sabato 16 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 24 - "Non-pensiero"

"Un pensiero al giorno"

24 - "Non-pensiero"

Oggi mi è venuto soltanto un piccolo"non-pensiero" agreste-zen.

Quando si taglia l'erba di un prato non propriamente all'inglese, si mette festosamente fra i piedi tutta una varietà anarcoide di essenze vegetali.

Se fra queste abbonda il tarassaco, o dente di leone, al momento di radunare la tosatura erbosa col rastrello o altri ammennicoli rurali, succede una piccola epifania floro-ritmica. Gli steli cavi del dente di leone si fracassano pigramente fra i rebbi emettendo una miscellanea di scoppiettii. "...Krikki...kiri...kri..." canticchiano caciarone le stanghette d'erba, corredate in cima dal loro globo di soffice promessa ventosa.

Propongo quindi che il tarassaco o dente di leone, detto anche dente di cane, soffione, cicoria selvatica, cicoria asinina, grugno di porco, ingrassaporci, insalata di porci, pisciacane, lappa, missinina, piscialletto, girasole dei prati, possa venir chiamato anche "schiopparino".

Tutto questo non ha alcun significato, ma proprio per questo mi sembrava molto importante dirvelo.


venerdì 15 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 23 - "That's art folks!"

"Un pensiero al giorno"

23 - "That's art folks!"

Le foto che accompagnano ogni volta le mie parole non sono soltanto piacevoli da scattare. Fanno anche da spunto a una bella riflessione. L'idea sarà particolarmente familiare a chi ama fare foto, ma si può estendere a un panorama molto più ampio del discorso.

Chi conosce il piacere del cogliere immagini fotograficamente sa che alla gratificazione principale si accompagna un lieve "tormento" (uso il termine in senso molto figurato...per fortuna non è nulla di drammatico). Mi riferisco a quella specie di rovello (a suo modo anche gradevole) che ti accompagna spesso lungo le giornate e che ti fa vedere in diversi ambiti, oggetti, situazioni, scenari osservati, una potenziale bella foto.

Come accennavo, credo che il fenomeno riguardi non solo la questione fotografica (anche se in esso si evidenzia e si esalta con particolar chiarezza). Riguarda invece in qualche modo l'arte e il vivere in generale.

Essere immersi nella vita vuol dire gestire un'infinità di stimoli. Non solo visivi, ma provenienti da una miriade di altre fonti sensoriali, emotive, sentimentali, affettive, "empatiche" o "anti-empatiche", razionali o inconsce, e in non trascurabile porzione persino oniriche.

Se non avessimo appreso una "modalità" di filtrare questo flusso immenso di sollecitazioni, facendone "pacchetti" di significati trattabili ai fini esistenziali, ne verremmo irrimediabilmente travolti, soccomberemmo sotto i marosi del caos. Questa esperienza nell'impacchettare stimoli non è altro che il vivere stesso.

L'analogia con il fare foto è molto suggestiva. Attraverso il "rito" della foto (l'inquadratura in primis e poi tutte le possibili altre "abilità iconografiche" richieste dal caso) si "estrae senso" dall'indistinto. Si isola una parte di realtà dal suo generale flusso, si frappone una piccola "diga significante" condivisibile fra umani.

Dunque, se già soltanto il mio modesto "fotografeggiar" qua e là può suscitare queste riflessioni fascinose, figuriamoci le meraviglie riservate dall'arte vera. Immaginiamo quale fantastico lavorio mentale, visivo-sensorial-meditativo doveva accendersi nell'animo di Monet, di Ingres, Picasso, Klee, e così via. Quale mirabile portento di selettività esistenziale si metteva in moto nel loro intimo per congelare quel "quanto" di mondo così ricco di grazia da meritarsi di venir immortalato in una delle loro opere.

