domenica 22 gennaio 2012

Restaurant “Chez Gillipì”: nouvelle cousine mais ancien stronsè


Lamentarsi troppo dell’epoca in cui si è nati non è mai sintomo di eccessiva saggezza. Non foss’altro che per due semplici motivi.

La prima considerazione è tanto banale da creare quasi sconcerto: a ciascuno è stato assegnato il proprio tempo ed è in quello che gli tocca vivere. Potrà immaginare di compiere continue ed irrequiete capriole cosmiche, fantasmagoriche piroette trans-dimensionali, instancabili avvitamenti carpiati crono-centrifughi, ma alla fine dovrà sempre rassegnarsi a mettere il cuore in pace: dal proprio tempo non si fugge, sempre lì ci ritroviamo piazzati, e non ci sono “sacramentate” che tengano.

La seconda motivazione deriva a stretto giro di ragionamento dalla prima: siccome dal proprio tempo non si può evadere, tanto vale sfruttare al meglio le opportunità che esso ci presenta, concentrarsi su quelle, lasciando perdere il più possibile le magagne e le faccende che non funzionano tanto bene.

Fin qui tutto a posto, dunque: le esigenze della razionalità e del buonsenso sarebbero salve e noi ci sentiremmo con la coscienza in ordine. Resta però il fatto che prendere un po’ in giro il proprio tempo è anche operazione parecchio divertente e quindi, ogni tanto, non fa male piazzare un calcio in culo alla ragionevolezza e lasciarsi andare ad un sano sbeffeggiamento auto-epocale.

Una delle più perniciose propensioni involutive da un punto di vista culturale introdotte dagli anni recenti, è la malsana tendenza ad edulcorare la realtà per mezzo di una sua verbale “eufemistificazione” (Squili, se sei in ascolto, spero tu sia fiero di me per questo funambolismo semantico degno dei tuoi migliori...). Si creano di continuo bizzarri sostituti linguistici con la malsana e subdola pretesa di smussare aspetti meno gradevoli del vivere, oppure assecondando la patetica volontà di investire di complessità nobilitante talune circostanze del mondo di fatto irrimediabilmente semplici e lineari.

Ecco allora che il linearissimo “spazzino”, fino a qualche anno fa verbalmente giustificabile con chiarezza ed immediatezza degne di un teorema pitagorico (in gillipixilandese è addirittura euclideo: “spasòn”), di colpo si è tramutato nel mefitico “operatore ecologico”. La cara e vecchia scuola, fosse essa “materna”, “elementare”, “media” o “superiore”, è stata orribilmente sfigurata dal burocratese più petulante e “palazzochigico”: “primaria”, “di primo grado”, “secondaria”, “dell'infanzia”...ma va a dà via i ciàp!!!

Per non parlare del settore mangereccio. Uno degli ambiti dell'umana comunicazione più duramente colpiti dal flagello linguistico “edulcorante” è proprio quello dei menù nei ristoranti o trattorie che dir si voglia. Ormai nessun livello è più risparmiato, anzi, si registra una tendenza al regresso sempre più marcata su tutti i piani dell'italico ristorare. Ora, io non è che sono un frequentatore così assiduo di “mangiatoie” extra-domestiche, ma non ci vuole molto ad accorgersi del fenomeno. Se ci avete fatto un po' caso, è tutto un florilegio di vezzeggiativi, diminutivi, “abbellitivi”, “semi-scoreggiativi” sintattici, da farteli quasi immaginare tutti là dietro in cucina, uniti in combutta per tentare la sortita di serviti uno scarpone bollito, cercando di farti bere che si tratta di tenerissimo stracotto bovino.

E poi, al di là delle più svariate forme di “sottodimensionamento” delle parole, al fine di dotarle di una maggior “grazia pretesa”, si sprecano i possessivi o gli specificativi esaltativi della proprietà privata: “il nostro” vino, “la nostra” zuppa inglese, il brodone sapido di verdurine “della casa”, la frittatina “del casale” e così via. Mai una volta che, così, per la soddisfazione di cambiare un po', ti portano un piatto dalla casa di fronte: tutti in casa loro, ce li hanno sempre!

Non venite dunque poi a lamentarvi con me, non ditemi che non vi avevo avvertito, se fra qualche tempo, dopo esservi comodamente seduti al vostro posto cortesemente indicato dal cameriere, magari in piacevolissima compagnia, sfogliando la carta delle portate, vi ritroverete  a leggere simili eccellenze di fatuità mentale:

- I nostri antipasti frammisti al fiorfior di salumeria:

Il salamotto grimaldelloso della Val Viappiona adiagiato in letto matrimoniale dell'ordine della giardiniera con striature cangianti di balsamo d'aceto

Cubetti maltagliati di Mortadello della casa insapiditi al sapor selvatico malsaporito

Cartevelinità al proscutello di maialetto Smugo infioccardate da sbocciolature di burro da mungitura manuale con antico metodo del tiratetta vellutativo

- I nostri primi dalla fresca riserva pastiera di Nonna Mattarella:

Maltrattati all'uovo con bordure di besciamellità agli spinaci nani cavolfiorati in rugiada di vino fatuo

Spaghettini al capel di Venere inforforiti di parmigiano-cagliaritano con arricciature d'origanetto a canne mozze

Crespellonze della casa impaludate in alluvionale contornatura  vegetale alle spontaneità di bosco

- I secondi del nostro chef Charlì Mariòn de la Place Concorde:

Piallature di salmoncello pescato al balzo con carpitura da zampa d'orso bruno, in salamoia delle isole Smargiasse e rabbuiatura di salse

Medaglioni di vitellino slattato metodo Montessori percolati in purea di primizie di campo

- La nostra carta dei dolci di Zia Adalmanza:

Tiramigiù alla giavanese rammendato con contrappunti vaniglinati al fior d'agrume

Pannicella ricotta del mastro casaro in pioggia caramellata

Cremetta del vicolo ingiallognolita con spruzzature di mentuzza dell'erba del vicino

- Gran digestivo finale della casa:

Il Purgone di Nonno Rimbambino all'essenza di petali di sturabuso inodorito con frescosità di stagione

giovedì 19 gennaio 2012

Cyrano de Gilleràc



Il raccontare attraverso “storie di finzione” si può dire forse la più antica fra le forme espressive e comunicative. Il perfetto antenato primordiale di questa propensione umana lo ritroviamo nelle forme del mito. Nel mito si riassume il nucleo di senso più puro ed originario insito nell'atto del “narrare”.

Eppure stupisce il fatto che l'essenza di questa modalità di scambio culturale, sociale, sentimentale e spirituale fra gli umani, non solo non sia mai passata di moda, ma acquisti sempre più fascino, magnetismo, profondità, anche in un’epoca come la nostra, così ricca di conquiste tecnologiche avanzatissime, satura di consapevolezza scientifica “positiva”, all’apparenza largamente acquisita ed archiviata come patrimonio assodato di verità riposte alla luce del sole della ragione.

La sete di indagine esistenziale è dunque a tal punto inestinguibile? E come mai essa ritrova un habitat a sé così confacente proprio nell’ambito della dimensione narrativa?

