venerdì 6 marzo 2015

Secoli di filosofia giù per lo sciacquone…


Questa mattina ho letto da qualche parte che, secondo una ricerca di mercato, il calo di vendite di biscotti nei supermercati non sarebbe da leggersi in forma di ennesimo indicatore della crisi, bensì come positivo riflesso di una ripresa del consumo di caffè e brioche al bar. Sempre lo stesso articolo riportava pure che da qualche mese il consumo di carburanti è tornato ad aumentare. La chiosa finale etichettava entrambe le tendenze come “segnali incoraggianti”.

Sarà, ma a me è venuto subito alla mente, per dire, Schopenhauer: se avesse potuto prevedere un’umana involuzione a venire così radicale, di certo si sarebbe risparmiato certe faticacce mentali, dedicando molto più tempo alle amate ore trascorse al bordello. Oppure Nietzsche, ci avrebbe pensato su due volte, prima di rovinarsi la salute cercando di capire il funzionamento del mondo. Chi gliel’ha fatto fare, se poi tutte le prospettive dell’umanità si sono condensate in quattro fondi di caffè e in tre pistolate di benzina? 


martedì 3 marzo 2015

Che neanche i REM…


Ad un certo punto, fra i giovinastri perditempo del paese era scoppiata la moda di andare a fare il bagno nelle piscine di notte. Io e i miei amici come al solito aderimmo a questa usanza in ritardo, decidendo la sortita quando avevamo ormai superato da tempo l’età per queste boiate. Eravamo rimasti gli unici a ritenerla una trasgressione, mentre magari tanti altri già passavano il tempo a farsi in vena o a prodigarsi di gran lena in orge multidisciplinari.

Allora non lo potevo sapere che sarebbe successo un po’ come anni dopo nella canzone dei REM, anche se tutto con toni molto più goliardici. Oppure, è ad ascoltare adesso la canzone, che i fatti narrati nei suoi versi finiscono per rimandare in retrospettiva all’episodio di quella notte. Un po’ come nel gioco di riflessi sul parabrezza, cantato alle prime battute da Michael Stipe. 

Di sicuro quella volta l’estate era bella matura e la notte grassa di tepore. Non ricordo il mese, ma potrei quasi scommettere che fosse agosto. “September” era dunque per davvero sull’orlo di un suo gravido “coming soon”. La piscina era la nostra preferita di quell’epoca. Passavamo lunghe giornate a sguazzare lì dentro, per tutto il corso dell’estate. Era in riva al fiume, con il bar vicino, un po’ distaccato e sopraelevato rispetto allo specchio d’acqua clorata.

L’idea era quella di andare a fare il bagno al buio, in un posto dove lo avevamo fatto appena poche ore prima. In quale punto del ragionamento si nascondesse la trasgressione, non lo abbiamo forse mai chiarito. Ricordo però per certo che, alta o bassa, anche allora c’era la luna, «…the moon is low tonight […] I'm pining for the moon…».

Per arrivare alla piscina bisognava fare circa otto o dieci chilometri. Con premeditazione degna delle menti più lucide e calcolatrici, scegliemmo la silenziosità della bici come mezzo della spedizione. Un po’ nello stile sgangherato di una specie di “soliti ignoti” della trasgressione (nel qual caso, io ero di sicuro il Capannelle della compagnia). Un venticello stuporoso si mischiava alle nostre chiacchiere gioconde, mentre pedalavamo alla volta dell’obiettivo. Eravamo in un gruppetto di cinque o sei. 

Una volta guadagnato il luogo d’appostamento più favorevole, lungo la siepe di recinzione, non tutti si sentirono in corpo l’idiozia sufficiente per tentare l’irruzione finale. Dalla balconata del bar, una tavolata di distratti, assonnati e “abbirrati” avventori avrebbe potuto anche scorgerci e avvertire i padroni della piscina, «…the fear of getting caught, of recklessness, of water…».

