Ho esitato a lungo prima di affrontare il tema del quale “avrei” voluto parlare oggi. La residua contorsione condizionale è dovuta al fatto che non sono ancora ben sicuro di cosa andrebbe detto (se mai qualcuno lo saprà…). L’episodio è abnorme, straziante, sfiora picchi di disumanità inenarrabili. Ne avrete sentito parlare tutti: la strage dei bimbi in quella scuola del Connecticut.
Di fronte ad overdose di efferatezza simili, in effetti, il silenzio, il rispetto per il dolore, la riflessione muta, l’astensione dal giudizio, dovrebbero essere le reazioni immediate più consone. A maggior ragione, dovrebbero esserle da parte di chi, come me, non è un esperto sociologo, psicologo, psichiatra e così via, e nemmeno un conoscitore sufficientemente profondo di fenomeni storici, o della realtà che ha fatto da sfondo alla tragedia. Il rischio di incappare nel classico proclama da “Bar sport” è troppo elevato, soprattutto in casi come questo.
Ma anche tenendo presente tutte queste precauzioni, non si può mai spegnere quella voce interiore di fondo, che spinge ad interrogarsi. Perché? Com’è possibile arrivare ad estremi di questo genere? C’è una qualche ragione rintracciabile, oppure tutto è dovuto solamente ad una deprivazione totale di senso, allo smarrimento di qualsiasi significato possibile, alla perdita definitiva di qualsivoglia motivazione che stia alla base dell’espressione “essere umano”?
Cercherò allora di portare solo alcuni spunti di riflessione senza pretesa, soprattutto avvalendomi dell’aiuto di “contributi” più autorevoli del mio.
Chi ha voce in capitolo, chi conta qualcosa, chi ha in mano le leve per poter influire sulla situazione, in forma di immediata risposta ha focalizzato, come “nemico sociale” più immediato, l’eccessiva facilità della diffusione delle armi negli Stati Uniti. Certo, questo è un aspetto molto importante, non lo si può negare, per molti versi le sue implicazioni sono gravissime. Ma paradossalmente, anche nella sua gravità estrema, rimane pur sempre una questione “di superficie”. Se gli Stati Uniti vogliono impegnarsi a superare davvero questa “magagna esistenziale” che covano in seno, è esattamente da lì che devono partire per impostare una riflessione: dal proprio seno, ossia, detto fuori di metafora, dalla loro anima comunitaria, dalla loro psicologia sociale, dalla loro interiorità collettiva.
Gli Stati Uniti sono la nazione che più di tutte, fra quelle cosiddette occidentali, si è votata alla causa della “rivoluzione tecnico-scientifica”. In misura quasi fideistica, viene da dire. Il punto nodale problematico risiede appunto nel fatto che l’identità degli Stati Uniti si è formata sulla base di una visione tecnica del mondo praticamente esclusivista. E’ sempre sbagliato generalizzare, ma tendenzialmente si può affermare che negli Stati Uniti la realtà sia intesa in preminenza come fatto tecnico, misurabile, quantificabile. Da qui si spiega, ad esempio, l’ipertrofica “economicizzazione” di quella società, l’elezione della quantificazione monetaria a guida esistenziale (ripeto: le generalizzazioni argomentative sono sempre pericolose, ma il dato a cui mi riferisco è una “realtà prevalente” sotto gli occhi di tutti, in quel Paese).
Quando Galileo Galilei, padre della scienza moderna, pronunciò la celeberrima frase assumibile come sintesi suprema del suo pensiero, ossia: «…la natura è scritta in linguaggio matematico…», non intendeva certo affermare che i numeri possono spiegare tutto. Galileo era ben conscio del fatto che al di fuori della “giurisdizione dei numeri” rimaneva tutta una sequela di questioni fondamentali riguardo alle quali la scienza non poteva pronunciarsi. Ecco, proprio su questo equivoco sembra invece poggiare la moderna “fede” nella tecnica, di cui gli Stati Uniti sono i massimi sostenitori: conta solo e soprattutto ciò che risulta quantitativo e misurabile. Il problema è che così concependo il mondo, rimangono scoperte tutte quelle altre questioni fondamentali, delle quali Galileo non si era potuto occupare, non per disinteresse, ma per riconosciuta limitatezza dell’ambito di pertinenza della scienza.
La questione si fa poi particolarmente spinosa sul piano dell’indagine dei valori psicologici. Se quello che conta sono soltanto gli aspetti quantitativi e misurabili della personalità dell’essere umano, si nega l’esistenza parallela di tutto un immenso ambito interiore che sfugge alla oggettivazione e alla quantificazione scientifica. Una “massa oscura e sommersa” la chiamerei, che è stata definita in varie maniere dalle diverse tradizioni di studio psicologiche (inconscio, Es, Id, e altre ancora che magari non conosco), un’entità particolarmente complessa e nascosta, a partire in primo luogo proprio dalla sua inafferrabilità e problematica “narrabilità”.
