Oh, oh...spetta che arriva...spetta spetta...è lui, sta un po’ in là che mi scanso veh: «...Vrooommmm...sdradadrang...puff piff...trik trak...prot...». Passato. Era il 2012 e in un modo o nell’altro, l’ho mezzo schivato. L’altra metà me la sono beccata tutta nei denti, ma fa niente, non sempre le cose riescono bene al 100%.
Vedremo un po’ come si comporterà questo suo immediato successore. Di solito, coi vaticini buffamente numerologici che sono uso fare a ridosso del Capodanno, ci ho sempre beccato molto poco. Ma questo non è un buon motivo per cavarmi proprio stavolta i miei pantaloni di mago blogger con le toppe al sedere. D’ora in avanti, nessun oroscopante al mondo potrà mai più essere criticato, perché la sua scusa sarà immediatamente pronta. La potrà scrivere addirittura a chiosa del proprio biglietto da visita: «...Se hanno cannato persino i Maya, potrò concedermi qualche imprecisione pure io! O no?!?!?...».
L’anno nuovo avrà sul finale un numerillo simpatico: il 3 (….Ma va?!?!?...). Dice che sia un tipo perfettino. Mah...a me non dispiace, in effetti. Con quelle sue due pancette rotondine, si presenta gioviale e compagnone. Com’è accaduto per alcuni degli anni recenti, m’impensierisce un po’ anche stavolta quella prominenza maliziosa ed aggettante che si ritrova nelle sue zone inferiori. L’incavo del semicerchio più basso potrebbe offrirsi infatti come un ottimo sedile su cui adagiarsi, una specie di amaca accogliente, addirittura. Occhio però a non sedersi troppo in punta, ne potrebbero scaturire sorprese non proprio gradite.
«...Vorresti forse dire che sarà un anno di grandi ronfate?...». Mah, no, non necessariamente. Più che altro si confida nel suo senso di ospitalità. Ecco, sì: se il 2013 sarà un anno accogliente, potremo dirci già abbastanza contenti, secondo me. Il suo omologo sferragliante appena trascorso non è mica stato un gran campione, in questo senso. Ci ha fatto sedere per quasi tutto il tempo su quel malagevole sedile reclinabile di legno da terza classe ferroviaria, che era la gambetta orizzontale del suo “2”, con tanto di schienale scomodo a completare il senso di disagio. Il 2013 promette più rotondità: non sarà molto, ma pare un piccolo buono indizio.
Per Natale vi ho augurato di amoreggiare con la vita. Stavolta, il mio augurio per il 2013 è invece di poter incappare in tante epifanie. Non intendo solo quelle del lettore e nemmeno voglio dire che possiate trovare sulla vostra strada uno stuolo di Befane. Parlo più generalmente delle epifanie esistenziali, tutti quei piccoli o grandi stupori che costellano il nostro tempo biografico. Non importa quanto insignificanti possano essere agli occhi del mondo, questi micro-avvenimenti: il loro valore sta soprattutto negli occhi di chi li vive. Piccoli tasselli nel mosaico della nostra gioia, eventi dalla repentina luminosità, meteore spirituali che giungono da chissà dove per farci provare attimi di espansione interiore, sposata nello stesso tempo ad una sintonia particolare con il “fuori da noi”. Questo vi auguro, cari amici viandanti per pensieri: tanti stupori epifanici vi facciano spesso compagnia.
E per concludere, anche se non c'entra granché come tematiche, vi saluto per il momento proprio con una piccola epifania del lettore che mi ha colto proprio in questi giorni. E' di un tizio che indubbiamente sa scrivere e, epifania nell'epifania, stupisce immensamente il fatto che sappia scrivere così:
«...Ehi! Ma che...? Perry, stai scherzando? La tua mamma guida una Rolls? Sei...ricco?
Immagino di sì.
Perché non me l’hai detto?
Non me l’hai mai chiesto.
Per me questa è la definizione di ricco: non ti passa per la testa di dirlo al tuo migliore amico. E il denaro è una cosa così scontata che non ti curi di come l'ottieni. Perry, tuttavia, è più che ricco. E' superricco. E' Paperon de' Paperoni. Suo padre, socio anziano di un importante studio legale, possiede una stazione televisiva locale. Vende aria, dice Perry. Immagina. Vendere aria. Quando puoi vendere aria è segno che sei arrivato...».
Come mai dico che stupisce il suo saper scrivere? Beh, perché questo tizio ha passato la maggior parte della sua vita con una racchetta da tennis in mano, facendone un sommo strumento di bellezza sportiva, ed ora si scopre che anche con la penna fra le dita non scherza per niente. Il brano è tratto da «Open – La mia storia», autobiografia di Andre Agassi.
Buon 2013, cari amici viandanti per pensieri: poetici ed epifanici auguri a tutti voi.
