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sabato 27 dicembre 2008

Parolismi nonsensuali

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Se vi dicessi: "Puroidan filsevin bahsoni viers kifeu", cosa rispondereste?
Quasi sicuramente (e anche all'unisono): "Minchia, s'è bevuto il cervello tutto in un sorso!!!...".
Invece no, vorrei dimostrarvi che (...sì, pur ammettendo che tengo in serbo ancora poche gocce di cervello da bermi), anche tale fraseggio insensato è in realtà una piccola prova della mia passione per le parole.
Da dove ho tratto questi strambi vocaboli? Sono prodotto del caso webbaiolo, croissant verbali sfornati caldi caldi dall'alea del fornaio blogspottista (me li sono segnati, sono proprio quelli originali trascritti).
Avete presente quando vi accingete a fare un commento con blogspot? Prima di dare l'invio, vi chiede di ricopiare quella paroluzza generata a casaccio dal Grande Spirito Informatico Supremo in persona. Mi sono accorto che talune di queste parolette mi erano simpatiche. Non solo: in diversi casi erano anche evocative. Non so bene di preciso cosa evocavano, ma comunque evocative le erano di sicuro.
Evocative di lingue impossibili ormai morte o addirittura ancora non nate. Di strani dialetti irreali, talvolta mischiati a vernacoli veri. O ancora, incontri sillabici nati dalla fantasia del più pazzo dei pubblicitari.
Una cosa buffa è questa: in questo gioco linguistico, spesso il caso telematico genera sonorità che nella mia percezione riecheggiano un retrogusto veneto.
Come la parolina "dedoe":
"Oh, ma che béa putèa...quanti àni te ghè s'è?"
"Dedoe àni...fasò la seconda media..." (preciso che non conosco nessun dialetto veneto: era solo una ricostruzione della mia fantasia, basata più sulle sonorità che immagino associate a quella regione).
Ancora in area triveneta mi ha portato il vocabolonzolo "kifeu" (memore anche della famosa battuta del capo dei pirati, in un bellissimo episodio delle avventure di Asterix):
"Kifeu che s'hà dìt a l'arèmbagio?...".
In altri casi invece son stato trasportato nel mondo della farmacopea: "puroidan" è decisamente una pomata contro pruriti di varia natura.
Anche il gergo giovanile viene sfiorato dal dado alfabetico di blogspot.
"Nimpor" potrebbe essere un'espressioncina utile per le comunicazioni via sms fra adolescenti:
"tvb scus, mi dispia se sn stat xmaloso..."
"nimpor, tvb me 2".
Ma anche alle generazioni più adulte è riservata l'attenzione romantica dovuta. Ecco infatti che il parolaio digitale tira fuori dal cilindro un bel "bahsoni": "Amore mio, mi fai impazzire, ti coprirei di bahsoni dalla testa ai piedi".
Prima di chiudere faccio un piccolo esperimento: pesco alcuni vocaboletti in diretta e vedo cosa succede (quelli sopra me li ero segnati in prececendza).
Vai.
Ecco ad esempio che subito si zompa fra le luci rosse, con un misto di giudizio negativo su un orso poco valente: "orsgram".
Ohlà, paleontologia delle grandi occasioni, con questa nuova parola: "unklu", il ricercatissimo fossile del dinosauro anello di congiunzione fra il "triceropiteco fadego" e la "procusta dal becco monco".
Ed ora un affascinante volo nel continente nero, a conoscere il grande "kingani", capo tribù dalle dodici mogli e dalle ventotto suocere.
Va beh, adesso mi fermo, ma prendetelo anche come suggerimento per un bel gioco da fare in compagnia in queste serata di festa: createvi da soli il vostro mondo linguistico con l'aiuto della centrifuga sillabica blogspot!

martedì 16 dicembre 2008

Citizen dodger

(Delirium photo-construens de Gillipixelius)