Illuminante in tal senso è il seguente passo, che introduco un po’ anche come punto della situazione del mio discorso:
«...Il razionalismo che scaturisce dalla scienza, oltre a essere uno dei fattori principali della “massificazione” dell’uomo, toglie alla vita individuale le sue basi e con ciò la sua dignità. In questo modo l’uomo ha perduto la sua individualità quale unità sociale ed è diventato un numero nella statistica di un’organizzazione. La sola parte che può ancora svolgere è quella di un’unità fungibile e infinitesimale. Viste dall'esterno e razionalmente, le cose stanno proprio così e, da tale punto di vista, diventa addirittura ridicolo parlare ancora del valore e del significato dell’individuo; anzi, non si riesce ad immaginare come mai si sia potuto assegnare tanta dignità alla singola vita umana, quando la verità del contrario è tanto palese...».
“Presente e futuro”
Carl Gustav Jung – 1957 (citato in: “La casa di psiche”, Umberto Galimberti – 2005)
Non a caso negli Stati Uniti si sono formate scuole psicologiche come il “comportamentismo” e il “cognitivismo”, che pongono proprio sull’atteggiamento tecnico le proprie basi conoscitive del fenomeno psichico. A riguardo del comportamentismo, leggo su Wikipedia:
«...La mente viene quindi considerata una sorta di black box, una scatola nera il cui funzionamento interno è inconoscibile e, per certi aspetti, irrilevante: quello che importa veramente per i comportamentisti è giungere ad un’approfondita comprensione empirica e sperimentale delle relazioni tra certi tipi di stimoli (ambientali) e certi tipi di risposte (comportamentali)...».
E ancora, ci spiega il filosofo Umberto Galimberti:
«...il cognitivismo [...] invita ad aggiustare le proprie idee e ridurre le proprie “dissonanze cognitive” in modo da armonizzarle all’ordinamento funzionale del mondo; il comportamentismo ad adeguare le proprie condotte, indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee che, se difformi, sono tollerate solo se confinati nel privato e coltivati come tratto “originale” della propria identità, purché non abbiano ricadute pubbliche. Si viene così a creare quella situazione paradossale in cui l’”autenticità”, l”essere se stesso”, il “conoscere se stesso”, che l’antico oracolo di Delfi indicava come la via della salute dell’anima, diventa, nel regime della funzionalità dell’età della tecnica, qualcosa di patologico, come può esserlo l’esser centrati su di sé (self-centred), la scarsa capacità di adattamento (poor adaption), il complesso di inferiorità (inferiority complex). Quest’ultima patologia lascia intendere che è inferiore chi non è adattato, e quindi che “essere se stesso” e non rinunciare alla specificità della propria identità è una patologia...».
“La casa di psiche”
Umberto Galimberti – 2005
Anche se sono partito prendendo il discorso molto alla larga, non so se pure voi a questo punto, cari amici viandanti per pensieri, iniziate a sentire odore di affinità fra queste citazioni e la fattispecie del doloroso episodio dell’uccisione dei bimbi del Connecticut. Senza voler dedurre automatismi di causa-effetto eccessivamente semplificatori, si può tuttavia formulare la seguente ipotesi di riflessione: una società che nega, o ignora, il suo inconscio, ossia rinuncia ad indagare la genuinità più profonda del proprio essere (coi suoi lati problematici e contraddittori, anche), non fa altro che porre le basi affinché questo inconscio prima o poi esploda clamorosamente in manifestazioni incontrollate.
Ascoltiamo ancora Galimberti:
«...Se “alienazione” significa allontanamento […] dell’uomo da sé, forse non c’è alienazione più grande di quella che oggi l’uomo patisce sotto il potere incontrastato della scienza. Sembra infatti che la crisi del nostro tempo, a cui la fenomenologia e l’esistenzialismo tentano di reagire, consista proprio nel pericolo che l’uomo appartenga alla scienza più di quanto la scienza non appartenga all’uomo, e, da metodo escogitato dall’uomo per l’interpretazione della natura, la scienza assurga al livello di indiscusso a priori esistenziale in grado di decidere il modo umano di vivere e di pensare, e quindi, in senso profondo e crudelmente letterale, che l’uomo “perda la sua mente”...».
Lo stesso Sigmund Freud aveva già intuito il fenomeno:
«...ci sovrasta il pericolo di una condizione che potremmo definire “la miseria psicologica della massa”. Questo pericolo incombe maggiormente dove il legame sociale s’è stabilito soprattutto attraverso l’identificazione reciproca dei vari membri […] La presente condizione della civiltà americana potrebbe offrire una buona opportunità per studiare questo temuto male della civiltà...».
