lunedì 6 maggio 2024

Toprofumi







Pierfiorpino de Burfaldi Spini Priori

Era un topino ghiotto perso di bei fiori

 

Decespugliava un’aiuola di iris e viole

Così che l’alito gli veniva color del sole

 

Quando baciava la baffuta cara morosa

Lei fluttuava da gran Giantopa ben giocosa

 

Divoravano insieme dolci sillabari

Fino a squittire poco dopo in versi binari

 

Il Rosicchia e la Giantopa

Viaggiaron tutta l’Europa

 

Prima tappa nella Spagna di dentro

Dove lui pasteggiò a sangria e rododendro

 

Fu passando anche dalla Francia di sotto

Che Pierfiorpino si ingollò fior di bergamotto

 

Quando arrivarono in Slovacchia orientale

Una cesta si sbafò di purpurea digitale

 

Di veleno dei fiori ne beveva a galloni

Perché era tutelato da 22 assicurazioni

 

Con gusto infatti in un soggiorno londinese

Senza una piega pappò oleandri per un mese

 

Nella Russia dei sovieti

Sbocconcellò dieci roseti

 

In Belgio si coprì di foruncoli

Esagerando coi ranuncoli

 

Di passaggio dalla Pannonia

Si fumò via chili di begonia

 

Sfiorando la punta di Gibilterra

Fagocitò di gerani un’ampia serra

 

Alla dolce casa un bel dì ci fu il ritorno

Fra sospiri odorosi di robinia e di viburno

 

E insufflando oggi a tutto fiato boccette di zagare e lillà

Vendono profumi marchio Giantopa in de Burfaldi Spa

 




 

giovedì 22 agosto 2019

Chiediti dove sta andando un gatto



Ma che giro fanno i giri dei gatti, indaffarati e trasognati, nel trastullo di traiettorie, trascurate e tutt’altro che trafelate?

Loro vagano senza meta, in un’apparenza di casualità assoluta, ma in realtà perfettamente calcolando l'imperscrutabilità della poesia felina, in un passaggio rasente a un muretto, nella sosta al cassonetto, lungo la coda tenuta a terra, dentro una sorta di guardinga gioia in guerra.

I gatti son molto seri passeggiando, ma in ogni loro atto pare che il mondo stiano beffeggiando, con quella pelliccia indossata ad ogni costo, quasi per irridere l'ustoria boria d’agosto.

I giri dei gatti sono senza fatti, si soffermano sopra un niente, fanno di un filo d’erba la ragione onnipotente.

Non gliene frega di diavolerie satellitari, schivan come cacche certi rettilinei dai gusti militari, fan più che a meno del GiPiESSE, bastando loro un ben più sgangherato MiCiESSE.

Se non ti sei mai domandato dove vanno i gatti, sappi che finora hai vagolato fra i matti.

È nel loro ondivago andare e stare, che si nasconde il mistero del mare.

Fra i gatti e la risacca, non ci capiremo mai un’acca.

Entrambi raccontano di felicità nascoste nella fiacca: e chi proprio non ci crede, ignaro se ne sta del mondo, lieto pargolo di baldracca, del suo sé gran grullo, e giocondo.


domenica 18 agosto 2019

L'irriducibile mondo omo-umano di Maurice



Se per “arte” s’intende la libertà piena di poter esprimere l'essenza genuina del proprio esistere (come credo sia giusto intenderla), allora l’arte e il senso della vita coincidono.

In questa accezione, arte e vita sono una cosa unica.

Questo ho imparato, di ciò ho avuto ottima conferma, dalla lettura dello splendido romanzo di Edward Morgan Forster, “Maurice” (1914 - pubblicazione postuma 1971).

“Maurice” racconta “all’apparenza” vicende di amore omosessuale fra uomini.

Questo, per una sorta di sfumata sensazione pregiudiziale, ha fatto sì che il libro, acquistato ben otto anni fa (avevo conservato lo scontrino fra le pagine), sia rimasto a boccheggiare sul secondo ripiano del comodino tanto a lungo, prima che mi decidessi a leggerlo.

Per prevenire eventuali, doverosi strali di meritate accuse di omofobia, che mi potrebbero venir lanciati addosso, ci tengo a precisare.

Sono il primo a sostenere che l’amore espresso in ogni sua forma possibile, purché sempre nei limiti della libertà e della sensibilità altrui, debba essere tutelato, rispettato e valorizzato.

Ero incuriosito da “Maurice”, avendo letto gli altri tre capolavori assoluti di Forster: “Camera con vista”, “Casa Howard” e “Passaggio in India”.

Le mie remore di lettura erano piuttosto dovute a un senso di estraneità: il mondo dell’omosessualità, come dimensione che non mi riguarda, mi appare quasi del tutto privo di interesse, anche solo se considerato a livello di argomento narrativo.