Sono proprio un gran campagnolo. E anche uno della peggior specie, bisogna dire: un campagnolo suscettibile.
Mi devono aver fregato le ampie distese agresti fra le quali la mia labile mente è usa spaziare da anni. Sarà anche per via del mio assetto prossemico, formatosi talmente ai margini del consorzio umano, da risultare tarato su distanze fra un individuo e l’altro misurabili con tolleranza minima del metro e mezzo.
Fatto sta che quando cammino per le strade di città, mi sembra sempre di affrontare una folla di “Ludovichi” aspiranti “Fra’ Cristofori”.
Avete presente il famoso brano dei Promessi sposi?
Ludovico, orfano di un facoltoso mercante, si rode il fegato perché tutta la sua ricchezza non può “comprargli” lo stato sociale nobiliare. Un bel giorno, camminando su un marciapiede o una stradina che dir si voglia, incrocia proprio un nobilotto spocchioso: nessuno dei due vuole abbassarsi a cedere il passo. Ne scaturisce una baruffa durante la quale perde la vita il servitore di Ludovico, Cristoforo. Quell’episodio indurrà Ludovico a ritirarsi in convento, vestendo la tonaca proprio con il nome di Frate Cristoforo, per ricordarsi ogni giorno della sua passata ed insensata alterigia, costata una vita umana.
Ecco perché dico di essere un campagnolo perso. Credo infatti di essere il solo a notarlo, ma sui marciapiedi e ad ogni angolo della città, incrocio sempre gente che non vuole cedere il passo. Non che io abbia pretese particolari di ottenere il privilegio pedonale.
Tutt’altro: sono anzi dell’idea che quando due persone si trovano a dover condividere un passaggio piuttosto limitato, ciascuna dovrebbe fare il gesto di scostarsi leggermente, lasciando libero almeno una metà del cammino a chi sopraggiunge. Invece no, mi si parano innanzi spesso e volentieri dei tacchinacci impettiti che vanno come locomotive sui binari. Nemmeno che a spostarsi un mm. dovessero cadergli a terra la cresta e i bargigli con tutta la ruota.
Per mio conto è giusto spostarsi. E’ sintomo di civiltà. Piccolo, ma pur sempre un sintomo. Non vi saprei dire il motivo, ma mi pare invece che prevalga la convinzione secondo la quale se righi dritto ed imperterrito per la tua traiettoria, sei un vincente, sei un grande, sei uno sicuro di sé, sei l’uomo che non deve chiedere mai.
Questo volatile scritto mica vuol essere la dichiarazione di guerra dei bifolchi ai cittadini (non so se si è notato il tono faceto...). Ad onor del vero va dunque detto che per un novanta per cento dei casi si tratterà forse di pura distrazione e svagatezza. Quel che mi sembra di poter ipotizzare però, è che si tratti di un malvezzo tutto italico, un po’ come la sana abitudine “tricolore” di non saper rispettare le code.

Una piccola “prova del nove” l’ho avuta pochi giorni fa. Camminavo lungo una strada non molto larga, quando mi si profila all’orizzonte un piccolo drappello di persone. Arrivo a pochi metri da loro e mi appresto come al solito a grattugiarmi rassegnato la schiena contro il muro di una casa, quando, con somma sorpresa, vedo la comitiva aprirsi come le acque del Mar Rosso, alcuni scendendo dal marciapiedi, altri fermandosi ossequiosamente. Erano stati in silenzio fino a quel momento, ma non faccio in tempo a passare oltre che subito sento svanire nell’aria inequivocabili sonorità verbali del tipo: “…Ein, zwei, drei…kartoffeln uber alles, zimmer frei mit Zigfrid, Tristan und Isolde weltanschauung…”.