Avete presente quelli che fanno brutti sogni per aver visto un film dell’orrore? Beh, io stamattina, nel ronfiveglia, ho surclassato chiunque in stramberia. Ho fatto un sogno meravigliabondo per aver visto ieri sera in tele «Piovono polpette»!
Come faccio ad essere sicuro che sussista un nesso causa-effetto fra le due cose? Ma ci mancherebbe altro che ne fossi sicuro! Però lo so. Si è trattato più di una affinità di strutture estetiche, che non di un vero e proprio riecheggiamento per temi. Il mio sogno, pur non ricalcando in niente la trama del film (a parte forse qualche dettaglio…), era tuttavia intessuto di un’aura “Piovonopolpettesca” di fondo.
Tanto per dirvene una, nel mio sogno potevo volare. E’ una situazione che ricorre spesso nelle mie scorribande oniriche. A volte posso fare salti spropositati e mi libro iper-zompettante nel cielo, sospinto soltanto dalla semplice gioia di farlo, con conseguenti atterraggi morbidi, e una volta giù, sono subito pronto di nuovo a ribalzare in alto. Posso fare semplicemente leva sull’aria con le palme delle mani, ed incredulo di contentezza, mi elevo, mi elevo, mi elevo. In altri sogni invece, volo proprio: mi innalzo, plano, posso fare virate ampie, mentre sotto tutto scorre in landscapevole distesa. Al riguardo, lo zampino di «Piovono polpette» un po’ c’è: nel film, è tutto un su e giù di oggetti alimentari che vagano nell’aere ed il finale è incentrato su un’ascesa al cielo per andare a disinnescare il beffardo uragano di cibo causato dal candido inventore, protagonista del film.
Solitamente, quando un mio sogno mette in gioco capacità non contemplate nel repertorio delle umane prerogative in stato di veglia, mi s’innescano paralleli e stranissimi meccanismi di incredulità paragiustificative a raffica. In parole povere, pur essendo immerso in quegli attimi nel mio Es più profondo, e tacendo nel contempo tutto l’Io nella sua interezza, quest’ultimo riesce pur sempre a fare capolino, per guastare un po’ le feste. Allora una vocina di sottofondo, molto fioca, ma sufficientemente chiara per farsi sentire, mi sussurra da dietro le quinte del mio inconscio: «...Ma no, Gillipix, non è possibile: gli uomini non volano, sei chiaramente dentro ad un sogno...». Cosa che mi fa dibattere a più riprese in un’alternanza di stati di consapevolezza ad assetto variabile: d’accordo sto sognando, mi dico anche, ma è così realistico che non m’importa se non si può. E vado avanti di questo passo, continuamente retro-considerando nel sottoscala del godimento estetico inconsapevole del momento, mentre le vicende del sogno si dipanano irrefrenabili.
Nel caso del sogno “Piovonopolpettoso”, la vocina mi avvertiva sempre, ma io la fregavo. Volavo, sì, ma ciò accadeva in virtù di un velivolo non meglio specificato. Mi trovavo pur sempre nella giurisdizione del mio Es e, si sa, pur potendo intervenire in qualche modo, l’Io si lascia fregare facilmente, in quei territori. Insomma, volavo con sotto il culo una qualche macchina, ed al mio Io questo bastava. Volavo sopra belle architetture, le vedevo molto chiaramente. Erano palazzi alti, o distese di casette: tutto così vero. Era una grande città, era Milano. Era una Milano ideale, anche se ad un certo punto, ho circumnavigato il Pirellone, bello e imponente come non lo avevo mai visto dal vero (e questo passo dovrebbe bastarvi, se avevate ancora dubbi che la fonte d’ispirazione sia stata veramente «Piovono polpette»…).
Ho volato a lungo, apprezzando il panorama dall’alto, stavo bene, in una varietà strabiliante di cambiamenti del paesaggio, fino a quando mi sono ritrovato fra periferia e campagna, dove qualcuno mi invitava a planare a terra. Era un ragazzo, un giovane uomo, una persona cara, anche se non lo conoscevo. Ho accettato l’invito alla discesa e mi sono adagiato in un campo, non so bene se arato o cosa, ma in ogni caso un campo di nuda terra. Non faccio a tempo a consultarmi col mio amico, che passa una signora, una simpatica vecchietta, in sella ad una bici che lasciava vistose tracce con le gomme sulla terra molliccia, e pedalando di gran lena, bofonchiava mozziconi di frasette in dialetto milanese: «…Uhè…cùme se fa? Sé pöl nò andà avanti inscì…» o cose buffe di questo tipo.