Il mondo dei romanzi e dei racconti ci attrae in maniera così intensa, perché in esso possiamo riconoscere tratti della nostra personalità, messi a nudo dalla sapienza del narratore in forma mai conosciuta prima così limpida e chiara. In pratica, siamo calamitati dalle “storie” perché in esse ci riconosciamo. E’ questa la “molla egocentrica” primaria che fa scattare il marchingegno.

Per di più, questo riconoscersi nelle “storie” presenta un ulteriore ingrediente di seduzione.

Nei racconti, nei romanzi, nelle opere “narrative” in genere, non riconosciamo noi stessi attraverso l’oggettivo fermo immagine di una fotografia. Non è un’asettica scheda descrittiva quella che rinviene dall’incantesimo della dimensione narrata. In virtù dello stratagemma innescato dall’autore, mentre finge di  veder vivere i suoi personaggi, ciò che invece riconosciamo in quell’ambito sono “parti della nostra personalità” sorprese dal vivo, mentre fluiscono nel tempo e compartecipano allo scorrimento esistenziale negli istanti del suo farsi.

Ho scritto “parti della nostra personalità”, perché difficilmente accade di riconoscersi totalmente in un solo personaggio compiuto. L’interiorità di ciascun individuo è faccenda molto complessa e lo stesso può dirsi dell’architettura di certe opere narrative. L’incontro di due complessità difficilmente può dunque risolversi in forme lineari. Ecco perché molto spesso l’identificazione, il moto di empatia, non rimane circoscritto ad un personaggio definito, ma si accavalla, si interseca, si contamina, nei e dei lineamenti di più personaggi di un’opera.

Non solo. A volte ci si accorge pure che certi tratti di personaggi a noi giunti dalle profondità dell’universo narrativo, si amalgamano, si contagiano nella re-invenzione reciproca, si nutrono vicendevolmente della rispettiva deformazione, per dare vita ad inedite forme di auto-identificazione.

E' stato forse percorrendo queste contorte strade, dunque, che Cyrano e Cristiano si sono inusitatamente confusi in me. Fusi insieme, nel confondersi.

Com’è arcinoto, nell’opera di Edmond Rostand, Cyrano e Cristiano incarnano una dualità virile ideale, beffardamente scissa da una sorte burlona. Da una parte Cyrano: l’animo nobile, coraggioso, libero fino agli estremi confini concessi da una personalità che mai conosce orizzonte troppo vasto da non lasciare ogni volta rinnovato adito al desiderio di spingersi oltre. Sul versante opposto, Cristiano: un individuo tutto sommato mediocre, di fatto privo di qualità interiori degne di nota, buono, ma goffo nell’animo e nei modi di fare.

Il prezioso tesoro della sensibilità di Cyrano è tuttavia imprigionato con sardonico intervento del destino nello sgraziato forziere di quel suo buffo sembiante, al quale fa da coronamento più sarcastico che mai un naso abnorme sino a rasentare il grottesco. Mentre la vacuità e l’insipienza di Cristiano possono contare su di un “abito fisico” sfavillante, su un aspetto esteriore aggraziato, elegante, su di una leggiadria virile esemplare nel corpo. Cyrano e Cristiano sembrano dunque impersonare un uomo ingiustamente scisso alla nascita in due personalità e due aspetti. Ciò che possiede l’uno, completerebbe superbamente l’altro. Ciò che manca a ciascuno li rende esseri limitati, individui esistenzialmente zoppi.

Celeberrima è la scena in cui i due provano in qualche modo a fondersi in un “unico”, recitando, sotto il balcone di Rossana, la donna da entrambi amata, versi forgiati nella penombra da Cyrano, ma declamati in piena luce da Cristiano.

Dopo aver letto le vicende di Cyrano e Cristiano alcuni anni fa, e rimeditato in merito tante volte nel corso del tempo, mi sono gradualmente reso conto di come i due personaggi, sempre in forza della magica mutevolezza trasmissibile attraverso la dimensione narrativa, si erano finalmente riconciliati in una sola persona.

Quella persona credo di essere io.

Non che la cosa presenti un tale rilievo, da venirvela a raccontare qui, oggi. Se un certo interesse può risiedere nell'esposizione di una simile esperienza personale, è rintracciabile sempre in un'ottica d'indagine riguardante il fenomeno narrativo e culturale.

Com'è che mi sono ritrovato a riconoscermi in una sorta di fusione maldefinita di Cyrano e Cristiano? Per fortuna, il fenomeno non si è verificato nelle modalità letterali che ci si sarebbe potuto aspettare. Il mio aspetto esteriore non ha niente delle deformità cyraniane e nemmeno delle eccezionalità estetiche di Cristiano. Credo di essere né troppo bello, né troppo brutto. Niente mi impedirebbe dunque di sortire in una riuscita sul piano “sociale” più che soddisfacente, magari riuscendo a sfiorare anche punte di brillante affermazione, se non di successo.

Il differenziale cyranesco si gioca invece tutto ad un livello interiore.

La goffaggine di Cristiano me la ritrovo sempre fra i piedi in questa fondamentale attitudine “anti-recitativa” che accompagna tutti i miei modi di fare con la gente. Non ho la battuta pronta, nel confronto dialettico risulto spesso deficitario, non so accompagnare il mio dire con modi accattivanti, né tanto meno convincenti. Il mio forte è ascoltare, mentre arranco nell'arte del farmi ascoltare. La mia presenza in un ambiente, in modo particolare se le persone presenti sono in discreto numero, difficilmente s'impone, è sempre flebile e delicata, scarsamente assertiva.

Ecco dunque dove tutta la mia immedesimazione nel personaggio di Cristiano principalmente si manifesta: in questa insufficiente “perizia sociale”, in questa insipienza nel rapporto con gli altri, una dimensione per me spesso fonte di difficoltà. Anche se molte volte, paradossalmente proprio in virtù di queste “eccezionalità” a loro modo preziose, le soddisfazioni risultano altrettanto copiose, spesso manifestandosi in forma di insospettabili mini-diamanti rinvenuti nella grande miniera della sensibilità umana, mia ed altrui.

E che fine ha fatto in tutto questo discorso la figura di Cyrano? Se non si nasconde dietro il mio naso (per altro di discrete dimensioni, ma non tali da far rivivere con sufficiente fedeltà l'abnorme sembiante dell'impavido spadaccino poeta), in quale altro anfratto della mia personalità è rimasto impigliato? La risposta è presto detta. Anzi, l'avete avuta sotto gli occhi ogni volta che vi siete imbattuti a leggere un mio sgangherato articoletto, un raccontino bislacco pubblicato qui sul blog, oppure uno dei miei innumerevoli e debordanti fraseggi sul nulla.

Cyrano, per quanto mi riguarda, abita nella mia scrittura. Solo in quella dimensione mi sento di possedere  propriamente ed interamente una nobiltà d'animo capace di trattare in punta di fioretto e di florilegio linguistico qualsivoglia confronto dialettico e, per estensione, sociale. Solo scrivendo posso gustare appieno di un senso di libertà sconfinata che non teme gli ostacoli frapposti dalle convenzioni e,  pur sempre nel limite delle umane possibilità, non teme nemmeno restrizioni esistenziali di sorta.

