sabato 18 ottobre 2008

Un giorno che ero pigro...

(Foto di Gillipixel)

Oggi sono andato per pensieri, ma la pigrizia non me ne ha lasciato cogliere. Volevo però dire qualcosa lo stesso, e così lascio la parola ad un tale che ne sapeva:

Sulla Fama
John Keats

E' divorato dalla febbre l'uomo che non sa guardare
I suoi giorni mortali con giusta serenità:
Strazia le pagine tutte del libro della vita,
E il suo nome bello deruba della sua verginità.
E' come se la rosa da sola si cogliesse,
O palpasse la prugna matura la sua eterea lanuggine,
Come se una naiade, credendosi un elfo importuno,
La sua grotta oscurasse di nera fanghiglia.
Ma sul rovo lascia se stessa intatta la rosa,
Che la bacino i venti e se ne cibino le api;
E la sua veste bruna indossa ancora la prugna matura,
Come il lago indisturbato ha il suo spazio di cristallo:
Perchè mai dovrebbe allora l'uomo, cercando favori, porre il mondo in croce
E sciupare così la sua salvezza, solo per un'illusione feroce?

venerdì 17 ottobre 2008

Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore…

(Foto di Gillipixel)


“…Sole sul tetto dei palazzi in costruzione,
sole che batte sul campo di pallone

e terra e polvere che tira vento e poi magari piove…”

La leva calcistica della classe ‘68

Francesco De Gregori (Titanic, 1982)


Son giorni che tira aria di forte stonatura. O meglio, fischia sulle reni più dritta del solito, che per tirare, già tirava da tempo.

Fa specie continuare a rimanere immersi belli e giulivi nella sarabanda consumistica, mentre sotto i piedi si sente un rimbombo minaccioso e dietro le spalle riecheggiano scricchiolii che fanno correre brividi gelidi lungo la schiena.

Il mondo del consumo esasperato offre il fianco da sempre alle critiche più facili. È altrettanto vero che in questo sistema ci siamo cresciuti e ci siamo stati anche bene, spesso adagiandoci sulle blandizie della consuetudine. Dunque ci sarebbe poco da fare i criticoni, ma certe distorsioni non le possiamo mica nascondere alla maniera del domestico sciattone che occulta la polvere. Abbiamo pur sempre una coscienza critica che forse sa fare qualcosa di meglio di un vecchio tappeto spelacchiato.

Sembra una regola storica ineluttabile, sembra che ogni tipo di organizzazione umana complessa non possa fare a meno di riscoprirsi alla fine fondata su contraddizioni terribili. Ci abbiamo provato in tutte le salse, ogni volta con le migliori intenzioni: consigli di tribù modello Isola di Pasqua, monarchia, comunismo e consumismo, liberalismo, dittature illuminate e dittature buie, impero, repubblica, libero mercato e protezionismo, autarchia, oligarchia, democrazia, teocrazia, aristocrazia, salutami tua zia…

Ma niente: tutte le volte il “non senso” s’insinua, prima pian piano, subdolo, nelle pieghe del discorso e nel sospetto di quei pochi più diffidenti (o dissidenti), poi sempre più deciso prende piede, e facendosi clamoroso cola da tutte le parti, deborda, tracima, e alla fine c’è un tanfo di paradosso che anche volendo non si può fare finta di non sentirlo.

Sia ben chiaro: teniamoci pur ben stretta la nostra cara e vecchia democrazia, che è il colabrodo con meno buchi finora escogitato per tenere insieme il consorzio umano…

…Ma, insomma, tutta ‘sta menata per dire cosa?…per parlare di un clima surreal-contradittorio che stiamo vivendo, prendendo spunto da due piccole impressioni-riflessioni scaturite in questi giorni da due episodi, uno tratto dalla macro-storia che stiamo vivendo come mondo in generale, e l’altro capitato invece nella mia micro-storia quotidiana.

La prima cosa è l’affermazione di Berlusconi, secondo la quale “se un aiuto dello Stato all’economia sarebbe stato peccato in passato, oggi è un imperativo categorico”. Ecco, se ci fate caso, filosoficamente parlando, questa frase è una perla di incoerenza e di distorsione discorsiva. Con la specificazione “filosoficamente parlando” mi riferisco all’uso della razionalità comune al pensiero occidentale dai vecchi tempi in cui il buon Aristotele la codificò. Il principio di non contraddizione, di causa-effetto, e tutte quelle robe lì, insomma. Concordo sul fatto che siano faccende pallose, e che la fantasia, l’immaginazione e il sogno sono alternative ben più piacevoli. Ma quando uno parla in un contesto normale, si presuppone che usi proprio quei ferri vecchi aristotelici e non gli sfavillanti strumenti del mago di Oz.

