giovedì 12 febbraio 2015

Bang ultra-passerottici



Conoscevo un tipo che di mestiere faceva il tangentista. Disegnava tangenti, non è che le pagasse o le riscuotesse. Questo mio amico aveva messo su un piccolo laboratorio in centro città, il “Cream-Tangerine”. Chi si ritrovava in casa, per dire, una circonferenza, o un ellissi, o una parabola, e avesse avuto bisogno di tracciarvi accanto una tangente, non doveva fare altro che andare al “Cream-Tangerine” e farsela disegnare. La sua specialità erano le tangenti alle sfere e le duplici tangenti iperboliche in confezione regalo.

Il mio amico si vergognava un po’ a svolgere una professione dall’aura così altisonante negli ambienti che contano («…il tangentista!…») e ad essere nel frattempo così onesto (i suoi prezzi erano tra l’altro davvero modici). Allora, per mettersi a posto la coscienza, aveva preso l’abitudine di risolvere le parole crociate andando a sbirciare tutto su google. In questo modo si sentiva più sereno: praticava sì una forma di slealtà, ma la più gratuita ed innocua che si fosse mai vista, potendo continuare nel frattempo a portare alto il nome dei tangentisti dall’indole geometrica e non pecuniaria.

Sono famose poi le bombette di piume. Beh, famose…parliamone. Il fenomeno si verifica di rado, ma quelle poche volte, non passa inosservato. Si sente un improvviso boato contro i vetri della finestra, SBANG!!!, si sobbalza sulla sedia mentre il proprio subconscio, con una rapidità che va molto al di sotto della soglia di attenzione, si domanda: «…E che miiinchia è?!?!?…». Novantanove volte su cento è un uccellino un po’ rimbambito che non conosce l’esistenza di un materiale chiamato “vetro” o forse non ha ben chiaro il concetto di impenetrabilità dei corpi, anche nei casi di trasparenza conclamata.

Quasi mai si riesce a sapere che tipo di uccellino fosse. Il più delle volte rimane solo il ricordo di quel piccolo botto senza causa, o al massimo c’è un segno non meglio identificato sopra al vetro, una specie di sgommatina gentile. Solo di rado capita invece di rinvenire sul luogo del misfatto rumoroso, una qualche traccia. Possono essere anche otto piume otto, di numero, minuscole, sul davanzale.


Il mistero intorno all’identità del mini-volatile rimane, ma a quel punto si può anche essere colti dall’impellente necessità di correre ad attaccarsi a internet, per raccontare di amici immaginari che facevano mestieri inesistenti, cercando di compensare l’insoddisfazione calata nell’animo a causa dello shock da anonimato sonoro appena subito.

Ma robe da nutria! "Stile fatalibero"

 
 
 

martedì 10 febbraio 2015

domenica 8 febbraio 2015

1 - Fisica maccheronica - Il principio di infondatezza di Gillipixelberg


Inizia oggi un ciclo di lezioni di “Fisica maccheronica narrativamente dimostrata”. Questo ciclo, non so ancora quante ruote avrà. Magari solamente questa qui di oggi, riducendosi dunque a un monociclo. Ad ogni modo, si vedrà.

La fisica maccheronica ha poco o nulla a che vedere con la fisica scientificamente dimostrata. Per cui, come nella migliore tradizione dei programmi tv più pericolosi, prima d’iniziare è d’obbligo un avvertimento: non provateci a casa, potreste andare incontro a cocenti delusioni, scompensi psichici, allucinazioni, gomito del tennista, occhio di pernice, salto della quaglia, abbacchio a scottadito, risi, bisi e crisi.

L’argomento che illustro in questa prima lezione è il “Principio d’infondatezza di Gillipixelberg”, anche noto come “Relazione gillipixonica universale”. Tutti sanno che la materia di cui l’universo è costituito si compone di particelle infinitamente piccole. Da principio, i Greci le chiamarono atomi, ossia “indivisibili”. Si pensava infatti che sotto una data dimensione non si potesse scendere: erano quelli i mattoncini di base del Tutto. In epoca moderna s’è scoperto che non era vero. C’erano particelle più piccole: elettroni, protoni, neutroni, e poi quark, neutrini, bosoni e così via. 

