giovedì 4 luglio 2019

Quando la vita si riversa nell'arte e l'arte si rivela nella vita


Ho avuto il privilegio di leggere uno dei migliori libri dedicati al mondo dell’arte, e dunque al mondo stesso in senso generale.

Solamente per una auto-imposta forma di miope (seppur umanissima) “difesa esistenziale”, continuiamo infatti a non voler vedere come mondo e arte coincidano.

Condividono infatti la medesima essenza, intrisa di paradossalità e prerogative comuni, verso una tensione continua ad abbracciare gli opposti
In questa prospettiva, ciascuna vita è un dipinto, una scultura, un film, un romanzo, ma spaventa, turba, disorienta ammetterlo, e ci si rifugia nel rassicurante incasellamento in “vite-documentario” (o “resoconto-aziendale”, oppure “referto-medico”).

Il libro in questione è un saggio critico molto acuto riguardo alle più fondanti questioni estetiche, e insieme una pregevole e godibile autobiografia.

Si intitola “La mia vita”, lo scrisse nel 1945 Carlo Carrà (1881-1966), esponente di spicco del movimento Futurista prima, e protagonista primario dell’arte del Novecento nel corso della sua lunga esperienza creativa (“Abscondita Edizioni” ne ha curato una bella riedizione nel 2016).

Al termine di una lettura veramente buona, deve rimanere dentro quel vago e prezioso senso di essersi avventurati in un nucleo puro di complessità avvincente, vivifica e molto nutriente per l'animo.

La biografia di Carrà sfocia perfettamente in questo esito.

L'impianto generale del testo è articolato su una intelaiatura aneddotica.

Si passano gradevolmente in rassegna vari episodi nelle tappe principali della vicenda umana del pittore.

Si incontrano tanti protagonisti della vita artistica e culturale del primo Novecento (Marinetti, Boccioni, Picasso, Apollinaire, Modigliani, Dino Campana, Medardo Rosso…) e a ciascuno di loro Carrà riserva note affettuose, cenni a particolari curiosi, preziose considerazioni umane personali.

Ma il cuore vero, il tesoro essenziale di questa messe di ricordi, si dipana intorno all'articolato discorso tenuto dall’autore lungo tutto il testo, riguardo al significato dell’arte.

Per capire meglio che cosa l’arte sia, la lettura del libro di Carrà non sarà sufficiente, ma dopo averlo conosciuto mi sento di dire che è sicuramente necessaria.

Pensiamo solo a una cosa: forse il 90% (sparo una cifra simbolica) di cittadini del paese più “densamente artistico” del pianeta (l'Italia) sono convinti, al meglio della propria considerazione in merito, che fare arte significhi praticare (e non si saprebbe a quale scopo) una riproduzione più fedele possibile della realtà.

Allora ci rendiamo conto dell’importanza di testi come quello di Carrà. Attraverso una raffinata riflessione personale maturata lungo un’esistenza intera, il pittore-scrittore ci accompagna con mano sicura nelle profondità di senso dell'espressività artistica.

Comprendiamo cosi insieme a lui, come l’arte non sia propriamente un qualcosa che si crea, ma soprattutto uno stato conoscitivo a cui si tende e al quale si tenta di addivenire.

Entrare nel senso artistico è cercare di assestare una presa chiara, sicura e onesta sopra al “vero”.

Altrettanto depistante è infatti la versione di un'altra non meglio precisabile percentuale di osservatori delle vicende artistiche, i quali pretenderebbero di vedere nell’arte un percorso di radicale astrazione dalla realtà.

Non c'è meno realtà in un astrattissima opera di “dripping painting” (“pittura per gocciolamento”) di Jackson Pollock, di quanta ce ne sia in un concretissimo ritratto di Antonello da Messina.

Il punto è, come Carrà ci spiega, che entrambi (Pollock e Antonello) prendono il “vero” (le cose nel proprio manifestarsi) come base di partenza, “trasfigurandolo”, nel tentativo di andare a cogliere il senso essenziale del “reale”, celato sotto il velo del suo “apparire”.

Carrà ci fa capire come fra la caducità “trascorrente”, mutevole delle cose, e la intravista, intuita, fondatezza di un “essere” immutabile ed eterno, si frapponga il termometro esistenziale della sensibilità umana.

Con Carrà ho capito dunque ancor meglio come la pittura tenda a cogliere “…L'immagine trascendente delle cose…” (pag. 126).