Cosa succede invece nella frase del Berlüsca? Beh, è tutto uno sfavillio di razionalità creativa, anzi un fuoco di fila di contraddizioni ad andata e ritorno: la prima parte del discorso fa zoppicare la seconda e viceversa di rimbalzo.

Se in passato l’intervento dello Stato fosse stato un po’ più praticato per dare qualche straccio di regola a quel favoloso mondo del libero mercato e della selvaggia iniziativa privata, non pensa il nostro luminoso premier che forse non ci saremmo trovati ad un passo dal collasso di tutta la baracca, come in questi giorni è successo? E se oggi questo intervento è da lui stesso auspicato, non pensa che forse quel modello del mercato libero e sfenato non era poi quella gran meraviglia che ci voleva egli stesso fare credere? Non so, quando fa così, mi fa venire in mente Fonzie quando non riusciva a dire “ho sbagliato”, e piuttosto di niente biascicava un incerto “ho sbglt…gghhhzzz….”. Boh, sarà…ma se questa è una delle menti più illuminate del nostro capitalismo, il Cielo ci scampi dai più rintronati.

Il secondo episodio, legato al mio più modesto tran tran giornaliero, è molto meno frutto di analisi razionale e mosso in misura più generosa dall’impatto emozionale. È successo ieri: scorticavo il solito incartamento plastificato dell’inserto settimanale di un noto quotidiano, quando dal malefico involto di cellophane e locandine pubblicitarie salta fuori una mestissima simil-chiavetta di automobile…Noooooooooooooo…Nooooooooooooooooo…non provavo una tristezza simile dall’ultima volta che mi sono rivisto la scena della tombola nel “Cacciatore” di Michael Cimino. Chi lo sa, magari solo poco tempo fa, in un normale frangente consumistico ordinario dei tempi andati, la cosa non mi avrebbe fatto così impressione. Ma ora che siamo andati proprio ad un passo dal vedere il crollo totale, il tutto è suonato fortemente surreale. Già mi vedevo, sabato mattina, recarmi prono alla concessionaria ad infilare la mia triste chiavetta per sapere se ho vinto l’auto in palio…

Nooooooooooooooooo…Noooooooooooooooo…presto, un film di Bergman per tirarmi su di morale!!!

martedì 14 ottobre 2008

Vado sotto il tavolo

Volevo proseguire il mio breve viaggio nel mondo dei "gregari dell'espessione alla moda" rendendo omaggio questa sera ad una frase per la quale il commento "che due coglioni" rende conto solamente di una realtà del tutto sottostimata. Per questa espressione, e le sue lievi varianti, s'impone come minimo una triplice testicolarità di platino, tale e tanta è la molestia che riesce a sprigionare.
"Dobbiamo sederci intorno ad un tavolo..."...minchia!!!...giuro che non la posso più sentire questa cosa...sedetevi su una panchina, sedetevi nel teepee di Toro Seduto, sedetevi lungo un fosso, ma vi prego, non sedetevi più intorno ad un tavolo.
Se non per pudore linguistico, fatelo almeno per coscienza ambientale: ormai, con tutti i tavoli delle trattative che sono stati aperti, la penisola è tutta una distesa di superficie lignea, che al confronto, Cantù ai tempi d'oro dei suoi mobilifici era una piccola compagnia di amici che giocava coi bastoncini dello Shangai.

lunedì 13 ottobre 2008

But if you go carrying pictures of chairman Mao…

Può succedere che le opere d’arte, tanto più se pregevoli e complesse, diano adito ad interpretazioni non previste nemmeno dall’autore. Ma a volte il fenomeno sembra accadere anche con le parole stesse, che possono imboccare percorsi di senso forse in origine non presenti neanche fra i pensieri di chi le ha pronunciate o scritte.

Qualche tempo fa (non ricordo se son passati mesi o anni, ma poco importa), sentii da qualche parte una dichiarazione rilasciata dal mitico cantante e bassista dei Police, Gordon Matthew Sumner…ecchiccazz’è!?!?! ...esclameranno i più impazienti… sì dai, il buon vecchio Sting volevo dire.

“Il rock è una musica reazionaria”, disse in sostanza quel gran trapano di un pungiglione biondo. Non capii bene dove voleva andare a parare, ma quella frase mi è sempre rimasta in mente. Cercando un po’ sul web ho trovato qualche spiegazione, nel senso che il rock imporrebbe una sorta di “tirannia del banale” con conseguente ottundimento generalizzato delle coscienze.