E' nella disgraziata grazia della scrittura che rimane impigliata la mia aspirazione ad elevarmi, a salire più in alto, ad affermare la mia interiorità più bella, a librarmi in cielo vestito di una personalità compiuta ed elegante. E' nella piacevole e dorata “prigionia” della scrittura che si condensa tutta l'ambivalente identificazione che mi pare di scorgere con la contraddittoria dualità Cyrano-Cristiano. Solamente coi piedi ben saldi su quel piedistallo dalle fondamenta poggiate sopra sillabe e proposizioni, podio ideale limitante ma ad un tempo foriero di potenzialità infinite, riesco a sferrare stoccate e fendenti che non conoscono rivali, colpi leggeri, quanto possono essere i pochi milligrammi di una manciata di pixel, e pur sempre pesanti dell'intensità di cui soltanto un'anima nuda sa essere capace.

domenica 15 gennaio 2012

Codazzo emotivo



Ogni opera frutto della creatività umana che sia indirizzata alla diffusione di particolari contenuti e significati, attraverso l’utilizzo dei canali espressivi più diversi, può essere vista anche come un “dispositivo” atto ad innescare emozioni. La propensione è di volta in volta variamente graduata, a seconda della maggiore o minore “intenzionalità artistica” insita nell’opera. Di fatto tuttavia una ricerca dell’emozione suscitata è sempre presente.

L'ho presa su un po' alla larga e concettuosa, ma nella sostanza ho detto una roba abbastanza scontata. Quando l'uomo si mette in comunicazione coi propri simili servendosi di un linguaggio, qualunque esso sia, non può fare a meno di metterci dentro un pizzico di emotività, pur anche minimo, ma sempre imprescindibile. Anche nel congegnare il più asettico dei saggi scientifici, tanto per fare un esempio estremo, l'autore si premura di escogitare un'architettura espositiva che possa giungere al lettore in maniera piana e lineare, che non s'incagli contro il limite della sua disponibilità a comprendere, ecc.

Non sono di certo il più indicato a discettare di temi simili, ma anche solo ripensando alla mia modesta esperienza scolastica, mi sento di dire che addirittura la matematica può rivelarsi fonte di emozioni molto intense. E non mi riferisco solo alla fifa di beccarsi un 4 in pagella. La bellezza nella costruzione logica di certi teoremi di geometria, me la ricordo ancora oggi molto favorevolmente, con entusiasmo analogo serbato all'epoca alle migliori poesie.

Lo stesso “Tractatus logico-philosophicus” di Wittgenstein, il capolavoro dei capolavori per quel che concerne la ricerca di un'oggettività assoluta nell'ambito delle potenzialità del linguaggio stesso, rimane pur sempre uno scritto capace di trasmettere un rimarchevole coinvolgimento estetico, in forza della propria eleganza compositiva e strutturale.

Figuriamoci cosa succede poi quando abbiamo a che fare con opere nate direttamente con l'intento di stuzzicare, in misura pressoché pura, le riserve emotive del destinatario. Come nel caso di tanti film, per esempio.

Fin qui insomma non vi ho detto granché di nuovo. Una cosa curiosa però, da me appurata qualche sera fa in modo più lampante di quanto mi fossi mai reso conto prima, è che può anche succedere di essere presi dentro una “scia emotiva a strascico”, per così dire. Capita magari di vedere un film in grado di emozionare in modo notevole e subito a seguire di immergersi fra i flutti evocativi di un'altra pellicola, per poi passare ancora appena dopo alle suggestioni di un libro, tanto che alla fine ci si ritrova scombussolati in un piacevole smarrimento entro il quale si stenta ad assegnare a ciascun territorio emotivo esplorato la paternità effettiva.

La serata l'avevo iniziata con un film di “pancia pura”, intitolato «Nella rete del serial killer». Stando ai criteri da me medesimo definiti alcune puntate fa, si è trattato di un film “onesto”, se si eccettuano alcune sbavature di gusto e qualche pecca nella risoluzione finale della trama. Il suo obiettivo principale era suscitare tensione nello spettatore, inquietudine, paura ed amenità simili. Non sarà certo un capolavoro del genere (solo pensando ad Hitchcock o a Kubrick, ogni paragone crolla miseramente), ma di fatto un buon prodotto di artigianato filmico sì, lo possiamo considerare tale. In ogni caso, quel che importa nell'economia del presente discorso è che di adrenalina se ne manda giù durante la visione, indubbiamente.

Il serial killer in questione è un pazzoide che impianta tutto un marchingegno online, in modo da trasmettere al mondo intero l'agonia delle sue vittime via web. Non solo. Fa anche in modo che i metodi di uccisione di volta in volta messi in atto, tutti basati sul criterio di un incremento graduale del supplizio inflitto, risultino accelerati in proporzione al numero di persone connesse al suo perverso sito. Già di per sé l'idea è sufficientemente malvagia e degna di una mente diabolica fortemente malata. Se poi ci si aggiunge il fatto che narrativamente è giostrata abbastanza bene (pur con alcune magagne qua e là, come detto), è del tutto giustificato dire che alla fine ci si ritrova ad osservare i titoli di coda con una buona dose di farcitura emotiva in corpo.

Ora, sono certo che nessuno di voi ne avrà mai sentito parlare, perché mi sto inventando la cosa esattamente in questo momento, ma dovete sapere che esiste un'unità di misura della “farcitura emotiva”. Si tratta del “dreammone”, quantificabile nella ragione di un lascito emotivo depositato nell'animo equivalente all'esito postumo di un sogno di media intensità. Se ci fate caso, al di là della “idiotezza” del mio metaforizzare, dopo aver goduto della lettura di un libro o di un film particolarmente coinvolgenti, ci si sente come reduci da un sogno. Ed è vera anche la controprova: se un sogno non ci ha regalato emozioni degne di nota, svanisce al risveglio, così come la storia di un libro o di un film, quando si richiudono le pagine, si esce dalla sala o si spegne la tele.

Questo film, «Nella rete del serial killer», di “dreammoni”me ne aveva lasciati dentro parecchi. Me ne sono reso conto quando, non pago della scorpacciata emotiva, ho voluto nicchiare ancora un po' prima di recarmi a letto, ed ho fatto partire il dvd di uno stupendo cartone animato del maestro giapponese Hayao Miyazaki: «La città incantata». Le opere di Miyazaki mi lasciano sempre leggermente perplesso, stranito, ma assolutamente mai indifferente. Di lui avevo già visto «Il castello errante di Howl». Innanzitutto, la ricercatezza surreale delle storie è la prima cosa che colpisce, e poi s'impone la bellezza delle immagini. Nel film in questione, «La città incantata», la storia è più bizzarra ed evocativa che mai e addentrandosi nelle vicende, ci si accorge che il tema conduttore s'impernia fondamentalmente attorno alle paure infantili. Non che sia palesemente dichiarato, ma lo si subodora, te lo senti filtrare per la pelle.