Dopo qualche minuto di ridanciano confabulare, partiamo in due, io e l’altro sballato della compagnia a me equipollente, con il resto della truppa a fare da divertito pubblico-vedetta. Ci leviamo i vestiti e strusciamo in mutande carezzando con le pance il praticello in salita. Una volta raggiunto il sommo del montarozzo che accoglieva la vasca, punto di massima visibilità da parte di chi stava al bar, ci accorgiamo di un inghippo strategico fondamentale. Tutta la pelle del corpo è abbastanza abbronzata e consona al mimetismo notturno, ma le mutande risparano tutto intorno la luce della luna come fossero riflettori. Pensare e adottare il grave provvedimento necessario, fu un tutt’uno: subito via le mutande e l’impresa si tramuta di colpo nell’impavida e imprevista avventura di due balordi adamiti. Penzolamenti inattesi arricchiscono le movenze, mentre amplificazioni virtuali di diafane e fesse lune terrene colorano il quadro picaresco che stiamo maldestramente affrescando, «… I'm pining for the moon. / And what if there were two / Side by side in orbit /Around the fairest sun?...».

La situazione, nella sua modesta insensatezza, è impagabile: sgattaiolare nudi sotto la luna, col rischio di esser visti da chi si sarebbe potuto anche incazzare, ma con la certezza di far divertire chi senz’altro era autorizzato a ghignare. Dalle amichevoli retrovie osservanti infatti, il sommesso tramestio di risate fino a lì a stento trattenute, si muta in un crescendo, un basso continuo in sottofondo di grugniti sghignazzati, sempre attutiti al limite del volume sonoro consentito dalla segretezza dell’operazione

Solo pochi metri, strusciando ormai sulle piastrelle marchiate ancora da una coda di bollore della giornata, e finalmente possiamo scivolare lentissimi nella placidità acquorea per la quale avevamo fatto tutti quei chilometri, immolandoci sull’altare della vaccata suprema. La sensazione è unica: non solleviamo uno spruzzo, fendiamo la piscina senza onde, planiamo quasi sorretti da un’archimedea sospensione dello spazio e del tempo, immersi in quello che non sappiamo più se sia un cielo nero o il suo riflesso liquido. Non mi ero mai inabissato senza costume in una vasca così ampia, tutto fluttua, fa ridere e meraviglia al tempo stesso, «…this one laughing quietly underneath my breath...». 

E’ la piena anarchia che beccheggia lieta intorno al fulcro di quell’ineffabile gioia pendula.

Pochi minuti sono sufficienti poi per poter dire: d’accordo, basta, lo abbiamo fatto. Così riemergiamo. Riguadagnammo il punto dove sono rimaste le mutande per terra. Le infiliamo e strisciamo di nuovo verso la siepe, dove nel frattempo c’è qualcuno che si era slogato una mascella a forza di sghignazzare di soppiatto. 

Il ritorno a casa in bici, nel buio dell’argine, è fatto di canzoni, lazzi e ulteriori sghignazzi, tutti quanti noi immersi in quella fierezza forse insuperabile di essersi sentiti, per una mezzoretta notturna di mezz’estate, i più stupidi esseri dell’universo, «…That bright, tight forever drum / Could not describe nightswimming…».



Nightswimming (1992) - “Automatic for the people” - REM

Nightswimming deserves a quiet night. 
The photograph on the dashboard, taken years ago, 
Turned around backwards so the windshield shows. 
Every streetlight reveals the picture in reverse. 
Still, it's so much clearer. 
I forgot my shirt at the water's edge. 
The moon is low tonight. 

Nightswimming deserves a quiet night. 
I'm not sure all these people understand. 
It's not like years ago, 
The fear of getting caught, 
Of recklessness, of water. 
They cannot see me naked. 
These things, they go away, 
Replaced by everyday. 

Nightswimming, remembering that night. 
September's coming soon. 
I'm pining for the moon. 
And what if there were two 
Side by side in orbit 
Around the fairest sun? 
That bright, tight forever drum 
Could not describe nightswimming. 

You, I thought I knew you. 
You I cannot judge. 
You, I thought you knew me, 
this one laughing quietly underneath my breath. 
Nightswimming.

giovedì 26 febbraio 2015

La mia realtà è berniniana


Circa una settimana fa, a Roma, è successo il guaio che tutti sanno. 