Non c’entrava dunque assolutamente nessuna questione di giudizio preventivo, ma si trattava solo di puro disinteresse: come se a un tale a cui non può fregare nulla dell’ippica, si pretendesse di raccontare tutto quanto c’è da sapere sulle corse dei cavalli.

Come tutti i libri davvero grandi, però, “Maurice” mi ha smentito in pieno, colmandomi della meraviglia pura dell’inatteso.

Perché sì, il romanzo parla molto di omosessualità, ma ci racconta in primo luogo una immensa, essenziale verità che riguarda la vita di ciascuno.

Ci racconta che l’unico, il più genuino, fondamentale “tratto comune” a tutti gli esseri umani, è l’assoluta diversità di ciascuna vita rispetto a tutte le altre vite.

Ciò che abbiamo in comune come uomini, risiede proprio nel “non poter venire accomunati”.

Ogni individuo, in quanto tale, nella profondità più significativa del proprio “sé”, è una singolarità unica e probabilmente irripetibile del vivere (fatte salve ovviamente certe caratteristiche molto generali che ci possono accomunare).

Non ci dobbiamo rispetto e stima reciproca in quanto omosessuali, eterosessuali, o chissà cos’altro: ci dobbiamo comprensione e “compassione” umane, in quanto tutti diversi l’uno dall’altro.

La diversità è quella terribile, fascinosa, sconvolgente malattia che ci travolge nell’epoca della nostra adolescenza, e dalla quale non guariremo mai più lungo il corso di tutta la vita.

In questo risiede la straordinaria bellezza che trapela da un romanzo come “Maurice”: non tratta di vagheggiate rivendicazioni di questa o quella “minoranza umana”.

Tratta invece esattamente dell’umano nella sua grandiosa irriducibilità a qualsivoglia etichetta, catalogazione, incasellamento.

Tratta dell’orgoglio di essere, in fondo, tutti diversi.

Per questo in apertura parlavo della coincidenza fra arte e vita: perché ogni vita vissuta nella sua originalità più piena, è il grande, inimitabile capolavoro che ciascuno deve a se stesso.

E soprattutto di ciò “Maurice” racconta.


lunedì 29 luglio 2019

Interstizi


È profondamente sbagliato e ingiusto pensare alla scienza come a qualcosa di freddo e arido.

Altra questione è parlare della complessità del mondo della scienza. Lì siamo d’accordo: i temi non sono sempre accessibili a tutti.

Per fare allora una sintesi: mi annovero fra coloro che spesso faticano a capire la scienza, ma non di rado riescono a cogliervi sfumature, se non proprio poetiche, perlomeno portatrici di grande stupore e “ulteriorità” immaginativa.

Un bel libro che condensa in sé molti di questi aspetti si intitola “La fisica dei supereroi”, lo ha scritto un professore americano di origini greche, James Kakalios (Einaudi, 2014).

Non è di facilissima lettura, va detto, ma di voli della suggestione ne fa fare parecchi.

Con un interessante excursus, passa in rassegna tappe fondamentali della storia del fumetto americano, ma soprattutto cerca di spiegare i fenomeni fisici attraverso i super-poteri di tanti personaggi cari al pubblico di mezzo mondo: Superman, Spiderman, Flash, ecc.

Su questo libro, ho riletto una cosa a me già nota, ma che ogni volta mi induce una meraviglia grande.

Sappiamo che la materia è composta di atomi. Un pezzo di legno, di ferro, il nostro corpo, una fetta di torta: nella profondità minuscola di ogni cosa, tutto è formato da questi mattoncini infinitesimali chiamati atomi.

Fin qui niente di strano: siamo abituati a pensare una cosa grande come la somma di tante componenti minori (una casa è fatta di mattoni, un’auto dei suoi pezzi, e così via).

Se però si va a vedere (si fa per dire) la “geografia” profonda dell’atomo…oooohhhh…gran sorpresa sorprendente!

L’atomo è formato a sua volta di ancor più minime parti: i protoni e i neutroni, appiccicati insieme in un cuore centrale detto nucleo, e gli elettroni, che ruotano attorno al nucleo come piccoli satelliti.

Ora, sto semplificando molto, ma già un primo motivo di bellezza emerge: la similitudine fra infinitamente grande e infinitamente piccolo.

L’universo è impostato sopra il “paradigma” generalissimo del “ruotare attorno”: dall’atomo ai grandi sistemi galattici, passando per gli innamorati…cose, esseri ed entità sono attratti fra loro in moti circolari diffusi per ogni dove della realtà concepibile.

Il bello più bello viene poi considerando le proporzioni fra gli elementi atomici.

Il nucleo misura un trilionesimo di centimetro.

