giovedì 23 luglio 2009

Scritti di scatto


Si possono ravvisare elementi comuni alla fotografia e alla scrittura?
Io credo di sì (…altrimenti non mi sarei nemmeno scomodato a pormi la domanda e tutta la menata finiva qui, con sommo gaudio del lettore…).

Anche se la precisazione è superflua come i peli, va ovviamente detto che il parallelo si pone sul piano prettamente metaforico, perché stiamo parlando di due modalità di comunicazione che utilizzano strumenti troppo diversi fra loro per poter essere confrontati direttamente.

Una prima affinità la rileverei nella scelta del campo di pertinenza del soggetto.
Sia quando si scrive, sia quando si coglie un’immagine, è molto importante il taglio col quale l’argomento viene ripreso (passo, volutamente, da un termine più proprio allo scrivere ad un altro maggiormente concernente la fotografia, per sottolineare ulteriormente l’intreccio tematico che lega le due “arti”).
Col nostro scritto e con la nostra inquadratura isoliamo una porzione di mondo. Questo comporta due piccoli corollari fondamentali:
1) Preferibilmente, la porzione isolata deve essere autosufficiente;
2) Tutto, o perlomeno molto di quanto è stato tagliato fuori può partecipare come un “non detto” che completa il discorso.
La storia raccontata da uno scritto o da un’immagine deve essere “conchiusa”.
No, no…non mi sono sbagliato a scrivere e voi non avete letto male: non intendevo “conclusa”, ma proprio “conchiusa”. Se avessi scritto “conclusa” avrei limitato molto lo “spazio di manovra narrativo” escludendo importantissime opzioni espressive come il “non finito” o le “trame” che ammiccano senza dire chiaramente, rimandano, lasciano in sospeso per creare suspense e aspettativa per elementi solo immaginati o intuiti.
Dire invece che la storia deve essere “conchiusa” significa che quanto viene raccontato deve chiudere in pareggio il bilancio di una propria economia interna della bellezza.
Il lettore o l’osservatore della foto dovrebbero insomma ricevere l’impressione che nello spazio del narrato o dell’inquadrato nulla è entrato per caso, nulla sta lì per dire cose ripetitive o banali, nulla di ciò che serviva è stato trascurato o escluso maldestramente; dovrebbero percepire che la tonalità di ogni parola e ciascuna sillaba dell’immagine sono essenziali e consustanziali al discorso.
E qui entra in scena anche il “resto del mondo” lasciato fuori dall’«inquadratura»: chi scrive e chi fotografa si rivolge ad un pubblico con il quale condivide un ampio patrimonio culturale. Lo scrittore e il fotografo si affidano al fatto che il pubblico padroneggi buona parte di quel patrimonio di conoscenza condivisa, in modo da poter essere libero di dire solo la sua personale “frase” innovativa, inserendosi nell’ambito del “discorso” generale già noto.

La seconda affinità fra fotografia e scrittura che vorrei sottolineare è quasi diretta conseguenza di quanto detto finora, ed introduce la cruciale questione “compositiva”.
Gli strumenti per operare in quell’«economia della bellezza» di cui parlavo prima sono forniti appunto dal senso della “composizione”.
In uno scritto o in una foto sono in gioco rapporti di forze espressive, confronti fra fattori dinamici (formali e concettuali), che costituiscono la vera e propria impalcatura dell’«opera» in questione. Queste forze, la sapienza del bravo narratore di foto o dell’accorto coglitore di frasi, è chiamata a soppesarle, giostrarle, equilibrarle o a metterle volutamente in contrasto quando serve, o in assonanza.
E per ottenere questo buon esito compositivo è fondamentale possedere il dono dello «sguardo sintetico a zoom». In altre parole, sarebbe cosa buona essere in grado di tenere sotto controllo in un medesimo tempo sia l’insieme, sia i dettagli dell’intera composizione, in modo da “tararli” in reciproco dialogo, registrandoli in misura dinamica e “biunivoca”.

In conclusione, bisogna anche dire che, se una grande differenza tra foto e scrittura è innegabilmente data dai tempi di realizzazione pertinenti ai due ambiti, anche questo elemento si livella alquanto nel caso si considerino ad esempio brani da scrivere in tutta fretta (vedi articoli di cronaca) oppure riprese fotografiche di soggetti piuttosto statici che concedono l’agio di “soppesare” al meglio l’inquadratura.

6 commenti:

Antonella ha detto...

non può non rilevare che con questa descrizione delle analogie tra la fotografia e la scrittura hai sicuramente dato un'immagine molto chiara e serena della questione ed anche di te.

gillipixel ha detto...

grazie Antonella...non lo so se sono poi così sereno, nella vita reale :-) quando scrivo mi piace esserlo però :-) lo spazio della scrittura per me si situa in una dimensione superiore...volendo è anche una parentesi entro la quale proteggerci dalle brutture del mondo concreto...
grazie ancora :-)

Paolo ha detto...

Gilli la Verità è che Te sei un Vero Scrittore!!

Ciao

farlocca farlocchissima ha detto...

che dire? sai bene quanto ami sia lo scrivere che il fotografare :-) la narrazione è il filo che lega i due strumenti, sì sì caro gilly è un periodo che siamo d'accordo :-D

gillipixel ha detto...

@->Paolo: ehehehhee, grazie, troppo buono :-)
non lo so...quel che più conta è la gioia che mi regala questa roba del buttar giù lettera dopo lettera :-)
poi, come dice il Califfo, tutto il resto è noia... :-D
Scherzo...grazie ancora del bellissimo complimento :-)

gillipixel ha detto...

@->Farly: lieto di essere d'accordo con te, signorina con l'ombrellino :-)
è lo spirito della prima media il nostro collante mentale preferito :-D