Sulla scia dei bofonchiamenti vetero-meneghini, il mio nuovo amico mi invita ad entrare in una piccola palestra, attrezzata per il gioco della pallacanestro. Lì dentro, è un po’ come all’interno del castello di gelatina di «Piovono polpette». Provo a prendere un pallone da basket, di vari che vedo in una cesta, ma quando li tocco mutano forma, e se provo a palleggiare, rimbalzano senza logica, sfuggono di qua e di là con anarchico moto. Stranamente, la cosa non mi dà fastidio, anzi, sento che sotto sotto, una logica ci deve essere, anche se, insieme alla palla, io non riesco ad afferrarla, ma sono contento così. La presenza dell’amico è gradevole, nella palestra si sta bene, compaiono anche altri individui, pure loro sconosciuti, ma sempre persone care, come in fondo sono quasi tutti i personaggi che si susseguono nelle vicende di un cartoon.
Poi d’un tratto mi sveglio. Constato con piacere di ricordare per sommi capi gli eventi sognati e rivado col gusto della memoria vigile ai tratti salienti di quelle buffe situazioni. Intanto penso che, pur essendo questo uno dei sogni meno strani che abbia mai fatto, potrei raccontarlo ai miei cari amici viandanti per pensieri. E prima di abbandonare le coltri ed il mondo dell’indefinitezza orizzontale per una nuova giornata in verticale, mi sorprende subitanea un’ulteriore riflessione: «...Minchia, la devo smettere una buona volta di guardare questi film impegnati!...».
Ma soprattutto, subito a ruota, l'interrogativo più inquietante mi coglie: «...Se dopo aver visto “Piovono polpette”, mi sono sognato di piovere io stesso dal cielo, vorrà forse dire che nel mio intimo mi reputo sostanzialmente una polpetta?...».
Lo so che adesso vi verrà spontaneo dire: «…Ma il giorno di Natale, non c’avevi proprio niente di meglio da fare?...». D’accordo, d’accordo…
Però quando certe notizia ti fanno leggermente girare i ciglioni (che sarebbero i “coglioni” dopo esser passati sotto la censura correzionale di word), non ci sono feste che tengano. Non è propriamente quella che si dice una notizia dell’ultima ora, ma sapete com’è, qui in campagna le cose si sanno sempre dopo.
Quello che ho scoperto con ritardo insomma, è che i grandi colossi di internet, quelle super-mega-ultra-società multinazionali che fanno incassi da cinema, giungendo ad accumulare capitali in qualche caso di gran lunga superiori a quanto contenuto nelle casse stesse di molti Stati, non pagano le tasse. Abbiamo voglia noi, cari miei, a lamentarci dell’IMU e di Monti…Qui si parla di evasioni ultramilionarie, se non miliardarie.
Cito una fonte al di sopra di ogni sospetto, la Guardia di Finanza (il brano è tratto da una relazione presentata ad inizio novembre al Ministro dell’Economia e delle Finanze Vittorio Grilli):
«...Siamo dell’opinione che alcuni soggetti economici si sottraggano al pagamento delle imposte in misura adeguata rispetto alla loro effettiva capacità contributiva, sfruttando l’inidoneità delle attuali norme tributarie a sottoporre a giusta tassazione i redditi e i patrimoni dei soggetti, imprese o individui, che sfruttano opportunità offerte dalla globalizzazione. A riscontro di quanto andiamo affermando citiamo i risultati di una recente inchiesta dalla quale è emerso che grandi colossi come Google, Facebook, Amazon e Starbucks hanno versato negli ultimi quattro esercizi, nel Regno Unito, solo 36 milioni di imposte a fronte di un fatturato di oltre 3 miliardi e 800 milioni di euro. Sempre nel Regno Unito, nel 2011, Mc Donald’s, con un fatturato di 1 miliardo e 248 milioni di sterline, ha di fatto pagato imposte con un’aliquota del 3,4%. Con riferimento a Google, analoga situazione pare profilarsi anche in Francia. Apple, negli USA, su un utile estero di 36,7 miliardi di dollari ha versato imposte per soli 713 milioni, con un tax rate dell’1,9%...».
Minchia, mi sono detto…e ‘sti megabyte!!!
Il fatto è che a questo punto non so se prevalga di più il giramento di ciglioni o la tristezza. Cosa possiamo fare infatti noi, modesti spippolatori web, per contrastare questa vessazione globale? Esattamente una sega farcita, è la risposta. Siamo immersi fino al collo in uno spropositato sciacquone planetario che munge soldi a manetta per tutto l’orbe terracqueo ed il nostro ruolo è precisamente il meno nobile da recitare in siffatto scenario, ossia quello degli stronzi che non possono fare altro che lasciarsi tirare giù dallo scroscio, quando viene tirata l’acqua. Siamo tutti lì belli belli a pigiare “mi piace” sulla foto degli amici, a sbocconcellare panini colanti maionese, a gustarci l’ultimo giochetto sensazionale scaricabile sullo smartphone, a ricercare il nome del cugino scemo di napoleone, e intanto qualcuno trangugia e divora alle nostre spalle ingenue, e travasa all’impazzata pecunia nei paradisi fiscali.