Qui viene il punto curioso del mio scrivere di oggi. Mentre mi calavo nelle nuove atmosfere di Miyazaki, sentivo che il substrato di “dreammoni” depositato fra le pieghe della mia sensibilità dalla visione di «Nella rete del serial killer», continuava a lavorare sotterraneo, macinava ancora “quanti” emotivi. Le sensazioni risultanti erano parecchio originali: una sommatoria non meglio definita di spunti emotivi, uno smarrimento fra contraddittorie sensazioni, che tuttavia, non so in virtù di quali insolite alchimie, sembravano compensarsi a vicenda, amalgamarsi con profitto, distribuirsi con ordine fra i ranghi della mia capacità ricettiva delle gradazioni dell'animo. Le paure infantili erano rinfocolate dal soffio potente delle terrorizzanti situazioni adulte visionate nel primo film. L'irrazionale, il tremendo, il terrificante, il terrorizzante, si saldavano armonicamente all'ignoto, all'inesplorato ed al senso calamitante che con regolarità accompagna queste due ultime dimensioni. La poetica della seconda opera, insomma, si nutriva del sottofondo sensazionale depositato dalla prima, innalzando in me questo strano edificio di reazioni interiori.

E non era mica finita lì. Quando ho sentito risuonare internamente il tipico richiamo biologico all'odor di legno norvegese, «...it's time for bed...» (questa la capiranno solo i beatlesiani più incalliti...), è proprio lì che mi sono recato: a letto, appunto. Ma non c'è sonno che si possa chiamare tale, per me, se non è preceduto dalla lettura di alcune pagine. Ho allora inforcato il tometto che va per la maggiore in questo periodo sul mio comodino, «Tutti i racconti western» di Elmore Leonard, per arrivare ad accorgermi che il lavorio di sensazioni in me continuava imperterrito, con code ancora ben evidenti.

Non c'è nulla di meno trasognato, di più realistico, di queste asciutte vicende della gloriosa frontiera americana. Eppure, contagiate dalla scia di significati lasciata dalle altre due opere, le atmosfere che dalle righe mi giungevano alle pupille riverberavano echi di terrori atavici, rifrangenze di rimbombi surreali, indefinitezze identitarie disorientanti. Cos'era successo? Gli input emotivi di tre diverse suggestioni più o meno “artistiche” erano entrati in risonanza fra di loro nel mio animo, dando vita ad un reciproco incrementarsi a vicenda.

Poi finalmente, con vostro estremo sollievo, ho spento la luce, mi son girato sul fianco prediletto e ho imboccato la strada della “ronfa”, già bello e che pronto per il mondo dei sogni, farcito com'ero di “dreammoni”, tal quale un panzerotto ripieno di mozzarella thriller, pomodoro favolistico e origano western.

lunedì 9 gennaio 2012

Un pomeriggio gualdrapputo


 
Chi passa abbastanza spesso da queste parti e perde qualche minuto a leggere, avrà ormai capito che ho un “forte” debole per il linguaggio turgido e rigoglioso, ridondante, straboccante, anche se volendo, e sforzandomi un po’, saprei scrivere in maniera più asciutta e stringata.

Non a caso, sono convinto che questo sia anche un po’ il principale “pregio-difetto” della mia prosa. Può piacere o fare schifo, ma è così che mi viene naturale e spontaneo scrivere. Ho discettato spesso intorno all’atto dello scrivere per come lo reputo io, ossia uno strumento fenomenale a disposizione di ciascuno per elevarsi a vette di libertà inaudita. Se tale è quindi l’unico obiettivo del mio scrivere, non avrebbe senso farlo altrimenti da come maggiormente mi aggrada. Addirittura, e vi sarete accorti anche di questo, quando non trovo le parole che ritengo adatte al concetto, all’emozione, alla sfumatura di realtà giusta da trasmettere al lettore, vuoi per carenza del vocabolario italico, vuoi, il più delle volte, per ignoranza personale, mi forgio da me stesso strampalati termini ritagliati su misura.

Ho avuto una conferma della mia predilezione per le parole rigonfie, sensuose e, spesso e volentieri, inventate, giusto qualche pomeriggio addietro. Col favore di queste giornate d’inverno mal camuffato, miti come la languida mammellona pendula di una burrosa matrona, quest’anno ho anticipato a dismisura la mia prima uscita stagionale sull’argine, per una passeggiata in bici di chilometraggio discreto. Rasentando della mia gommosa duplice presenza il verde impellicciamento posto a guarnire le pendici del manufatto fluviale, vellicavo dunque col pedale quei quattro ciuffi d’erbetta ante-smeraldina. Sotto le carezze pur sempre brinose di un venticello traverso, sbadigliavano quei riccioli erbosi il proprio stupore per l’ingannevole risveglio primevo così presto giunto, pacatamente protestando essi ciuffetti, nel medesimo tempo, alla volta dello sbilanciamento stagionale, a suon di battiti di loro ciglia, qua e là ancora giallognolamente chiazzate di cisposità vegetali.

Il frizzore eucaliptico dell’aria frigorifera tutt’attorno, filtrando pungente per lo spalancato accesso alle nari arrese, mi pneumava con vigoria l’antro polmonare, fatto per l’occasione caverna vasta di polari echi respiratori, immensi ed ultra-umani. Al tocco occasionale di un qualche polpastrello indagatore, la muscolatura delle cosce dichiarava intero il proprio sofferto godimento, tratto con avidità suggendo nutrimento cinetico direttamente dalle circolari movenze imposte con ineluttabile logica dalla legge pedalatoria. Addirittura, complici le sferzate di tramontana ibernizzante, nel mezzo esatto del cammin di nostro corpo, mi ritrovai per una rimpicciolita virilità oscura, che la diritta confidenza con le usate dimensioni era smarrita.

Mi trovavo grosso modo ancora allacciato a quella serica divagazione mentale, interpostasi ad un certo punto lungo il flessuoso nastro a fiocco del mio tempo, quando lo sguardo mi cade sul piccolo ricovero equino che s’incontra ad una certa altezza dell’escursione biciclica sull’argine. Quattro o cinque animali, reduci a loro volta da una salubre trottata, si beavano placidi sotto le attenzioni ristoratici delle due signore gerenti dell’animalesco albergo in questione. Un paio di quelle eleganti bestie si sottoponevano di buon grado alle sapienti ed amorevoli strigliate delle padrone, mentre gli altri individui della ridotta mandria attendevano pazientemente il proprio turno, guatando tutto in giro e spargendo qua e là le tipiche loro occhiate boscose, mentre rilasciavano dai possenti corpi una fumiggine aromatica d’intenso afrore cavallesco, le ampie froge interamente spalancate ad accogliere il mondo in respirata foggia.