“Il disagio della civiltà”
Sigmund Freud -1929 (citato in: “La casa di psiche”, Umberto Galimberti – 2005)
E sempre affidandomi ad Umberto Galimberti, traggo una conclusione provvisoria al mio parziale discorso:
«...Come espressione più alta della civiltà della tecnica, l’America non è solo una nazione, ma la forma di una nuova antropologia, dove l’uomo non si riconosce se non come funzionario della razionalità tecnica. Nata per superare la distanza che intercorre tra il bisogno e la sua soddisfazione, nata per rendere presente l’assente, la tecnica, oggi, trattando ogni scopo come mezzo per uno scopo ulteriore, ha a tal punto dilatato la distanza da render presente solo l’assenza degli scopi ultimi, e la psiche umana, che era in grado di riconoscere se stessa all’interno di un orizzonte di senso, vive percorsa solamente dall’angoscia di sopprimere la distanza che la separa da quell’orizzonte che, nell’età della tecnica, appartiene solo al repertorio della sua memoria, di cui l’Europa forse, e ancora non si sa fino a quando, resta l’ultima debole custode...».
Insomma, cari amici viandanti per pensieri, alla fine non so se facevo meglio a starmene zitto, su questo tema, oppure se vi ho propinato solamente le ennesime chiacchiere da bar raffazzonate. Però, almeno una cosa me la riconoscerete: il bar in cui vado io, non si può certo dire che sia frequentato soltanto dai soliti quattro ubriaconi.
Nella sua mansuetudine sconfinata, Ermirio il libraio provava nostalgia per ogni cosa. E non così, per modo di dire. Ermirio rimpiangeva letteralmente ogni attimo vissuto, affondasse esso le radici nei lontani territori dell’infanzia, oppure fosse trascorsa solo mezza giornata dall’accadimento in questione. Ogni altra persona di sensibilità media, sarebbe uscita distrutta, nella mente e forse anche nel fisico, da una simile prova. Struggersi con immancabile regolarità per il gusto di un gelato assaggiato nel pomeriggio; sdilinquirsi per la tormentosa inafferrabilità di uno stormire di rami in fiore, ammirato soltanto due ore prima; sentire già la mancanza di una chiacchierata con un amico, nell’attimo stesso del dirsi ciao. Una sensibilità di ordine superiore ricalca il precorso di un treno superveloce, lanciato nel suo folle abbrivio contro il muro buio della notte. E’ lo schianto rovinoso, ad attenderla, nel peggiore dei casi. Oppure il riscatto insperato, nella scoperta di un equilibrio dell’animo inventato da zero.
Grazie alla saldezza instabile edificata sulle fondamenta della pazienza emotiva, Ermirio aveva saputo poetizzare in forma di privilegio il suo modo di riandare con malinconia ad ogni frammento passato, approdando ad un libero equilibrio spirituale. I libri gli erano stati di grande aiuto, in questo. Ermirio non poteva che finire per trovare nei libri la propria dimensione. Nei libri, la nostalgia si nutre di una ciclicità tutta propria. Il verificarsi di un fatto narrato è al contempo presente al lettore e già trascorso nella fantasia di chi ha scritto. Il lento dipanarsi delle parole sulla pagina, spariglia la logica del rimpianto. In quello spazio-tempo inchiostrato, i conti dell’inventario fra gli istanti vissuti e quelli da vivere, felicemente e finalmente non tornano. Nella lettura, l’impotente e trasognata ammirazione per tutto quanto è già accaduto per sempre, traspira dalle righe definitivamente compiuta, non necessita di rielaborazioni faticose, come nella vita vissuta. Ciò che esce dalle pagine di un libro è nostalgia pronta all’uso. L’ideale per far sentire ad Ermirio il soffuso sapore dell’esclusività pregiata, nell’altrimenti inquietante sua disposizione a percepire gli eventi.
Sdrucilla era invece aiuto-libraia di Ermirio ed aveva un segreto. Terribile ai suoi occhi, ma, come tanti misteri angosciosi che attanagliano l’animo umano, praticamente innocuo per il resto dell’universo. Questo segreto accompagnava i suoi giorni, creando barriere invisibili fra lei e gli altri. Sdrucilla teneva nascosto il proprio segreto con estrema cautela, e tuttavia le manifestazioni di esso potevano irrompere a sorpresa nella sua vita, accecate d’involontaria indifferenza per l’umano modo di appiccicare significati a persone, cose ed eventi. I libri si erano inevitabilmente incontrati anche con Sdrucilla, recandole tutto il loro carico di infinito. Nei libri, non c’è ostacolo alla fantasia, ogni significato è percorribile con dignità. Fra le righe di un libro, l’eccezione più insignificante e bizzarra può anche ergersi a legge rispetto a tutto il resto. La singolarità, l’essenza del diverso, il diritto all’unicità: sono valori puri ed inestimabili, nel momento in cui passano a nutrirsi dell’etereo ed incontenibile humus della parola stampata.
