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sabato 27 ottobre 2012

Er mejo fico der tecno-bigoncio


Il modo di fare cinema sembra cambiare molto più rapidamente rispetto ai propri contenuti, che non rispetto alle tecniche utilizzate. I tipi di inquadratura, i montaggi delle sequenze, l’uso della luce e aspetti simili, tendono ad apparirci ormai come appartenenti ad un repertorio consolidato, verrebbe quasi da dire ad un vocabolario noto. Mentre i significati espressi attraverso le storie narrate sembrano aggiornarsi maggiormente nel tempo, tenendosi al passo con le parallele modificazioni della cultura e della società.

Ciò che sembra, tuttavia, non è sempre così scontato. Spesso si tratta di variazioni contenutistiche ben camuffate, che sotto un apparente strato di novità, fanno ricorso a consolidati trucchetti già ben noti ai nostri nonni cineasti.

E’ il caso del buon vecchio espediente del MacGuffin, già teorizzato e più volte applicato da grandi registi del passato, come ad esempio, un nome per tutti, Alfred Hitchcock. Di questo escamotage filmico-narrativo parlai già diffusamente in altra occasione, ma ad uso di chi volesse evitare di sbarbarsi di nuovo il mio antico scrittino, riassumo per sommi capi. Il MacGuffin (italianizzato e parodiato da Walter Chiari nel celeberrimo sketch del Sarchiapone) si potrebbe definire in sostanza un “mistero vuoto”. Come ebbi a ricordare a suo tempo, uno dei più meravigliosi casi di utilizzo della tecnica del MacGuffin lo troviamo proprio nella stupenda pellicola Hitchcockiana «Intrigo internazionale», con Cary Grant, Eve Marie Saint e James Mason (più un giovane Martin Landau nei panni di un enigmaticissimo, al limite del kafkiano, luogotenente della ghenga dei cattivoni).

Pago da bere a chiunque mi sappia spiegare in cosa effettivamente consistesse l’arcano attorno al quale ruota tutta la storia del film. Si trattava di un MacGuffin, per l’appunto, ossia di un pretesto fittizio, di un “bersaglio narrativo” inconsistente, imbastito ad arte per creare suspense, attesa, curiosità, morbosità, senso d’inquietudine, di mistero. Cosa trafficavano, per cosa si arrabattavano, a quale scopo agivano così da birbaccioni, James Mason e compagnia malvagia cantante? La trama non lo rivela, perché non è importante: anche senza saperne di più, suspense e mistero scaturiscono ugualmente. Anzi, forse meglio. Ovviamente non è un accorgimento narrativo utilizzabile a cuor leggero da chiunque. Rimane il fatto che serve grande maestria registica per applicarlo.

Come si è aggiornato l’espediente del MacGuffin nelle pellicole più recenti, pur rimanendo nella sostanza il vecchio trucchetto di sempre? Registi e sceneggiatori si sono buttati sul tecnologico. Mi è venuto da constatarlo recentemente, guardando una sequenza del film «K-Pax – Da un altro mondo» (con Kevin Spacey), che mi si è minimo-comun-denominata in mente con tantissime altre scene di questo genere, viste in altri film.

La scena standard a cui mi riferisco è sintetizzabile nel modo seguente. C’è in ballo un enorme problema “scientifico / barra / tecnologico / barra / matematico” da risolvere. Passa di lì, più o meno per caso, il geniaccio di turno ed in men che non si dica, come stesse bevendo un bicchiere di Chianti, viene a capo del bandolo matematico-cervellotico della questione, facendo fare la figura dei peracottari al meglio della crema dei professori esperti in materia, i quali si erano scornati per anni contro l’invalicabile enigma. Di solito, il contorno narrativo prevede che il geniaccio sia un disadattato, messo ai margini del contesto sociale ordinario, nell’ambito del quale è reputato poco più di un coglionazzo qualunque.