Può darsi che il buon “Sting…ary Smith” (…solo i cultori di Trinità avranno potuto cogliere questo demenziale calembour) non avesse tutti i torti. Ma recentemente sono tornato a riflettere sulla questione e mi sono dato un’interpretazione mia.

La considerazione è nata dal gironzolare per strada con le orecchie farcite di mp3. Cosa succede ad esempio mentre sei fermo al semaforo per strada, aspettando di attraversare al passaggio pedonale, e magari ti parte direttamente nel cranio “Break on through” (rigorosamente “to the other side”, s’intende…)? Le auto sfrecciano sulla zebra, la mente vola lontana cavalcando lo sguardo là sotto, perso nel flusso del serpentone motorizzato, e il pensiero si fa aggressivo, aggrappato alle vibrazioni taglienti delle note. In men che non si dica, il cervello è un impasto estetico di melodia neuronale e ragionamenti rivoluzionari, e quasi non ti sei reso conto come:

“…You know the day destroys the night…ma cosa fa tutta ‘sta massa di stronzi dentro quelle scatolette di lamiera, ma andate a casa…night divides the day…guarda quello lì: 40mila euro di macchina, un anno e fischia di lavoro per mettere il culo dentro un pezzo di lamiera…tried to run tried to hide…”.

Nel frattempo però si crea un distacco netto fra bellezza interna provata musicalmente e desolazione (o perlomeno pochezza) esterna percepita visivamente. La differenza è troppo ampia e chiunque abbia un minino di senso estetico (tanto più che le canzoni se le sceglie lui) opta senza pensarci un secondo per quell’ideale mondo interno parallelo. E se prima di pigiare il play aveva anche una minima intenzione di agire sul mondo là fuori per tentare di migliorarlo, alla fine della canzone si è accorto che ormai la rivoluzione l’ha combattuta e vinta nella sua mente, e non gliene può fregare ormai poco più di niente di andarsi a sbattere per cambiare una realtà definitivamente bollata come deludente ed inadeguata.

Ecco dunque come la frase di Sting si è riformulata nella mia percezione bislacca: il rock è una musica reazionaria perché, con la sua energetica aggressività, la rivoluzione te la fa combattere tutta nella tua testa.

E dopo aver assaporato lo sfavillio esistenzialista di Break on through, la martellante visionarietà di In bloom, il furente sarcasmo autolesionista di God save the Queen, la cinica eleganza di Personal Jesus, a chi mai rimane la voglia di prendere in mano una falce ed un martello arrugginiti?

venerdì 10 ottobre 2008

Non sono tuo fratello...

Come diceva Nino Manfredi nel capolavoro di Luigi Zampa “Anni Ruggenti” (1962):
“…A chi li sòrdi? A noi!!! A chi le caverne? A loro!!!…Ammazza che saccoccia!!!...”

Se mai questa crisi mondiale potrà insegnarci qualcosa, speriamo lo faccia nella direzione di una maggiore umiltà, di un ravvedimento generalizzato, di una rinnovata coscienza della finitezza e dei limiti umani. Speriamo torni ad imporsi un senso diffuso di responsabilità sociale, impostato sui valori dimenticati della solidarietà, dell’altruismo…della fratellanza….
Però, per favore, stavolta lasciamo perdere l’esempio dei fratelli Lehman…

domenica 5 ottobre 2008

I software dell'anima

(Foto di Gillipixel)