La pittura non è riproduzione pedissequa e nemmeno fuga dal reale: “…La pittura crea una cosa nuova, una nuova entità…” (pag. 151), cerca di cogliere “in essenza” il significato di raccordo che intercorre tra la dispersività frequentativa del “esistere”, e la fissità sintetizzante del “essere”. E non si potrebbe riassumere meglio il concetto, che con le parole di Leonardo, citate a pag. 223: “…La pittura è cosa mentale…”.

Grazie al testo di Carrà, mi sono addentrato meglio in quel filo di senso che tiene unite pittura, musica, matematica e geometria: tutte concorrono, con gli strumenti propri, alla ricerca di “…corrispondenze arcane…” (pag. 220).

Carrà mi ha spiegato poi molto sottilmente la strettissima parentela fra pittura e architettura. Fare architettura infatti altro non è che immettere “dosi di umano” nelle cose del mondo, medesima finalità del dipingere.

Leggendo la vita di Carrà, ho infine capito più precisamente perché taluni pittori a me molto cari, tra quelli che meglio hanno saputo trasmettermi il profondissimo senso conturbante del mistero nascosto nelle cose (Jan Vermeer, Giorgio Morandi, Edward Hopper, René Magritte, Giorgio de Chirico, Paul Klee, Mark Rothko), dipingevano innanzitutto la luce, nella quale è paradossalmente custodito l’invisibile.

E se tutto ciò non bastasse, la gioia di aver conosciuto un simile prezioso testo si sarebbe potuta condensare tutta in talune perle incontrate in corso di lettura, come la seguente citazione da una lettera indirizzata a Carlo Carrà dall'amico Dino Campana, fra le righe più belle mai vergate sulla carta da mente e mano umana in combutta fra di loro: “…Credi che è così dolce sentirsi una goccia d'acqua, una sola goccia ma che ha riflesso un momento i raggi del sole ed è tornata senza nome!...” (pag. 153).

lunedì 1 luglio 2019

The catcher of the flies


Ogni giorno compiamo piccole-grandi prodezze, del fisico e dell’animo.

Ma nessuno se ne accorge, nessuno le valorizza, oppure ci fa soltanto un piccolo applauso. Nessuno, tranne noi stessi, che ne siamo i soli coscienti spettatori e attori insieme.

E loro, le mini prodezze, se ne svaniscono gloriose nella pura inutilità, sfumando lontane lungo la smisurata prateria delle prodezze non riconosciute.
Stavo sparecchiando la tavola.

Una moschina molesta era posata sulla tovaglia.

Senza nemmeno pensare a cosa stavo facendo, mi lancio in un passo alla Rudolf Nureyev, e nel mentre che le sono quasi sopra, allungo con grande eleganza la mano sinistra, aprendola nel frattempo, con la delicatezza di Michael Jordan quando andava a posare a canestro la palla dopo aver veleggiato nell'aria una vita e mezzo intera, concentrata in tre secondi di volo sul parquet.

La mente sempre spenta,  in un puro gesto e basta, sento un lieve vibrare di alette dentro la mano che si è serrata passando rasente al pelo della trama di stoffa della tovaglia.

Ma poteva anche trattarsi di un frullo illusorio.

Quando tenti la cattura di una mosca in questo modo, non sai mai se ci sei riuscito davvero, fino al momento in cui riapri le dita, e verifichi il suo rinnovato volo liberatorio.

Così ho fatto. Mi sono avvicinato alla finestra aperta, ho spalancato il pugno, e la mosca c’era davvero, viva e pronta per balzare di nuovo libera nell'aria di fuori.

Nessuno ha saputo nulla di quel mio piccolo gesto atletico. E anche se ora ho tentato di diminuirne un pizzico l’anonimato venendolo a raccontare qui, nemmeno voi ne sapete davvero qualcosa fino in fondo.

Perché ogni cosa che facciamo, proviamo, sentiamo, rimane una più o meno grande “privatezza” personale, racchiusa nella nostra esperienza, che sola ne conosce gli effettivi termini e confini di bellezza, completezza e significanza piena.

Ciascuno è un miracolo perfetto e disperato di incomunicabilità. E trascorriamo una vita intera, nel volitivo e sempre rinnovato sforzo di farlo sapere agli altri…

martedì 25 giugno 2019

Sentirsi il nulla di un tutto...


Per ogni minimale goccia di questa linfa di tempo che mi scorre dentro, stasera, un universo esplode lontano dentro diecimila altri universi, ed è ogni cosa un moltiplicarsi di infiniti assorbiti dentro ad altri infiniti, germoglianti l’uno nell'altro nella globale pastura vivificante dell’amore totale.