Quasi di regola, è poi contemplata anche l’immersione emotiva nella fase rivelatoria della valentia mentale del protagonista. L’esplosione dell’epifania nell’empireo tecnicistica. Il momento superiore della catarsi, coincidente con l’acme dell’orgasmo da scioglimento del nodo conoscitivo. In parole povere: il geniaccio deve fare vedere quanto ne sa. Tale passaggio fondamentale avviene quando il nostro eroe si mette alla tastiera di un computer e, biascicando tre o quattro fregnacce riguardo alla legge del caos, più due spropositi sulla teoria delle stringhe, smanetta un po’ con la tastiera (normalmente l’effetto risulta più intenso se i tasti rispondono alle dita del geniaccio con sonori ticchettii), mentre d’incanto sul monitor, fino ad un attimo prima inceppato come un ferro vecchio, iniziano ad apparire fantasmagoriche e fluidissime immagini di frattali, orbite planetarie o simil-geometriche sagome, che sgorgano via con la scorrevolezza di un water “ex-gravemente occluso” ed ora felicemente disintasato.

Cosa c’entra in tutto ciò il MacGuffin? C’entra perché al 99% le teorie sostenute dal protagonista per illustrare cosa diavolo sta combinando con i tasti del pc, sono delle ciofeche siderali. Non importa che abbiano un fondamento, o una possibilità di spiegazione plausibile. Al regista interessa creare aspettativa, mistero e senso della sfida mentale.

Per il resto, per quanto gliene può sbattere allo spettatore medio (ma anche al regista stesso ed allo sceneggiatore, se è per questo), la legge del caos potrebbe avere tranquillamente a che fare con un’incauta scelta della desinenza errata dopo la radice “ca” del termine (”os” invece di doppia “z”?), mentre la teoria delle stringhe al massimo potrà rievocare una qualche stagione passata della moda, quando dai mocassini si passò a portare le sneakers.

In più, le uniche cinque o sei persone nel mondo che saprebbero dire davvero qualcosa di sensato sulla legge del caos o sulla teoria delle stringhe, quando vogliono vedere un film non si scomodano per niente di meno complicato di una pellicola di Pasolini o di Ingmar Bergman.

Nell’applicazione del MacGuffin tecnologico, d’altra parte, il regista è aiutato dalla diffusione capillare del computer in sempre più numerose case e uffici del pianeta. Gli spettatori ai quali è familiare la frustrazione di non venir a capo di qualche infernale smacchinamento informatico, sono sempre più numerosi. E sono sempre i medesimi che, una volta superato lo scoglio computeristico (autonomamente o con l’aiuto del solito amico smanettone), godono come dei facoceri tardo-barocchi.

Ecco allora che il momento in cui il geniaccio nostro beniamino riesce finalmente a sturare l’ingorgo algoritmico, tirando con smisurato senso liberatorio la catena dello sciacquone della sapienza tecnocratica, da un punto di vista estetico si trasforma quasi in un surrogato subliminale del culmine dell’eccitazione fisica immortalata nei film a luci rosse.

Alla fine dunque lo spettatore, da una parte gode, ma per altri versi fatica a reprimere fino in fondo quella vocina malignamente scafata che gli rimbomba nell'intimo. Il geniaccio di turno, dopo aver superato l'ardua prova sudando le proverbiali sette camice tecnologiche, lo sentiamo infatti un po' come l'amico cazzaro e “conta fòle” che ci aspetta fedele al bar, per prendere insieme l'aperitivo.

Viene in mente allora quella gustosa barzelletta degli anni '70, nella quale un tipo umano del genere raccontava ad un amico le incredibili sue gesta militari compiute nelle giungle di mezzo mondo, dove aveva sbaragliato col solo uso delle mani nude, orde di ribelli armati fino ai denti, belve feroci e dittatori sanguinari.

E come capitava all'amico paziente sul finale di barzelletta dopo aver ascoltato tutto il bufalesco racconto, viene una gran voglia di entrare nello schermo, andare vicino al geniaccio di turno e, sgranando due occhi così mentre si simula il più sbalordito e riverente stupore, chiedergli: «...ti posso toccare?...».

E dopo avergli assestato una gran pacca confidenziale sulla spalla, sentenziare: «...Ma vai a cagare, vàh!...».


domenica 15 gennaio 2012

Codazzo emotivo



Ogni opera frutto della creatività umana che sia indirizzata alla diffusione di particolari contenuti e significati, attraverso l’utilizzo dei canali espressivi più diversi, può essere vista anche come un “dispositivo” atto ad innescare emozioni. La propensione è di volta in volta variamente graduata, a seconda della maggiore o minore “intenzionalità artistica” insita nell’opera. Di fatto tuttavia una ricerca dell’emozione suscitata è sempre presente.

