lunedì 31 agosto 2015

Oggi mai - domani adesso


Arriverà poi l’inverno
e non saremo pronti
ma solo convinti
di esserci preparati.

Del presente conta molto
più la parte già vissuta.

Le fibre dei muscoli,
il flusso del sangue,
non sono mai adesso.

L’istmo dei respiri
sempre s’aggrappa al domani,
sottile crine di Crono.

Liberati dalle sue rime
remiamo fra i rottami del tempo.

Siamo ridicoli fino a perdere ritmo
pur di scavalcare l’attimo che è ora.

Ed esso lo sguardo
contro ci rivolta,
il sorriso fuggente;
dall’illusoria nicchia
del suo “già stato”,
beffardo ci rinfaccia:
«Eppure io non ero niente!».


sabato 29 agosto 2015

Ma robe da nutria! - "Dirty Nutrifolino"

 
 
 

C’è chi suole risuolare


Con maggiore frequenza di quanto normalmente non si pensi, la sfavillante scarpa all’ultima moda si rivela il perfetto esito di una risuolatura coi fiocchi. Che si tratti di risuolature volontarie o preterintenzionali, non lo saprei dire. Di fatto il cuoio nuovo ha spesso molto da invidiare a quello vecchio.

Rimasi non poco affascinato quando appresi di un giochetto linguistico Surrealista, pensato per sfidare ad un tempo l’aleatorietà espressiva e i confini più estremi della fantasia. Lo definisco “giochetto” in maniera affettuosa, ma in realtà si tratta di una delle tante strabilianti provocazioni con le quali i geniali esponenti del Surrealismo hanno assestato fondamentali scossoni conoscitivi alla cultura del Novecento. Il tutto è spiegato in un brano preso dal “Manifeste sur l’amour faible et l’amour amer” (Manifesto sull’amore debole e sull’amore amaro), scritto da Tristan Tzara (1896-1963) nel 1920. Ci illustra niente meno che una ricetta per composizioni poetiche “fatte in casa”:

«…Prendete un giornale. Prendete le forbici. Scegliete nel giornale un articolo della lunghezza che desiderate per la vostra poesia. Ritagliate l’articolo. Ritagliate poi accuratamente ognuna delle parole che compongono l’articolo e mettetele in un sacco. Agitate delicatamente. Tirate poi fuori un ritaglio dopo l’altro disponendoli nell’ordine in cui sono usciti dal sacco. Copiate scrupolosamente. La poesia vi somiglierà. Ed eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale e di squisita sensibilità, benché incompresa dal volgo…».

Non so se Tristan Tzara avesse letto l’opera di Jonathan Swift (1667-1745). Ma sia come sia, la mia meraviglia non è stata minore, quando ho letto un certo passo dei celeberrimi “Viaggi di Gulliver in vari paesi lontani del mondo” (1726). Ci troviamo nella terza parte delle avventure, il nostro eroe è giunto alla remotissima terra di Balnibarbi. In particolare, ha avuto il privilegio di visitare l’accademia di Lagado (capitale di quella terra), dove eminenti studiosi rimuginano tutto il giorno per escogitare le più strampalate invenzioni e teorie. 

L’attenzione di Gulliver cade su un bizzarro macchinario che, a detta del professorone suo ideatore, avrebbe consentito a chiunque di diventare un eminente uomo di cultura, senza fare alcuna fatica. Racconta Swift: 

«…Ognuno sa infatti quanto laboriosi siano i comuni metodi per iniziarsi alle arti e alle scienze; con quell'invenzione, invece, l'uomo più ignorante con una spesa modesta e un po' di fatica fisica poteva scriver libri di filosofia, poesia, politica, diritto, matematica e teologia senza bisogno di essere minimamente aiutato dall'ingegno o dallo studio. Mi condusse poi alla macchina lungo i cui lati eran schierati tutti i suoi discepoli […]. La superficie risultava di vari pezzetti di legno, della grossezza di un dado da giuoco, alcuni più grandi degli altri; sottili fili di ferro li legavano insieme. Su ogni lato di questi cubetti v'era incollato un quadratino di carta, e su questi quadratini eran scritte tutte le parole del loro linguaggio nei vari modi, tempi e declinazioni, ma senza alcun ordine. […]. A un suo cenno, gli allievi afferrarono ciascuno una manovella di ferro, essendovene appunto quaranta fissate tutt'intorno ai lati della macchina, e la fecero rapidamente girare: tutta la disposizione delle parole cambiò a un tratto. Egli comandò allora a trentasei dei suoi ragazzi di legger piano le varie righe così come apparivano sulla macchina; e, quando essi trovavano tre o quattro parole in fila che potevano far parte di una frase, le dettavano ai quattro rimanenti discepoli, che fungevano da scrivani. Questa operazione fu ripetuta tre o quattro volte: la macchina era fatta in modo che, a ogni girata di manovella, le parole cambiavan di posto col rovesciarsi dei cubetti. Per sei ore al giorno quegli studentelli erano occupati in tal lavoro, e l'accademico mi mostrò vari grossi volumi in folio già riempiti di frammenti di frasi…».