Un branco di minus habens subnormali che nel corso delle loro inutili esistenze non sono mai riusciti a varcare la fatidica soglia oltre la quale si ha il diritto di potersi fregiare della definizione minima di “persona”; un gruppo di aborti mancati senza giustificazione; un’accozzaglia di superflui individui privi della benché minima traccia di umanità nel loro irreperibile animo (per di più, con l’aggravante di essere anche tifosi di calcio), hanno sfregiato un’opera, espressione di una delle menti più geniali che la storia dell’arte abbia mai conosciuto: Gian Lorenzo Bernini.

Già il confronto parlerebbe di per sé: l’infimo di fronte all’eccelso. Non sarebbero necessarie parole ulteriori.

Alla paradossalità della cosa, si aggiunga solo un dettaglio: alcuni giorni dopo, questi “morti-viventi” hanno potuto tornare a casa comodamente, pagando una multa di qualche decina di migliaia di euro. Non dico questo per entrare nel merito dei provvedimenti o delle sanzioni previste in questi casi dalla nostra legislazione, né per commentare cosa s’è fatto o cosa si doveva fare. Non sono questioni di mia competenza. Con questa postilla voglio solo sottolineare ancor più l’enormità dell’inconsapevolezza dei suddetti minorati mentali: se solo si rendessero minimamente conto del loro atto, correrebbero di filato alla prima Usl olandese (chiamiamola così) per richiedere a gran diritto l’elettroshock passato gratis dalla mutua (altro che pagare una multa…).

Sull’ondata di sdegno seguita all’accaduto, avrei voluto anche io scrivere due righe, qui sul blog. Ma poi avevo rinunciato, perché sarebbe stato inchiostro sprecato. L’infinito (Bernini) di fronte al nulla (quei quattro relitti umani): vale forse la pena di parlare del nulla? Se l’umanità ha raggiunto tali limiti di abbruttimento, come ci possiamo salvare? Purtroppo il baco è interno, connaturato all’uomo, questo è il problema. Non si possono trovare spiegazioni e rimedi al di fuori delle menti umane. L’istinto “da bar” suggerirebbe di abbandonarsi alla gratificazione effimera quanto inutile di sfoghi (come ho fatto un po’ anche io, sopra) o proclami invocanti pene severissime, punizioni esemplari. 

Certo, qualcosa nell’immediato concreto bisognerà pur fare, e speriamo che le migliori menti preposte si attivino al proposito con tutta l’efficacia che la situazione merita. Ma il punto è che purtroppo, la questione sarebbe risolvibile per davvero, soltanto con un’immensa rivoluzione culturale, una nuova grande rinascenza delle menti, capace di riportare alle giuste proporzioni il tributo dovuto al senso vero della bellezza. Impresa titanica: chissà chi o che cosa sarà mai in grado di realizzarla. Sono state queste riflessioni insomma che mi avevano spinto a desistere dal fare commenti o considerazioni in merito.

Il caso ha voluto tuttavia che proprio in questo periodo, la passione berniniana sia cresciuta in me oltremodo, grazie alla visione di un magnifico documentario a puntate, curato da Tomaso Montanari, tramesso da Rai5 negli ultimi otto mercoledì sera. Ieri sera, dopo aver visto l’ultima parte, mi sono reso conto che consideravo la questione dal punto di vista sbagliato: per dire qualcosa in merito all’accaduto, non avrei dovuto parlare del nulla (i tifosi), bensì dell’infinito (Bernini).

Gian Lorenzo Bernini: Ratto di Proserpina - 1621-22 (Galleria Borghese - Roma)

Ora, solamente per iniziare a rendere merito alla grandezza di Bernini, ci vorrebbero ottomila seicento ventidue scritti di Andarperpensieri. Mi limiterò, in una super sintesi estrema, ad indicare un punto fondamentalissimo dell’opera del grande scultore-architetto.

Il ‘600, secolo di Bernini, inaugura la modernità in tanti settori della cultura. In primis nella filosofia, con Cartesio, che insinua il dubbio epocale circa l’esistenza effettiva di una realtà esterna al nostro pensiero. Da lì in poi, nulla è più stato come prima. Non solo l’uomo non è più al centro dell’universo (come affermava la fiduciosa visione rinascimentale del mondo), ma addirittura prende piede l’angoscia riguardo al fatto che un universo esista per davvero. La realtà “entra in crisi”, prima col manierismo e poi ancor di più col Barocco, che vide Bernini fra i suoi maggiori esponenti.