L'ho presa su un po' alla larga e concettuosa, ma nella sostanza ho detto una roba abbastanza scontata. Quando l'uomo si mette in comunicazione coi propri simili servendosi di un linguaggio, qualunque esso sia, non può fare a meno di metterci dentro un pizzico di emotività, pur anche minimo, ma sempre imprescindibile. Anche nel congegnare il più asettico dei saggi scientifici, tanto per fare un esempio estremo, l'autore si premura di escogitare un'architettura espositiva che possa giungere al lettore in maniera piana e lineare, che non s'incagli contro il limite della sua disponibilità a comprendere, ecc.

Non sono di certo il più indicato a discettare di temi simili, ma anche solo ripensando alla mia modesta esperienza scolastica, mi sento di dire che addirittura la matematica può rivelarsi fonte di emozioni molto intense. E non mi riferisco solo alla fifa di beccarsi un 4 in pagella. La bellezza nella costruzione logica di certi teoremi di geometria, me la ricordo ancora oggi molto favorevolmente, con entusiasmo analogo serbato all'epoca alle migliori poesie.

Lo stesso “Tractatus logico-philosophicus” di Wittgenstein, il capolavoro dei capolavori per quel che concerne la ricerca di un'oggettività assoluta nell'ambito delle potenzialità del linguaggio stesso, rimane pur sempre uno scritto capace di trasmettere un rimarchevole coinvolgimento estetico, in forza della propria eleganza compositiva e strutturale.

Figuriamoci cosa succede poi quando abbiamo a che fare con opere nate direttamente con l'intento di stuzzicare, in misura pressoché pura, le riserve emotive del destinatario. Come nel caso di tanti film, per esempio.

Fin qui insomma non vi ho detto granché di nuovo. Una cosa curiosa però, da me appurata qualche sera fa in modo più lampante di quanto mi fossi mai reso conto prima, è che può anche succedere di essere presi dentro una “scia emotiva a strascico”, per così dire. Capita magari di vedere un film in grado di emozionare in modo notevole e subito a seguire di immergersi fra i flutti evocativi di un'altra pellicola, per poi passare ancora appena dopo alle suggestioni di un libro, tanto che alla fine ci si ritrova scombussolati in un piacevole smarrimento entro il quale si stenta ad assegnare a ciascun territorio emotivo esplorato la paternità effettiva.

La serata l'avevo iniziata con un film di “pancia pura”, intitolato «Nella rete del serial killer». Stando ai criteri da me medesimo definiti alcune puntate fa, si è trattato di un film “onesto”, se si eccettuano alcune sbavature di gusto e qualche pecca nella risoluzione finale della trama. Il suo obiettivo principale era suscitare tensione nello spettatore, inquietudine, paura ed amenità simili. Non sarà certo un capolavoro del genere (solo pensando ad Hitchcock o a Kubrick, ogni paragone crolla miseramente), ma di fatto un buon prodotto di artigianato filmico sì, lo possiamo considerare tale. In ogni caso, quel che importa nell'economia del presente discorso è che di adrenalina se ne manda giù durante la visione, indubbiamente.

Il serial killer in questione è un pazzoide che impianta tutto un marchingegno online, in modo da trasmettere al mondo intero l'agonia delle sue vittime via web. Non solo. Fa anche in modo che i metodi di uccisione di volta in volta messi in atto, tutti basati sul criterio di un incremento graduale del supplizio inflitto, risultino accelerati in proporzione al numero di persone connesse al suo perverso sito. Già di per sé l'idea è sufficientemente malvagia e degna di una mente diabolica fortemente malata. Se poi ci si aggiunge il fatto che narrativamente è giostrata abbastanza bene (pur con alcune magagne qua e là, come detto), è del tutto giustificato dire che alla fine ci si ritrova ad osservare i titoli di coda con una buona dose di farcitura emotiva in corpo.

Ora, sono certo che nessuno di voi ne avrà mai sentito parlare, perché mi sto inventando la cosa esattamente in questo momento, ma dovete sapere che esiste un'unità di misura della “farcitura emotiva”. Si tratta del “dreammone”, quantificabile nella ragione di un lascito emotivo depositato nell'animo equivalente all'esito postumo di un sogno di media intensità. Se ci fate caso, al di là della “idiotezza” del mio metaforizzare, dopo aver goduto della lettura di un libro o di un film particolarmente coinvolgenti, ci si sente come reduci da un sogno. Ed è vera anche la controprova: se un sogno non ci ha regalato emozioni degne di nota, svanisce al risveglio, così come la storia di un libro o di un film, quando si richiudono le pagine, si esce dalla sala o si spegne la tele.