Solo a dirlo, o a pensarlo, ci si cappotta di “strabilianza” (parola che invento per l’occasione, non esistendone sul vocabolario di sufficientemente degne).

Vuol dire: prendere un centimetro e dividerlo un miliardo di miliardi di volte (minchia! E scusate il termine, ma si tratta di un numero formato da un 1, seguito da diciotto zeri).

Il raggio dell’atomo interamente inteso è grande invece diecimila volte la misura del nucleo: questo rappresenta la potenziale “sfera di movimento” entro cui ci si aspetta che la rotazione degli elettroni possa spaziare.

Ora, immaginando (per avere un’idea dei rapporti in gioco) che la misura del nucleo fosse di un centimetro, in proporzione, il raggio di orbita degli elettroni sarebbe di novanta metri.

E doppia minchia, mi viene qui da dire.

Perché se le proporzioni in gioco sono queste, ne deriva che l’atomo in pratica è fatto quasi interamente di spazio vuoto.

Qui un poeta ne avrebbe da ragionarci sopra forse molto più dello scienziato.

Quello che pensiamo sia compatto, dal punto di vista delle nostre dimensioni del vivere usuale, è in realtà un conglomerato di vuoti. Certo, l’energia che tiene legati questi vuoti fra loro, e ciascun atomo di per sé, è immensa (energia nucleare e atomica, per l’appunto).

Ma questo non fa altro che aggiungere magia a incanto: ciò che al livello macroscopico dei nostri sensi appare come materia “in quiete”, è in realtà un brulichio di energia terribilmente agitata, è un portento di mini particelle in moto frenetico, instancabile, perennemente mutevole, agitatissimo, in inimmaginabile rimescolio.

Mi prendo una licenza poetico-scientifica, a questo punto, e azzardo una conclusione sgangherata, ma apprezzabile in pieno da qualsiasi sognatore degno di questo nome.

Per me, l’energia di cui la realtà brulica fin nelle sue più intime fibre, la si può ribattezzare solo con un nome noto a tutti: amore.

C’è questo, in fondo a tutto, dentro l’atomo e nelle più vaste distanze cosmiche: l’amore.

Non lo posso dimostrare scientificamente, ma sfido chiunque a venirmi a smentire, armato delle sole armi della poesia: non ci potrà mai riuscire.

venerdì 5 luglio 2019

Brugnoni



A volte scrivo complicato. Non lo faccio per atteggiarmi a chissà chi, o per snobismo, o cose peggiori.

Scrivo complicato perché sono affascinato dalla complessità. E qui c’è già qualcosa da precisare.

Tra complessità e complicazione c’è infatti una differenza fondamentale.

La complessità è una caratteristica della realtà: il mondo, la vita, sono complessi.

La complicazione è invece nella mente dell’uomo, nasce da un imperfetto confronto con la complessità.

Se scrivo complicato è dunque solo per i limiti che non riesco a superare nella strada verso una qualche comprensione della complessità.

Fa sempre parte di questo discorso, la distinzione fra semplicità e semplificazione.

La semplicità è imparentata con la complessità

La semplificazione è invece legata alla complicazione.

Riuscire a raggiungere un certo grado di semplicità, vuol dire aver guardato in faccia onestamente la complessità.

Non significa naturalmente avere abbracciato completamente ciò che è complesso. Ma almeno averlo considerato con serietà e impegno, questo sì.

Pervenire a una semplificazione vuol dire invece essersi trovati davanti la complessità e averla vista solo come complicazione.

La semplicità sì conquista, la semplificazione è un atto di resa.

L’idea allora sarebbe questa: non temere di osservare la complessità, fiduciosi che semplicità parziali (pur se raggiunte con dedizione e sforzo) ci aiuteranno nel cammino.

Questo è il periodo in cui l'antico “brugnone” in fondo al campo dietro casa matura regalando i suoi abbondantissimi anche se quasi inutili “brugnoncini” (terminologia derivante da “brugna”, dialettizzazione di prugna).

Sono acerbi a manetta e per ricavarne una sorta di marmellata-beverone accettabile al palato, vanno integrati con una buona metà in peso di zucchero.

Mia zia, che ha avuto una lunga vita, diceva di ricordare il vecchio “brugnone” che già elargiva “brugnoncini” fin dai tempi in cui lei era ragazza.

Cosa c'entra un umile “brugnone” in un discorso su complessità, complicazione, semplicità, semplificazione?

Se ve lo state domandando, siete più propensi in generale a vedere complicazione nelle cose e ad aspirare alla semplificazione.

Se invece vi è sembrato tutto lineare, siete sulla buona strada per riuscire ad amare la complessità, riponendo molta speranza nell'esistenza di qualche semplicità salvifica tutta da scoprire.