martedì 17 febbraio 2015

2 - Fisica maccheronica – Le particelle ombrello, o della salamanza corpuscolare


Per la seconda lezione di fisica maccheronica parleremo oggi dell’illusorietà dello scorrere del tempo e della “conseguente-precedente” apparenza del movimento nello spazio. Come sappiamo, sia la lunghissima tradizione filosofica occidentale, sia quella orientale, si sono occupate ampiamente del tema dello spazio-tempo. Possiamo dire che esso rappresenti la questione fondamentale di ogni filosofia o visione del mondo e della vita, proprio perché in qualche modo è l’argomento che sta a monte di tutto il resto. Lo spazio-tempo è il contenitore di tutto ciò che è reale: se non si parte chiarendo la natura del contenitore, difficilmente si potrà iniziare a parlare del contenuto.

La questione è anche una delle più appassionanti e strane proposte dalla filosofia. Ci viene detto che una delle cose più evidenti, anzi di fatto la realtà costitutiva per eccellenza di tutto ciò che ci riguarda, ossia il tempo, in realtà non esiste. Come si spiega la bizzarria di questo affascinante paradosso?

Limitandomi a fare alcuni cenni solo alla tradizione filosofica di casa nostra (quella orientale non la conosco abbastanza per potermi esprimere), il primo nome che viene alla mente a tal proposito è quello di Parmenide. Fu lui ad inaugurare la lunga dissertazione intorno alla paradossalità del divenire. Il concetto del trascorrere del tempo, implica che una parte dell’essere passi dal nulla all’esistenza e ritorni poi ancora al nulla. Si capisce subito (o quasi) che questo, dal punto di vista filosofico, è un assurdo. L’«essere» non può che esser sempre stato. Dal “nulla” non può provenire “un qualcosa” (a meno ce non si introduca il discorso della “fede” in una creazione, ma lì si esce dalla giurisdizione del filosofare). Allo stesso modo, “un qualcosa” non può ritornare ad un presunto “nulla”. A rigor di puntiglio filosofico, dunque, l’essere è eterno e immutabile.

Come si fa allora a far quagliare (se mi è concesso tale raffinato tecnicismo filosofico) tutto questo con il divenire, con lo scorrere del tempo, che invece ci appare così assillante, concreto e manifesto? Tutta la storia della filosofia, dopo Parmenide, si è arrabattata nel cercare di indagare il gran mistero del tempo, facendone la sua questione cardine. A partire da Platone, per spiegare la cosa, si è fatto grosso modo leva su una sorta di illusorietà della dimensione spazio-temporale: il tempo scorrerebbe soltanto nell’ambito della nostra limitata possibilità di averne contezza, ma sotto sotto, sarebbe solamente l’involucro esterno di un’essenza di fatto eterna. Molto bello, al proposito, questo passo del “Timeo” platonico, citato da Umberto Galimberti sul suo “Psiche e techne” (Feltrinelli – 1999):

«…Essendo la natura Vivente eterna, non era possibile adattarla perfettamente a ciò che è generato. Allora il Padre generatore pensò di produrre un’immagine mobile dell’eternità e, mentre costituisce l’ordine del cielo, dell’eternità che permane nell’unità, fa un’immagine eterna che produce secondo il numero, che è appunto quella che noi abbiamo chiamato tempo […] l’“era” e il “sarà” sono forme generate del tempo, che non ci accorgiamo di riferire all’essere eterno in modo non corretto. Infatti diciamo che “era”, “è”, “sarà”; invece ad esso, secondo il vero ragionamento, solamente, l’“è” si addice…».

La parola chiave è qui “immagine mobile dell’eternità”: questo sarebbe il tempo, nella suggestiva formula di Platone.

Poi di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, sono venuti tanti altri pensatori, fra i quali soprattutto Kant, che ci ha spiegato come il tempo sia connaturato al nostro “apparato conoscitivo”. Vediamo il mondo in modalità “spazio-temporale”, perché la nostra coscienza, per così dire, indossa costantemente un paio di occhiali dotati di lenti “spazio-temporali”, e mai se li può levare.

Anche Schopenhauer, in seguito, mutuando un’immagine dalla sapienza indiana, ci ha spiegato che il Tutto reale, di fronte agli occhi della nostra consapevolezza, sta costantemente avvolto dal “velo di Maya”, ossia una cortina di illusorietà, in grado di farci vedere intorno a noi soltanto un continuo divenire.

L’argomento è stato insomma sviscerato e indagato a dovere, ma lo straniamento dell’uomo della strada, alla fin fine, rimane tutto: com’è possibile sostenere che tutto sia eterno, mentre noi facciamo quotidianamente i conti con secondi, minuti, ore, giorni e blandizie simili?

