giovedì 30 agosto 2018

Consigli per gli artisti


La pubblicità è merda pura
La pubblicità è merda sicura
La pubblicità è di merda schietta
La pubblicità, merda fatta e rifatta
La pubblicità è merda infelice
La pubblicità fa di merda ogni quanto dice
La pubblicità trasuda guano
La pubblicità ti caga in mano
La pubblicità ti vuol villano
La pubblicità mira al tuo ano
La pubblicità è cacca scura
La pubblicità è cacca vera
La pubblicità è letame fradicio
La pubblicità, escremento sudicio
La pubblicità è un fottimento
La pubblicità ammassa stronzi a reggimento
La pubblicità, fiume di liquame
La pubblicità, la più merdosa del reame
La pubblicità ti mette a zero e novanta
La pubblicità ne sodomizza millanta
La pubblicità è una fogna matura
La pubblicità trasuda lordura
La pubblicità è un suppostone mentale
La pubblicità, “ahia” una volta, poi non fa più male
La pubblicità è testarda come un mulo
La pubblicità rende ognuno buco del culo
La pubblicità spara mille complimenti
La pubblicità vuole tutti tubi digerenti
La pubblicità, gran tornado di merda
La pubblicità...e ogni senso si disperda
E adesso...PUBBLICITÀ!!!

mercoledì 29 agosto 2018

Windows vista


Come il protagonista delle “Notti bianche” dostoevskiane, anche a me piace un sacco osservare le case, camminando. Che poi questo, per la proprietà transitiva, mi accomuni a lui anche in fatto di destini sentimentali, è un altro discorso (velato invito a leggere il bellissimo “Le notti bianche”, per capire cosa intendo).

Le case, gli edifici in generale, sono una più o meno consapevole metafora del corpo.

La porta di ingresso principale costituisce una sorta di bocca-sesso (e non serve scomodare Freud per ricordare quali potenti parentele simboliche sussistano fra queste due parti anatomiche). La casa ha un orifizio allegoricamente escretore, che è l’uscita di servizio, ha una struttura assimilabile all’apparato scheletrico, ha una pelle nei muri esterni, ha circolazioni interne di varia natura, elettrica, fluida, calorica.

Entrando in un edificio, possiamo sentirci di volta in volta come un cibo che verrà digerito e dopo espulso, un contro-sesso che feconderà l’ambiente interno, un pensiero, un emozione vivente all’interno di un organismo.

Ma il dettaglio che ultimamente mi sta appassionando di più si concentra nelle finestre.

Voglio dire, provate a camminare, e isolate da tutto il contesto paesaggistico-edilizio quel micro-mondo che si viene a formare nella vostra considerazione quando questa consente di esistere esclusivamente all’insieme di finestre tutte intorno. Ne deriverà una curiosa sensazione, che non mi faccio scrupolo a definire di benessere.

La finestra è un vuoto che mette in comunicazione due vuoti. Lascia entrare luce, cielo, nuvolo, aria, ossigeno, suoni, voci, richiami, canti d’uccellini, latrati, clacson, e fa uscire fiati, flati, sospiri, sguardi, parole, chiacchiere, odori, malinconie, gioie, entusiasmi e ristagni dell’animo. La finestra è un “sospeso” e come tale non può non eccitare l’immaginario dell’uomo, essere desiderante per antonomasia, creatura perennemente anelante all’altro da qui e da ora.

L’interno e l’esterno si baciano mettendo in comune una sola bocca: la finestra. Dalla finestra non si può uscire o entrare fisicamente, ma solo idealmente, con i sensi operanti sulle distanze: vista, odorato, udito. La finestra è allora un inno all’astrazione.

Le finestre sono giocose e strane, perché ce ne sono di mille forme: basse, alte, smilze, “bombute”, allineate, sfalsate, quadre, a rettangolo, tonde, a unghia di vamp, “tapparellute”, “impostate”, “gratificate”, coi vetri in altrettanti tagli, fogge e sfumature.

Prendete dunque in esame la totalità delle finestre abbracciabili con lo sguardo da una determinate posizione, fate finta che non esista altro, e vi troverete calati in una sorprendente arlecchinata del mondo.

Non dico che in questo modo risolverete i vostri problemi. Ma almeno per un attimo li avrete messi fra una ideale parentesi fatta di tanti stipiti, davanzali e architravi dell’immaginazione.

lunedì 27 agosto 2018

Grottesco (1989) Patrick McGrath


Ho letto “Grottesco” (1989) di Patrick McGrath.

Una storia caustica, corrosiva, cinica, sardonica, elegante, beffarda, sulfurea, architettonicamente raffinata, dai ritmi incalzanti, giusti per mantenere il lettore nel costante desiderio di sapere cosa si nasconderà dietro il prossimo angolo narrativo.

Una trama che puzza di maiale e sanguinaccio, umida di brughiera inglese e aliti alcolici, strana e sorprendente al palato come una pietanza della più tradizionale cucina british.

Un racconto che mette vivamente e bizzarramente in guardia rispetto a tutto quanto in teoria dovrebbe rassicurare, in virtù delle sue fondamenta tradizionali.