Attualmente la corsa a setacciare la forma di puntino materico più minuscolo dell’universo è ancora in pieno svolgimento. Ma vi posso già preannunciare come andrà a finire: si scoprirà che la particella più piccola è il Gillipixone. Al che, uno scettico a tempo debito si domanderà: va beh, ma se divido in due un Gillipixone, cosa ottengo? Semplice: niente. O anche, come si usa dire nell’ambiente di noi fisici maccheronici: una stralodata fava, una benemerita cippa, una supersonica minchia.

Infatti il Gillipixone vale per me che mi chiamo Gillipixel. Per chi si chiama Paolo, la particella infinitesimale invalicabile sarà il “Paolone”. Per Roberta, sarà il Robertone. Per Gigi, il Gigione. E via dicendo. In pratica, l’«one» personale di pertinenza individuale, è costituito dal quanto minimale di coscienza di sé. L’infinitesima parte del nostro essere che riusciamo a concepire: è quello il mattoncino più piccolo del Tutto. Scendendo al di sotto, niente ha più senso, perché non ci siamo più noi. Se non ci sono io, per me non c’è percezione di nulla, quindi nulla esiste più. Ecco dunque che al di sotto del Gillipixone, personalmente non posso andare. E lo stesso discorso è dimostrabile per ogni coscienza.

Tuttavia, ai fini della presente trattazione, per comodità espositiva, continueremo a chiamare “atomo” una porzione sufficientemente piccola della “materia universale”. Prendiamo il caso di due atomi del nostro piede: essi sono in relazione fra loro. Una forma di “energia di connessione significante” tiene in comunicazione questi due atomi e fa in modo che, nel loro piccolo di competenza, essi contribuiscano a dare realtà a quell’ente conosciuto come “piede”. Pensiamo ora sempre ad un atomo del piede, ma mettiamolo in relazione stavolta con uno della testa. Anche qui ci sarà un flusso di “energia significante” intercorrente fra i due. Seppur più flebile, esisterà in ogni caso: insieme quei due atomi collaboreranno nel definire il significato dell’ente chiamato “corpo” o “persona” a cui quel piede e quella testa appartengono. Portando poi il ragionamento alle sue possibilità ultime, immaginiamo adesso sempre due atomi, ma posizionati stavolta rispettivamente ai due capi opposti dell’universo (ammesso che l’universo abbia estremi, ma diciamo due punti remotissimi): il flusso di “energia significante” che mette in comunicazione questi due atomi, sarà in questo caso nullo? Ma assolutamente no! Per quanto infinitamente e quasi inconcepibilmente piccolo, ci sarà pur sempre un filo di significato che tiene insieme quei due atomi agli antipodi universali, altrimenti verrebbe meno il concetto stesso di universo.

Ecco dunque dimostrato il “Principio di infondatezza di Gillipixelberg”. I singoli enti della realtà così come sono comunemente intesi (per esempio: un cavallo, un parlamentare, una bella donna, l’aliquota dell’IRPEF, i peli delle ascelle, l’alito cattivo, e così via) hanno un significato di comodo dettato dalla nostra limitatezza percettiva e concettuale. Sono soltanto circoscrizioni, raccoglimenti ai fini pratici, di atomi. In altre parole, i singoli enti della realtà sono infondati. O per meglio dire, non sono più fondati di tanti altri che potremmo ipotizzare.

Ne deriva che il principio apre grandi prospettive non solo a livello della fisica maccheronica, ma anche sul piano sociale, dell’autostima universale, della considerazione di sé e del “ri-apprezzamento identitario post-individuale”. Si dia infatti l’esempio del tipico sfigato medio: la sua posizione di “ente limitato dalla sfiga”, viene riveduta e rivalutata in grande stile, se solo si pensa che qualche atomo del suo essere è in inevitabile (seppur molto fioca e lontana) “connessione significante” con qualche atomo del corpo e della personalità di Salma Hayek o di Naomi Campbell. Altrettanto dicasi per il caso di un individuo che per i motivi più vari (vuoi pigrizia, vuoi scarsità di mezzi, vuoi altre cose) ambirebbe a viaggiare, ma non lo fa: ecco che una manciata di atomi della sua mente sono indissolubilmente saldati, nel “flusso significativo” che li connette, con gli atomi dei granelli di sabbia di una spiaggia alle Maldive, o con quelli di una trave della Torre Eiffel, o degli spruzzi delle cascate del Niagara. Frantumando gli enti tradizionali e riedificandone di nuovi, derivati da combinazioni inedite di atomi nell’universo, si spariglia il “Tutto Significativo” in aggiornate e più sfolgoranti determinazioni concettuali e di elementi della realtà mai pensati in precedenza.