La libreria di Ermirio era un luogo per anime appartate. Non aveva un gran giro di clienti, però tutti lettori presi dalla passione di lasciarsi attraversare nell’intimo dalle parole. Il negozio si presentava con una vetrina discreta, un invito riguardoso ad entrare. Ermirio e Sdrucilla, pur conoscendosi da poco tempo, formavano una coppia di lavoro affiatata ed armonica. L’uno timoroso di non dare troppo a vedere la sua propensione di nostalgico ad oltranza, l’altra arroccata fra le mura del proprio segreto, non si erano finora esposti più di tanto vicendevolmente. Tacitamente si ammiravano, frenati però dal non voler pesare sull’altro con la propria interiorità labirintica.
Un giorno in libreria, verso l’ora di chiusura, non c’erano clienti e Sdrucilla approfittava per sistemare dei volumi. Ermirio la stava ad osservare alle spalle, ammirando quelle movenze aggraziate che gli erano divenute ormai familiari. Sdrucilla indossava un paio di jeans che foderavano alla perfezione la grazia generosa delle sue rotondità. Chinandosi per sollevare da terra due tomi ponderosi, nello sforzo accadde ciò che lei non avrebbe mai voluto. Dal centro preciso di quei due mappamondi fasciati in tessuto blu, Ermirio, quasi più che sentirla, vide letteralmente uscire un’entità acustica. La vide udendola. E non sapeva se credere meno ai suoi occhi oppure ai suoi orecchi: era una delle sonerie di telefono cellulare più diffuse e martellanti che ammorbavano ogni angolo della città. Il mistero di Sdrucilla si era sonoramente auto-svelato nel momento più improvvido e nella maniera meno opportuna. La sviluppo stravagante della sua fisiologia si era evoluto in modo che i normali rumori emessi da tutte le altre persone come fastidioso sfogo aereo del corpo, in lei si trasformassero nei suoni più diversi della modernità. E siccome la sorte è veramente capace di produrre squisita ironia, quando ci si mette d’impegno, la singolarità di Sdrucilla si era anche raffinata in maniera tale da far sì che, laddove molesti olezzi ristagnavano come esiti di quelle esternazioni gassose negli individui comuni, per lei questi si rivelassero invece come delicati profumi ed effluvi di essenze gentili.
Si può ben comprendere come la vita affettiva di Sdrucilla fosse stata crudelmente tarpata da quel non meglio classificabile difetto. A volte lei stessa non sapeva bene se valesse più la pena riderne o disperarsi. Oltre a qualche fidanzatino del periodo adolescenziale, soltanto una volta Sdrucilla si era abbandonata a vivere una storia di sentimento e passione completa. In quell’occasione si era affidata alla forza dell’incoscienza, pensando che le cose si sarebbero sistemate da sole, col tempo. Giunse persino a trascorrere una notte con il suo uomo dell’epoca, che sembrava in tutto e per tutto il più adatto per lei. La tradì il dormiveglia mattutino, nel corso del quale le era scappato un jingle pubblicitario inequivocabilmente squillante sotto le coltri. Lui le aveva sghignazzato in faccia con crudezza, e Sdrucilla non volle nemmeno approfondire se lo fece più per reazione isterica, o per cattiveria. Non poteva essere il suo uomo, se non era in grado di condividere la ridicola disperazione di lei, e non ne aveva più voluto sapere.
Di tono ben diverso era stata la reazione di Ermirio. Il viso trasfigurato, mentre lei ancora accovacciata si schermiva sprofondando il viso in un misto vertiginoso di vergogna, rossori ed occhi lucidi, Ermirio non aveva smesso di contemplarla ancora a lungo. Avevano speso attimi su attimi, interminabili e senza fondo, rimanendo nelle rispettive posizioni occupate sul punto del compiersi del fatto. Poi un’energia nostalgica di potenza inaudita si era impadronita di Ermirio: provava un irresistibile richiamo retrospettivo per l’insignificanza di quell’inconcepibile incidente, ad un grado di rimpianto mai assaporato così diffusamente dentro se stesso. Quella forza incontrollabile lo indusse a correre verso Sdrucilla, a farla alzare con gentilezza per abbracciarla tutta a sé, in una nuvoletta di essenza al mughetto ad avvolgerli nel loro tenero avvinghiarsi.