E’ stato in quell’attimo preciso che l’epifania verbale ha preso possesso di me, commischiandosi quale linfa semantica al liquore più intimo del mio essere linguistico. Affondando nella piena palude della mia suprema insipienza ippica, mi sono messo a recitare internamente una sorta di tiritera composta da termini arcani semi-travisati, uditi in chissà quale piega della lontananza d’un tempo ormai svaporato con lo scolorimento degli anni. «…Quello è senza dubbio un roano, l’altro uno stallone bajo, e ancora là, ecco la maestosa giumenta dalla rilucente livrea morellata…» pensavo con vigore, sicuramente centrando meno la realtà che se avessi assegnato alle medesime bestie tonalità a pois e gradazioni cromatiche psichedeliche.

Ma poi ancora, notando alcuni dei cavalli in attesa della razione di coccole pomeridiana, mansuetamente supini alla protezione offerta lungo tutto il dorso da un qualche rustico panno, ecco che sono stato illuminato dal termine cruciale: «…Gualdrapputo!...». Esattamente lì, e in nessun altro anfratto linguistico diverso da lì, risiedeva il senso più fondamentale della cavallità trasudante dagli eleganti corpi: nell’essere essi profondamente ed intensamente “gualdrapputi”!!!

«…Gualdrapputo!...» mi sono messo allora a dire sottovoce a tutti gli oggetti, cose più o meno animate, che incontravo seguitando il mio pedalare. «…Gualdrapputo!...» dicevo al boschetto di pioppi, «…gualdrapputo!...» al misterioso casolare abbandonato in golena, «…gualdrapputo!...» al fatato sottobosco di felci ospite ad ogni ora del radente incanto di una luce che immancabilmente pare provenire da un “nessun dove” solare o lunare. «…E gualdrapputa anche a te!...» piccola lepre delle familiari steppe, che sempre fuggi in lontananza, ma mai riesci a sottrarti alla tua ineluttabile “gualdrapputitudine”.

La parola mi usciva pastosa dalla bocca, come un bacio tumido e salivoso concesso ed al contempo carpito all’atmosfera tutta con coinvolgimento e fervore estremi, assaporando in modo particolare il rugiadoso aroma di quella doppia “ppu”, sputata di gusto contro il nucleo pieno dell’inutilità concettuale più limpida.

«…Gualdrapputo, gualdrapputo, gualdrapputo!...» non mi stancavo di reiterare quel mio mantra rurale di pura invenzione. E non ho smesso fino a quando, rientrando a casa e constatando l’ulteriore riduzione dimensionale cagionata dai più intimi intirizzimenti termici, non mi sono sentito sufficientemente fiero della mia spropositata stoltezza esistenziale.


domenica 8 gennaio 2012

Ala ad ala con gli asini (Seconda parte)


«...And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well, the pleasure - the privilege is mine...».
“There is a light that never goes out” – The Smiths - 1986

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Si parlava dunque la scorsa volta della potenziale “presa per il culo” celata dietro certe creazioni cinematografiche, massime nel caso di film narranti “grosse palle”. Una conferma puntuale riguardo al fenomeno l’ho avuta alcune sere fa, alla visione del secondo episodio della saga Bruce Willisiana raggruppabile sotto il generico sottotitolo di “Die Hard” (o “Die Harder”, non importa). Si tratta di una pellicola vecchiotta, ma non l’avevo mai vista prima (col senno di poi, mi viene da aggiungere: e meno male…). Il titolo preciso è “58 minuti per morire - Die Harder”. Ero curioso di addentrarmi in questo secondo capitolo della storia, perché conoscevo già il primo, “Trappola di cristallo”, un film questo che una volta visto, se avessi avuto lì davanti il regista, mi sarebbe venuto da dirgli: «…Minchia, sei un grande: mi hai fatto credere per un paio d’ore che gli asini volano. E anche se, svanito l’ultimo fotogramma, rimango pur sempre convinto che non volino, è stato bello lasciarsi raccontare da te che lo possano fare…».

Di tutt’altro tono, le frasi che vorresti dire al regista della seconda puntata della “serie”, “58 minuti per morire - Die Harder”. Un tono talmente sopra le righe che, per amor di moderazione e di ripulsa verso lo sproloquio, è meglio lasciarlo appunto dove si trova: sopra le righe. E dire che le premesse per una bellissima storia di asini volanti, nella prima mezz’oretta di film, ci sarebbero tutte. Un drappello di birbaccioni internazionali, tutti fuorusciti più o meno malvagiamente dai ranghi di un qualche esercito regolare, mette in scacco nel periodo natalizio l’aeroporto civile di Washington (o era New York? Anche qui, non importa…), proprio mentre il “Brussone Willis” nazionale è lì in attesa della mogliettina in arrivo su un volo proveniente dall’altro capo degli States, ingrifato come pochi, tra l’altro, per via dell’astinenza arretrata di coccole e “smici-mici” accumulata sotto le lenzuola. E poi, ciliegina sulla torta, proprio per non farci mancare nulla, una minacciosa bufera di neve sta pure imperversando su tutta la regione circostante.

I birbaccioni fanno sul serio: isolano le comunicazioni tra aeroporto e velivoli in arrivo, assumendo essi stessi il monopolio radio, per fare il bello e il cattivo tempo sull’andamento del traffico aereo. L’obiettivo immediato è far atterrare con modalità a loro favorevoli, un non meglio precisato generale ribelle sudamericano, custodito dalle autorità e in transito per Washington (o era New York?...), sotto scorta a sua volta dell’esercito (quello dei buoni però). L’obiettivo globale dei birbaccioni (da quello che ne ho capito io…) è sovvertire l’ordine costituito, assumere il potere nel mondo, imponendo un regime dittatoriale dei “migliori”, che faccia finalmente piazza pulita degli scoreggiatori anonimi e del terribile flagello degli attaccatori di cicche sotto i tavolini dei bar (queste due ultime facezie sono ovviamente “licenze idiotiche” mie…).

Come dicevo già, gli ingredienti ideali per farne scaturire un eccelso film di grosse palle ci sono tutti, ma non dovranno passare ancora troppe scene, perché ci si accorga di come tutta la baracca della trama si metta a scricchiolare in modo pauroso, fino ad implodere nel fragoroso collasso di una vaccata senza eguali. Una prima avvisaglia clamorosa si ha quando il generale in arrivo sul suo jet sotto scorta militare, decide la sortita per dirottare di persona l’aero che lo trasporta. Un simile passaggio della trama non sarebbe stato un ostacolo per un regista “gran pallonaro” esperto. Ma questo qui invece ti imbastisce una sequenza che, se non temessi di peccare di lesa maestà artistica, definirei degna di Totò e Peppino.

Quando il senso del comico invade il senso del “pallonaresco”, per quel film è la fine. Cosa combina in sostanza il terribile generale? Dopo aver eliminato, strozzandolo, il militare addetto alla sua custodia, ingaggia una colluttazione coi piloti in cabina di pilotaggio, con tanto di spari e tutto. Li fa fuori tutti e due, ovviamente, perché, minino che si richieda ad un generale sudamericano ribelle, sa perfettamente cavarsela con una cloche d’aereo fra le mani. E’ a questo punto tuttavia che casca l’asino volante del regista. Non pago, vuole strafare, gioca l’asso di briscola della gran palla siderale e ne paga subito le conseguenze farsesche. Durante lo scontro a fuoco, infatti, su uno dei parabrezza (non so se sull’aereo si chiamano così…) si è formata una vistosa falla, causata proprio da un proiettile.

