giovedì 29 gennaio 2009

Analfa Style Collection


Volevo sentire il rumore che fa un blog quando tocca il fondo, così vi annuncio che la "Andarperpensieri Bas Couture" è orgogliosa di presentare il primo vestito firmato da uno stilista analfabeta. Prenota oggi stesso il tuo capo firmato Analfa (è disponibile la collezione "non ci sono più le mezze stagioni"). E ricorda:

Analfa: sulla moda ci tira una croce!

Ah...dimenticavo: il blog ha fatto questo rumore: TONF!!!

Linus Van Gillipelt

(Il più brutto fotomontaggio dal dagherrotipo ad oggi: di Gillipixel)

Il mondo di Charlie Brown possiede una universalità poetica nella quale credo ciascuno possa ritrovare almeno un tratto della propria personalità, dei propri atteggiamenti, delle proprie fissazioni.
Se dovessi paragonarmi ad uno dei personaggi dei Peanuts, sarei indeciso fra Charlie Van Pelt e Linus Brown.
No, non sto facendo confusione.
Il fatto è che per scovare fra quei teneri bambinetti esistenzialisti un tipo umano che possa assomigliare al mio, si dovrebbe fare una fusione dei caratteri del simpatico crapetta-pelata e del mini-nevrotico infagiolato davanti alla tele.
Rimanendo però sull’immagine di Linus, esiste una sua tipicità che sento anche tutta mia: l’attaccamento alla copertina di lana. Ovviamente la cosa non si è specificata nel mio caso negli stessi precisi modi di Linus. Un personaggio diventa infatti un vero e proprio “tipo narrativo” quando la sua portata poetica è talmente ampia da riuscire ad includere moltissimi particolari esistenziali individuali, pur senza riprodurli pedissequamente.

Un atteggiamento da copertina di Linus, io l’ho sempre avuto con indumenti, scarpe ed ammennicoli anti-nudistici vari. Oggi sono un po’ cambiato, ma la mia essenza sostanziale rimane ancora.
A causa di un misto di pigrizia, senso agorafobico del vestiario e titubanza verso il cambiamento, ogni volta che c’è da comprare un nuovo accessorio da indossare, tendo a cadere in un labirinto immobilista stile “Soviet Supremo della mutanda vecchia”.
Di riflesso a questa cosa, quando comincio ad affezionarmi ad una braga, una maglietta, una sciarpa, una scarpa o simili, userei sempre quelle e le porto fino a sfiorare livelli d’usura raggiunti forse solo coi vestiti dei manichini usati nei crash-test.

Il mio capolavoro “linusiano” lo raggiunsi però con un giubbetto divenuto in pratica il mio “alter ego” per lungo tempo. Era fatto sulla foggia dei giubbetti da college americano, simile a quelli che indossavano Richie o Potsy in Happy Days, però con alcuni dettagli leggermente più seriosi, tipo la tinta (blu, con le righine dei polsini e del colletto alternate rosse) e una foderina interna bianca in simil-raso o falsa-seta, che dava quel tocco pacchiano sulla pelle, quindi non visto all’esterno.
La mia affezione per quel giubbetto si sviluppò oltremisura. Lo mettevo a scuola, lo mettevo per fare due tiri a basket al campetto, lo mettevo in bici e a piedi, lo mettevo dal lunedì al sabato, mentre la domenica invece lo indossavo, lo indossavo per Natale, Pasqua e tutte le feste comprese fra oltre una decina di autunni ed altrettanti inizi primavera. L’ho misi tanto che era divenuto super-familiare anche ai miei amici.
Non ne ho mai approfittato perché sono rispettoso della dignità umana dei giubbetti, ma arrivato ad un certo punto, le volte che non me la sentivo di uscire di casa, al mio posto avrei potuto mandare in giro lui, che di certo aveva ormai acquisito una personalità ben più spiccata della mia.
In quel periodo poi, quando magari ero lì insieme agli amici e non mi andava tanto di parlare, loro non mi giudicavano il solito asociale di sempre, perché tanto c’era il mio giubbetto che faceva la mia parte di compagnia.
Eravamo una bella copia insomma, io e il mio giubbetto.
Fino alla sua malinconica uscita di scena. Si sa che le peggiori nemiche della “linusità” sono le mamme. Loro non sanno cogliere l’anarchica poeticità insita nel portare gli stessi jeans per un mese filato, l’indomita fierezza del calzino che mostra senza sprezzo del pericolo il ditone ribaldo.
Avevo difeso strenuamente il mio giubbetto attraverso gli assalti delle mode stagionali, e soprattutto l’avevo tutelato dalle pretese materne di rottamazione in cambio di ben più borghesi e prosaici paletot o loden.
Ma venne l’epoca della terribile guerra dei Balcani e con essa una raccolta benefica di indumenti usati organizzata dalla Caritas a favore di quei popoli martoriati. Mia mamma colse la palla al balzo, e pensò bene di unire al gesto umanitario anche un gesto di svecchiamento guardaroba filiale.
Fu una di quelle volte che andai più vicino al correre nell’ufficio competente per la rinuncia della “matria potestà”, causa violazione dei diritti umani di giubbetti anziani. Mi consolò il fatto che, se c’era un po’ di buono in quel giubbetto, andava a finire in un posto in cui ne avevano davvero bisogno.
E fu così che, nonostante la rinnovata attenzione mia e dei miei amici per tutte le edizioni dei diversi tg, metti il caso fosse capitato di vederlo indosso a qualche miliziano serbo o bosniaco, del mio giubbetto non seppi più nulla.
Spero solo che in quel mare di disperazione e di male, abbia portato almeno un briciolo della bontà bislacca che di solito la gente mi attribuisce.