Il colmo del mio ragionamento è che io stesso vi scrivo queste cose da un servizio di Google, e sentite come mi rassicura in proposito proprio il padrone di casa:
“...Un meccanismo che «sfrutta le leggi in vigore» e «noi siamo orgogliosi di questo schema». Anche perché «evitare di pagare le tasse fa parte del capitalismo». Eric Schmidt, presidente di Google, non fa misteri di quello che pensa. Anzi. Di fronte ai diversi Paesi europei che gli chiedono di pagare più tasse, rilancia. «È sempre stato tutto alla luce del sole. Abbiamo usato gli incentivi che i governi ci hanno offerto». E poco importano i controlli, la Guardia di Finanza che bussa alla porta della sede italiana, perché per Schmidt «è tutto legittimato»...”.
Caro mister Schmidt, e scusa se te lo vengo a dire proprio in casa tua: per te sarà tutto a posto così, ma a me, forse ancora più di noi, per primo sei tu stesso a farmi una gran tristezza. Va mo’ là!!! Noi minuscoli smanetta-mouse non ci potremo fare nulla, lo so. Ma la cosa è veramente molto squallida. Altro che “orgogliosi di questo schema”...
Adesso sì che capisco il vero senso della frase più famosa di questo scorcio d’inizio secolo. Nessuno mi aveva mai detto che ne mancava un pezzo. Per la precisione infatti, suonerebbe così:
«...stay hungry, stay foolish...but stay a little bit also inculish...».
Cari amici viandanti per pensieri, ma soprattutto care amiche (cit. “Gialappa’s Band”): è il quinto Natale “che passo” con voi. A questo punto il rituale vorrebbe che vi facessi gli auguri. Ovviamente non mi esimerò dal gradito compito, ma come ormai ben sapete, il sottoscritto e la semplicità espressiva sono antichi nemici (che pure si stimano a vicenda, va detto).
Avrete sentito di rado uscire dalla mia penna frasi del tipo “...il cane sta rosicchiando l’osso...”, oppure “...vieni a fare una scampagnata con me sul K2...”. Io sto ai discorsi chiari, come i cavoli stanno alle merende. Nemmeno se fossi un fumetto: sperare di vedere una frase semplice istoriarsi fra le volute della mia nuvoletta, sarebbe come riporre fiducia in una rapa portata all’Avis a donare. Per cui anche stavolta non posso limitarmi a dire papale papale, soltanto “Auguri di Buon Natale”.
Vi porgerò dunque una miscellanea di fausti auspici a modo mio. Vi auguro innanzitutto di coltivare sempre più l’amore per i dettagli, strada maestra, a mio parere, per giungere a capire l’importanza dei grandi valori. Lo stupore per la bellezza nascosta nelle piccole cose: è questo il mattoncino fondamentale per costruire edifici di gioia, per innalzare mirabolanti architetture di saggezza.
Vi auguro di riuscire a custodire in voi stessi ampi margini di capacità d’innamorarvi. Non soltanto nel senso classico del termine. Quello è importantissimo ed è il canale primario dell’innamoramento, naturalmente. Ma di forme di innamoramento ce ne sono milioni, quante sono le forme nella natura, nel mondo, quante sono le persone ed i loro sorrisi, quanti sono i nostri pensieri. Rimanete innamorati soprattutto di voi stessi. Che non è un invito al narcisismo e nemmeno all’egocentrismo o all’egoismo. Tutt’altro. Nutrire l’innamoramento per se stessi significa comprendere il proprio essere veicoli di apertura verso la bellezza del mondo. Vuol dire saper ascoltare il nostro proprio stesso atteggiamento di ascolto verso la vita.
Come diretta conseguenza, vi auguro di fare spesso l’amore. Anche qui, non solo nel senso tradizionale del termine. Fate l’amore con la cultura. Fate l’amore con la curiosità. Fate l’amore con l’interesse verso gli altri. Fate l’amore con la conoscenza. Fate l’amore con il pudore intellettuale. Fate l’amore con la fantasia, con l’immaginazione. Fate l’amore con l’utopia, nell’attimo stesso in cui lo state facendo con la concretezza. E in questi variegati modi di fare l’amore con le vostre realtà più preziose, siate ora maschi, ora femmine, ora un misto fra i due generi. Lasciatevi cogliere sia dalla brama penetrante, sia dall’apertura ospitante, in fusione amorevole completa, confondendo di continuo i limiti del dentro e del fuori se stessi.