E Sdrucilla, toccata densamente nell’intimo, si sfogò raccontando tutto ad Ermirio, ed Ermirio si commosse con lei, rivelando a sua volta le proprie fragilità di campione della nostalgia. Ridevano di struggimento vicendevole, schioccandosi piccoli baci sui rispettivi sorrisi insaporiti di lacrime. Sino a non trovare più la forza di staccarsi l’uno dall’altra. Trascorsero la sera insieme, raccontandosi ancora mille fondamentali piccolezze, insaziabili di conoscersi, fino a notte fonda, e giusto un attimo prima di cedere alle lusinghe del sonno, Sdrucilla, quale inequivocabile testimonianza di una sensazione di fiducia sconfinata ormai acquisita, si sentì finalmente libera di lasciarsi sfuggire le prime note della sigla di Superquark. Finché il sopore non li colse insieme, cullandoli nella teporosa stretta di un refolo alla fragranza di lavanda, risalito ribaldo dall’oscurità per arrampicarsi sino alla sincerità dei loro nasi, ormai pronti ad odorare ogni segreto della vita.
Che i miti rappresentino tutt’altro che favolette innocue per bambini scemi, l’ho ribadito già in diverse occasioni. Nei miti sono custodite conoscenze molto remote, sia in senso cronologico, sia in termini interiori. Si tratta di una sapienza pre-filosofica e pre-razionale che merita ancora estrema attenzione da parte di noi moderni abitatori di un universo di senso prevalentemente fondato su orizzonti tecnico-scientifici.
Fra le “mancanze” umane più gravi, la cultura greca antica annovera un atteggiamento indicato con il termine «ubrij» (“hýbris”, se traslitterato in caratteri latini, da pronunciarsi: “hübris”). La traduzione letterale di “hýbris” non rende sufficiente giustizia alla profondità delle implicazioni concettuali di questa parola. Normalmente il termine viene reso in italiano con “tracotanza”, “arroganza”, “alterigia”. Ma andandolo a scandagliare con spirito d’indagine ermeneutico più raffinato, il termine “hýbris” si potrebbe tradurre con questa perifrasi: “tentativo di forzare la realtà ad essere qualcosa di diverso ed ulteriore (qualcosa di “snaturato”) rispetto alla propria essenza”.
I miti greci, in modo particolare quando passano attraverso il filtro della reinvenzione tragica, sono pieni zeppi di episodi nei quali la via della “hýbris”viene praticata dagli uomini. L'esempio più clamoroso lo ritroviamo nel mito di Prometeo (lo scaltro “Pro – meteo”, ossia colui che riflette “per – tempo”, “prima”), che in varie versioni del racconto tenta di ingannare a più riprese gli dèi, rubando loro la “conoscenza” e venendo punito col celeberrimo supplizio del rodimento del fegato da parte di una vorace aquila, organo che prontamente ricresce all’infinito, per perpetuare la terribile punizione.
Non poche soddisfazioni dettate da “stupore epifanico” derivano quando, facendo considerazioni incrociate su miti derivanti da tradizioni culturali abbastanza diverse e distanti fra loro, si riescono a cogliere affascinanti similitudini. A proposito di Prometeo ad esempio, un certo parallelismo è possibile evidenziarlo con la vicenda biblica di Adamo ed Eva, segnatamente nel passo in cui i nostri imprudenti progenitori mangiarono della mela dell’albero della conoscenza. Per aggiungere solo una battuta, lascio in questo caso libera interpretazione al lettore riguardo a dove si debba andare a leggere il parallelismo del rodimento di fegato, fra le righe dello svolgimento delle vicende umane successive al rodimento vero e proprio della mela da parte degli sventati proto-nonni.
Un’altra significativa associazione fra narrazione biblica e mito greco mi è venuta da farla recentemente. Di certo molte altre voci più autorevoli della mia avranno già sottolineato questa affinità narrativa e di contenuti, ma almeno lasciatemi gustare la piccola soddisfazione di esser giunto alle considerazioni che vi vado ad esporre, percorrendo i sentieri di una mia elucubrazione autonoma.
C’entra ancora la “hýbris”. Anzi, forse è uno dei più eclatanti casi di manifestazione di “hýbris” rinvenibile in tutti i miti greci. Mi riferisco alla famosa figura dell’androgino (o ermafrodito), narrata da Aristofane nel «Simposio» di Platone. Avrete già sentito citare questo racconto in millanta occasioni. Vi chiedo la cortesia di ascoltarlo ancora una volta da me.
Questi ermafroditi erano una sorta di super-uomini delle origini. In loro si condensavano gli attributi fisici e caratteriali di due persone odierne: erano al contempo maschio e femmina, avevano quattro gambe ed altrettante braccia, doppi organi genitali (uno per genere), due volti e così via. Possedendo in sostanza otto arti, i raddoppiati super-avi dell’umanità potevano muoversi molto rapidamente all’occorrenza, rotolando su gambe e braccia come fossero una palla e spostandosi ad alta velocità: «…Avevano una forza prodigiosa…» aggiunge Aristofane, «…nonché un’arroganza senza limiti, tanto che si misero in urto con gli dèi e quel che dice Omero […], che tentarono di scalare il cielo, va riferito a costoro…».
