Forse sarà così anche nelle altre nazioni, in contesti culturali diversi dal nostro, ma certe volte si ha l’impressione che in Italia il morbo della “discorsite da bar” si manifesti con una virulenza particolarmente furiosa. Il fatto è che, se non si fa estrema attenzione alle sue insidie, si rischia di ritrovarsi immersi fino al collo nella palude mefitica della “sciatteria colloquiale”, quasi senza rendersene conto.
La “tuttologia irresponsabilizzante” è una sabbia mobile in grado di fagocitare ogni barlume di lucidità. La “discorsite da bar” è come una piovra paziente. Ti lavora ai fianchi e poi ti avvinghia. Chiunque è a rischio di ritrovarsi prima o poi stritolato fra le spire dei suoi possenti tentacoli banalizzatori. Basta abbassare la guardia per un momento, è sufficiente un lieve attimo di debolezza di fronte alle raffiche luogocomuniste di un discorsista da bar professionale, e ci si ritrova a sparare luoghi comuni immondi.
E’ paradossale pensare come l’umanità, dopo essersi arrabattata circa settant’anni con ogni mezzo per liberarsi dal comunismo, sia finita poi per buttarsi a pesce fra le braccia narcotizzanti del luogocomunismo. Il luogo comune è un flagello terribile, e può fiaccare il nerbo di un intero popolo. Nessuno può ritenersi immune, perché anche i più dotati di spirito critico e di capacità di approfondimento, dinnanzi ad un luogocomunista particolarmente agguerrito, finiscono per cedere, seppur momentaneamente, alla risacca del discorso ritrito, e per sfinimento si uniscono al coro, non fosse altro che per levarsi dai piedi quel gran fracassa maroni.
Non va dimenticato, d’altra parte, che uno dei più diffusi errori di chi tenta di difendersi dagli attacchi di un luogocomunista, consiste proprio nel cercare di controbattere i suoi stucchevoli luoghi comuni, con ragionamenti dotati di un minimo di costrutto. Niente di più sbagliato e fatale: il luogocomunista, toccato nel vivo con tentativi di ricondurlo alla ragione, si avvoltola e si contorce ulteriormente nella sua stessa possanza banalizzante. Come King Kong mitragliato dagli aerei sul pennone dell'Empire State Building (versione del 1933), non fa altro che avvinghiarsi ancor di più al suo fatale appiglio, vomitando dalla bocca sequele strazianti di “piuttosto che” utilizzati scorrettamente.
L’unico modo per superare indenni il flagello luogocomunista, consiste nell’adagiarsi nell’humus stesso in cui sguazza quel gran tuttologo della fregnaccia: non bisogna fare resistenza, ma annuire, assecondarlo e, nel caso, assestare anche due buone boiate in tono con l’ovvietà generale del discorso. Il bravo luogocomunista si ammansirà all’istante, beandosi di aver avuto conferma alle sue già incrollabili conferme.
Il problema è serio, insomma. Lo Stato dovrebbe fare qualcosa, prendere provvedimenti drastici. La diffusione del morbo è molto estesa, per cui forse servirebbe una terapia d’urto. Andrebbero istituiti dei “Circoli rionali di sfogo luogocomunista”. Il militante luogocomunista troverebbe in questi siti specializzati tutto il necessario per fiaccare la propria resistenza appiattente e cercare di ritrovare una nuova via al ragionamento individuale non ordinario.
Punta di diamante dei “Circoli rionali di sfogo luogocomunista” potrebbero essere le “Stanze del banalizzo-shock”. I militanti luogocomunisti più gravi verrebbero fatti accomodare su confortevoli poltrone, ad esse legati e costretti a vedersi vecchie edizioni di Studio Aperto e del Tg4 per ore e ore filate (per lo shock de luxe, sarebbero consigliate puntate condotte dall’Emilio Fede dei tempi d’oro in persona). Circa la validità della terapia, confortano numerosi esperimenti già effettuati nei laboratori dell’Anti-Obvious Insitute of Complexity: nei casi di intervento più drastico (es.: edizione del Tg4 speciale elezioni, in cui Fede appuntava bandierine rosse e blu sulla cartina dell’Italia, oppure il meglio del Tg5 diretto da Carlo Rossella), si sono registrate reazioni spropositate da parte dei soggetti trattati, con spasmodico desiderio di dover urgentemente correre a consultare, al termine della terapia, la «Critica della ragion pura» Kantiana, oppure l’opera omnia di Elias Canetti.
I “Circoli rionali di sfogo luogocomunista” sarebbero altresì dotati dell’apposito “Ovviodromo”, un locale dedicato a tavole rotonde, durante le quali ai partecipanti verrebbe concessa piena di libertà di dare il massimo di sé nei discorsi da bar che più “da bar” non si può. A furia di eccelsi fendenti di gran classe, del tipo «...la pena di morte ci vorrebbe, per chi sosta in divieto...», e stoccate magistrali come «...vengono qui per portar via il lavoro agli italiani...», «...tanto i politici son tutti uguali...», «...è tutto un gran magna magna...», i contendenti si fiaccherebbero fieramente a vicenda, uscendo prostrati sino al punto di non voler più sentire una frase scontata per un bel po’ di tempo. L’uso oculato dell’“Ovviodromo” sarebbe indicato soprattutto per chi soffre di forme lievi di luogocomunismo.
Il movimento poi sarebbe anche sostenuto mediaticamente attraverso il prestigioso quotidiano «L’ovvietà». Sulle colonne de «L’ovvietà», troverebbero spazio le più prestigiose firme del mondo del banale, da Alfonso Signorini in giù, con importanti editoriali dei migliori opinionisti del Grande Fratello e Domenica In. Di fondamentale importanza risulterebbe la concomitante attività di organizzazione periodica dei classici «Festival dell’Ovvietà», da svolgersi nel periodo estivo, con il contributo di tanti entusiasti volontari militanti luogocomunisti. Durante i «Festival dell’Ovvietà», verrebbe proposto il meglio della cucina popolare luogocomunista: saltimbocca alla frase scontata, stufata di uditorio, palle di ascoltatore frullate e ammazza originalità ai frutti di bosco.
Basteranno tutti questi fondamentali sforzi strategici per attenuare il clima da “Guerra fessa” scatenato dalla dilagante diffusione nazionale del luogocomunismo in ogni frangia del tessuto sociale? Solo la storia ci potrà dare una risposta, ma nel frattempo, guardatevi bene le spalle: un luogo comune non sembra mai troppo comune, fino a quando non ci si va a sbattere contro. E può rivelarsi più duro del muro di Berlino.
…ho forse detto un luogo comune?