Il lettore viene introdotto fin da subito in quel sorprendente labirinto che è la mente della voce narrante, il baricentrico protagonista dell'azione narrata, Sir Hugo Coal, paleontologo per passione.

Sino all'ultimo pagina, non riusciremo mai a stabilire se ci si debba fidare fino in fondo di quanto ci racconta. E anche una volta letta l’ultima frase, non riusciremo ancora a renderci conto se siamo usciti dal labirinto del suo rimuginare, o se ci siamo rimasti irrimediabilmente impigliati.

“Grottesco” ci conduce attraverso una rassegna di memorabili caratteri sontuosamente tratteggiati: ciascuno a suo modo iperbolico nella propria, di volta in volta, meschinità, imperscrutabilità, diabolicità, sensibilità, ottusità preterintenzionalmente nobile, lealtà inspiegabilmente tetragona.

“Grottesco” è una sorta di “giallo-beffa”, che pur sfociando in un suo “naturale” termine, non si può dire si risolva fino in fondo. La storia alla fine si compie quasi con la precisione di un teorema, ma di cose da dimostrare ne rimangono parecchie. E anche questo è un forte elemento di fascino, fra i tanti contenuti in questo romanzo.


sabato 25 agosto 2018

Di come ascoltando Fix you dei Coldplay ho afferrato l'essenza del Giuoco delle perle di vetro


Il titolo di Lina-Wertmulleriana misura già la direbbe lunga, anche se non spiega tutto.

Il giuoco delle perle di vetro è il tema attorno a cui s’impernia la narrazione dell’omonimo romanzo di Hermann Hesse. Ma di cosa stiamo parlando nella sostanza? A volerla dire in breve si tratta di un atteggiamento culturale, di una predisposizione conoscitiva, di un'attitudine all'ascolto trasversale ad ogni forma del pensare e del sentire, di un auto-plasmarsi psicologico sulle affinità profonde comuni a tante dimensioni del reale.

Possono una sinfonia di Mozart o un bacio appassionato raccontarci la medesima sensazione? Un teorema di geometria sa evocare stati interiori simili a quelli che conseguono a certi “entusiasmi filosofici”? È possibile riconoscere in una persona cara la stessa “struttura affettiva" sperimentata in un film o in un grande romanzo?

Tutte le espressioni della realtà sono imparentate con ogni tentativo di tradurle in termini umanamente condivisibili. Vi sono architetture dell’animo che fanno da paradigma comune a tante dimensioni del conoscere. È un miracolo mirabile quando ci succede di coglierle, anche solo per una fuggevole intuizione.

Questo può portarci magari a scoprire che tener ordine in cucina, lavare i piatti, sono azioni assimilabili per armonia organizzativa a quanto richiesto al grande manager.

Non sempre è facile entrare in sintonia con tale vibrazione globale. Occorre rimanere sempre curiosi e aperti al suo flusso. La chiave di lettura si appalesa spesso all’improvviso, come una piccola folgorazione, anche se non la sapremmo dire.

È a quel punto che “…le luci ci guidano a casa e ci accendono le ossa, e qualcuno o qualcosa proverà a rimetterci in sesto…”.

[“...Lights will guide you home
And ignite your bones
And I’ll try to fix you…”
“Fix you” (2005) – Coldplay]

mercoledì 22 agosto 2018

E io cosa ti avevo detto?


Sul sempre più interessante “Eros e civiltà” di Herbert Marcuse, leggo:

“…[…] poiché la conoscenza dell’intera verità porta difficilmente alla felicità, questa anestesia generale rende l’individuo felice…”.

Un breve sobbalzo e penso: “Ma come? Eppure io questa cosa l'ho già sentita da qualche parte…”.

Aaahhh, ecco…è una cosa che hanno sempre detto i vecchi del mio paese, e in dialetto suona così: “…Al sta beñ al mónd parché al capésa’n cáss!…” (N.d.r. : “…Sta bene al mondo perché non capisce un cazzo!...”).

Ma pensa te! Ero circondato da svariati Marcuse e nemmeno lo sapevo...

lunedì 20 agosto 2018

Ai confini del non


Nella piccola jungla del grande godimento, ci abboffavamo senza ritegno dei più succosi frutti.

Li spiccavamo dai rami ormai flessi all’estremo, maturi da scoppiare, li frangevamo con mani febbrili, per cospargerci a vicenda i corpi di succhi e polpe scivolose.

Ce li mangiavamo addosso, senza interposizioni di pudore, ci nutrivamo del completo conoscerci, lasciandoci sfuggire, esterno a noi, soltanto il non più nulla da sapere.

Ma sul limitare della piccola jungla del godimento, incappammo nell’impervia cortina nera, liscia e fuggevole, eppur così duramente infissa nel terreno della realtà.

Era il muro della non risposta, che ci colse infreddoliti e separati, ciascuno adesso irrimediabilmente smarrito sul versante opposto.

Alle spalle, ogni frutto aveva perduto il suo sapore, perché maturava solamente per venir divorato sulla pelle dell’essere agognato.

Solo la parete di un marmo duro e nero ormai, davanti, anche gradevole da accarezzare, ma senza succo alcuno di bellezza.

sabato 18 agosto 2018