martedì 15 novembre 2011

Avventure indo-chimeriche


Come sapete, qualche tempo fa la mia cara mezza chimera Farlocca Farlocchissima, nonché Farly the Farliest, ha deciso di chiudere il suo blog. Da allora i suoi racconti mi mancano tanto. Però quando uno è blogger dentro, lo rimane sempre. Infatti Farly continua ad annotare le cose che le succedono intorno, condite con discrete dosi di ironia e disincanto.

Nello stesso modo, la forma mentis di chi ha colto veramente la filosofia di Alan Ford almeno una volta, rimane per sempre affascinata da quella profonda visione della vita. Se hai “capito” Alan Ford, non dovrai più temere disillusioni di sorta, perché sai già che il mondo è sgangherato nell’anima e non c’è tanto da aspettarsi da lui: quello che viene è tutto di guadagnato, ma non bisogna farci conto più di tanto anzitempo. Alan Ford insegna insomma che non conta quanto strano tu possa sentirti: la vita ti anticiperà sempre di un passo sul cammino della stramberia.

Dette queste cose, sono lieto di ospitare un racconto della cara Farly, riguardante uno strano episodio che le è successo alcuni giorni fa. E’ scritto di suo pugno, state ad ascoltare:

«…A volte mi capita di imbattermi in situazioni che mi fanno dire: "però! vivo proprio in un paese efficiente io!!". Ora procedo ad illustrarne una.

Devo fare il visto per l'india. In un momento direi di pura follia, ho accettato di recarmi ad una conferenza ad Hyderabad (detta la sylicon valley indiana) che inizia il 2 gennaio 2012. Per spendere poco ho preso un volo che parte il 30 dicembre e mi depositerà ad Hyderabad il 31 (forse) alle 3 del pomeriggio. Una scelta idiota la mia, ma nessuno avrebbe mai pensato ad aprile 2011 che a dicembre del medesimo anno avrei potuto godere di un capodanno strepitoso. Ma lasciamo perdere il destino beffardo e procediamo in tema.

Sollecitata dai colleghi indiani mi informo sulle procedure di visto. Apro il sito dell'ambasciata indiana e scopro che devo compilare un modulo online, stamparlo, firmarlo, procurarmi due foto uguali tra loro di formato imprecisato, munirmi di passaporto ed eventuale altra documentazione (tipo lettera di invito alla conferenza) e poi portare il tutto all'ufficio visti.

Con una certa fatica capisco che l'ufficio è aperto ai comuni mortali dalle 14:00 alle 15:30 dal lunedì al venerdì, ovviamente se non è festa, il che significa le feste italiane
più quelle indiane. Ergo: l'ufficio visti non è quasi mai aperto.

Transeat.

Mi procuro ogni cosa, tra cui un numero elevato di foto identiche tra loro in diversi formati (piccole, medie, grandi) nonché l'application form in cui, in inglese, ti chiedono notizie su di te e famiglia fino a due generazioni prima dell'attuale e mi reco in loco. L'ambasciata è a via 20 settembre, vicino al quirinale, zona prestigiosa ed elegante. Dicevo arrivo davanti e c'è una fila che dall'interno arriva fin sul marciapiede. Chiedo: "è qui per i visti?", avutane conferma, mi metto in fila. Sono le 13:40. Si chiacchiera tra i presenti, c'è un po' di tutto, chi va per lavoro, chi (e qualcuno mi spieghi) ha deciso di lasciare l'Italia ed emigrare in India, altri vanno per vacanza. Tutti in mano abbiamo plichi più o meno spessi. Va detto che alle 15 mi attende una riunione importante, ma in fondo si tratta di lasciare quattro pezzi di carta, quanto ci vorrà mai?

La fila si comincia a muovere e si dirige verso un sottoscala scrostato, si scende e ci accoglie un signore in giacca e cravatta, tutto spiegazzato, dai vestiti alla faccia, con incluso riportino sulla pelata retto da alcune badilate di brillantina e baffetti d'ordinanza. Il gentiluomo non spiccica una parola di italiano e parla inglese con un fortissimo accento indiano, prende le carte di ciascuno e serissimo, con accento forte, dice "take these pictures and apply them to the application form" (fa una pause) "then bring it back to me". Ora prego il lettore di immaginare i presenti, siamo a Roma, non a Cambridge, la frase più educata che sento è "ma che cazzo m'ha detto questo?". I pochi che hanno capito spiegano.

Si procede dunque ad incollare la foto e a riportare il tutto al signore che, sempre educatissimo da un numeretto e timbra tutto aggiungendo: "now you go there" (indica l'altra stanza) "and wait for the call from the counter", come ovvio l'aria si satura di "machecazzom'hadettoquesto" che vengono rapidamente tradotti al volo dagli anglofoni avvezzi all'accento indiano.

