martedì 7 agosto 2012

A corte ti ci stringerai tu!



Devo confessare che le recenti, “fondamentali” esternazioni di Beppe Grillo riguardo alle competizioni disputate all’ombra dei cinque cerchi, hanno messo non poco alla prova la mia granitica fede olimpica. Uno scrollone non meno terribile ha dovuto poi subire il mio proverbiale amor proprio culturale, quando sono venuto a conoscenza della superba “lectio magistralis” tenuta da Umberto Bossi a proposito di tematiche manzoniane e loro ricadute storiche, “lodevolmente” rivisitate alla luce di una sottile esegesi, frutto manifesto di fatiche di studio durate una vita intera.

Vivendo adesso nel continuo timore di una prossima uscita del guru epocale di turno, che giunga inesorabile a rivelarci come i tre porcellini, in realtà, abbiano sempre operato in combutta col lupo Ezechiele per ingannare il mondo riguardo alla presunta verità del famoso motto «…no, non è morta, è ancora viva: viva la ….! Viva la …! …», nondimeno, forte della mia imperterrita ingenuità, ho seguitato in queste sere a guardicchiare le gare olimpiche alla tele.

Fra uno sprazzo agonistico e l’altro, mi è capitato così di beneficiare anche di qualche piacevole amenità linguistica. Va precisato che alla prima di queste facezie verbali è da riservare più simpatia che non severità, essendo scaturita da un momento di particolare foga partecipativa da parte del cronista, completamente preso dalle vicende sportive che si stavano favorevolmente tingendo di azzurro sul terreno di gara. Tra l’altro, il simpatico commentatore, con sicura preterintenzionalità, ha dato vita col suo involontario strafalcione ad un colorito neologismo, del tutto degno di nota. Ragione in più per non essere troppo cattivi con lui.

Nel bel mezzo di un veemente assalto, portato all’avversario da uno dei nostri bravi fiorettisti nazionali, il caro speaker, per cercare di contenere con un vocabolo degno tutta l’impressione di impetuosità atletica percepita, ci ha piazzato lì una stoccata sostantivale, un lapsus di generosità verbale, che personalmente ho trovato meritevole di svariati bonari e soddisfacenti sorrisi. 

“Straripanza”: questo il rimbombante termine che ne è venuto fuori, per definire l’irruenza del nostro schermidore. Non so come mai, ma subito la mia selettività semantica mi ha fatto filtrare buffamente la nuova parola verso una preminenza della sua porzione finale: è stata la “panza” che mi si è imposta come immagine primaria contenuta in quel fior di conio linguistico. Da lì a pensare al celeberrimo adagio «…omo de panza, omo de sostanza…», è stato un attimo. Mi è venuto allora da immaginare quanta e quale sostanza dovrà essere contenuta in quell’«omo», che non solo è «de panza», e nemmeno s’accontenta d’essere «de ripanza» (= panza ripetuta), ma addirittura sciala alla grande arrogandosi persino il diritto di sfoggiare una incontenibile «straripanza» (= panza ripetuta e debordante). 

E’ proprio vero che la bellezza a sorpresa riservata dall’immenso frullatore di significati e suoni in cui si possono continuamente immergere le parole, non finisce mai di stupire. 

In modo analogo, m’è successo sempre in questi giorni di ricevere, ancora in ambito olimpico, la conferma di un altro buffo risvolto linguistico già notato qualche tempo fa annidarsi nei meandri del mondo calcistico, in occasione degli ultimi campionati europei. In questo caso l’indulgenza è ancora più d’obbligo, perché se era stata opportuna nei confronti di chi, come il commentatore televisivo, bene o male fa delle parole i propri ferri del mestiere, a maggior ragione va usata con gli atleti stessi, dai quali si pretendono più gesti eleganti e prestanza fisica, che non finezze linguistiche.