Questo mi sento di augurarvi insomma, ma prima di congedarmi, vi lascio con un’epifania natalizia, tanto per non smentire la mia irrinunciabile vena complicatoria. Si tratta ancora di un brano tratto dal già citato «La casa di psiche», di Umberto Galimberti. Non so se sia un brano di speranza oppure no. A me ha detto qualcosa. Spero anche a voi:
«...L’arte dionisiaca vuole convincerci dell’eterna gioia dell’esistenza: sennonché dobbiamo cercare questa gioia non nelle apparenze, ma dietro le apparenze. Dobbiamo riconoscere come tutto ciò che nasce debba essere pronto ad una fine dolorosa; siamo costretti a guardare in faccia agli orrori dell’esistenza individuale – e tuttavia non dobbiamo irrigidirci: una consolazione metafisica ci strappa momentaneamente dal congegno delle forme mutevoli.
Per brevi attimi siamo veramente l’essere primigenio stesso e ne sentiamo l’indomabile brama di esistere e piacere di esistere. La lotta, il tormento, l’annientamento delle apparenze ci sembrano ora necessari, data la sovrabbondanza delle innumerevoli forme di esistenza che si urtano e si incalzano alla vita, data la strabocchevole fecondità del mondo. Noi veniamo trapassati dal furioso pungolo di questi tormenti nello stesso attimo in cui siamo per così dire divenuti una cosa sola con l’incommensurabile gioia originaria dell’esistenza, e in cui presentiamo, in estasi dionisiaca, l’indistruttibilità ed eternità di questo piacere. Malgrado il timore e la compassione, noi viviamo in modo felice, non come individui, in quanto siamo quell’unico vivente, con la cui gioia generativa siamo fusi...».
“La nascita della tragedia dallo spirito della musica”
Friedrich Nietzsche – 1872 (citato in: “La casa di psiche”, Umberto Galimberti – 2005)
Ed ora che il cane ha quasi finito di rosicchiare il suo osso, mentre vi rinnovo l’invito ad una scampagnata con me sul K2, vi posso finalmente dire, per la quinta volta: tanti auguri di buon Natale, cari amici viandanti per pensieri.
Ho esitato a lungo prima di affrontare il tema del quale “avrei” voluto parlare oggi. La residua contorsione condizionale è dovuta al fatto che non sono ancora ben sicuro di cosa andrebbe detto (se mai qualcuno lo saprà…). L’episodio è abnorme, straziante, sfiora picchi di disumanità inenarrabili. Ne avrete sentito parlare tutti: la strage dei bimbi in quella scuola del Connecticut.
Di fronte ad overdose di efferatezza simili, in effetti, il silenzio, il rispetto per il dolore, la riflessione muta, l’astensione dal giudizio, dovrebbero essere le reazioni immediate più consone. A maggior ragione, dovrebbero esserle da parte di chi, come me, non è un esperto sociologo, psicologo, psichiatra e così via, e nemmeno un conoscitore sufficientemente profondo di fenomeni storici, o della realtà che ha fatto da sfondo alla tragedia. Il rischio di incappare nel classico proclama da “Bar sport” è troppo elevato, soprattutto in casi come questo.
Ma anche tenendo presente tutte queste precauzioni, non si può mai spegnere quella voce interiore di fondo, che spinge ad interrogarsi. Perché? Com’è possibile arrivare ad estremi di questo genere? C’è una qualche ragione rintracciabile, oppure tutto è dovuto solamente ad una deprivazione totale di senso, allo smarrimento di qualsiasi significato possibile, alla perdita definitiva di qualsivoglia motivazione che stia alla base dell’espressione “essere umano”?
Cercherò allora di portare solo alcuni spunti di riflessione senza pretesa, soprattutto avvalendomi dell’aiuto di “contributi” più autorevoli del mio.
Chi ha voce in capitolo, chi conta qualcosa, chi ha in mano le leve per poter influire sulla situazione, in forma di immediata risposta ha focalizzato, come “nemico sociale” più immediato, l’eccessiva facilità della diffusione delle armi negli Stati Uniti. Certo, questo è un aspetto molto importante, non lo si può negare, per molti versi le sue implicazioni sono gravissime. Ma paradossalmente, anche nella sua gravità estrema, rimane pur sempre una questione “di superficie”. Se gli Stati Uniti vogliono impegnarsi a superare davvero questa “magagna esistenziale” che covano in seno, è esattamente da lì che devono partire per impostare una riflessione: dal proprio seno, ossia, detto fuori di metafora, dalla loro anima comunitaria, dalla loro psicologia sociale, dalla loro interiorità collettiva.
Gli Stati Uniti sono la nazione che più di tutte, fra quelle cosiddette occidentali, si è votata alla causa della “rivoluzione tecnico-scientifica”. In misura quasi fideistica, viene da dire. Il punto nodale problematico risiede appunto nel fatto che l’identità degli Stati Uniti si è formata sulla base di una visione tecnica del mondo praticamente esclusivista. E’ sempre sbagliato generalizzare, ma tendenzialmente si può affermare che negli Stati Uniti la realtà sia intesa in preminenza come fatto tecnico, misurabile, quantificabile. Da qui si spiega, ad esempio, l’ipertrofica “economicizzazione” di quella società, l’elezione della quantificazione monetaria a guida esistenziale (ripeto: le generalizzazioni argomentative sono sempre pericolose, ma il dato a cui mi riferisco è una “realtà prevalente” sotto gli occhi di tutti, in quel Paese).