Niente ha senso e, ciascun dove, e ogni qual quando, risplendono limpidi, laddove la contraddizione sconfinata del tutto non è mai stata così chiara, perfetta, logicamente ineccepibile.

Abbracciamo la vastità del paradosso per aggrapparci al sentirci vivi, unico dato che conta ormai.

Entrando nel mondo, abbiamo pianto, originario marchio di fabbrica di una bramosia d’esistenza che continuamente ci respinge.

Anche.

Dolore e gioia sono così dannatamente appiccicati vicini, un velo talmente sottile, a separare la disperante euforia, dall’inabissarci a pupilla asciutta nelle densità della meraviglia.

Tienimi immerso in te, mia ancora dell’adesso…in questo momento, di questo tempo, sperduto nell’oceano dell’inafferrabile, sei tu sola capace di accendere un prezioso lumino sui marosi d’ogni “incomprendibile” cosa.

domenica 23 giugno 2019

The east is the best


Leggendo, studiando, ascoltando, curiosando, cercando di imparare, meditando, oziando fra mille pensieri, mi sono fatto nel tempo l’idea che esistono due vasti modi molto generali di concepire il mondo, la vita.

Quello occidentale (a noi più noto e familiare).
E quello orientale.

Secondo la tradizione occidentale, la realtà sarebbe questa nostra dimensione di appartenenza, dove regna l'impressione principale che “ci si possa sempre fare qualcosa”.

L'orientale invece ritiene che perlopiù della nostra realtà non si possa fare granché, ma bisogni lasciarla fluire, accomodandosi nelle sue pieghe in modo da adattare la nostra alle sue forme.

Sono nato in un contesto occidentale e dunque mi ritrovo ampiamente immerso nella nostra grande visione del tutto.

Fin da piccolo mi è stato insegnato che le cose “si ottengono”, si realizzano, gli scopi si raggiungono.
Causa ed effetto: si parte dall’intenzione di ottenere un risultato, si mette in pratica il comportamento più adatto, e si arriva allo scopo desiderato.

Questo me lo hanno insegnato a casa, a scuola, nella nostra società, me l'hanno insegnato gli uomini, insomma.

La vita mi ha insegnato invece che molto spesso non funziona così.

La realtà è un flusso che va per conto suo: contempla forse la presenza di questo strano suo componente chiamato uomo, umanità. Ma “nell’economia generale” degli accadimenti, l’uomo rimane pur sempre un dettaglio.

Di questo l’uomo deve tener conto: le cose molto spesso non vanno come lui vuole.

Vanno come vuole “il reale”.

Con questo, non s'intende che ci si debba allora abbandonare a un ottuso fatalismo, al “sia quel che sia” più menefreghistico e irresponsabile.

Molto più articolatamente, il punto di vista orientale ci suggerisce un atteggiamento più sottile, esemplificabile con un’immagine.

Diciamo così: da occidentali siamo abituati a considerare la vita come un discorso da pronunciare.

La visione orientale ci invita invece a trattare la vita, il mondo, la realtà, l’essenza del vero, come un discorso da ascoltare.

Pensateci un attimo, e mi saprete dire…


sabato 15 giugno 2019

Due pensieri, ascoltando "Ask" degli Smiths


Fra le rock-band “della vita”, gli Smiths occupano senza dubbio un posto altissimo nel mio cuore.

L’anima musicale degli Smiths per me si esprime nel particolare “punk da secchioni” che hanno saputo creare.

Nelle loro canzoni energetiche, disincantate, ironiche, enigmatiche, malinconiche, rapide, “melodecadenti”, ci ho sempre letto principalmente questa piccola confidenza: la rivoluzione non si fa “cioccando” (sbattendo) i piatti, ma si può tentare di farla volendo bene all'anormalità (roba da intellettuali un po' problematici, insomma …il che indubbiamente mi ricorda qualcuno…).

“Ask” (1986) non sarà la canzone migliore degli Smiths, ma forse la più nota e rappresentativa sì. E anche quella che è arrivata a un pubblico più vasto.

Nei testi degli Smiths, mi hanno sempre affascinato certe affermazioni stravaganti che nell’economia suggestiva della canzone, sull’onda dell’entusiasmo melodico, ti senti di accettare come verità rivelate.

Fra una nota e l'altra, ti sparano spesso lì una sentenza che ti stende. E a te non rimane altro da fare che crederci.

In “Ask”, ci sono tre o quattro passaggi di questo tipo, che mi fanno sbiellare di bellezza poetica.