Giove e gli altri dèi, preoccupati per le mire espansionistiche degli arrampicanti androgini, si riunirono in consiglio per meditare sul da farsi. Al padrone di casa dell’Olimpo non sarebbe costato nulla lanciare un paio di lampi ben assestati, incenerendo quei prepotenti sul principio della loro scalata. Ma annientando gli uomini sarebbero venuti a mancare gli onori ed i sacrifici da essi tributati agli dèi (e sarebbe venuta a mancare loro anche una buona fonte di divertimento, aggiungo io...). Ecco allora che Zeus escogita una trovata decisiva per ridimensionare l’alterigia umana, pur senza estinguere la specie. Invia Apollo con l’incarico di tagliare di netto a metà gli androgini, di modo che tutto quanto avevano di doppio, se lo ritrovassero dimezzato, assumendo la foggia umana che ancora oggi ciascuno di noi si reca appresso. Apollo recideva a tutto spiano e da un singolo essere ne ricavava due. Ricomponeva poi il taglio e «...tirando la pelle, tutta verso quel punto che noi ora chiamiamo ventre, come chi fa per chiudere coi lacci una borsa, faceva una specie di groppo, che legava proprio in mezzo alla pancia, quello che noi chiamiamo ombelico...». Sempre per incarico di Zeus, a ciascuno dei nuovi singoli ottenuti ruotava nel contempo il viso di 180°, ossia rivolgendolo verso la parte del ventre, «...in modo che l’uomo, vedendosi sempre la sua spaccatura, diventasse più mansueto...».
Un’assonanza molto suggestiva con questo mito l’ho dunque rinvenuta nel racconto biblico, laddove si narra della torre di Babele. Anche in questo caso, gli uomini danno prova di grande arroganza, costruendo un edificio col quale minacciano di scalare il cielo. In similitudine col mito greco, la potenza “tracotante” che nell’androgino risiedeva nella sua unità di essere primigenio indiviso, nel caso del mito della torre di Babele viene trasferita all’elemento del linguaggio. L’umanità in possesso di un linguaggio universale unificato, nell’ambito dell’«economia del creato», rappresenta un fattore eccessivo di minaccia agli occhi di Dio, il quale considera: «...Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio delle loro imprese: nessuno potrà impedire tutto ciò che hanno meditato di fare...». Quali provvedimenti prende allora la divinità per affievolire l’usurpazione umana di ambiti che travalicano la sua essenza? Anche stavolta, entra in gioco una separazione, non fisica, ma comunicativa: «...Su, discendiamo e confondiamo la loro lingua, cosicché essi non comprendano più la lingua l’uno dell’altro...».
In apparenza le similitudini fra mito dell’androgino e torre di Babele finiscono qui. Ma a ben guardare, si possono afferrare ulteriori attinenze anche per quanto riguarda i rispettivi epiloghi di queste storie. Il mito greco si concludeva con queste parole: «...Da tempi remoti, quindi, è innato negli uomini il reciproco amore che li riconduce alle origini e che di due esseri cerca di farne uno solo, risanando, così, l’umana natura...».
Non succede forse un fenomeno simile anche con il linguaggio? Assieme all’inestinguibile sete di fusione esistenziale con un altro essere umano, ogni individuo non si porta dietro per tutta la propria esistenza una parallela sete di fusione linguistica con gli altri? O per dirla meglio: la pretesa di fusione esistenziale non passa anche attraverso la pretesa di fusione linguistica? Nel nostro “simile parlante” ci troviamo riflessi in misura maggiore di quanto non si possa verificare con chi utilizza una lingua straniera. E non mi riferisco solo al linguaggio inteso in senso stretto, letterale. Intendo, più in generale, ogni forma di linguaggio. Ciascuno di noi è sempre alla ricerca di chi parla e sa comprendere la propria stessa lingua. Due innamorati rinsaldano il loro legame con invenzioni linguistiche continue che vanno a costituire un proprio codice esclusivo. Lo stesso accade fra amici, oppure in altre cerchie affini sulla base di mille altre caratteristiche ed interessi comunicativi. Ogni gergo creato da gruppi di parlanti alla ricerca di quell’unità di linguaggio originaria, battezza nuove forme di complicità e di affinità elettiva fra individui.
E prima di concludere, cari amici viandanti per pensieri, vi lascio col poetico invito a compiere un delicato gesto simbolico. Date un’occhiata al vostro ombelico e vi accorgerete che in quel minimo incavo, oltre al ricordo della nostra remota condizione di essere completi, si può scorgere anche il riflesso in negativo di una piccola torre di Babele.