Questo film, «Nella rete del serial killer», di “dreammoni”me ne aveva lasciati dentro parecchi. Me ne sono reso conto quando, non pago della scorpacciata emotiva, ho voluto nicchiare ancora un po' prima di recarmi a letto, ed ho fatto partire il dvd di uno stupendo cartone animato del maestro giapponese Hayao Miyazaki: «La città incantata». Le opere di Miyazaki mi lasciano sempre leggermente perplesso, stranito, ma assolutamente mai indifferente. Di lui avevo già visto «Il castello errante di Howl». Innanzitutto, la ricercatezza surreale delle storie è la prima cosa che colpisce, e poi s'impone la bellezza delle immagini. Nel film in questione, «La città incantata», la storia è più bizzarra ed evocativa che mai e addentrandosi nelle vicende, ci si accorge che il tema conduttore s'impernia fondamentalmente attorno alle paure infantili. Non che sia palesemente dichiarato, ma lo si subodora, te lo senti filtrare per la pelle.

Qui viene il punto curioso del mio scrivere di oggi. Mentre mi calavo nelle nuove atmosfere di Miyazaki, sentivo che il substrato di “dreammoni” depositato fra le pieghe della mia sensibilità dalla visione di «Nella rete del serial killer», continuava a lavorare sotterraneo, macinava ancora “quanti” emotivi. Le sensazioni risultanti erano parecchio originali: una sommatoria non meglio definita di spunti emotivi, uno smarrimento fra contraddittorie sensazioni, che tuttavia, non so in virtù di quali insolite alchimie, sembravano compensarsi a vicenda, amalgamarsi con profitto, distribuirsi con ordine fra i ranghi della mia capacità ricettiva delle gradazioni dell'animo. Le paure infantili erano rinfocolate dal soffio potente delle terrorizzanti situazioni adulte visionate nel primo film. L'irrazionale, il tremendo, il terrificante, il terrorizzante, si saldavano armonicamente all'ignoto, all'inesplorato ed al senso calamitante che con regolarità accompagna queste due ultime dimensioni. La poetica della seconda opera, insomma, si nutriva del sottofondo sensazionale depositato dalla prima, innalzando in me questo strano edificio di reazioni interiori.

E non era mica finita lì. Quando ho sentito risuonare internamente il tipico richiamo biologico all'odor di legno norvegese, «...it's time for bed...» (questa la capiranno solo i beatlesiani più incalliti...), è proprio lì che mi sono recato: a letto, appunto. Ma non c'è sonno che si possa chiamare tale, per me, se non è preceduto dalla lettura di alcune pagine. Ho allora inforcato il tometto che va per la maggiore in questo periodo sul mio comodino, «Tutti i racconti western» di Elmore Leonard, per arrivare ad accorgermi che il lavorio di sensazioni in me continuava imperterrito, con code ancora ben evidenti.

Non c'è nulla di meno trasognato, di più realistico, di queste asciutte vicende della gloriosa frontiera americana. Eppure, contagiate dalla scia di significati lasciata dalle altre due opere, le atmosfere che dalle righe mi giungevano alle pupille riverberavano echi di terrori atavici, rifrangenze di rimbombi surreali, indefinitezze identitarie disorientanti. Cos'era successo? Gli input emotivi di tre diverse suggestioni più o meno “artistiche” erano entrati in risonanza fra di loro nel mio animo, dando vita ad un reciproco incrementarsi a vicenda.

Poi finalmente, con vostro estremo sollievo, ho spento la luce, mi son girato sul fianco prediletto e ho imboccato la strada della “ronfa”, già bello e che pronto per il mondo dei sogni, farcito com'ero di “dreammoni”, tal quale un panzerotto ripieno di mozzarella thriller, pomodoro favolistico e origano western.

sabato 6 novembre 2010

Il cacciatore di unicità


“...Whistling men in yellow vans
They came and drew us diagrams
Showed us how it all worked it out
And wrote it down in case of doubt...”