Brooklyn Dodgers era il nome di una gloriosa squadra di baseball anni ’50 della Grande Mela (poi trasferita ad LA per casini economici). Dodger significa appunto “schivatore”, colui che zig-zaga fra gli ostacoli urbani, nella fattispecie in mezzo al traffico.
Alla fine insomma è così che, ben insicuro di me stesso, rendendo tributo a questa luminosa tradizione sportiva, mi trasformo in un “citizen dodger”, ritrovandomi a schivare cittadini, a passeggio per le strade cittadine.

domenica 14 dicembre 2008

Tubolar joy

(Foto di Gillipixel)

E dire che la noia ha sempre spaventato anche me. Certe volte è difficile difendersi. Bisogna solo mettere il cuore in pace ed aspettare che passino i momenti di abulia più intensa, fiduciosi nella ciclicità dell'essere e nel ritorno di uno stato d'animo più curioso e disposto ad accogliere ancora motivi di stupore e freschezza.
Ma se penso alla gente che non sa dove sbattere la testa per vincere la noia. Tirano di coca, vanno ai 280 in autostrada, hanno bisogno dei fans, vanno coi trans, fumano il crack, si buttano in finanza e causano patatrack, scalano gli 8000, comprano un 2000 (cc.).
Se penso a questi qua e poi penso che a me magari capita di uscire fuori casa un attimo sotto la pioggia, reggendo con una mano l'ombrello e con l'altra la macchina fotografica, e sentire lo sguardo attratto da quattro tubi bagnati e uno zucchino (esso pure pioggioso). E scattare una foto e rendermi conto che, mio malgrado e senza averlo minimamente voluto, la cosa mi esalta. Sento a quel punto salire dentro di me l'interrogativo inquietante: dov'è che sto sbagliando? Sono così grave?

martedì 9 dicembre 2008

Il trucco c'è, se lo sai vedere

(Fotomontaggio di Gillipixel...purtroppo)

Vorrei parlare dell’aneddoto del piccolo Gauss. So che sarà stranoto praticamente a tutti i miei dottissimi lettori, ma mi è sempre piaciuto un sacco e ritengo che sia il più bell’esempio del concetto di “problematizzazione” della realtà, per cui lo vorrei riproporre qui.
Narra la leggenda che il piccolo Gauss si trovava a scuola e ad un certo punto il maestro, dovendo concentrarsi alla cattedra per alcuni minuti su un proprio impegno personale (fonti ufficiali dicono che si apprestava a correggere i compiti della classe dei più grandi; voci malevole sostengono invece che doveva scrivere una lettera appassionata alla fidanzata), assegnò alla classe un compito. Un calcolo un po’ noioso e bovino, tanto da tenere impegnati i bambini per un po’ di tempo e niente più: dovevano fare la somma di tutti i numeri da 1 a 100.
I bambini ordinari si misero diligentemente ad eseguire la somma, singolo numero più singolo numero (come avrei fatto io, suppongo, essendomi conosciuto da bambino). I più discoli forse si misero a sparare per tutta la classe chicchi di riso con le cannucce ricavate dallo stelo delle spighe (ammesso che si fosse verso la fine di maggio, sul finire della scuola, quando le messi iniziano ad imbiondire).
Solo il piccolo Gauss trovò la maniera di disubbidire in forma geniale. Riorganizzando i dati del compito assegnato, lo trasformò infatti in un problema.
Cosa notò facendo scorrere a mente l’intero “spettro” dei numeri da trattare?
Si accorse che dividendo a metà la sequenza da 1 a 100, e sommando opportunamente ciascuna coppia così ottenuta (1+100, 2+99, 3+98, e così via sino a 50+51) si ottenevano 50 somme il cui risultato era 101. A kleine Gauss bastò un attimo allora per capire che eseguendo il prodotto 50X101, si otteneva il risultato voluto, ossia 5050.
Non è dato sapere come reagì il maestro quando si vide arrivare alla cattedra il piccolo Gauss dopo un minuto, già con il risultato bell’e pronto. Io propendo per l’incazzatura, ma quel che conta in questa sede è che l’episodio legato all’infanzia del grande matematico racchiude in sé anche un po’ lo spirito che spero di infondere ogni volta che mi gira di andare per pensieri. Mica mi voglio paragonare alla genialità di Gauss, ci mancherebbe. Tra l’altro, non sono mai stato neanche particolarmente brillante in mate.
Solamente, è l’idea di cercare di vedere le cose in modo diverso, che mi affascina. Che poi ci riesca o no, è un altro discorso. L’importante è provare a rimescolare i dati concernenti un certo contesto, per vedere se il nuovo scenario che ci si presenta è capace di raccontarci di più di una semplice disposizione banale degli elementi in gioco.

venerdì 5 dicembre 2008

Just for the Hell of it...