lunedì 26 gennaio 2009

Verità ambrate di mito

(Trash-montaggio di Gillipixel -
del quale Gillipixel medesimo
si vergogna sommamente,
con la parziale scusante di non
aver potuto nulla di fronte
all'irrefrenabile anima
trash-agreste che si ritrova)

Siccome ogni minaccia è debito, vorrei mantenere la promessa fatta sul limitar del precedente scribacchiamento ed aggiungere un elemento di riflessione personale a proposito della forza conoscitiva del mito.

Pare insomma che il mito inglobi la "verità" come un pezzo d'ambra fa con gli insetti o altre piccole porzioni di vita, fermandole nel tempo. In modo analogo, il mito "congela" le verità esistenziali in una dimensione che in qualche misura ce le mostra ponendocele dinnanzi, pur lasciandole imprigionate in una sostanziale inafferrabilità diretta.
Vedete che a tentare di parlare del mito si finisce per avvoltolarsi in circonvoluzioni di senso, praticamente impossibilitati ad uscire dallo spirito labirintico che è proprio del mito stesso.

Ed ecco che qui si inserisce la parte mia personale di riflessione che vorrei aggiungere al discorso. Pensavo in questi giorni in particolare ad un elemento narrativo che ricorre in diversi miti: la proibizione di osservare l'oggetto del proprio desiderio (che poi è sempre un soggetto, almeno per gli esempi che mi ricordo).
Succede nel mito di Amore e Psiche: l'intesa amorosa fra i due può sussistere finché Psiche si attiene al patto di non pretendere di guardare mai l'amato direttamente.
Succede ad Orfeo disceso nell'Ade per riportare nel regno dei vivi l'amata Euridice, alla condizione di condurla per mano lungo il tragitto, senza girarsi ad osservarla in volto. Orfeo cade nella tentazione voltandosi indietro, ed Euridice sfuma di nuovo irrimediabilmente fra le ombre dell'Ade.
Succede in un certo senso anche a Narciso, che si "danna" osservando l'immagine di se stesso nello specchio d'acqua (anche se forse questo è un esempio meno pertinente per il mio discorso).

Se diamo dunque per buoni gli assunti posti sinora (e io li darei per buoni, già che sono nelle spese), dietro al velo narrativo del mito ci dev'essere una qualche verità profonda.