Build
The Housemartins- 1987

*******

C’è una scena del film «Il cacciatore» («The deer hunter», Michael Cimino 1978) che mi ha sempre impressionato per il suo forte “simbolismo”.
Pur essendo questo film ricchissimo di scene memorabili, non mi sento di esagerare se dico che la scena in questione è la più importante di tutta la storia narrata (poi sono pronto alle smentite di chiunque, in proposito, ma questo è un altro discorso).
Più che di una singola scena, si tratta di una “sequenza tematica”, per così dire, ripetuta tra l'altro un paio o tre volte nel corso del film. Per “sequenza tematica” intendo un nucleo di immagini caratterizzato da una forte carica di espressività e di significati coinvolti.

Il film (per chi non lo conoscesse) narra le vicende di un gruppo di amici americani, figli di immigrati russi, operai in un acciaieria di Pittsburgh tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70. La guerra del Vietnam incombe sui giovani e i drammatici eventi che coinvolgeranno i protagonisti sono letteralmente scissi fra il tragico scenario bellico asiatico e la quotidianità della provincia USA nella quale sono cresciuti.

Il gruppo di amici ha in comune anche una grande passione: la caccia al cervo (da cui il titolo originale del film). Una battuta di caccia al cervo sottolinea diversi momenti cruciali della narrazione: prima di partire per la guerra, ma anche in occasione di una licenza (se non ricordo male...) ed infine dopo il congedo finale dall'esercito.

Il leader “morale” del gruppo è Mike (interpretato da Robert De Niro). Mentre tutti gli altri amici sono rappresentati come figure comuni, tipici “americani medi” (qualsiasi cosa questo possa significare...), Mike viene raccontato come personaggio quasi investito da un non meglio precisato incarico “fatale” di compiere una “missione”.
Mike si distingue dagli amici anche nella considerazione che ha della caccia. Se per gli altri è poco più di un divertimento, per Mike si trasforma in un rituale (tra l'altro, tutta la figura di Mike, grazie all'interpretazione magistrale di De Niro, è ammantata da una sorta di “aura sacrale”).

Nucleo principale del rito di caccia di Mike è la regola di concedersi solo una pallottola per colpire il cervo. Gli amici, nella loro semplicità caratteriale, utilizzano lo strumento moderno nel pieno delle sue potenzialità: se il fucile ha più colpi, a loro pare scontato utilizzarli tutti. Per Mike invece no: il suo motto all'inizio di ogni battuta è «un colpo solo».

Ho sempre interpretato la scelta d'inserire questo particolare nel racconto, come un inno alla lealtà pura. Mike si confronta con l'animale col maggior rispetto possibile, con la riverenza quasi religiosa dovuta ad una realtà vasta e misteriosa qual è il contorno naturale in cui le nostre vite sono calate.

Certo, fra i significati del rito del «colpo solo», c'è anche questa sfumatura. Anzi, senza dubbio è quella che s'impone con più evidenza. Ma è stato solo ripensando di recente a quella scena, fortuitamente incrociandola con differenti considerazioni riguardanti un altro film, all'apparenza del tutto slegate dal discorso, che un'altra più sottile chiave d'interpretazione mi si è fatta chiara alla mente.

L'altro film a cui mi riferisco è «Alien». Parlo esclusivamente del primo episodio della saga, anche se, in virtù di ciò che vi sto per dire, per mio conto è assolutamente inutile parlare sia di episodio, sia di saga. Non temo infatti di sfidare addirittura le leggi grammatico-gravitazionali, affermando che per me “i film di «Alien» è uno solo”, il primo, con la regia di Ridley Scott (1979).
So che ci sarà fra di voi, cari amici viandanti per pensieri, chi storcerà il naso, chi dirà che anche il secondo («Aliens – Scontro finale» di James Cameron, del 1986) non è male, e pure gli altri sono accettabili. Non è mia intenzione di mettermi qui a criticare il diritto Hollywoodiano ai sequel, né sollevare questioni cinematografiche particolarmente complesse.

Il riferimento ad «Alien» mi serve invece solo per parlare dell'«unicità» (partendo da un esempio banale, se si vuole...). Ve lo confesso, autorizzandovi automaticamente anche all'insulto senza ritegno: io gli episodi successivi di «Alien» non li ho nemmeno visti, se non giusto qualche scena. L'incoerenza del mio discorso è notevole, ma il punto è un altro: «Alien» di Ridley Scott è un film perfetto nella sua unicità, da un punto di vista estetico-emotivo è propriamente “conchiuso”. Non c'era niente da dire, né da fare vedere in più.