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Ho sempre fatto fatica ad essere sintetico, quando scrivo. So che si tratta già di un limite notevole nei tradizionali contesti cartacei, ma mi rendo conto ancor di più che, in un ambiente lanciato alla velocità del pensiero come quello di internet, questo fatto diventa una tara molto penalizzante per la mia prosa.
Me ne rendo benissimo conto.
Però mi ritrovo anche a constatare ogni giorno di più che andando su con gli anni si acquisisce una dose di donchisciottismo crescente, per cui si è sempre più propensi ad andare a sbattere contro i mulini a vento piuttosto che adeguarsi alle esigenze dello spirito del tempo.
Anche correndo l'altissimo rischio di scoraggiare il lettore, preferisco dunque scrivere una cosa piuttosto lunga, ma voglio gustarmi il piacere di dire tutto quello che sento di dire a proposito di un certo tema che mi sta a cuore, e voglio prendermi tutte le parole che sento necessarie per farlo.
Certo, la sintesi rimane un imperativo imprescindibile. Mica sto dicendo che ci si possa dilungare in papiri assurdi che non fanno altro che menare vaniloquio per l'aia.
Ma un mio ipotetico lettore lo immagino in vestaglia e pantofole, con il mouse in una mano ed il caffè nell'altra (anzi, meglio se con un bel bicchierozzo di Chianti). E soprattutto lo immagino come uno che si sta prendendo un po' di tempo gratuitamente, per il gusto di farlo o, per dirla con un'espressione mutuata dal vecchio Holden Caulfield, "...just for the Hell of it...".
Ecco l'esatto motivo per il quale immagino il mio lettore si metta a leggere: "...just for the Hell of it...".
Dice: ma questa è la società della velocità, la gente non ha più tempo, deve correre, va di fretta...
Beh, io rispondo: vale la pena fare piccoli tentativi, mettere piccoli tasselli di pensiero, per vedere di attenuare questo balordo modo di interpretare il mondo.
Per alcuni anni ho fatto a tempo perso il corrispondente di provincia, scrivendo notiziole dal mio paese. Ad un certo punto, la direzione decise di cambiare le dimensioni del giornale in formato tabloid. Ci fu una riunione di tutti i corrispondenti e il direttore procalmò solennemente che dovevamo scrivere articoli più brevi, perchè "...oggi la gente non ha più tempo di stare lì a leggere cose troppo lunghe...".
Quella frase mi procurò un attacco di bile, nonchè accessi ripetuti di febbre terzana e quartana. Se uno, nel corso della sua giornata, non trova il tempo di leggere tre colonne di giornale anzichè due, primo, non si rende nemmeno conto di quanto stia messo male, e secondo (come diretto corollario della prima condizione) ha un sacrosanto diritto all'eutanasi passata gratuitamente dalla mutua.
L'atto del leggere deve mantenere il diritto di essere esplorato con calma. E scrivere, per conseguenza, deve poter essere fatto nella consapevolezza che dall'altra parte si ritroverà un lettore sereno e disposto all'ascolto, non un bulimico verbale capriccioso e viziato da rimpinzare di clamore ed effetti narrativi da baraccone.
Ricordo un episodio letto su un romanzo di Milan Kundera (anche se purtroppo non mi sovviene ora quale romanzo fosse di preciso...la memoria non sarà mai il mio mestiere...).
Un giovane ancora molto inesperto delle cose dell'amore si era fortemente invaghito di una signora bellissima e al tempo stesso praticamente inarrivabile per lui. In qualche modo aveva trovato il coraggio di dichiarare la propria passione alla donna e il suo desiderio fortissimo di fare l'amore con lei. La donna, tanto affascinante quanto perfida, si era voluta prendere gioco del giovane sottoponendo ad una crudele prova il suo supposto amore: lo aveva fatto denudare e, presa una sveglia, lo aveva sfidato a dimostrarle la sincerità della sua passione concretizzandola nel giro di un minuto con un'erezione.
Travolto dal marasma emotivo, il giovane aveva ovviamente fallito il "compito".
Ecco, quando scrivo, non mi voglio sentire di fronte al lettore come quel giovane si sentì di fronte alla donna tanto desiderata (e soprattutto spero che nessun lettore mi vorrà vedere in quelle condizioni, ma questo è un altro discorso).

lunedì 17 novembre 2008

Questo è un lavoro per...!