Alcuni giorni fa mi è capitato di vedere su Raitre una bella trasmissione dedicata a Lucio Battisti, un omaggio alla sua carriera, con tanti stralci delle sue stupende canzoni e altri filmati interessanti. Uno di questi spezzoni era tratto da una trasmissione tv del 1969, Speciale per voi, condotta da Renzo Arbore. Lucio era ospite fisso del programma e proponeva dal vivo i suoi brani ad una platea di ragazzi presenti in studio.
Mi ha fatto riflettere ed anche “intellettualmente incazzare” un episodio che capitò proprio in quella trasmissione, testimonianza di certo “bovinismo” ideologico caratteristico fra le altre cose di quell’epoca, che pur rappresentò un fondamentale passaggio storico per lo svecchiamento del mondo. Fra una canzone e l’altra, era previsto uno scambio di opinioni fra Lucio e i ragazzi: questi ad un certo punto gli contestarono il “disimpegno” delle sue canzoni, il disinteresse dimostrato nei confronti di temi sociali e politici ai quali invece i giovani dell’epoca stavano dedicando si può dire tutta la propria esistenza di allora.
La risposta di Lucio non fu molto chiara, non rispose con le argomentazioni profonde ed articolate che certamente avrebbe saputo trovare, ma si limitò a dire un paio di cose sull’importanza del saper cogliere le emozioni genuine trasmesse dalle canzoni, tagliando poi il discorso con atteggiamento un po’ stizzito, come colui che giustamente sta pensando: “…ragazzi miei, se non ci arrivate da soli ascoltando la mia musica, è proprio inutile che mi ci metta io a spiegarvelo…”.
Vi sembrerà strano, ma questa cosa vista alla tele mi ha fatto ripensare ad alcuni ragazzini delle medie o dei primi anni delle superiori ai quali ho dato qualche ripetizione di matematica. Di fronte ai passaggi più impervi presentati dalla materia, la domanda che scattava esattamente con precisione matematica era sempre la solita: “…Ma a cosa serve?...Cosa me ne faccio, un giorno che avrò un lavoro, che dovrò pensare ad una famiglia, cosa me ne faccio delle equazioni di secondo grado o del teorema di Ruffini?...”
E ripensando alle argomentazioni frammentarie che sul momento mi è venuto istintivo portare ai miei “allievi”, ho capito meglio lo spirito della risposta di Battisti ai giovani contestatori. Anche la mia reazione è sempre stata infatti epidermica ed emotiva: “…se non ci arrivi da solo, ogni motivazione che ti posso dare, sarà inutile…”. Ricordavo ad esempio come io, alla loro età, a scuola ero attratto proprio dalle materie ufficialmente bollate fra le più “inutili”: filosofia, latino, storia dell’arte. Non mi sono mai chiesto “a cosa serve?”.
Mi affascinava la sfida con il Pensiero di per sé, e anzi, forse gli unici momenti di disappunto e sconforto li provavo quelle volte che ero costretto ad ammettere la mia sconfitta intellettuale di fronte a battaglie con argomenti di studio troppo ardui. Mi dava fastidio invece questo “utilitarismo meschino” dimostrato dai ragazzi, e il fastidio ha sempre prevaricato la mia capacità del momento di argomentare meglio le mie ragioni.
Se però dovessi cercare di spiegare la faccenda, utilizzerei una similitudine informatica. Ciascuno di noi ha in dotazione un hardware, che è fatto di cervello e cuore, tanto per semplificare. Neuroni, sinapsi, capacità di emozionarsi e di sognare, sono patrimonio di ogni essere umano. D’accordo, c’è chi ha ancora un pentium 2, chi ha solo 512 di ram, ma bene o male ogni persona ha in sé talenti, piccoli ambiti di genialità, sprazzi di originalità, che possono essere espressi meglio proprio con le caratteristiche del “personal computer” insito nella sua personalità.
Che cosa sono allora il latino, le canzoni di Battisti, le equazioni, la critica della ragion pura e lo studio dei significati della cappella Sistina? Sono i software da installare sul nostro pc personale. La mente e il cuore seguono percorsi, meccanismi, modalità di fondo che sono familiari al pensare e al sentire di ogni uomo.
Nel latino, nelle canzoni di Battisti, nelle equazioni, nella critica della ragion pura e nello studio dei significati della cappella Sistina, questi percorsi li possiamo trovare. E una volta installati correttamente in noi, sono sempre lì a disposizione del nostro cervello e del nostro cuore: potranno caricare ed elaborare ogni tipo di “file”, dai problemi lavorativi alle gioie e alle difficoltà familiari, fino alle più vaste tematiche di carattere sociale e politico.
Per questo “I giardini di marzo” è ancora oggi un software sul quale il linguaggio binario di tanti cuori e di tante menti può ancora trovare percorsi interessantissimi, mentre “Contessa” di Paolo Pietrangeli (brano portato dai ragazzi sessantottini come esempio di canzone “impegnata”) è ormai solo un “file” di testimonianza di un’epoca o poco più.

giovedì 2 ottobre 2008

Sono un fallito coi fiocchi

(Foto di Gillipixel)