Ora, se c’è un ignorante supremo in materie aeronautiche o fluidodinamiche, quello sono esattamente io. Tuttavia, dal poco che so, mi risulta che un velivolo di quel tipo, pensato per volare negli strati più alti dell’atmosfera, una volta compromessa la pressurizzazione interna, comincia ad avere serissimi problemi a rimanere su. E forse questo, in un’ottica prettamente “pallonaresca”, sarebbe stato anche un ostacolo oltrepassabile. Ma la perla “boiosa” più eclatante deve ancora venire: infatti, non solo il generale porta a terra l’aereo, in quelle condizioni così critiche, dando prova della stessa padronanza del mezzo che avrebbe sfoderato in sella al triciclo di suo nonno, ma si pappa pure tutto il resto del viaggio con un esagerato botto d’aria che gli sfiata impietoso contro la faccia e tutto il busto, “venticello” che filtra dal mastodontico foro sul parabrezza.

Caro amico regista, anche a volersi appellare al buon nome della migliore tradizione “pallonara”, ti confesso che questo mi è sembrato esageratamente troppo. E il fatto è che non era nemmeno tutto. Una volta posati i carrelli al suolo, ci si accorge, non solo che al generale non è venuta una paresi carpiata con triplo avvitamento del volto all’indietro (grado di complicazione sanitaria 8½), come sarebbe successo a qualsiasi altro comune mortale. Non solo se la cava spazzolandosi dalle maniche della giacca qualche fiocco di neve birbantello e un po’ di brina birichina, tornando così subito in perfetta forma e abbondantemente disponibile ad affrontare nuove e sempre più esaltanti “birbaccionate”. Non bastano insomma queste tremende sbandate nel periglioso territorio dello “svaccamento” più totale. Per sommo sgangheramento nel più disastroso naufragio“pallonaresco”, si scopre pure che il generale, fino a quel momento rimasto un po’ in penombra, è interpretato da Franco Nero!!!

Confesso che a quel punto la tentazione di cambiare canale o di andarmene addirittura a letto di filato, è stata molto forte. Però ho resistito, pensando: «…Ti voglio dare un’altra possibilità, regista. Vai così, fammi sognare ancora!...». Ma lui no, testardo. Non ancora contento di quella sesquipedale castroneria, ci si è messo proprio d’impegno per fare deflagrare definitivamente il benché minimo senso del pudore e del rispetto per l’intelligenza del suo pubblico. E lo ha fatto andando a minare alla base, con potenti cariche di “dinamite del risibile”, proprio il fulcro della storia.

Uno dei passaggi cruciali e più avvincenti della trama stava appunto nell’idea di “isolamento radio” degli aerei in attesa di atterraggio. I birbaccioni, dal canto loro, sono dei tecnici delle comunicazioni coi controfiocchi e mettono in serissima difficoltà tutti gli addetti della torre di controllo, persino i più esperti, con anni e anni di servizio sul groppone. Questa era una buona carta narrativa e infatti ci tiene ben in sospeso per una mezz’ora iniziale di film. A questo si aggiunge poi anche un onesto colpo di scena, quando il più anziano ed esperto tecnico dell’aeroporto, dopo non pochi rovelli mentali e facendo ricorso a tutte le sue più estreme risorse di vecchia volpe delle onde radio, escogita una contromossa micidiale che ribalta la situazione: ora sono i birbaccioni a cadere nell’illusione di ingannare gli aerei in volo, mentre la torre di controllo può parlare, non udita dai dirottatori, con tutti i piloti.

Adesso, non so se dalla mia esposizione raffazzonata si è capito qualcosa, ma non preoccupatevi, perché anche questo importa relativamente poco. Quel che importa invece ve lo dico subito e senza perdere altro tempo. In tutto questo sofisticato valzer di mosse e contromosse tecnologiche raffinatissime, roba da 3 lauree più master al “Massachusetts Institute of Technology”, cosa non si viene a scoprire di lì a poco? Si viene a scoprire che a bordo dell’aereo su cui viaggia la mogliettina del “Brussone” nazionale, C’E’ UN TELEFONO!!!! E per di più, un cronista rompiglione lo utilizza persino per impiantare una diretta tv e raccontare a mezza America cosa sta succedendo.

Lì non ho più resistito e mi sono visto costretto a bollare quel film come definitivamente balordo, sin nelle profondità più intime del suo midollo di celluloide. Una controprova inconfutabile al mio giudizio l’ho avuta quando mi sono accorto che il più grande moto di stupore e di suspense riservato da quel film, era in fin dei conti consistito nell’insolito ticchettio riecheggiante ad un certo punto della visione dalla superficie del pavimento della mia camera: era il suono delle mie palle, cadute miseramente a terra per eccesso di sconforto estetico. Alla fine, per curiosità e con non poca fatica, ho voluto vederlo finire, il film. Ma tutto il resto della storia non ha portato altro che una misera conferma alla mia ormai sancita convinzione. Una slavina di stupidità, ingrossatasi via via al ritmo di un’escalation imbarazzante, fino ad andarsi ad infrangere fragorosamente contro l’invettiva nei riguardi del regista, che immagino sia scaturita spontaneamente dalle labbra di qualsiasi spettatore con ancora un minimo di amor proprio in corpo: «…Ma vai a prendere per il culo qualcun altro!...».

sabato 7 gennaio 2012

Il cinema ala ad ala con gli asini (Prima parte)


«...The hours to the sunrise creep, but I don't care
There is no hope for any sleep if you're not here
In another city, in another bed you're sleeping
So won't you come and visit me when I'm dreaming...»
“Bedroom eyes” – Dum dum girls - 2011

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 Come a tante altre persone nel mondo, anche a me piace un sacco il cinema. Non mi reputo un esperto e nemmeno potrei pretendere di esserlo. Semplicemente, trovo bello annoverare anche questo interesse fra le mie passioni, perché ritengo che possa offrire, non solo uno stupendo modo di trascorrere il tempo (e fosse tutto qui, si ridurrebbe a poca cosa), ma soprattutto importanti opportunità di crescita culturale, di ampliamento degli orizzonti mentali, di raffinamento della proprio saggezza affettiva e spirituale.

Detto questo, se per caso mi domandaste quale genere di film preferisco, risponderei che non lo so. La classificazione entro un qualche genere, certo, ha la sua importanza. Ma la reputo questione del tutto accessoria ad un altro tipo di catalogazione, ben più decisiva. L’unica suddivisione che mi sta a cuore veramente è infatti quella che stabilisce se si tratti di un film bello o di un film brutto. So che detta così, potrà apparire una di quelle solite frasette sibilline e un po’ stupide, sparate lì tanto per il gusto di lasciare il lettore stupefatto dal quel sotterraneo sentore all’aroma di “dico tutto e niente”.