Gian Lorenzo Bernini: Estasi della beata Ludovica Albertoni - 1674 (Chiesa di San Francesco a Ripa - Roma)

E’ noto come uno dei tratti caratteristici dell’espressività berniniana vada ricercato nel suo estremo virtuosismo tecnico: il marmo, trattato dalle sue mani, diventava di volta in volta carne, tessuto, pelo, legno, capelli, o addirittura fiato, calore corporeo, odore, e così via. Questo virtuosismo non era ovviamente fine a sé stesso, l’artista non lo intendeva come puro gesto di bravura. La sua intenzionalità intima consisteva invece nel desiderio di innalzare un inno supremo alle potenzialità dell’immaginazione umana. Per spiegare in un modo che non saprei nemmeno lontanamente sfiorare, mi affido come sempre al mio nume tutelare storico-artistico, Giulio Carlo Argan: «…se la realtà è mistero, morte, nulla, allora solo nell’immaginazione è la vita. Sotto la frenesia berniniana di riempire di immagini concrete tutto lo spazio, di conquistare sempre nuovo spazio per nuove immagini, si sente l’angoscia del vuoto…».

Gian Lorenzo Bernini: Apollo e Dafne - 1622-25 (Galleria Borghese - Roma)

Bernini ci indica dunque due importantissime coordinate dell’uomo moderno: il senso di angoscia rispetto al nulla (tutta la sua opera è attraversata di continuo da un impalpabile flusso carsico di malinconia), e l’immaginazione come strumento consolatorio-salvifico di fuga verso un rinnovato senso di speranza potenziale. 

Se allora immaginazione vuol dire esplorazione di nuovi “mondi della speranza” (stanti i sospetti di evanescenza, inconsistenza e fragilità nutriti rispetto al mondo effettivo, reale), fra i grandi temi dell’immaginazione, anche il gioco rientra a pieno titolo. Il gioco è territorio infantile per eccellenza, perché nel gioco il bambino può sperimentare le proprie potenzialità di vita, senza ancora confrontarsi con la vita vera. I “meccanismi” del gioco, in età adulta, si sublimano e si raffinano poi nelle più alte espressioni culturali, estetiche e artistiche. Lungo tutto il corso della sua esistenza, l’uomo non può mai smettere di giocare, né di immaginare, due attività che sono facce della stessa medaglia. Egli ne ha bisogno come dell’aria che respira.

Il calcio è un gioco. Ed ecco qui che il cerchio del discorso si chiude: insultando Bernini, quei cosiddetti tifosi hanno portato alle estreme conseguenze il loro personale nonsenso esistenziale.

Chiudo aggiungendo solo un’ultima cosa, che sono fiero di dire: il “mio mondo”, oltre ad essere informato dallo spirito di tutti i miei artisti, scrittori, poeti, ecc. preferiti, non solo da adesso, ma in particolare ancor di più dopo i tristi recenti episodi, è anche e soprattutto berniniano.

martedì 24 febbraio 2015

domenica 22 febbraio 2015

Vivide eros-ioni

Stanotte ho sognato il mio archetipo erotico. Non so se succede a tutti. O forse sarebbe meglio dire: non so se seduce tutti. Lo spero. Per tutti. Perché l’archetipo erotico, pur essendo una semplice cosa molto complicata, è anche fonte di benessere esistenziale di livello superiore. 

Ha a che vedere con lontanissime stagioni dell’attrazione. Epoche dell’infanzia, epoche in cui, intorno al senso del fascino, si cominciavano molto timidamente a gettare piccoli e timidi barlumi di intendimento. In effetti, la cosa riguarda in misura maggiore dimensioni dell’essere che si provano, rispetto ad ambiti dell’esistere che si comprendono.