E non ve lo saprei spiegare in modo chiaro e lineare (altrimenti non ci sarebbe bisogno di ricorrere al mito), ma questo non poter osservare il “tema” del proprio desiderio direttamente “in volto”, mi pare di averlo percepito spesso. L’ho percepito in una sensazione vaga e soffusa, e quello che mi sembra di aver subodorato nella mia esperienza è che più ci si sforza di rinfocolare un desiderio, più lo si carica di speranze, più lo si blandisce, più ci si trastulla in una vagheggiata prospettiva di concretizzazione, insomma più lo si tiene bello e fisso di fronte alla propria considerazione costante, e più quel vigliacco stenta a realizzarsi, sfugge, si auto-rimanda, si trasforma nel nostro tormentone in perpetua dilazione.
Il desiderio allora non lo puoi guardare negli occhi, ma pur sapendo che nel tuo intimo esso continua a persistere, lo devi abbandonare così, ungarettianamente "come una cosa posata in un angolo e dimenticata".
Più si tiene alla realizzazione del desiderio, più gli si deve passare accanto quasi ignorandolo, trattandolo come la lettera rubata di Poe. Pur sapendolo lì sul tavolo, banalmente alla portata della tua “vis desiderandi” (se mi passate questa latinata in italiacano, questo sformato di maccheroni latini), bisogna fare finta che non ci sia, quasi snobbarlo, e forse un giorno, quando meno te lo aspetti, ti accorgi che si è realizzato, spazzando via nel frattempo anche la tentazione di fissarlo negli occhi oppure no.

domenica 25 gennaio 2009

She came in through the bathroom window

(Foto-melensaggio di Gillipixel)

Il bellissimo ed oscurissimo (almeno per me) libro di Roberto Calasso "Le nozze di Cadmo e Armonia", si apre con una piccola frase a preludio del testo, una delle epifanie del lettore più intense che io abbia mai incontrato, una citazione fantastica che in otto parole sintetizza tutto il significato della mitologia greca:

"Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre"
"Degli dèi e del mondo" - Salustio

La sapienza della quale i miti greci sono portatori, non a caso, dopo essere stata cacciata dalla porta filosofica, con il complicarsi del percorso conoscitivo umano lungo i secoli è stata fatta rientrare attraverso la finestra psicoanalitica.
Il senso del mito non è quello di creare una storiella per gonzi da raccontarsi la sera davanti ad un bel focherello sul quale si stanno facendo rosolare le caldarroste. Certo, nella narrazione mitologica c'è anche una componente ludica di superficie.
Ma il senso profondo del mito è rendere conto delle paradossalità dell'esistenza servendosi di complesse metafore che ne lasciano irrisolta la conflittualità sostanziale.
Il mito è in un certo modo un atto di rinuncia alla superbia conoscitiva chiara ed inconfutabile, e al tempo stesso un riconoscimento dei limiti insuperabili delle capacità dell'indagine razionale umana.
Il racconto mitologico dunque lascia sussistere la realtà nella sua effettiva complessità, nel suo farsi adesso, nel suo scorrere vivo ed inafferrabile sino in fondo. Non pretende di puntare sul mondo la luce abbacinante della chiarezza concettuale piena, ma preferisce percorsi densi di chiaroscuri, penombre e rispettosi silenzi capaci di essere più fedeli al magmatico enigma su cui l'esistenza è plasmata.

Il mito di Narciso, il mito di Edipo o di Giocasta (ed immagino altri, che per ignoranza mia adesso non vi saprei citare) sono stati rispolverati da Freud proprio in questa prospettiva. Il padre della psicoanalisi ha colto in essi un'affinità di senso con il materiale psichico umano, molto maggiore di quella che potevano offire tutti gli altri strumenti conoscitivi.

Va beh, per il momento, su questo tema mi sembra di avervi già massacrato gli zebedei a sufficienza, quindi ora vi saluto così, ma vorrei tornare prossimamente a dire qualcosa ancora in proposito. E spero non la prendiate come una minaccia...



venerdì 23 gennaio 2009

Feeling powerfull (vol. II)



Io sono notoriamente un buono molto banale, ma questo non vuol dire che non sappia riconoscere la cattiveria ed il suo fascino estetico. Questa è la sequenza di note più cattivamente bella di tutta la storia della musica di ogni tempo.

"The black angel's death song"
The Velvet Underground (1967)

Feeling powerfull (vol. I)



Ogni tanto fa bene sentirsi un po' potenti, qualsiasi cosa questo significhi. Dopo possiamo tornare a non competere per la vita in tutta serenità. La competizione esistenziale causa sgraziate espressioni sul viso, meglio lasciar perdere, non è roba di classe.
Ma due minuti di potenza lasciateceli godere.