Con una certa tranquillita', a questo punto, vado di là e entro nella sala d'attesa dell'ospedale di alan ford. Nella stanza c'è assolutamente di tutto, freak assortiti con treccine e dread, suorine di madre teresa, signore con filo di perle e canetto accucciato accanto (il canetto recita la parte di Geremia-sotto-il-mucchio-di-malati, cfr Alan Ford o chiedete a Gillypixel che lo sa), signore in jeans e filo di perle con marito ecanetto entrambi accucciati accanto e il demente di turno che ha deciso di cambiare vita ed emigrare in India che mi sta facendo la cronaca dei sui precedenti viaggi indiani. A quel punto ho guardato il numeretto del counter, 341, ho guardato il mio, 416, dopo 30 minuti il numeretto del counter è ancora 341 ed il mio sempre 416. Sono andata via, tornerò un altro giorno prendendomi tutto il pomeriggio libero.

E poi ditemi che l'Italia non è un paese efficiente!...»

Qui finisce il racconto di Farly. Siccome mi ha chiamato in causa come appassionato fumettistico, ringraziandola tanto, aggiungo una piccola spiegazione per i non esperti “Alanfordiani”.

Geremia Lettiga è uno dei personaggi più bizzarri del glorioso fumetto firmato Magnus & Bunker. Si tratta di un vecchietto rinsecchito, a suo dire afflitto da tutte le malattie conosciute dalla scienza medica. Non si è mai capito se sia l’ipocondria fatta persona, oppure se i suoi malanni siano reali. Fatto sta che ad ogni apparizione, la sua tipica zucca pelata viene sempre accompagnata dall’immancabile fumetto di lamentele circa i suoi infiniti acciacchi. In un numero delle avventure del Gruppo T.N.T. (non ricordo bene quale, vado un po’ a memoria…), per Geremia si presenta un’occasione coi fiocchi, il sogno di ogni ipocondriaco: una bella visita generale all’ospedale della mutua. Dopo alcuni giorni, non avendone più notizie, qualche collega del Gruppo T.N.T. (forse Alan e Bob Rock…), si recano all’ospedale per sapere cosa sia successo.

La scena che si presenta all’interno del “nosocomio” rimane leggendariamente stampigliata nella memoria di tutti i fans di Alan Ford (Magnus & Bunker sapevano sfiorare vette d’ironia e sarcasmo veramente spietate): la “sala d’aspetto” è ingombra di un laocoontico groviglio di corpi ammonticchiati, che vengono spalati da un nerboruto “infermiere” a bordo di una ruspa, per fare un po’ di posto. Altri “addetti sanitari”, dal sembiante più simile a quello di boia in pensione, traghettano altrettanti poveri degenti su vecchie carrette di legno. Dopo alcune grottesche ricerche, finalemente Alan e Bob rinvengono il buon Geremia sotto la catasta di “pazienti”, che “pazientemente” era ancora in coda per la sua agognata visita. Credo però che, al contrario della cara Farly, Geremia non sia più tornato indietro qualche giorno dopo.

3 commenti:

Gillipixel ha detto...

Ora che ci penso: questo articoletto è stato scritto da Farly, quindi io posso commentare :-)

Allora, quello che mi sento di dirti, cara Farly, è: mantieni sempre in forma smagliante il tuo stupendo modo di percepire la realtà nei suoi risvolti più paradossali e veri...non per niente, anche per questo siamo una buffa e poetica chimera :-)

Toh, guarda un po' che strano...non ci ero mai stato da questa parte come commentatore...solo da risponditore ai commenti ero venuto qui... :-) mi sento un po' come mister Bean, quando festeggiava il compleanno da solo al ristorante, e dopo aver nascosto un bigliettino di auguri, scritto da sè medesimo, faceva finta di trovarlo dietro il bicchiere, rallegrandosi da matti per la sorpresa :-) ah, bei momenti...

E adesso mi saluto e mi do anche i bacini da solo, va mò lah :-)

Ciao Gillipix :-)

Bacini che non sei mica normale, veh :-)

farlocca farlocchissima ha detto...

gilly sei un genio! io non commentavo perchè avevo scritto io e mi faceva un po' tristezza sto post in cui non potevo dir nulla, ma ora posso risponderti!!!
be' la cornice alan fordiana da te data già ti disse che molto mi piacque e poi questa idea del commento è bellissima. Ebbene sì incasiniamo ben bene i ruoli... facciamo confusione ... e che da questa possa nascere qualcosa di nuovo e bello (blogspot dice mitina, non so se mi esorta alla tua mitezza o se propone un mito femmina piccolo piccolo)

Baci caotici

Gillipixel ha detto...

@->Farly: ehehehe :-) lo sapevo, al 1000%lo sapevo :-) cara Farly, che avresti colto al balzo la palla di questo mio ribaltamento fra entità commentatorie e narrative :-)

Ma a questo punto, con ancor più dubbi che in passato, mi domando: sono uomo o sono donna, sono Farly o sono Gilly? :-)E nè l'autoanalisi spirituale, nè il rimirarmi dentro le braghe, mi illumina mai a sufficienza :-)

La sola ed unica risposta possibile è: sono chimera, una mitina dei giorni nostri :-)

Bacini che se non son geni non li vogliamo, ma proprio geni da legare :-)