Si inizia subito nella prima frase: “…Shyness is nice, and Shyness can stop you / From doing all the things in life / You'd like to…”. Che vuol dire: la timidezza è carina, e la timidezza ti può frenare dal fare tutte le cose che nella vita vorresti fare.

Il verso si ripete quasi identico poco dopo, solo che al posto di “shyness” (timidezza), troviamo un termine più ricercato, “coyness” (ritrosia).

La timidezza e la ritrosia possono essere “carine” probabilmente solo nel mondo degli Smiths, e questo mi è sempre piaciuto un sacco.

Il cuore strambo della canzone sta però in un’altra frase, detta per inciso e buttata lì come fosse la cosa più scontata del mondo: “…Spending warm summer days indoors / Writing frightening verse / To a buck-toothed girl in Luxembourg…”. Che vuol dire: spendere (trascorrere) calde giornate estive in casa, scrivendo versi terrificanti a una ragazza dai denti di cerbiatto in Lussemburgo.

Qui si esprime al massimo fulgore l’essenza nerd di Morrisey (che solo i suoi sanno ormai si chiamasse anche Steven), carismatico e istrionico cantante e paroliere della band.

Da adolescente asociale quale fu, Morrisey aveva fatto dello stare in casa un’arte, ma si dilettava a intrattenere una fitta corrispondenza con tanti amici sparsi nel mondo (anche tutto ciò mi ricorda qualcuno…).

Al di là del riferimento biografico spicciolo, la frase buttata lì come se niente fosse, per me è fantastica: passare (sprecare?) giorni caldi d’estate a scrivere versi paurosi a una ragazza dentona in Lussemburgo…

Sono parole semplicissime, ma esprimono un concentrato di diversità adolescenziale densissima.

La sequenza delle perle si completa poi con pregiati assaggi di saggezza surreale:  “…Because if it's not love / Then it's the bomb […] / The bomb that will bring us together…”. Che vuol dire: perché, se non è amore, allora è la bomba che ci porterà insieme (ci farà incontrare).

Tra l’amore è una bomba, cosa cambia? Entrambe le cose ci stravolgono, e dopo il loro passaggio, nulla sarà mai più lo stesso.

E infine: “…Nature is a language, can't you read?...”: la natura è un linguaggio, riesci a leggerla?

Chi molto rimugina, si abitua a confrontarsi con ogni aspetto del mondo come se lo stesse leggendo: altra nota di merito per entrare a pieno titolo nell’universo sotto-sopra degli “strani”.

Insomma, gli Smiths, e “Ask” in particolare, non potrei non sentirli così fortemente “miei”, perché mi ricordano troppo qualcuno, e quel qualcuno è qua, ogni momento dentro di me.

lunedì 10 giugno 2019

Che cosa ho imparato rampando con propensione letteraria da barone calviniano, su di un ciliegione fragile dispensatore di sparuti frutti, mentre venivo a mia volta colto nel bel mezzo di una spasmodica tendenza all’intitolazione Lina-Wertmülleriana del vivere


Ho un ciliegione piccolo. Ha il tronco esile, si sviluppa più in verticale che in orizzontale.

È fragile, un po' malaticcio, ma si ostina a dire la sua nel discorso faunistico universale.

Se le sue parole migliori sono le ciliegie, dopo qualche stagione taciturna, con poche sillabe smozzicate a stento, quest'anno si è espresso in una discreta chiacchierata.

Sono ragionamenti alti però, si fatica a posarci la scala, dove le frasi più eleganti, succose, rosse e mature, vengono pronunciate.

I rami secondari, dopo una prima biforcazione bassa abbastanza robusta, si frangono in steli inconsistenti, sparati all’insù e incapaci di reggere il peso dell’aspirante raccoglitore.

Là, stanno le ciliegie cariche di maggiore desiderabilità, sui rami sottili, lontani e inavvicinabili.

Rimane solo la via della scalata a ramo nudo, senza l’ausilio di nessun genere di pioli.

Per arrampicarsi “a corteccia” su una pianta, bisogna farci conoscenza.

I primi movimenti devono essere lenti ed esplorativi, serve capire dove si possono e dove non si possono posare i piedi.

Molto importante poi fissare i riferimenti ai quali ci si possa appigliare con le mani: presto, si comprende infatti come, per salire, sia necessaria la cooperazione di tutto il corpo.

Se le ginocchia, le anche o il sedere hanno un appoggio di passaggio, è tanto di guadagnato per l’equilibrio.

E non voglio esagerare in poeticismo ritrito romanticheggiante di bassa lega melensa, ma addirittura, dopo un po' che si sta lassù, ci si rende conto di essere diventati una propaggine dell’albero: ci si sente in continuazione diramante con lui, le braccia, le gambe, le dita, tutto una conseguenza di corteccia e foglie.