"White rabbit"
Jefferson Airplane (1967)

giovedì 22 gennaio 2009

With or without wallet

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Scordarsi a casa il portafogli in tempo di crisi diventa una piccola esperienza particolare.

Mi è successo ieri, sono arrivato in ufficio, ho messo mano alla solita tasca del solito giubbotto che solitamente porto sul solito me stesso, e mi sono accorto che il solito portafogli insolitamente non c’era.
Passati quei due o tre minuti durante i quali mi sono auto-dato del solito coglione, la mente si è messa subito ad ordire micro-piani economici per la giornata. Nella sala civica della scatola cranica si è riunito in seduta straordinaria il piccolo consiglio comunale del paesino di Neuronia Gillipixica, una ridente località in provincia di Svagonia.

C’era un gran fermento amministrativo per definire gli articoli dell’esercizio di previsione finanziaria per il “deca-orario” 8-18 della giornata in corso. Il sindaco Massimo Superio ha convocato d’urgenza l’assessore alla memoria, Reminiscenzio Rimembrini, minacciando gravi provvedimenti disciplinari, tipo l’allacciamento di bizzarri nodi nelle più svariate parti del corpo che offrono un minimo di “annodabilità”, come promemoria futuri.
Il povero Reminiscenzio ha accampato scuse scarsamente plausibili, tipo l’interferenza mattutina di gravi elementi distrattori, nella fattispecie un assalto all’arma bianca della tribù dei Sonnoloni (sempre in agguato alle pendici dei migliori letti), i postumi di un sogno vagamente erotico che avevano obbligato a “rabdomantici” andirivieni per la casa, il tutto aggravato da una colazione a base di caffè Innamorante, una speciale miscela prodotta dalla Cupido & Co.

Superate queste fasi intermedie di chiarimento, si è passati ai provvedimenti diretti. Alla ragioneria comunale, coordinata dal sempre ottimista pregiatissimo dott. Ravana Saccocce, è stata fatta immediatamente richiesta formale di eseguire un’indagine circa la liquidità di cassa disponibile. Il dott. Saccocce, con la sua incrollabile fiducia nel futuro, ancor prima di verificare lo stato di fatto, ha millantato la presenza di favolosi tesoretti, custoditi nella taschina rettangolare dei jeans, quella per le monete.
A detta del tecnico, dovevano essere presenti almeno 5 o 6, se non addirittura 7 euro, un budget più che sufficiente per tirare a sera col solito panino standard strabordante salsine deliziose e acqua minerale gassata. Una verifica più concreta è stata quindi affidata a due fattorini della ragioneria, i fratelli Pollicis ed Index Rectamanu. Di ritorno dalla verifica, il responso portato dai due è stato sconsolante: nel caveau erano stati reperiti solo 2 euro e 50, più alcuni spiccioli di taglio minimo, inservibili per la macchinetta delle merendine. Ed il ragionier Saccocce si è pure dichiarato lieto del fatto che di fronte a lui, anziché Pollicis ed Index, non si sia presentato il loro fratello maggiore Medius, un tipaccio sgarbato che è solito andare in giro solitario e svettante, prendendo a male parole tutti quanti.
Il ragioniere si è giustificato inoltre dichiarando che una cospicua parte del tesoretto era stata investita in una recentissima altra uscita senza portafogli, per l’acquisto di un cheeseburger e una birretta da MacDonald.
Scartata alla fine l’ipotesi di richiedere un prestito ai colleghi, per la fiera opposizione del consigliere Orgoglione Fasotutomì, è stato deliberato di razionalizzare il capitale, investendo su un panino molto molto asciutto, prelevato dalla macchinetta, più alcuni pacchetti di cracker ancor più asciutti. Il tutto annaffiato di ottima acqua minerale Acquedotta, sgorgante direttamente dalla fonte della Valle Lavandinare, alle falde del monte Cessorio Maschile.
Il lauto pranzo è stato consumato con l’estremo rammarico e le intense proteste di fondo espresse da frange estremiste e contestatrici, capeggiate dai capipopolo Golosio De Panza e Emiliano Panzata, in rappresentanza del sindacato dei Cobas Crapula, ma con somma soddisfazione dello spirito di Robinson Crusoe che alloggia in un angolo del reparto “Orgogli Futili & Cianfrusaglie Emotive”.