Quando Galileo Galilei, padre della scienza moderna, pronunciò la celeberrima frase assumibile come sintesi suprema del suo pensiero, ossia: «…la natura è scritta in linguaggio matematico…», non intendeva certo affermare che i numeri possono spiegare tutto. Galileo era ben conscio del fatto che al di fuori della “giurisdizione dei numeri” rimaneva tutta una sequela di questioni fondamentali riguardo alle quali la scienza non poteva pronunciarsi. Ecco, proprio su questo equivoco sembra invece poggiare la moderna “fede” nella tecnica, di cui gli Stati Uniti sono i massimi sostenitori: conta solo e soprattutto ciò che risulta quantitativo e misurabile. Il problema è che così concependo il mondo, rimangono scoperte tutte quelle altre questioni fondamentali, delle quali Galileo non si era potuto occupare, non per disinteresse, ma per riconosciuta limitatezza dell’ambito di pertinenza della scienza.
La questione si fa poi particolarmente spinosa sul piano dell’indagine dei valori psicologici. Se quello che conta sono soltanto gli aspetti quantitativi e misurabili della personalità dell’essere umano, si nega l’esistenza parallela di tutto un immenso ambito interiore che sfugge alla oggettivazione e alla quantificazione scientifica. Una “massa oscura e sommersa” la chiamerei, che è stata definita in varie maniere dalle diverse tradizioni di studio psicologiche (inconscio, Es, Id, e altre ancora che magari non conosco), un’entità particolarmente complessa e nascosta, a partire in primo luogo proprio dalla sua inafferrabilità e problematica “narrabilità”.
Illuminante in tal senso è il seguente passo, che introduco un po’ anche come punto della situazione del mio discorso:
«...Il razionalismo che scaturisce dalla scienza, oltre a essere uno dei fattori principali della “massificazione” dell’uomo, toglie alla vita individuale le sue basi e con ciò la sua dignità. In questo modo l’uomo ha perduto la sua individualità quale unità sociale ed è diventato un numero nella statistica di un’organizzazione. La sola parte che può ancora svolgere è quella di un’unità fungibile e infinitesimale. Viste dall'esterno e razionalmente, le cose stanno proprio così e, da tale punto di vista, diventa addirittura ridicolo parlare ancora del valore e del significato dell’individuo; anzi, non si riesce ad immaginare come mai si sia potuto assegnare tanta dignità alla singola vita umana, quando la verità del contrario è tanto palese...».
“Presente e futuro”
Carl Gustav Jung – 1957 (citato in: “La casa di psiche”, Umberto Galimberti – 2005)
Non a caso negli Stati Uniti si sono formate scuole psicologiche come il “comportamentismo” e il “cognitivismo”, che pongono proprio sull’atteggiamento tecnico le proprie basi conoscitive del fenomeno psichico. A riguardo del comportamentismo, leggo su Wikipedia:
«...La mente viene quindi considerata una sorta di black box, una scatola nera il cui funzionamento interno è inconoscibile e, per certi aspetti, irrilevante: quello che importa veramente per i comportamentisti è giungere ad un’approfondita comprensione empirica e sperimentale delle relazioni tra certi tipi di stimoli (ambientali) e certi tipi di risposte (comportamentali)...».
E ancora, ci spiega il filosofo Umberto Galimberti:
«...il cognitivismo [...] invita ad aggiustare le proprie idee e ridurre le proprie “dissonanze cognitive” in modo da armonizzarle all’ordinamento funzionale del mondo; il comportamentismo ad adeguare le proprie condotte, indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee che, se difformi, sono tollerate solo se confinati nel privato e coltivati come tratto “originale” della propria identità, purché non abbiano ricadute pubbliche. Si viene così a creare quella situazione paradossale in cui l’”autenticità”, l”essere se stesso”, il “conoscere se stesso”, che l’antico oracolo di Delfi indicava come la via della salute dell’anima, diventa, nel regime della funzionalità dell’età della tecnica, qualcosa di patologico, come può esserlo l’esser centrati su di sé (self-centred), la scarsa capacità di adattamento (poor adaption), il complesso di inferiorità (inferiority complex). Quest’ultima patologia lascia intendere che è inferiore chi non è adattato, e quindi che “essere se stesso” e non rinunciare alla specificità della propria identità è una patologia...».