Sono belli e strani quei libri che risuonano di altri libri. Quei libri che parlano con devozione di altri libri. Che esprimono l'affetto che non si può non provare per loro illustri consimili. Quando li leggi ti sembra di passare da una stanza all'altra di un edificio che non finisce mai di riservarti sorprese e promesse di bellezza a venire. Tutto sommato, credo che il motivo ultimo e più importante del mio amore per i libri stia nel fatto che riescono sempre a farmi stare bene. D'accordo, c'è pure il divertimento, il passatempo, la sete di conoscenza.
Anche una punta di snobismo, ce la posso mettere. Oppure ancora le mille opportunità che la lettura offre di difendersi dalla timidezza provata verso la vita cosiddetta reale. Ma alla fine, anche se la frase è alquanto ritrita, la cosa che conta penso sia questa: leggere è un linimento per l'anima. Ricordo di aver sentito una frase di Giulio Andreotti a riguardo. Diceva di non aver mai passato in tutte le sue giornate guai o problemi così grandi da non poter essere accantonati per un po' con la lettura serale di qualche buona pagina. E se lo dice lui, c'è da crederci. Ecco allora, se un bel libro è tutta questa roba, i bei libri che
parlano di altri bei libri sono "il sabato del villaggio" del lettore.
Ti dicono che la lettura non si fermerà all'ultima pagina di quello scritto che hai in mano, ma è invece tutta una catena esalante di bellezza, un riverbero di emozioni che si mettono in risonanza vicendevolmente, un pregustare nuovi attimi futuri di armonia con il tutto, che scaturiranno ancora una volta con inspiegato stupore dall'apparente banalità di pochi sghiribizzi neri segnati sulla pagina.
L'ultimo bel libro che parla di altri libri nel quale sono piacevolmente incappato è "Leggere Lolita a Teheran", di Azar Nafisi (già citato qui qualche giorno fa). A dire il vero, non ne ho ancora terminato la lettura e intorno a pagina 100 mi era pure venuta una mezza voglia di abbandonarlo. Ultimamente ho lasciato a metà la lettura di troppi libri. E' vero che questa è una prerogativa leggittima del lettore, come afferma Daniel Pennac. Ma quando ti succede, e con una certa frequenza per di più, ti rimane sempre in bocca un gusto spiacevole. A volte non è tanto la scarsa qualità del libro a far decidere per l'abbandono.
E' più la mancanza di pazienza del lettore, la sua poca attitudine del momento a prestare ascolto nel modo dovuto alla voce narrante. E per fortuna, devo dire, che stavolta ho tenuto duro con il libro di Anazar Nafisi. Mi sarei perso ad esempio il godimento estetico procurato dal seguente passo, che deflagra di intensità narrativa sulla "...definizione [...] che Lambert Strether, il protagonista degli Ambasciatori di James, usa per descrivere se stesso alla sua amica del cuore, Maria Gostrey: "Io sono un fallito coi fiocchi." [...] e vuoi sapere lei come risponde? "Grazie al cielo. Per questo la stimo tanto! Qualunque altra cosa al giorno d'oggi sarebbe orribile. Si guardi attorno, guardi la gente di successo. Vorrebbe essere uno di loro, onestamente? Del resto", continuò, "guardi me". Per un attimo i loro occhi si incontrarono. "Capisco", rispose Strether. "Anche lei si tiene fuori". "
"La superiorità che lei scorge in me" convenne Miss Gotrey "annuncia la mia futilità. Se sapesse," sospirò "i sogni di gioventù! Ma sono le nostre realtà ad averci avvicinato. Siamo compagni d'arme sconfitti".
Un giorno [...] scriverò un saggio intitolato Falliti coi fiocchi. Parlerò dell'importanza di figure femminili nella letteratura, soprattutto moderna. Penso a questo tipo di personaggio come a qualcosa di vicino alla tragedia - che a volte tende al comico, a volte al patetico, oppure entrambi. Mi verrebbe in mente Don Chisciotte, ma il personaggio al quale penso è più moderno, e soprattutto è figlio di un'epoca ambigua, dove la sconfitta a suo modo è un successo. Vediamo, Pnin* è calzante e anche Herzog**, e forse Gatsby***, ma forse no - dopotutto, lui la sconfitta non la sceglie. Parecchi tra i personaggi preferiti di James e Bellow rientrano in questa categoria. Sono persone che scelgono consapevolmente la sconfitta, pur di conservare la propria integrità. Sono elitari, non semplici snob; hanno punti di riferimento molto alti. James, credo, si sentiva uno di loro, per via dei suoi romanzi che la gente non capiva, e per la tenacia con cui insisteva a scrivere nel modo che secondo lui era quello giusto..."
...

Cosa aggiungere di più? Solamente che forse l'avevo sempre intuito, ma fino ad ora non potevo dichiararlo a chiare lettere, ed adesso, grazie ad Henry James e ad Azar Nafisi, me lo posso dire in faccia con gran soddisfazione: io sono un fallito coi fiocchi!

* = "Pnin", Vladimir Nabokov (1957)
** = "Herzog", Saul Bellow (1964)
*** = "The great Gatsby", Francis Scott Fitzgerald (1925)