Il dipartimento di fisica maccheronica di Gillipixiland azzarda in merito una sua umile ipotesi. Come si concretizzerebbe dunque questa illusorietà del tempo che scorre e delle cose che si trasformano, se, come ci hanno spiegato sin dai tempi di Parmenide, non ha senso dire che una cosa passi dal nulla all’essere e viceversa? Stando a quanto congetturato da noi fisici maccheronici, la spiegazione andrebbe ricercata nelle cosiddette “particelle ombrello”, responsabili del fenomeno della “salamanza corpuscolare”.

Un esempio può essere utile per illustrare il concetto. Quando muoviamo una mano nell’aria, siamo sempre stati abituati a pensare gli atomi che compongono la mano, spostarsi dalla loro posizione originaria, e andare a occupare lo spazio prima fatto solo di atomi di aria. Il movimento (e insieme ad esso il tempo, giacché il movimento, e dunque il divenire, sono l’essenza dello spazio-tempo), lo abbiamo sempre spiegato come una porzione di atomi (esempio quelli della mano) che va a sostituire un’altra porzione (esempio quelli dell’aria), nello spazio. 

La fisica maccheronica introduce tuttavia l’idea di “particella ombrello”. Si tratta delle più infinitesime quantità di «essere» eterno, immobile e immutabile, le quali, quando avviene il movimento, non cambiano posizione, ma solamente aspetto. Tornando al nostro esempio: non sono gli atomi della mano che spostano quelli dell’aria. E’ invece l’immagine degli atomi d’aria che assume l’immagine di atomi della mano (e viceversa), mentre la loro essenza intima rimane sempre la medesima. Sarebbe dunque solo questione di cambiamento di immagine, ma tutto rimarrebbe di fatto fermo. Non è l’atomo della mano, che prende il posto di quello dell’aria: l’atomo della mano assume soltanto l’immagine di quello dell’aria (e viceversa), ma entrambi rimangono sempre se stessi.

Questi mattoncini di base dell’«essere» eterno sono stati denominati “particelle ombrello” sempre sulla base di una congettura maccheronica. Si pensa infatti che nell’atto di mutare d’immagine, per offrire l’illusione del movimento nello spazio (a cui consegue l’illusione dello scorrere temporale), le particelle posseggano la proprietà di cacciare fuori dal loro infinitesimale corpuscolo, un paio di braccine, le quali, proprio nell’istante della mutazione d’immagine, si profondono nel più classico gesto dell’ombrello. E siccome nella vulgata gillipixilndese, il gesto dell’ombrello è conosciuto anche con l’espressione “fare un salame”, in omaggio alla terra della fisica maccheronica, tale fenomeno è stato denominato in seconda battuta come “salamanza corpuscolare”.

Si conclude così anche questa lezione di fisica maccheronica, la fisica divertente per grandi e piccini, che pur non essendo vera, fa ritornare tutti un po’ bambini.

6 commenti:

Marisa ha detto...

Questa volta sei stato più contorto della puntata precedente, sono argomenti se pur maccheronici faccio fatica a comprendere ma la particella ombrello è sempre di attualità e resiste a Parmenide, Kant e Shopenhauer.
Viva l'ombrello!

Alessandra Porruvecchio ha detto...

Questa fisica maccheronica mi da un'assoluta certezza....ora lo so!!!....risate sicure!!!!!Ahahahah!!!.Grazie!!!
:-)))))))

Gillipixel ha detto...

@->Marisa: ehehehhee...sei sempre troppo gentile a sorbirti i miei deliri, Mari :-) sì, alla fine probabilmente il succo del discorso è proprio quello che sottolinei tu: la particella che mette fuori le braccine e ombrelleggia tutti è un simbolo di saggezza senza tempo :-)

Grazie del simpatico commento :-)

Bacini corpuscolari :-)

Gillipixel ha detto...

@->Alessandra: ahahhaahah :-) perfetto, Ale, è proprio quello il compito di noi fisici maccheronici: trasmettere la particella infinitesimale del sorriso, che reagendo con l'umore del lettore, induce un gradevole sollevamento dei bordi della bocca, che riflettendosi nell'animo procura un piccolo moto di benessere interiore :-)

Bacini e riso :-)

Giovanna ha detto...

Particelle stiliste sono... però non capisco la ragione del gesto. Saluti dai banchi delle medie

Gillipixel ha detto...

@->Giovanna: hai ragione, Giovanna :-) ho dato troppo per scontato quella parte...il gesto si spiega col fatto che le particelle si fanno beffa di noi, che crediamo ancora nel tempo e nel movimento attraverso lo spazio :-) è una benevola presa per fondelli dell'infinitamente piccolo :-)

Ci vediamo nel corridoio all'intervallo...io prendo il solito toast con la mortadella dall'omino dei panini :-)

Bacini del primo trimestre di seconda media :-)