“La casa di psiche”
Umberto Galimberti – 2005
Anche se sono partito prendendo il discorso molto alla larga, non so se pure voi a questo punto, cari amici viandanti per pensieri, iniziate a sentire odore di affinità fra queste citazioni e la fattispecie del doloroso episodio dell’uccisione dei bimbi del Connecticut. Senza voler dedurre automatismi di causa-effetto eccessivamente semplificatori, si può tuttavia formulare la seguente ipotesi di riflessione: una società che nega, o ignora, il suo inconscio, ossia rinuncia ad indagare la genuinità più profonda del proprio essere (coi suoi lati problematici e contraddittori, anche), non fa altro che porre le basi affinché questo inconscio prima o poi esploda clamorosamente in manifestazioni incontrollate.
Ascoltiamo ancora Galimberti:
«...Se “alienazione” significa allontanamento […] dell’uomo da sé, forse non c’è alienazione più grande di quella che oggi l’uomo patisce sotto il potere incontrastato della scienza. Sembra infatti che la crisi del nostro tempo, a cui la fenomenologia e l’esistenzialismo tentano di reagire, consista proprio nel pericolo che l’uomo appartenga alla scienza più di quanto la scienza non appartenga all’uomo, e, da metodo escogitato dall’uomo per l’interpretazione della natura, la scienza assurga al livello di indiscusso a priori esistenziale in grado di decidere il modo umano di vivere e di pensare, e quindi, in senso profondo e crudelmente letterale, che l’uomo “perda la sua mente”...».
Lo stesso Sigmund Freud aveva già intuito il fenomeno:
«...ci sovrasta il pericolo di una condizione che potremmo definire “la miseria psicologica della massa”. Questo pericolo incombe maggiormente dove il legame sociale s’è stabilito soprattutto attraverso l’identificazione reciproca dei vari membri […] La presente condizione della civiltà americana potrebbe offrire una buona opportunità per studiare questo temuto male della civiltà...».
“Il disagio della civiltà”
Sigmund Freud -1929 (citato in: “La casa di psiche”, Umberto Galimberti – 2005)
E sempre affidandomi ad Umberto Galimberti, traggo una conclusione provvisoria al mio parziale discorso:
«...Come espressione più alta della civiltà della tecnica, l’America non è solo una nazione, ma la forma di una nuova antropologia, dove l’uomo non si riconosce se non come funzionario della razionalità tecnica. Nata per superare la distanza che intercorre tra il bisogno e la sua soddisfazione, nata per rendere presente l’assente, la tecnica, oggi, trattando ogni scopo come mezzo per uno scopo ulteriore, ha a tal punto dilatato la distanza da render presente solo l’assenza degli scopi ultimi, e la psiche umana, che era in grado di riconoscere se stessa all’interno di un orizzonte di senso, vive percorsa solamente dall’angoscia di sopprimere la distanza che la separa da quell’orizzonte che, nell’età della tecnica, appartiene solo al repertorio della sua memoria, di cui l’Europa forse, e ancora non si sa fino a quando, resta l’ultima debole custode...».
Insomma, cari amici viandanti per pensieri, alla fine non so se facevo meglio a starmene zitto, su questo tema, oppure se vi ho propinato solamente le ennesime chiacchiere da bar raffazzonate. Però, almeno una cosa me la riconoscerete: il bar in cui vado io, non si può certo dire che sia frequentato soltanto dai soliti quattro ubriaconi.
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Gemellaggi e altre Gillipixate...
Cari lettori di andarperpensieri,
Vi ricordo che quasi tutti i venerdì, questo mia variegata paginetta si gemella con il caro blog amico di Kika, la quale vi riveste con grande maestria i soggetti femminili di quadri storici, mentre il vecchio Gillipix indaga fra i volti della modernità, alla ricerca di insospettate somiglianze fisiognomiche. Tutto questo in:
«...Codesto solo oggi possiamo dirti,/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo...»
Montale (...E' u' Genio) ---
«Vivere? Lo facciano per noi i nostri domestici.»
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«Come tutti gli scansafatiche, anche io volevo scrivere...».
Bruce Chatwin - "What am I doing here" --- «Tempo fa ero indeciso, ma ora non ne sono più così sicuro» Boscoe Pertwee - XVIII secolo
--- «Non mi sono mai pentito di essermi sempre pentito» - Gillipixel - XXI secolo
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ultraterrena, ...
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Eccomi nel mio studio a Sanremo.
Ma facciamo due passi indietro...
Mi sono formata come pittrice negli anni 90 all'Accademia Balbo di
Bordighera sot...
FOGLI VUOTI
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Sono andato lontano
anche stavolta, anche se non era
necessario,
mi sono ritrovato lontano.
E tu non mi hai riconosciuto
in questo andirivieni
ossessivo.
Io ...
CONFITEOR #6
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perché dove non arriva la sfiga...arrivo io!
Perché io lo so che la casa è lo specchio di chi la abita e che il nostro
pianeta è la più grande casa.