Ripeto: mentre affermo queste apparenti contraddizioni, non mi interessa l'analisi cinematografica più strettamente intesa (in quella potrei avere torto, ve lo concedo: magari mi potrà capitare di vedere anche i sequel di «Alien», trovandoci del buono pure in quelli...).
Quello che mi interessa invece, il punto nodale del ragionamento, è un parallelo con le cose della vita.
Nostro “crudele ed estatico” destino è ritrovarci perennemente ad avere a che fare con le «unicità». I momenti sono unici nella loro drammaticità, così come lo sono nella loro bellezza.
Non c'è ripetibilità.
Per questo «Alien» di Ridley Scott, nella sua compiutezza formale e narrativa (a mio avviso perfette), non può avere sequel. Non perché questi non possano essere altrettanto degne opere filmiche, ma molto più semplicemente perché sono “un'altra cosa” rispetto a quella perfezione prima, che rimane per sempre fissata nella sua architettura estetica completa ed autosufficiente.

Ecco allora che a questo punto rientra in scena il «colpo solo» di Mike, nel «Cacciatore» di Cimino. Al di là dell'eterna, già omerica e “melvilleiana”, sfida fra l'uomo e la natura, quel «colpo solo» intende cogliere la paradossale composizione dell'esperienza umana, fatta di singolarità irripetibili, ma pur sempre accumulate in una qualche forma di sapienza.

Quante volte abbiamo tentato di ricreare l'atmosfera rara di un momento, vissuto con amici o con le persone alle quali più vogliamo bene. Ci siamo premurati di fare in modo che fossero lo stesso posto, le stesse condizioni, lo stesso periodo dell'anno, gli stessi “ingredienti” di contorno.
Mai l'incanto di quella singolare volta si è più ripetuto.
Magari un altro tipo di magia sarà pronto dietro l'angolo, a sbucare fuori in un altro contesto, alla prima inaspettata occasione. Ma sarà sempre un'altra cosa.
Invece quella “roba là” rimarrà fissata nella sua sospensione “spazio-temporale” perfetta e definita per sempre.

Ecco perché, per vincere il “duello” col cervo, puoi contare ogni volta su di «un colpo solo». Magari lasciandolo alla fine in canna e concedendo scampo all'animale, come sceglie di fare Mike nell'epilogo del film.

Il «colpo solo» di “Mike-De Niro” ci svela così che la gioia e la malinconia sono due facce della stessa medaglia, due capi della stessa corda. L'attimo d'incanto ci colma ad un tempo la bocca dell'ineffabile sapore di una felicità che subito è pronta a sfumare nel retrogusto di una fuggevole irrimediabilità.
L'esperienza umana è fatta di infiniti «colpi soli», che alla fine vanno ad intessere la trama, paradossalmente ripetuta ad intreccio, della vita di ciascuno.



domenica 19 aprile 2009

Duecalzinità


Giuro che io m'impegno anche a non essere romantico.
Anzi, devo dire di aver fatto parecchi miglioramenti negli ultimi anni.
Mi aveste conosciuto ai bei tempi, vi sarebbe venuto il serio dubbio che il giovane Werther, in confronto a me, fosse poco più che un cinico biscazziere dell'ovest pronto a giocarsi la nonna con una sola coppia di otto in mano.
Il "danno" (all'unisono con l'immenso dono estetico) recato all'umano sentire da vagonate di Sturm und Drang, opere liriche, sinfonie, sonate, romanzoni russi, poeti maledetti, scribani fottuti, è stato talmente devastante che ancora oggi non se ne vede la fine.
Dall'Ottocento in poi, se sei un tipo di sensibilità media ed hai almeno la terza media, non puoi dire di avere avuto una storia d'amore con tutti i crismi se nel contempo non hai sputato l'anima sull'asfalto ogni attimo in cui hai pensato all'oggetto della tua passione.
Non puoi dire di essere amico vero di qualcuno se per lui non sei disposto a fermare un Tir in corsa, con la sola forza del ditone del piede.

