spregevoli, fa parte del rischio che loro stessi decidono di correre praticando questa impervia strada espressiva. Non vuole suonare come un giudizio, questa mia frase (anche se sembrerebbe). Più che altro, vuole essere una constatazione. A questo mondo serve anche chi maneggia la merda. Niente di più facile però che ne esca sporco, caricato di insulti, contro-offese e reazioni irrazionali.

E ciò corrisponde, per i vignettisti, alle frustate che toccavano in sorte ogni tanto al Matto di re Lear.
Poi, da tutta l'operazione, c'è la possibilità che ne sortisca uno shock positivo, oppure soltanto un gran polverone. Ma questo non lo può mai sapere nessuno, prima.


domenica 4 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 160 - "Estetica, bell'etica"

"Un pensiero al giorno"

160 - "Estetica, bell'etica"

"...Ciò che è importante per un pittore non è la realtà, ma la forma degli oggetti, così come ciò che è importante per un romanziere non è la successione degli eventi, ma il loro ordine, e ciò che è importante per lo scrittore di ricordi non è la precisione del passato, ma la sua simmetria...".

("Istanbul" - Orhan Pamuk - 2003)

Questa è la cosa bella dei grandi scrittori: senza che tu glielo abbia chiesto, ti vengono a spiegare la tua vita. Una cosa del genere l'avevo sempre sospettata, ma ci voleva la disarmante linearità di Pamuk per potermela far osservare in tutta la meraviglia del suo incanto.

Noi esseri umani siamo attratti dalle "belle forme", c'è poco da fare. Ed è quasi sempre nel nome di esse che agiamo, facciamo le nostre scelte, esprimiamo giudizi e teniamo in sostanza la rotta del nostro esistere.

Forma, ordine e simmetria non sono gli strumenti esclusivi del pittore, del romanziere e dello scrittore di ricordi. Sono gli attrezzi esistenziali di tutti.
Questo, ripeto, nel bene e nel male.

Sull'attrattiva di una bella forma, ordinata e simmetrica, quasi tutti fondano un proprio più o meno architettato progetto di vita. Salvo poi magari scoprire che gli aspetti compositivi non erano sufficienti, mentre il quadro creato delude e smentisce ogni aspettativa.

Stiamo parlando di armi un po' a doppio taglio, insomma. Stranamente, nel caso della pittura, della narrativa e delle storie di ricordi, queste armi possono condurre a una notevole profondità. Nel caso della vita vissuta, invece, possono farci invischiare in una temibile superficialità.

È importante allora tenere sempre ben chiara la distinzione fra i due piani. Anche se sembra banale dirlo, non lo è nella effettività delle cose.

Succede soprattutto coi ricordi, che molto spesso non sono altro che una sequela di fatti abbastanza slegati.Eppure, il senno di poi della ricostruzione mnemonica ce li fa apparire rivisitati in una struttura coerente, che andrà a formare la nostra identità in itinere, e il nostro proprio "riconoscerci come noi stessi".

In questo senso, ciascuno inganna sempre un po' se stesso (in senso buono e in buona fede), e questo è forse uno dei modi migliori di impiegare la nostra naturale tendenza a interpretare il nostro mondo sulla base prioritaria di valori compositivi (in altre parole, seguendo l'amore per le "belle forme").

Per contro, chi non riesce a delineare il proprio tempo vissuto entro la cornice di un racconto dalla forma coerente, rinnovando quotidianamente questa sapiente pratica, si trova come disperso in una indefinitezza che disorienta, spiazza, obnubila.

Giova insomma al buon vivere, saper essere un po' pittori, un po' romanzieri, un po' scrittori dei ricordi di se stessi. Senza scordare che in questo caso, i colori, la tela, i pennelli, le penne, l'inchiostro e la pagina bianca, siamo sempre, e ancora una volta, noi.


sabato 3 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 159 - "Matemaffettività"

"Un pensiero al giorno"

159 - "Matemaffettività"

I numeri sono davvero così freddi e distaccati? Credo che se consideriamo la matematica come una particolare modalità con cui il nostro sguardo si posa sulla realtà, ne possono uscire piccole scoperte molto "umane". A partire da certe regole molto basilari.

Prendiamo ad esempio quello che si deve fare per sommare delle frazioni. Le frazioni sono numeri imperfetti, per così dire, parziali. Sono quel che si ottiene dopo aver diviso l'unità in determinate parti, e averne raccolte solo alcune.

Il problema, ma anche la cosa bella, è che le frazioni parlano spesso fra di loro lingue diverse. Una frazione che tratta dei trentesimi (es: 1/30) non dialoga molto bene con un'altra che parli invece il linguaggio dei ventiquattresimi (es: 5/24). In altre parole, stante la situazione com'è, non si possono sommare o sottrarre fra loro, per via della incomprensione che le rende estranee a vicenda.

Per poterle far parlare fra loro, occorre che trovino un terreno d'intesa. Devono inventarsi una nuova lingua, creata col contributo di entrambi. In questa nuova lingua, rimarrà sempre il retrogusto della lingua natia di ciascuna frazione, ma con essa si sarà formato un nuovo habitat adatto alla convivenza.

Questo nuovo idioma si chiamerà "massimo comune denominatore" (M.C.D.) e si ottiene facendo il "minimo comune multiplo" (m.c.m.), tra i diversi denominatori delle frazioni da sommare (come tutti sanno). 

Il m.c.m. fra due o più numeri si trova scomponendo tali numeri in fattori primi, poi pigliando i fattori comuni e non comuni, presi una sola volta, col massimo esponente, e moltiplicandoli fra loro.
Riprendiamo le nostre frazioni che non si capivano fra loro, e proviamo a sommarle: 1/30 + 5/24.

Scomponendo 30 in fattori primi, 30=2x3x5.

Scomponendo il 24 invece, 24=2x2x2x3 (2 "alla terza" x 3).

Prendiamo il 2, il 3 e il 5, una volta sola col massimo esponente (il 2 alla terza, cioè 8, e gli altri alla prima) e li moltiplichiamo: 8x3x5=120.

Ecco, le due frazioni che all'inizio non si capivano, hanno scoperto di avere dentro sé un valore intorno al quale possono intendersi: i centoventesimi.

1/30 può dunque presentarsi come 4/120, e 5/24 può assumere i panni di 25/120. La loro somma sarà allora 4/120+25/120=29/120.

Trasponendo il tutto in forma di metafora e adattandolo alle relazioni umane, non pare anche a voi di scorgere qualcosa di veramente bello?

Per avere punti di contatto con gli altri, ciascuno deve sforzarsi di vedere se stesso scomposto in fattori primi, ossia guardarsi dentro e cercare di capire i valori di fondo della propria identità. Poi deve confrontare quali fra le proprie forze, messe in circolo con quelle dell'altro, possono andare a creare i termini di una nuova armonia. La moltiplicazione finale sfocerà nell'esito di un nuovo territorio comune della sintonia reciproca. E i due (o più) che all'inizio non si comprendevano, ora possono fare operazioni insieme, parlare su frequenze condivise, approdare a un risultato che fonde le loro identità originarie.