venerdì 5 luglio 2013

Tortore

 
 
Una famigliola di tortorine ha deciso di prendere la residenza sull’alloro nel mio giardino. Le fronde più alte di questo alloro lambiscono il balcone e lo superano abbondantemente in altezza. In questo modo, il piano al quale la famiglia Tortori si è stabilita viene a corrispondere giusto alla quota dello sguardo, stando in piedi sul balcone. Nell’ultimo paio di mesi o tre, ho così potuto osservare l’evolversi delle poetiche dinamiche familiari di questo piccolo nucleo tortoresco campagnolo.
 
Quando una famiglia di tortore mette su casa nel tuo giardino, non è che ti avvisa con le comunicazioni burocratiche di rito, tipo «…Guarda che sto facendo rogito e quando il notaio De Perniciotti si dà una mossa, vengo ad abitare lì da te…». No, loro cominciano a ronzare nei paraggi, mettono lì dei ramoscelli incrociati su una forcella dell’alloro, e giorno dopo giorno cominci ad osservare una tortora accovacciata in quell’incavo minimale.
 
 
Il nido della tortora è davvero uno spettacolo di economia costruttiva, che evidentemente si coniuga benissimo con la notevole efficienza di cui necessita. Il nido era già lì intorno a fine aprile, inizio maggio. E’ stato sferzato da piogge, venti, raffiche anche di una certa violenza, ma nel frattempo hanno avuto modo di nascere due nidiate di piccoletti. Nella mia svagatezza di umano, non avevo tenuto conto del fatto che la natura non fa mai le cose a caso. Se si erano piazzate lì, era perché lo hanno ritenuto un buon posto per nidificare. Questi piccoletti, con la mamma in cova, sono andati in altalena per giorni e giorni, complice la flessibilità dei rami d’alloro, ma il nido ha tenuto a tutti gli sbalzi, gli scossoni, le fustigate meteo. E se non vedessi quel tenero piccionoide stazionare ore e ore in quel crocicchio di alloro, quasi quasi non diresti nemmeno che sotto ha un nido, tanto è risicato e spartano il groviglio di pagliuzze.
 
 
La tortora l’ho sempre data per scontata. E’ un uccelletto talmente comune, che non ci ho mai fatto caso più di tanto. E invece non è per nulla scontata. Mi sono documentato un po’. In quanto ad astrusità, il nome scientifico fa abbastanza impressione: streptopelia decaocto. Ma quello con cui è familiarmente nota, suona molto meglio: Tortora dal collare, anche detta orientale.
 
Ho scoperto poi altre cose. La tortorina è data per scontata perché in qualche modo è l’uccelletto venuto col boom economico. Mi spiego meglio: è originaria dell’Asia meridionale (da qui il suo secondo nome comune) e si è diffusa in Europa, e quindi in Italia, solo a partire dagli anni del secondo dopoguerra, divenendo una presenza veramente densa solamente dalla fine degli anni ’50. Probabilmente questa sua intensificazione non sarebbe stata possibile in un contesto diverso da quello del benessere postbellico, per questo mi piace chiamarla l’«uccelletto del boom». Era il massimo dell’esotismo ornitologico che si potessero concedere i nostri nonni e genitori all’epoca, insieme alle stratosferiche novità dei mobili economici rivestiti in formica, o delle prime lavatrici con l’oblò, il cui rombo in centrifuga colmava di orgoglio la massaia con in mente ancora ben chiare le fatiche dei bucati fatti all’antica.
 
La tortorina è allora l’uccellino anti-esotico per eccellenza, un diffusore democratico di eleganza aviaria a basso costo, divenuta familiare insieme agli accessori della modernità disponibili per tutti. Col suo mantellino cenere e i modi da impiegato modello, fa venire in mente proprio un famoso film «dei suoi tempi»: «L’uomo dal vestito grigio», con un ordinarissimo Gregory Peck, simbolo massimo di dignità ed essenziale senso del vivere. Gli unici vezzi che si concede sono una specie di sciarpetta nera, un foulard sul collo (da qui il suo primo nome comune), ed un tocco della stessa tonalità sulla punta delle penne delle ali.
 
La tortora per me è in un certo senso anche l’uccellino «degli anni ‘70», perché la associo a tanti pomeriggi estivi da bambino, col suo classico canto un po’ “grigetto”, ma non per questo privo di fascino, a fare da sottofondo a mille momenti di gioco e fantasticheria infantile. Gli anni ’70 sono stati «di piombo», ma al tempo stesso anni di fervore sociale e culturale, anni densi, pieni. E intanto il «cu-cu-cuk» della tortorina era sempre lì, costante, fedele, immutato, a sagomare la sfera del cielo delle sue varie sfumature stagionali.
 
 
Tutte queste sono le suggestioni “antopomorfizzanti” che ho sempre associato alla figura della tortorina, ma adesso che ho avuto modo di contemplare per un po’ la famigliola sull’alloro, ho notato altri aspetti più strettamente legati alla sua quotidianità di uccellino vero e proprio. Le mie deduzioni si basano su osservazioni estemporanee ed amatoriali, per cui non sono ben certo di non dire inesattezze etologiche. Ad esempio, una cosa non ho capito bene, ossia se alla cova si alternino diversi componenti della famiglia, o se faccia sempre tutto quella che presumo sia la mamma. Di fatto però, un dettaglio molto interessante mi pare di averlo colto. Quando il soggetto covante è da un po’ di tempo lì fisso che compie il suo dovere, e si parla di ore e ore di paziente stazionamento, può capitare una piccola magia. Dall’individuo in cova, parte quello che mi è parso un richiamo, emesso col tipico verso. Subito, in cielo si intesse una rete di botte e risposte che non saprei definire in miglior modo se non come “sistema di comunicazione”.