Narrai già in altre occasioni del mio rapporto, piuttosto conflittuale anziché no, con l’automobile, intesa sia come oggetto di uso quotidiano (meglio se mensile o annuale, per i miei gusti…), sia come distorto feticcio della modernità. I lettori più affezionati e di lunga data sapranno che per i miei spostamenti meccanizzati mi affido ai servigi di una normale “inutilitaria” targata 313 GT.
GT non vuol dire Gran Turismo, bensì Gattopoli, la provincia in cui Gillipixiland si trova (la geografia completa di Gillipixiland sarebbe la seguente: Gillipixiland, provincia di Gattopoli, regione di Pigronia, repubblica indipendente della Smutandovia).
La 313 GT non è mai stata un fulmine di guerra. Fa dignitosamente il suo dovere di portarti dal punto A al punto B, concedendoti di seguito anche l’omologo privilegio di rispostarti a ritroso da B ad A, con sufficienti requisiti di comfort. E questo è quanto da un’automobile ci si dovrebbe attendere, a mio modesto parere. Non “…che sia una cosa venuta / dal cielo in terra a miracol mostrare…”, come molti illusoriamente invece si lasciano convincere che dovrebbe essere, in messianica disposizione d’animo.
Ad ogni modo, non va negato che dietro al moderno “fenomeno automobile” si celino non a caso infiniti misteri. Fra gli arcani motoristici più eclatanti c’è sicuramente la grave forma di “svalutatio precox” di cui soffre il prodotto automobilistico. Una vettura costa fior di quattrini all’atto dell’acquisto, da nuova. Ma basta non tantissimo tempo per farla deprezzare in misura vertiginosa. Tanto che ad un certo punto del processo di svilimento valutario, si arriva quasi agli estremi di essere costretti a sborsare di nuovo dei soldi pur di liberarsi dell’ormai inutile fardello. Nel corso del cammin di sua svalutazione, tuttavia, accade un ulteriore portento misterico. Se malauguratamente incappi nella necessità di dover riparare un guasto (rigorosamente fuori dal periodo di garanzia, ovvio…), con annessa sostituzione di qualche pezzo, ti accorgi con sommo stupore di come le “parti” del tuo mezzo non stiano seguendo più il destino del “tutto”. Beffardamente, loro sì, mantengono l’altissimo valore d’origine, anzi, riescono addirittura a sopravanzarlo di brutto, mentre la macchina nella sua totalità si declassa a precipizio. Tanto che, considerando una ipotetica sommatoria dei pezzi conteggiati ad un prezzo “da riparazione”, credo ne deriverebbe un valore molte volte superiore a quello sborsato al momento dell’acquisto del loro blocco intero, ossia dell’auto stessa.
In pratica, accade che i singoli fattori si ribellano alla loro rispettiva unità di riferimento, la parte non ubbidisce più al tutto, lasciandoti lì, fessacchiottisticamente basito, a non poter far altro che prenderne atto con “consumistica” rassegnazione. E col consumismo non si scherza, si sa. Lo puoi irridere, te ne puoi lagnare, puoi applicare piccoli accorgimenti difensivi, lo puoi persino sbeffeggiare, ma alla fine le sue leggi prevalgono e, più o meno consapevolmente, devi chinare il capo. E anche queste sono soddisfazioni.
A meno che non s’inneschino talvolta delle piccole aporie, degli inusitati mini-bachi insinuati nel sistema, i quali, pur non avendo la forza di trarti fuori dall’ingranaggio tritatutto, perlomeno possono recarti alcuni attimi di svagata micro-rivalsa. Inutile ai fini pratici, certo. Ma almeno recante lieve soddisfazione sotto il profilo poetico esistenziale.
Com’è capitato appunto a me con la 313 GT. Se GT non significa Gran Turismo ci sarà un motivo. Qualche piccola magagna, nel proprio panorama di fornitura del comfort viabilistico, la 313 GT non me la risparmia di certo. In particolare, ho scoperto qualche tempo che è debole di fiato. La ventolina che serve a fare aria calda d’inverno e fredda d’estate, dispone di quattro velocità. Sino al livello 3, la 313 GT può anche reggere, ma se ti azzardi a pretendere la gran sfiatata a quota 4, pufff!!! Si annulla finanche il benché minimo refolo d’aria.