Il mio archetipo erotico era (ed è) una (allora) piccola amica, da bambini, e poi della prima fanciullezza-adolescenza. Abbiamo condiviso negli anni, e ancora condividiamo, la medesima età. Lei ha sempre vestito con grazia una certa preziosità estetica. La più carina delle diverse classi attraversate. Ed è tuttora una bella donna. La cosa più strana, con gli archetipi erotici, è che suscitano un forte magnetismo fisico-spirituale, ma lo fanno soprattutto ad un livello puramente ideale. Non che la fisicità non c’entri nulla. Anzi, c’entra tantissimo. Ma l’archetipo erotico riguarda più una sorta di inspiegabile “idealismo carnale” non meglio definito.

E’ l’originario “corpo-altro” che ti ha sedotto, ancor prima di sapere a cosa la seduzione servisse o come funzionasse. E’ la persona che ti ha dato per prima la più forte illusione di sapere chi fosse l’altra metà dell’androgino platonico a cui ti trovavi attaccato nei tempi lontani dei tempi, o giù di lì (…in Forrest-gumpiana vaghezza). 

Ingrediente fondamentale dell’archetipo erotico è il non aver mai saputo, e il non sapere, come sarebbe andata a finire, se davvero qualcosa con lei si fosse concretizzato. E’ molto importante che tutto sia rimasto ad un grado massimo di potenzialità ideale. Il più delle volte, sarebbe andata male. Nel mio caso, di certo. Tra il mio archetipo erotico e me, non c’era effettiva affinità. Non avrebbe funzionato nella vita vera, immagino. Eppure scorreva fra noi, almeno da parte mia, questa energia intensa e ultra-umana, persa nei remotissimi significati dell’essere primordiale celato nel profondo di se stessi.

Il mio archetipo erotico si è poi fatta, e si fa a tutt’oggi, la sua vita, con la persona che probabilmente era quella giusta per lei nella vita concreta. Non c’è margine per nessun rimpianto o vagheggiata recriminazione: le cose sono andate com’era naturale che andassero. Anzi, credo di poter dire che con il proprio archetipo erotico è meglio averci avuto a che fare solo sul piano ideale. Tentare di abbassarlo a livello di realtà, potrebbe rivelarsi piuttosto rischioso: troppo alte sono le aspettative nutrite, troppo sublimi le dimensioni sfiorate col manto dell’attesa. Un’eventuale concretizzazione delle speranze, si tradurrebbe con ogni probabilità in un tonfo clamoroso.

Forse proprio per tutti questi motivi, l’immagine del mio archetipo si è conservata, nell’immaginario, così ricca di quella purezza erotica del tutto potenziale ed esclusivamente riservata alla sfera del possibile. Tanto che, quando mi viene a trovare in sogno, esplodo nella beatitudine più piena. Quando l’archetipo erotico irrompe sul mio palcoscenico onirico, tutti i muscoli del corpo (uno in particolare) sono pronti in “battiatesca” attitudine. Nell’infingimento sognato, l’intesa col proprio archetipo non si riduce al piano fisico, ma è totale. Quello che i propri muscoli pensano, combacia perfettamente con ciò che le fibre di lei esprimono. Il dialogo è senza limite, l’armonia assoluta. Si sprofonda in uno stato di estasi che traghetta oltre la propria individualità. Il senso di fusione con la spiritualità di lei è fortissimo. Sono attimi d’intensità sconvolgente. Gli aliti sono liquefatti in uno solo. Col mio sorriso sollevo il suo, come lei fa col mio. Gentilezza condivisa pura. Tenerezza, complicità, contiguità, tensione amorosa estrema: tutto in formato eterno. 

Altrettanto acuta è però, dopo, la delusione, nei momenti successivi, quando l’acme onirica è ormai scemata. Inutile tentare di richiamare l’archetipo a sé. Nel dormiveglia ormai semi-vigile, ho recitato, detto e ridetto mentalmente il nome e cognome del mio archetipo erotico, come un mantra extratemporale, per rievocarlo ancora per qualche istante, perché facesse ritorno fra i morbidi territori del mio sogno. 

Ma a quel punto non c’è niente da fare. Bisogna solo aspettare la prossima occasione, il prossimo capriccio del proprio archetipo erotico. Saranno stati mesi, che non mi veniva a trovare. Le sono molto grato per questa incursione e già attendo fiducioso una sua visita futura, pur senza sapere quando sarà. Il che forse è a sua volta una componente impagabile di tutto questo meccanismo dell’animo dagli ingranaggi molli.