Parte il «cu-cu-cuk» dal nido, gliene fa eco un altro dal tetto di un palazzo del circondario, a sua volta un terzo gli rimbalza dietro dalla punta di una magnolia nel giardino dei vicini. La società delle tortorine deve essere comunicativamente piuttosto organizzata, insomma. Dopo il fitto scambio di segnali, qualcosa succede. Chi era alla cova, magari si sposta e parte via. Passa ancora un po’ di tempo, ritorna qualcun altro: chissà se è sempre la mamma, oppure il papà, o magari una zia. Qualche volta mi pare di aver visto un vero e proprio cambio in diretta, ma non ci giurerei, nel dedalo dell’alloro si fatica sempre un po’ a vederci chiaro.
 
Un’altra scenetta di faccenduole domestiche invece l’ho vista bella nitida e da qui ho anche capito come mai i piccoletti, rispetto all’eleganza compita degli esemplari adulti, sono così sgraziatelli e buffamente “carnascialeschi” nel sembiante. Hanno un becco spropositato rispetto alla testolina, tanto da ricordare una delle più beffarde maschere indossate dai perfidi convitati alla mefistofelica festa in maschera dell’«Eyes wide shut» kubrickiano. Evidentemente, il becco lungo serve loro per pescare dentro la bocca della mamma, quando questa viene a nutrirli. Mamma tortora giunge e si appollaia sul bordo del nido. Presenta un gozzetto pronunciato, dove deve aver immagazzinato un gruzzoletto di cibo sufficiente per i due spiumatelli di turno (le covate sono sempre di due piccoli). Apre il becco e i due disgraziatelli ci si immergono a capo fitto, all’unisono, come dei forsennati. Questo l’ho proprio visto coi miei occhi ed è stata una piccola emozione.
 
 
Le foto che sono riuscito a cogliere di alcuni momenti di placido far nulla tortoresco non sono certo degne di passare in rassegna a “Super-Quark”, ma qualcosa si intravede. Il fitto del “groviglio laureato” è davvero una barriera insidiosa per l’autofocus della fotocamera, ed inoltre i piccoletti hanno la tendenza a starsene quasi sempre «…ringuattati come’nu gattaccé suriano inta’a tinozza di’i panni l’luridi…», come direbbe Crozza-Napolitano.

Un’ultima nota sul verso della tortorina. E’ l’unico verso di uccellino che so imitare piuttosto bene. Il trucchetto lo imparai tantissimi anni fa, da bambino, forse allenandomi proprio sullo stesso balcone, mentre nell’aria decine di tortorine “original anni ’70” mi davano l’imbeccata sonora. Bisogna mettere le mani a formare una sorta di conchiglia, disponendo i pollici in modo da creare una specie di ugello in stile strumento a fiato. Si soffia dentro e modulando con un po’ di perizia l’aria, ne esce un esatto suono tortoresco ad alta fedeltà.
 
Leggendo qua e là, infine, mi sono reso conto di un’altra piccola curiosità relativa alle tortorine, che in effetti mi era già ben nota, ma intorno alla quale non avevo mai fatto mente locale. La tortora non ha solo un tipo di verso, ossia il classico «cu-cu-cuk». Quello lo sfodera soltanto se si trova in postazione fissa. Quando è in volo invece, adotta una sorta di zirlo fischiato, un trillo giocoso e ciarliero che suona più o meno come un fulmineo «friiiiiiii» sbottato di colpo, a fendere l’aria durante le sue planate. E per gli animi più trasognati, è un attimo fare un “due più due” poetico, e correre con la fantasia all’assonanza con la parola inglese «free», «libero».
 
Insomma, cari amici viandanti per pensieri, ce n’è abbastanza per concludere che non sempre chi indossa un vestito grigio dev’essere per forza un individuo piatto ed estraneo all’originalità.


2 commenti:

Marisa ha detto...

Ho avuto l'impressione che tu abbia parlato di te...
Ma le tortore sono quelle che hanno la coda a forma di ruota?
Sono dolcissime anche se sono grigie, sei davvero fortunato a poter cogliere questi momenti così delicati, un po' ti invidio perché vivi in campagna, io invece se voglio un po' di verde devo andare in un'altra regione oppure devo accontentarmi degli ulivi secolari, attorcigliati e grigi che offre la mia terra.
Ma quanto sono belli, però.
Bacini oleosi.

Gillipixel ha detto...

@->Marisa: sulla ruotina delle tortore non sono ben documentato, Mari :-) forse la fanno, ma non ne sono certo...so che hanno una coda un po' a punta...assomigliano un po' al piccione, ma sono più aggraziate ed eleganti...è un animale delicato, gentile, ispira cose positive...

Sì, credo che la tua impressione sia corretta: ho parlato un po' anche di me, probabilmente :-)
Lo si fa sempre, quando si scrive, e ancor di più quando si parla di animali, chissà perché, si tende a riflettere in loro ciò che pensiamo di noi stessi...

L'ho fatto col gatto, altre volte, e persino col bombo :-)

Non temere, non c'è nessun paesaggio che non riservi le sue sorprese faunistiche :-) anche in città, basta stare attenti un po', essere curiosi...poi, non ci credo che il paesaggio pugliese offra pochi spunti di osservazione :-) secondo me ne è pieno zeppo :-)

Bacini etologici :-)