Cosa aggiungere di più? 

Sapevo già che risuolare sotto il sole non è solinga e saltuaria soluzione. E avevo anche capito da solo che Swift era un gran surrealista ante-litteram. Ma non provavo così tanto stupore epifanico, da quando scoprii che “I will always love you”, canzone portata alla ribalta nel 1992 da Whitney Houston fra i brani in colonna sonora del film “Guardia del corpo”, è in realtà la cover di un brano del 1974, cantato in origine dall’ubertosa Dolly Parton.


lunedì 24 agosto 2015

Vecchio mondo ignaro


Ci sono cose che credevo relegate per sempre nel ricordo. E invece il pendolo paesano dell’insignificanza quotidiana le rispolvera a sorpresa, quasi che il tempo non fosse mai passato, o forse nemmeno mai iniziato.

I vecchi in calma attesa del nulla. 
Una donna sulla quarantina che impara ad andare in bici. 

Piccoli, marginali fenomeni rispuntati fuori quasi intatti direttamente dagli anni ’50 o ’60 (massimo massimo, dai ’70). 

L’attesa dei vecchi è nei giardinetti, oppure sui balconi, o sotto casa, all’ombra dei muri. Si godono semplicemente lo stazionamento sul limite tra il fuori e il dentro della familiarità domestica. Di certo pensano. Ma non credo sia essenziale farlo. L’importante è stare lì, e basta. Guardare i rari passanti, fare un cenno di saluto, semmai. Intessere un blando rammendo fra il momento del pranzo e quello della cena. 

Hanno un che di ipnotico, i vecchi in attesa di niente. Eppure sono stati relativamente giovani in epoche già parecchio dinamiche e modernizzanti. Ma il genius loci è da sempre insinuato nei loro animi, e dal canto loro non fanno nessuna fatica nell’inverarlo al meglio. Gli viene naturale così, come il silenzio placido che è l’unico ferro del mestiere necessario a praticare l’attesa del niente.

Se vogliono, possono fare altro. Hanno l’orto, la televisione, la bici, o la compagnia di altri loro pari età. Ma è il gusto dell’aspettare niente che vogliono centellinare in quei momenti.

L’aspirante ciclista fuori tempo massimo è invece una ragazzona dell’Est. Per chi nasce nello spiano extra-liscio in riva al Grande Fiume, la bicicletta è come un prolungamento naturale delle gambe e dei piedi. Non c’è anima viva sopra i cinque anni di età, credo, che non sappia saltare in sella alla “brutto boia” (“bad boy”) e iniziare a pedalare come un matto.

Per questo fa un po’ specie, e tanta tenerezza, vedere questa matura e corpulenta donzellona (giunta dall’ex oltre-cortina per “badantesche” necessità), cincischiare coi pedali, litigare con l’equilibrio, tentare la beffa alla forza di gravità. Il suo impiccio più grosso sta nell’avvio. Si serve allora della lieve discesa dell’argine per prendere slancio e smollare alla buon’ora una raffica di libere pedalate.

L’assiste un ex-giovane ancora non rassegnato a mettersi lì, nell’attesa del niente (diversamente dai suoi coetanei, già ben pratici invece dell’hobby nichil-attendista). Un sacco d’anni dividono l’ex giovane dalla ciclista extra-cronologica. Ma lui non ha certo intenzione di vestire i panni del “badato”, bensì aspira a “badare” egli stesso in prima persona. La regge da dietro, nei suoi avvii tremolanti. Una mano gli scappa al vasto uralico tafanario di lei, prima di correggersi un po’ più su, nei paraggi delle spalle e della schiena, profondendosi in un più pudico sostegno. Ripetono l’operazione più e più volte. Fra sorrisi e risate, piccoli urletti, sbandate in abbondanza.

Fino a quando qualche progresso viene messo in archivio, e se ne tornano a casa contenti come due ragazzini. Mentre un’altra giornata sfuma via, col marchio lievissimo dell’attesa del nulla, istoriato ancora una volta dai professionisti di questa specialità, sugli ultimi brandelli di luce preserale.


venerdì 21 agosto 2015

Ma robe da nutria! -"Nuove frontiere sintetiche"

 

 

Così parlò la zia Bietzsche - 1



«…Passi che l’universo sia in espansione…ma il guaio è che nel cesso mi s’è rotto il sifone…».

La zia Bietzsche