Così, un appoggio che porterebbe più su, valutato rischioso in un primo momento, diventa accessibile, compiendo sequenze di movimenti misurate e imparate in quella prima fase di studio.

Allora anche le ciliegie più in vetta, quelle che a un primo sguardo erano sembrate relegate a quote inespugnabili, ce le ritroviamo a portata di mano, e scivolano nel cestino con notevole soddisfazione.

Non bisogna tuttavia cadere nell’ebbrezza del trionfo: rimarranno sempre ciuffetti rosso-verdeggianti impervi e assolutamente inconquistabili, se non a rischio della grave eventualità di franare rovinosamente a terra.

È necessario dunque capire anche quali ciliegie dovremo per forza abbandonare: rimarranno per noi solo un bel ricordo di desiderio. Senza rimpianto, perché l’aver desiderato è cosa nobile di per sé, che si sia conseguito o no l’obiettivo.

È stato così che, mentre il cestino piano piano, ma inesorabilmente si riempiva, mi ha attraversato la mente una piccola folgorazione: che la vita è una pianta fragile ma ostinata di ciliegioni.

Ancor più preoccupante, ho pensato che se ormai non riesco più a fare la benché minima azione quotidiana, senza poi “scriverci dietro” (*dialettismo) un mezzo poema, la situazione dev'essere davvero grave.

Sono definitivamente afflitto da “scrivania acuta”, con le complicazioni aggiunte di un intenso “metaforismo” che rischia in continuazione di esplodere in eccessi di smodato abuso allegorico.
Ho la mente tramutata in apparato scrivente permanente.

Ma finché porto a casa, oltre a tante parole, anche un cestino di ciliegie, direi che il bilancio si può considerare in pareggio.



Il raggio verde


Non so nemmeno perché scrivo le seguenti righe, talmente contorte che le capirò, forse, solamente io. Eppure, mi sentivo di scriverle.

Le persone, il più delle volte, le incontri sulla superficie del loro “esistere”.

Ne nascono anche scambi cordiali, c'è stima reciproca magari, piacevolezza del vedersi, parlare, scherzare forse.

Ma non si scatena mai “l’andare oltre”, non se ne sente la necessità: l’involucro esterno di quelle persone è tutto ciò che interessa vagamente sapere, riguardo a loro.

S’incontra poi la luminosa miracolosità di un “raggio verde”.

(Prendo a prestito l'immagine del fenomeno ottico naturale da cui deriva il titolo di un romanzo minore di Jules Vernes, poetizzata poi nel languido film di Eric Rohmer: "Il raggio verde”, appunto. La reinterpreto tuttavia per tratteggiare i termini qualificativi di certe persone speciali).

Un “raggio verde” è una persona che ti viene incontro direttamente col profondo del suo essere.

Ti si mostra fin da subito come essenza inafferrabile da cui ti senti come risucchiare dentro.
La persona, sul cui “esistere” scivoli tangenzialmente di sfuggita, potremmo allora ribattezzarla “raggio giallo”.

Mentre il “raggio verde” è puro “essere” che ti calamita, promessa di bellezze alle quali senti di tenere tantissimo.

È il lato oscuro della propria luna interiore, perché riesce a far emergere aspetti del proprio intimo che non si credeva di possedere, oppure si presumeva fossero occultati nel buio di territori non di nostra competenza.

L'incontro con un “raggio verde” è anche oneroso, perché assorbe forti dosi di risorse emotive: svuota, illanguidisce, macera in eroici sapori di dubbio, esaltazione, donchisciottismo utopico.

Un “raggio verde” ti spalanca porte sull’immenso, fa viaggiare a velocità dell’animo talmente elevate da sentirsi continuamente sorpassati dal desiderio di volerne sapere sempre di più riguardo alla sua luminosità.

Un “raggio verde”, col solo fatto di esserci nel mondo, e di averlo incrociato lungo i sentieri del vivere, ti prende per mano e ti accompagna fino ai confini del non dicibile.

E adesso che ho scritto, senza nemmeno sapere io bene cosa, vi auguro di incontrare almeno una volta un “raggio verde”.
Oppure, di essere a vostra volta un “raggio verde” per qualcuno.

Solo così, magari, se vi tornerà alla mente il guazzabuglio di questo mio scritto, ne coglierete forse il senso, sussurrando fra voi e voi: “…Però, al gh’ava ragióŋ, cùl siucàt là!...” (però, aveva ragione quello sciocco!).