Prima di concludere, per completare il “Principio di infondatezza di Gillipixelberg”, manca solo un piccolo tassello: la relativa formula. Se indichiamo con U l’insieme degli atomi dell’universo e con F la “costante di forza frantumatrice concettuale globale”, otteniamo la seguente espressione:

U∙F = Fa

dove Fa sta per “Frazionamento dell’anonimato”. 

E per oggi, con le lezioni di fisica maccheronica è tutto. 


sabato 7 febbraio 2015

A caper in the trees


Un attimo. Un momento. Un istante. Un baleno. Un lampo. Un batter di ciglia. 

Un niente.

Ecco cosa sono tutte queste cose. Non sono nulla, fuorché mattoncini impastati nel materiale del ricordo. Provate ad afferrare un momento: ciò che vi rimane in mano sono soltanto immagini più o meno vivide nella memoria. Il grande mistero della vita si riassume in una serie di goffi tentativi di afferrare una sequela di nulla. Cosa rimane di noi, al fondo di questo paradossale “acchiappa-acchiappa”? 

E’ nulla il tuffo al cuore che ci dona un meraviglioso passaggio letto sulla pagina d’un libro. E’ nulla il culmine spasmodico del gesto amoroso. E’ nulla quel particolare, provvisorio sorriso della persona a cui vogliamo bene. E’ nulla la grande giocata del campione prediletto. E’ nulla ogni alba, così com’è nullo ciascun tramonto.

Ma si tratta di tipi di nulla ai quali nessuno vorrebbe rinunciare, perché sono tutto ciò che abbiamo. 

C’è una poesia di Emily Dickinson che mi è sempre stata molto cara (ne parlai già in alte occasioni). Nei suoi pochi versi, sono riassunte come meglio non si potrebbe tutte queste impressioni stuporose, che di continuo spendiamo di fronte alla pesante spensieratezza della nullità universale in cui siamo immersi. Ve la riporto, seguita da una mia liberissima traduzione:

A sepal, petal, and a thorn
Upon a common summer’s morn –
A flask of dew –
A bee or two –
A breeze – a caper in the trees –
And I’m a rose!

Un sepalo, petalo, e una spina
D’estate, una comune mattina –
Un fiasco di rugiada –
Un'ape o un’accoppiata – 
Una brezza – fra gli alberi un frullo –
E della rosa vesto il mantello.

Tutte queste riflessioni con ciliegina poetica, mi sono state suggerite da un paio di scatti che sono riuscito a cogliere dalla finestra, appena dopo la grassa nevicata. L’eccesso di biancore piovuto giù, deve aver sfrattato gli uccellini dalle loro usuali dimore. In giardino, mi sono così ritrovato un “precipitio” svolazzante di pallette piumose un po’ allarmate e un po’ festose. Sono giunti anche esemplari mai visti. La distanza non mi ha concesso di fare foto migliori, ma tra di loro, ho adocchiato un piccoletto “balzelloso”. 

Ho puntato l’obiettivo e ho fatto più scatti possibili: non dava tanto l’impressione di volersi fermare a lungo, e tanto meno di mettersi in posa. Dapprima ha gironzolato curiosando accanto al piede della magnolia:

Ha sbirciato l’orizzonte più in là:

Ha fatto dietro front come un soldatino impettito:

Ancora pochi secondi, un bel “caper in the trees”, e (a parte che qui siamo in inverno) era già scappato via:



venerdì 6 febbraio 2015

lunedì 2 febbraio 2015