Un minimo di motivazione ve la devo, dunque. A mio parere, ci troviamo di fronte ad un film bello, quando, nell’intenzionalità e negli esiti dell’operato dei suoi artefici (dall’ultimo umile battitore di ciak, su su, sino al regista o alla stella di turno), sussistono questi tre requisiti: passione nel racconto, onestà intellettuale nel raccontare e relative competenze narrative e tecniche proporzionate alla complessità di quanto s’intende raccontare. Se queste tre componenti, o anche solo una o due di esse, non sono riscontrabili nella pellicola, oppure sono presenti in misura scarsa o con notevoli lacune, ecco che si può cominciare a parlare di film brutto, nelle più svariate gradazioni del termine.

Ecco allora com’è possibile spiegare la superabilità del discorso dei generi. Ed ecco introdotta anche una significativa postilla al medesimo discorso: possiamo trovare film belli in tutti i generi, ma soprattutto a tutti i livelli qualitativi considerati. Ovviamente, va sempre salvaguardata la valutazione del “grado assoluto di artisticità”. Una commediola spensierata e intrisa di disimpegno totale, non può essere paragonata, in quanto a grado di bellezza, ad un capolavoro di qualche maestro della cinematografia. Ciò non toglie tuttavia, che possiamo giudicare entrambe le pellicole, ciascuna secondo le “proporzioni estetiche” che le competono, a proprio modo “bella”.

In questo senso, non trovo nulla di scandaloso nel dire, ad esempio, che “Trappola in alto mare” (con quel gran caciottaro di Steven Seagal) e “Film bianco” di Krzysztof  Kieslowski, sono entrambi film belli. Ferma restando, e lo ripeto senza mai stancarmi, l’imprescindibile distinzione che ci ricorda come il primo sia di fatto un filmetto ed invece il secondo un capolavoro. Tutto sta nel non perdere mai di vista il bilancio fra “pretese” ed “esiti”. “Film bianco” si propone di dar vita ad un’indagine esistenziale e poetica di particolare spessore, e riesce perfettamente nell’intento. La pellicola con Seagal vuole invece molto semplicemente far passare allo spettatore due ore di divertimento, infarcite di onesti colpi di scena e suspence, il tutto intessuto intorno alla nobilissima arte del raccontare grosse palle, ma con intelligenza e non senza una discreta dose di ironia. Anche questo film sa tener fede al proprio “capitolato d’appalto”, ed è proprio in questa ottica (e solo in questa ottica), che possiamo definire entrambi i film belli e capaci di arrecare, pur nei diversi gradi di complessità cui si è fatto cenno, una forma di “godimento estetico” per lo spettatore.

Badate bene, non ho usato l’espressione “arte del raccontare grosse palle” in senso dispregiativo o snobistico. Tutt’altro. Parlavo invece molto seriamente. Su questa capacità si gioca infatti tutta la potenziale portata di bellezza derivabile dalla visione di quell’infinita serie di film d’azione, che in estrema sintesi potremmo classificare sotto la voce “americanate”. Raccontare grosse palle, soprattutto in quell’ambito, è davvero un’arte. Quando il regista di una di queste pellicole viene a raccontarmi che gli asini volano, non me la prendo pregiudizialmente, proprio per nulla. Anzi: se riesce a farlo in modo elegante, intelligente, arguto, se sa architettare una storia affascinante al punto da farmi arrivare vicino all’illusione di poter credere anche enormità simili, non posso che esserne contento e felicitarmi con lui, ringraziarlo addirittura per il regalo che mi ha confezionato con la sua sapienza artigiana di narratore.

Le note dolenti si cominciano invece ad orecchiare quando il film pretende sì di raccontarmi che gli asini volano, ma lo fa affidandosi a mezzi così strampalati, così beffardamente maldestri, così scopertamente stupidi, da sortire alla fine in un racconto raffazzonato, privo della benché minima dignità, sfilacciato, fiacco, goffamente incoerente, bolso come l’ultimo e più scarso ronzino della scuderia. Ecco, è esattamente in questi casi che, non solo riconosco, ovviamente, la lampante bruttezza del film, non solo provo irritazione, fastidio e repulsione per l’opera in questione, ma addirittura (se mi si passa un termine tecnico correntemente in uso nel vocabolario dei più autorevoli critici cinematografici) mi sento preso bellamente per il culo.

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(…constatando che il presente articoletto mi si sta allungando oltremodo, ho deciso di chiudere qui l’intervento di oggi e di rimandarvi ad una seconda puntata. Grazie per l’attenzione and…see you later Alligator…)
 

mercoledì 4 gennaio 2012

Di quella pira l’orrendondello



Per imparare a capire il proprio corpo, o per cercare di addentrarsi almeno un po’ nei suoi misteri, ritengo possa essere non del tutto privo di utilità, riuscire ad approfondire i concetti della Geografia. E anche se sulle prime potrà non apparire così lampante ed immediato, esattamente per il medesimo motivo, né più né meno, dopo un po’ di anni mi sto accorgendo di essermi riconciliato con la lettura di Pirandello. Agguanterete forse una pagliuzza di comprensione in più riguardo a queste mie affermazioni, se aggiungo che solo adesso mi rendo anche conto di come questa riappacificazione  col maestro siciliano si sia andata dipanando, sotterranea nel tempo, in parallelo alla riconciliazione con la lettura del mio corpo.

Che cosa c’entra la geografia? Che cosa c’entra il corpo? Ma soprattutto, per dirla appunto con estrema coerenza linguistica, che minchia c’entra Pirandello? Se avete due minuti di tempo e due quintali di pazienza, proverò a spiegarmi meglio.

Tutto ebbe inizio diversi anni fa, non ricordo bene se durante una vacanza estiva, fra un giugno ed un settembre del liceo, oppure in un altro momento del mio cammino di studioso in corso di fioritura. Quello che ricordo di certo è che ero uno sbarbatello brufoloso, allampanato più di un lampione in stile liberty, con un fisico secco come il deserto del Tartari e di gran lunga più leggero del peso della mia anima. C’erano forse in ballo le mitiche letture per le vacanze, croce e delizia di ogni studente. Fatto sta che un bel giorno mi ritrovai fra le mani «Uno, nessuno e centomila».

Ora, per l’adolescenza ci siamo passati tutti. Ciascuno conosce perfettamente le mille battaglie psicologiche che tocca ingaggiare con la percezione della propria fisicità, in quel periodo della vita (per fortuna, in molti aspetti anche parecchio esaltanti ed affascinanti, queste “battaglie”, va detto…). Si sa benissimo insomma che se il senso di inadeguatezza fisica fosse convertibile in valuta pregiata, in pochissimi mancherebbero di diventare ricchi sfondati fin già da ragazzini (si ritengano esclusi dalla presente considerazione Ken, Barbie e Big Jim, se per caso fossero incappati nella lettura del presente scritto…). Voglio dire: è proprio a quell’età che il corpo si impone in maniera evidente ed impetuosa al nostro senso di auto-considerazione, e nove volte su dieci la faccenda non è mai fonte di grandi consolazioni.