Quando m’accadde per la prima volta di ritrovarmi al volante della 313 GT compassionevolmente sfiatata, proprio in virtù dei ragionamenti poc’anzi elucubrati, mi preoccupai alquanto. Stai a vedere, mi dicevo, che adesso mi tocca cambiare la ventolina, pagandola a peso d’oro, neanche fosse un cilindro della De Soto di Howard Cunningham in Happy Days…
Invece no. Il difetto era meno grave del paventato. Di fatto, grazie anche alla cooperazione di un elettrauto onesto (e questo va rimarcato), si venne a scoprire che la ventolina poteva ancora reggere dignitosamente il colpo, ma andava semplicemente sostituito un piccolo fusibile. Fu il buon uomo stesso ad ammonirmi di non sforzare mai la ventolina oltre la velocità 3. E con 5 euro me la cavai.
Potete immaginare che dimenticarsi, guidando sopra pensiero, dell’inviolabilità suprema del grado 3 di soffiatura della ventolina, sia un attimo. Per cui in seguito è successo di nuovo: ho inavvertitamente sospinto la ventolina alla sommità estrema del cimento eolico, ritrovandomela puntualmente muta ancora una volta. Sono tornato dallo stesso elettrauto, il quale mi ha praticato il solito mini rappezzo del fusibile, segnalandomi stavolta che se avessi voluto ovviare in maniera risolutiva all’inghippo, avrei dovuto cambiare la ventolina, con esborso superiore ai 100 €. Come volevasi dimostrare.
Ho detto che ci avrei fatto su un pensiero, e “messer lo conoscitor cortese di batteria et spinterogeni” stavolta non ha voluto nemmeno un centesimo, accennando al fatto che magari ci saremmo rivisti se mi fossi deciso a cambiare tutta la ventolina. Le cose non sono andate così. Pur avendo apprezzato al massimo l’onestà di quel rispettabilissimo lavoratore, un po’ per pigrizia, un po’ perché del grado 4 di sfiatate della 313 GT potevo anche benissimo fare a meno, non sono più tornato in quella officina. Ma lo sfiatamento della ventolina, per un'altra botta di sbadataggine, si è riproposto immancabile. Stavolta sono andato da un altro elettrauto, per vari motivi. Anche qui sono cascato bene: addirittura non ha voluto niente per il fusibile, reputando il tutto un’inezia di intervento che mi elargiva volentieri gratis. Ringraziando di cuore, me ne sono andato più soddisfatto che mai e quasi fiero della mia ventolina un po’ asmatica.
«…Alla fine avrai imparato la lezione, piantandola una buona volta di svalvolare smodatamente la ventolina fino a velocità 4?...», mi domanderete voi a questo punto. Mi piacerebbe rispondervi che sì, ormai l’ammaestramento m’è stato sufficiente, ed invece “sì e no” mi tocca dirvi. Un po’ perché non posso garantire di non incappare in futuro in altre disattenzioni, un po’ perché le vie delle ventoline deboli di bronchi sono davvero infinite. Lo sbiellamento ventilatorio si è infatti materializzato di nuovo pochi giorni fa. Per causa sempre mia, anche se non propriamente diretta, stavolta. Ho dovuto prestare la 313 GT a mio fratello, e la dimenticanza si è trasferita dall’atto puro del ruotare io di persona la rotella della ventolina, al fatto di non aver segnalato a lui quell’automobilistica fragilità polmonare. E zac, puntuale come un orologio svizzero, mio fratello ha messo la rotella a 4, e la ventolina si è ri-sfiatata. Terzo elettrauto e quarto fusibile: è andata bene nuovamente, molto gentilmente pure lui non ha voluto una ghinea per il suo nobil servigio.
E’ stato così che la buffa sequela di mini-vicissitudini para-consumistiche protratte nel tempo mi ha fatto riflettere. Assodato che prima o poi nello sfiatamento della ventolina ci si ricade (chissà, magari succederà in un’altra occasione che lascerò la macchina accesa con la portiera aperta ed un gatto salirà furtivamente, andando pigiare proprio la ventolina sulla velocità 4; oppure sarò preda di una scarica di tic compulsivi stile Charlot in «Tempi moderni», che mi costringeranno a ruotare la rotella dell’aria al massimo; oppure per mille altre mirabolanti cause inimmaginabili allo stato attuale…), ho allora pensato che se arriverò a far cambiare un 8mila o 9mila fusibili circa, da altrettante differenti officine di elettrauto, avendo la fortuna ogni volta di poter godere della gratuità, alla fine mi sarò ripagato l’intera 313 GT come fosse nuova, per il controvalore equivalente calcolato in fusibili. E se pur così facendo, il consumismo non lo avrò sconfitto, si saranno fatti ad ogni buon conto non pochi sorrisi.
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Vi ricordo che quasi tutti i venerdì, questo mia variegata paginetta si gemella con il caro blog amico di Kika, la quale vi riveste con grande maestria i soggetti femminili di quadri storici, mentre il vecchio Gillipix indaga fra i volti della modernità, alla ricerca di insospettate somiglianze fisiognomiche. Tutto questo in:
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