Sia ben chiaro, vorrei precisare: non è che sto buttando tra le verze Beethoven, Dostoevskij e Chopin. E per fortuna che c'è Milan Kundera, il quale fa spesso importanti considerazioni sulla questione e come nessun altro mi chiarisce le idee su tematiche estetiche e significati dell'arte:

"...Le più grandi personalità letterarie dell'Europa centrale del ventesimo secolo (Kafka, Musil, Broch, Gombrowicz, ma anche Freud) si sono ribellate (molto isolate in questa rivolta) all'eredità del secolo precedente che, nella loro parte d'Europa, soccombeva sotto il peso particolarmente gravoso del romanticismo. Secondo loro è il romanticismo che, nel suo parossismo volgare, sfocia fatalmente nel Kitsch. E il Kitsch ai loro occhi (e a quelli dei loro discepoli ed eredi) rappresenta il supremo male estetico...".

"Un incontro" Milan Kundera - 2009

Insomma, succede così che tutto bello carico di teoria dell'arte e riponendo grande fiducia nei miei bravi antidoti contro il romanticume, poco fa ho formulato fra me e me questa suprema dichiarazione d'intenti: "...Vado un minuto fuori sulle scale a tagliarmi le unghie dei piedi...".
Ecco, qui a spiegarvi come mai nella mia instabile economia mentale proprio le scale vengano elette a sede di cure estreme inferiori, si farebbe notte.
Prendete per buono il dato: uno che si taglia le unghie dei piedi, in qualsiasi contesto si accinga ad eseguire l'operazione, dovrebbe sentirsi abbastanza al sicuro da attacchi di romanticismo proditorio inferto dalla realtà circostante.
E invece no.
Date retta ad un idiota: col romanticismo non si scherza, non puoi mai abbassare la guardia, perchè non sai mai quando ti può azzannare il polpaccio.
Già era domenica, e un po' avrei dovuto stare sul chi va là. La domenica è il brodo di cottura ideale per il romantico: il sabato del villaggio lo hai già bell'e che sprecato e se poi ci si mette anche una giornata uggiosa come quella di oggi, è un attimo a scivolare in atmosfere da Brianza velenosa.
Fatto sta che per via della micina che mi ronza intorno a casa, sono sprofondato niente meno che in uno dei concetti più pericolosamente romantici della storia: la "duecalzinità".
Questa micina è semi-domestica.
Si lascia avvicinare, sì, ma solo un poco, e poi a costo di mille moine e infingimenti, dichiarazioni di non belligeranza umana e chiare esibizioni di non voler eseguire movimenti troppo bruschi. Sapete come fanno i gatti.
Infatti, mentre mi tagliavo le unghie, la micina faceva proprio così. Un po' si strusciava, ma io dovevo stare semi-immobile. Qualche carezza in punta di pelliccia era concessa, ma la mano doveva approcciarla con la stessa lentezza dello sbocciar di una rosa. Ogni mossa più repentina, causava il suo delicato fuggi fuggi felino.
Ed è stato lì che il romanticume mi ha fregato.
Mi son venute in mente le varie scene di "Due Calzini", il lupotto di "Balla coi lupi" e a valanga mentale ci è andata dietro l'idea della "duecalzinità".
La "duecalzinità" è quella roba molto nobile, platonicissima, che vivono due persone (uomo e donna, donna e donna, uomo e uomo) quando si annusano le rispettive anime e sono in quella fase di possibile amore, oppure di possibile amicizia.
La "duecalzinità" è l'essenza del rapporto umano tenuto in sospeso.
Una sospensione nella quale spesso si preferisce crogiuolarsi, rimandando il più possibile l'approfondimento nella confidenza completa, per non far svanire la magia di quella tensione potenziale.
La "duecalzinità" è quella sottile pellicola d'aria che si è fieri di mantenere viva fra le mani di ciascuno dei due amici, mentre si avvicinano ma continuano a sperare di rimanere così per sempre, una ad un attimo dall'altra, sentendone solo il calore.

E adesso che anche per oggi ho terminato la mia andata per pensieri, ditemi voi se si può andare avanti così: non ci si può neanche tagliare le unghie dei piedi che ti ritrovi fra di essi il Romanticismo. Ma io dico: roba da matti!!!

P.S.R.A. ("Post Scriptum Romantico Aggravante"): la seguente scena non la posso vedere senza che mi si formi il lago Trasimeno nell'occhio destro e quello di Nemi nel sinistro.