Prendi un siffatto scenario esistenziale, sbattici dentro «Uno, nessuno e centomila», e avresti fatto meno danno a gettare una granata in una polveriera. Non dico che ne derivasse esattamente una tragedia. Ma abbastanza devastante, nel mio caso, sì: lo fu. Pur rendendomi conto fin da allora di trovarmi di fronte ad un capolavoro narrativo, della storia pirandelliana mi “sconvolse” soprattutto l’atteggiamento spietatamente introspettivo del protagonista, che prendeva le mosse giusto da un’indagine intorno alle proprie semi-impercettibili anomalie fisiche.

Un giorno scopriva su di sé un insospettato neo, prima di quel momento mai preso in considerazione. Il giorno dopo notava una beffarda asimmetria, intromettersi nel confronto fra due arti, o fra due parti del corpo, normalmente reputabili come perfetta replica l’uno dell’altro. Un’altra volta ancora, toccandosi in altre zone, sbugiardava l’inaspettata ed inusuale conformazione di un osso sottostante, sbalorditiva e spiazzante sorpresa rispetto a come se l’era invece sempre morfologicamente immaginata lui. Naturalmente, non sono certo della fedeltà letterale di queste citazioni, visto il lunghissimo tempo trascorso dalla lettura: valgano tuttavia come richiamo del clima narrativo da me assorbito all’epoca durante la conturbante lettura.

Quello che ricordo perfettamente è che dovetti interrompere quella lettura “per eccesso di tormento”. Solo nel prosieguo dell'iter di studi, acquisii la consapevolezza di come quella prima fase del romanzo, nelle intenzioni poetiche di Pirandello, altro non fosse che un minimo prodromo a successive e ben più complesse contorsioni identitarie, nella cui rete il protagonista sarebbe rimasto impastoiato. Per me quelle poche pagine bastavano così, ed avanzavano pure. Complice un malefico gioco di specchi, cominciai ad accorgermi ad esempio che uno dei profili del mio volto era notevolmente diverso dall'altro. Da lì prese il via una spietata spedizione esplorativa dei territori del mio corpo, che progressivamente si andava costellando della posa di una miriade di bandierine di insoddisfazione, piantate di volta in volta in un nuovo piccolo difetto, o presunto tale, che andavo scoprendo su di me.

Fortuna che la vita è proprio un puzzle (questa la potete scrivere sul muro del cesso all'autogrill, la prossima volta che fate un giro in autostrada: vi concedo il copyright...). Le tesserine ti vengono consegnate a casaccio, spesso sono quelle che meno ti servono, e per di più ti arrivano nel momento sbagliato. Magari la tesserina che ti occorrerebbe disperatamente in un determinato punto dell'esistenza, ti arriva solamente molto più tardi, dopo che sei rimasto  anni a credere che quel buco nella figura ci dovesse essere per forza, che era giusto e naturale così.

Una piccola tesserina a me venne consegnata diversi anni dopo, sempre in ambito scolastico, sebbene più avanzato, stavolta. Sto parlando, come anticipato, di una nuova consapevolezza geografica. Non dico che allora, questa nozione mi fosse immediatamente di aiuto nel cammino di riconsiderazione del rapporto col mio corpo. In mezzo e successivamente c'è stata un'altra infinità di passaggi, di esperienze, di crescite dal punto di vista culturale, spirituale, umano.

Adesso però mi sento di dirlo: potrà suonare ridicolo, ma anche quel modo più raffinato e complesso di concepire la geografia, ebbe un suo arcano senso in tutto il processo di auto-raffinazione operato sul bilancio soppesato fra la mia interiorità e la mia esteriorità. La definizione cruciale per me fu la seguente: «...una carta geografica è la metafora dei rapporti di potere in atto nella porzione di territorio rappresentato...». Anche qui cito a memoria, quindi la precisione letterale va un po a farsi benedire, ma quello che m'interessa è il senso del concetto, il suo midollo. Depuro addirittura la frase della sua seconda parte, nella quale i più smaliziati non avranno faticato a cogliere sfumature d'impronta smaccatamente marxista. Questo risvolto non m'interessa, in sede delle presenti elucubrazioni.

Il passo fondamentale, quello che più mi sta a cuore, è invece questo: «...una carta geografica è una metafora...». Nessuno è talmente ingenuo e sprovveduto da credere che una carta geografica rechi con sé pretese di corrispondenza realistica rispetto alle cose concrete rappresentate. Tutti bene o male sappiamo che si tratta di una idealizzazione, di un'astrazione.

Ma dicendo che è una metafora, si dice molto, ma molto di più. Mappare una carta non significa soltanto riportare oggetti, semplicemente e quantitativamente scalati in piccolo. Si frappone invece il valore aggiunto dell'interpretazione, o forse meglio, dell'interpretabilità. Tutto si gioca nel “taglio” che il cartografo sceglie di assegnare alla sua rappresentazione, “taglio” nel quale è già insita la volontà di raccontarci certi aspetti del mondo, trascurandone magari tanti altri.

Col corpo succede qualcosa di affine. Esso si presta preferibilmente ad una lettura “aperta”, non riduttiva. Non è una pedissequa riproduzione in scala dei valori della nostra personalità, rispettosa soltanto di banali rapporti topologici, preoccupata di riportare le giuste relazioni fra aree, angoli, lunghezze, e nulla più. Il corpo è la nostra carta geografica e come tale è metafora del nostro essere. Le sue specificazioni materiali raccontano molto di più di quello che un'immediata e superficiale presa d'atto della nostra fisicità può volerci dare ad intendere. Nell'ottica di questa contorta ma fascinosa significazione, ciascun corpo ed ogni parte di esso sono belli, in quanto metafora di una propria complessità sottostante. E' proprio nella sua “difettosità”, nel suo sottrarsi alle regolarizzazioni dettate dall'astrazione, che si cela la sua forza metaforica, l'energia in grado di dare adito a significati ulteriori, oltre a quelli strettamente quantitativi.

In virtù di tutte queste considerazioni, a distanza di anni sono tornato a leggere Pirandello con serenità e passione, ad apprezzare da matti la sua prosa costruita come una raffinatissima architettura, a lasciare che le sue tematiche, del tutto incapaci di concedere il benché minimo sconto alle più crude evidenze della vita, compenetrino la mia sensibilità e diventino parte del mio corredo culturale.

Non ce l'ho più con lui per avermi assestato all'epoca quella mazzata esistenziale nel fiore della mia giovinezza. Si trattò soltanto del momento sbagliato di ricevere quella tesserina, tutto qui. Ma prima o dopo dovevo riceverla e col senno di poi, posso dire: meglio averla ricevuta da una mente eccelsa come quella di Pirandello, che magari in altri modi più ordinari.

E sempre nell'ambito di tutta questa sequela di riflessioni, ecco infine spiegato come mai, anche con tutti i suoi difetti, magagne, inestetismi ed asimmetrie, anzi forse proprio in forza di essi, trovo che, dopo un così lungo cammino interiore, oggi a suo modo il mio corpo, rifulgendo nel pieno di tutta la sua possanza metaforica ai miei occhi comprensibile soltanto ora, sia bellissimo.