E a...
Confusion
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Altri dubbi sulla tecnologia.
Se un Blogger non scrive per diverso tempo ,si deve capire che ha dei
motivi personali anche gravi di salute per non pot...
L'auto disciplina
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E’ da un po’ che ci penso mentre osservo le persone , poche in verità,
andare in giro per le strade della mia cittadina. Qualcuno è avvolto in una
sciarp...
UNDICI
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*Giovanni Segantini*,* L’angelo della vita*. Olio su tela. 1894. Galleria
d’Arte Moderna, Milano
11 come le parole piccine che ti sussurro all'orecchio a...
Gelo
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Buon anno nuovo a tutti.
Propositi del 1 gennaio: leggere e acquistare nuovi asciugamani.
Cose concretizzate il 2 gennaio: presi libri nuovi e asciugamani.
L...
Un saluto ad Andrea Camilleri
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Non basta leggere, bisognerebbe anche capire.
Ma capire è un lusso che non tutti possono permettersi.
(da *Segnali di fumo*)
SPELACCHIO
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Il Vero, unico e solo spelacchio è Lui, tutto il resto sono misere
imitazioni:-) Chi meglio di Spelacchio rappresenta questo nostro tempo di
vita intensa f...
Comunicazione di servizio
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Come avrete notato ormai da due anni e più il blog soffre. Scrivo poco, più
per dovere forse, e non mi sento stimolata.
Ho cercato un'altra modalità per rip...
L’UOMO RAGNO NERO
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Ho a che fare quotidianamente con ragazzi immigrati perché insegno loro
l’italiano. Sono richiedenti asilo, rifugiati, in attesa di permesso di
soggiorno...
Our souls at night
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Some books just happen with such an impeccable timing. I've hidden Our
souls at night by Kent Haruf in a corner of my mind for months and started
it when...
...disegni
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"Cos'è disegnare? Come ci si arriva?
E' l'atto di aprirsi un passaggio attraverso un muro di ferro invisibile
che sembra trovarsi tra ciò che ci si sent...
TEMPI MODERNI
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Qualche tempo fa è venuto nel mio studio un bimbo che voleva fare lezioni
di disegno, accompagnato dalla sorellina e dalla mamma.
G. ha otto anni e le...
UNA SERATA CON THE INVASION A FORLI’
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Altro appuntamento con il nostro The Invasion – A Coypumentary sabato 8
ottobre a Forlì (FC), in via Hercolani 5, alle ore 19:30. “Nutrie: tutta
un’altra s...
Valentine Cats ♥
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martha stewart
Oh ciao, rieccomi... Oggi con dei bei gatti valentiniani, domani finalmente
con un outfit veloce... e poi torno anche a dirvi tutto il res...
Rimpinzati, ma di baxciut saziami
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La principessa *Galaeld* era ghiotta di *accorns*. Ne ordinò un quintale a
mastro *Eribowit*, il quale così la omaggiava, dall’ingresso della sua
botte...
PERDONATELA
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In chat con V.
*"Ho mangiato quattordici Ferrero Rocher, ora che mi succede?"*
*"Come minimo passerai la nottata in bagno..."*
*"Cioè?"*
*"Ma come quattordic...
Perché è qui?
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*Le parole sono tante, troppe, affollano il cervello, non vogliono uscire,
perché è qui? ti manca il tuo amore peloso, doveva essere una vacanza, solo
soff...
L’ameba mangia-cervello
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Qui
http://lorologiaiomiope-national-geographic.blogautore.espresso.repubblica.it/
(uff, devo riuscire a scoprire come si fanno i redirect)
Privilegi
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Non cè malumore al mondo che un paio di scarpe nuove non possano
cancellare. La percentuale di miglioramenteo è direttamente proporzionale
all'altezza del ...
Dell'educazione del pargolo italiano
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Vado maturando il sospetto che tanti difetti dell'italiano medio nei suoi
rapporti con la politica abbiano la loro origine nella matrice educativa
ricevuta...
Lilith o Eva?
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LILITH ED EVA
In principio Dio creò il cielo e la terra e poi Adamo ed Eva .eh no!Pare
che nella tradizione ebraica la prima donna di Adamo non fu Eva ma ...
Chiuso
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Il 24 maggio di 3 anni fa, in una sera da nulla facenti, il mio amico maus
mi ha insegnato ad usare blogspot. E' cominciata lì questa avventura web.
Come t...
Open that damn car door, Harvey
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[image: Image Hosted by ImageShack.us]
Io uso Second Life per fare quello che nella mia vita vera non posso
proprio: volare come un uccello, costruire edi...
La fine arrivò un venerdì mattina di fine gennaio.
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Senza esplosioni o clamori. Così come arrivano le cose peggiori:
silenziosamente. La Nation Wide Bank smise semplicemente di rispondere alle
telefonate d...