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Oggi, manieristicamente, ripensavo un po’ ai vari argomenti strambi affrontati negli articoletti di questo mio ancor più bizzarro angolo di scribacchiature (ghiandole salivari, texture, blob fatti in casa, solo per citare le ultime mie futilità) e fra me e me mi dicevo: “…Sono proprio il Superman dei blogger…”.
Ma non mi fraintendete, non è che mi sono montato la testa, e tanto meno mi stavo profondendo in un moto di auto-esaltazione scellerata.
Tutt’altro.
E se mi lasciate spiegare per due righe, vi renderete conto che si trattava di una considerazione niente affatto lusinghiera.
Nella bellissima raccolta di saggi critici “Apocalittici e integrati” (uno dei più bei testi per imparare ad osservare i fenomeni artistici con occhio “asciutto” e disincantato), Umberto Eco analizza esattamente la figura del super eroe domiciliato a Metropolis, facendo riflettere su di un passaggio fondamentale per capire l’impianto narrativo di questo fumetto e di conseguenza le implicazioni socio-esistenziali connesse.
Superman, ci ricorda Eco, possiede super poteri coi quali potrebbe benissimo prodigarsi per risolvere “inezie” come la fame nel mondo, le guerre sanguinose che affliggono il pianeta, i disastri ecologici, tanto per citare solo alcuni esempi di “problemucci” più eclatanti.
Ma nonostante questo po’ po’ di potenziale, SuperLui si ostina ad assicurare alla giustizia qualche rapinatore di banca di tanto in tanto, a frenare la corsa impazzita di qualche treno, o tutt’al più a bloccare le criminose intenzioni di scienziati perversi regolarmente intenzionati a distruggere la Terra, ma una volta passato il pericolo, per quanto gliene può fregare a SupeLui, lascia pure che crolli la finanza mondiale e l’ambiente si riduca ad uno schifo.
Il messaggio che le storie di Superman vogliono far passare, commenta Eco, è tutto confezionato all’interno di una logica piccolo-borghese e in questo ambito si spiega la Super-sua selettività nel risolvere i problemi del mondo: SuperLui supercombatte le storture medie che il lettore medio si attende di veder mediamente combattute, oppure si prodiga in certe pacchianate esaltanti da “mejo fico der bigoncio”, più in sintonia con una ricerca di clamore in stile Grande Fratello, Talpa, Isola dei Famosi e simili, che non dettate da un’intenzione effettiva di fare il bene dell’umanità.
In questo senso dunque mi sono sentito il Superman dei blogger.
Con tutti i problemi che ci sono al mondo, le questioni complesse che lo attanagliano, io cincischio spesso sul filo della surrealtà.
Tuttavia, credo di poter dire che nel mio caso le intenzioni siano alquanto differenti.
Non è tanto la dimensione medio-borghese che mi interessa, non ci penso nemmeno. Il mio pensiero va più verso la convinzione che osservando la realtà da punti di vista inediti, anche se si tratta di piccoli dettagli, si può andare in qualche modo più vicini ad una sua comprensione. Ora non vorrei menar la faccenda troppo per l’aia, ma queste mie mini-incursioni per assurdo nel mondo del possibile, le intendo quasi una palestra di tolleranza in cui nel frattempo si può tenere in allenamento anche lo spirito critico.
O almeno così mi pare.
In ogni caso, di una cosa adesso sono sicuro.
Finalmente ho colto fino in fondo la saggezza di una battuta sentita qualche tempo fa: “Se Superman è così intelligente, perché porta le mutande sopra i pantaloni?”