La facezia in questione emerge in una fase particolare delle gare, ossia nel momento in cui gli atleti sono chiamati  a confrontarsi con l’inno nazionale. Intendiamoci, è già una bellissima cosa il fatto che, a dispetto dei terrificanti strali anti-manzoniani di Bossi, ultimamente un po’ tutti gli atleti si siano messi a cantare con partecipazione le intere parole dell’inno. Ma non per questo dobbiamo rinunciare al divertimento linguistico inatteso, che si rivela ad un certo punto dell’ultima strofa, quando una trappola espressiva a dire il vero assai subdola, perché dettata da un eccesso di forbitezza tardo-ottocentesca, finisce per far incespicare diversi atleti. 

«…Stringiamoci a corte…» proclamano allora con fierezza il più delle volte i nostri cari campioni, presi tra l’altro anche nel gorgo ingannevole della necessità di far quadrare senso delle parole, scansione metrica e scorrevolezza della melodia. Non sempre è agevole cogliere la lieve imprecisione, ma molto spesso il primissimo piano dei volti e la vicinanza di un microfono, lo consentono.

«…Stringiamoci a corte…», dunque.

In realtà, come i più accorti ben sanno, il buon vecchio Goffredo Mameli aveva scritto, e soprattutto inteso, tutt’altro. L’eroe risorgimentale infatti non pretendeva proprio che nessuno si stringesse  a nessuna «corte». Chissà, forse l’intenzione, in questo modo, era quella di non dare adito a malintesi che precludessero la strada a future evoluzioni repubblicane della nostra nazione, di seguito puntualmente realizzate (non stringiamoci troppo alla corte di un re, hai visto mai che poi ci tocca un presidente del consiglio…). Oppure, con minore lungimiranza, egli aveva trascurato di prefigurarsi le esigenze dei nostri atleti moderni, non preoccupandosi della loro tendenza naturale a stringersi particolarmente appresso alla velina o all’attricetta di turno, nel farle la «corte». 

L’esortazione che molto più sottilmente ed ottocentescamente il Mameli ci invitava ad accogliere, con una prima puntigliosa elisione vocalica unita al successivo immediato raddoppio, suonava invece «...stringiamci a coorte...», ossia disponiamoci a ranghi serrati nell’assetto tipico di una particolare antica unità militare romana, la «coorte» appunto.

Ma come abbiamo già detto, per le soddisfazioni che non di rado ci regalano, siamo disposti a perdonare ai nostri sportivi anche queste minuzie verbali: si stringano pure a «corte», se proprio vogliono, e con «straripanza» perfino. Mica saremo noi di certo a fargliene una colpa.



4 commenti:

Antonella ha detto...

malgrado per la maggiorparte del mio tempo cerco di non farmi tiranneggiare dai nazionalismi e dagli antinazionalismi alla fine l'inno è come la mamma , che la prendi come viene anche con una vocale in meno. ma tutto questo per dirti che ti leggo con affetto fraterno.

Gillipixel ha detto...

@->Antonella: concordo, Anto: l'Italia è una nazione talmente imperfetta e densa di magagne che è difficile provare un senso nazionale forte...ma allo stesso tempo, è questa sua condizione stessa di "difettosità" che ce la fa sentire sempre vicina al cuore :-) tra l'altro il nostro inno, sia musicalmente, sia per i testi, è piuttosto bruttarello :-) eppure è parte di noi, e quando si sente suonare dà ogni volta una bella sensazione.

Grazie Anto, è sempre bello averti come lettrice :-)

Bacini reggae :-)

Marisa ha detto...

Sempre molto divertente!
E' vero, i telecronisti sportivi si lanciano in linguaggi così elaborati al punto da diventare a volte completamente incomprensibili.
Mi è capitato qualche volta di sentir parlare di calcio e di non capire assolutamente nulla.

Gillipixel ha detto...

@->Marisa: ehehhee :-) grazie Mari...io invece ho notato che quando guardo una trasmissione di sport per me abbastanza sconosciuto, si trasforma in un'occasione per imparare nuove regole, nuove terminologie...una chance in più per giocare con il linguaggio e con i pensieri, insomma :-)

Bacini in attesa di refrigerio :-)