E non dobbiamo essere nemmeno troppo invidiosi nei loro confronti. Basta ricordarsi che ogni atto del nostro vivere è a suo modo un'opera d'arte in formato tascabile. Ulteriore consolazione, poi: i "pacchetti" virtualmente isolabili (ossia le foto scattabili al gran spettacolo della vita) sono infiniti. Insomma ce n'è tanto, da divertirsi per tutti.



giovedì 14 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 22 - "Il mio regno per un po' d'umano"

"Un pensiero al giorno"

22 - "Il mio regno per un po' d'umano"

Per dirla con locuzione un filo usurata, talvolta "mi sorprendo" a guardare programmi televisivi davvero scadenti.

Mi sorprendo proprio, perché colgo me stesso nel mezzo della visione e mi domando: ma perché guardo questa roba?

Per fortuna non capita spesso. Di solito prediligo qualche bel film, o cosette culturali su raistoria o rai5. Ma poi vengo attirato anche da certo ciarpame tipo aste di box pignorati e banchi dei pegni vari. Eppure perlopiù i vari personaggi passati in rassegna sono antipatici (per usare in eufemismo), le situazioni sono odiose, spesso e volentieri costruite ad arte. Come mai allora scatta la molla attrattiva?

Le motivazioni saranno tante e variamente sfumate. Credo tuttavia che un po' tutte le tipologie di trasmissioni classificabili sotto l'etichetta di "reality", contengano ingredienti della narrazione in grado di far leva soprattutto sul desiderio di "condivisione umana" nutrito dal pubblico.

Sempre ammesso che sia così davvero, non sembra tanto una buona cosa. La gente ha bisogno di contatto con gli altri, di interazione, di condividere sentimento, emozione, vicinanza, empatia. Ma questi obiettivi si sono fatti ardui da raggiungere, in generale. Un po' per come si sono andate strutturando le dinamiche sociali. Ma chissà, forse no. Non saprei, forse è sempre stato così in ogni epoca attraversata dall'uomo. Forse le difficoltà di relazione sono mutate nella forma, ma rimaste costanti nella sostanza lungo i secoli.

Di fatto, ci si "affeziona" a questi personaggi, anche se parecchio antipatici. Gente che dal vero eviteremmo come un acquazzone con grandine, ci diventa familiare, gradiamo rivederla giorno dopo giorno. Forse (il forse è un leitmotiv d'obbligo per questo mio pensiero odierno) la nostra necessità di umano è talmente vasta, che ci vanno bene pure loro.

Ma non bisogna dimenticare che si tratta sempre di un contatto "simulato". Non si ha a che fare con vere persone, caratteri e presenze concrete, bensì con loro "larve" effimere rappresentate. Il bisogno di umano infatti si accompagna inesorabilmente anche a un contraddittorio e compresente timore per l'umano.

L'umano reale è difettoso, ci impegna, costa fatica nel confronto, obbliga a mettersi in gioco, a sacrificare convinzioni e parti di sé.

L'umano "televisivizzato" invece è più facile, non richiede sforzo, ci viene servito bello e confezionato, lo consumiamo e chi s'è visto s'è visto.
Anzi, se si tratta di individui rognosi, quasi respingenti, tanto meglio. Per un perverso motivo inconscio, è così.

Forse (ancora forse) perché uscire indenni da un'interazione personale con soggetti che nella realtà ci metterebbero in estrema crisi, in qualche modo ci gratifica. O forse ancora, perché siamo attratti da tutto l'umano, anche dai lati più squallidi, e in sede televisiva è possibile consumare la propria dose omeopatica di squallido, assumendone solo i componenti più innocui.



mercoledì 13 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 21 - "Scriver vite"

"Un pensiero al giorno"

21 - "Scriver vite"

Potremmo considerare la vita come la più pervasiva e alta forma di espressività. Paragoniamola ad esempio alla scrittura.

Vivere significa scrivere gli eventi che ci vedono coinvolti, sul libro del tempo (l'ho sparata un po' stucchevole, come immagine, ma era giusto per introdurre la mia metafora). La vita di ciascuno è allora la sua propria "scrittura totale".

Ci sono però due modi possibili di scrivere: si possono usare i caratteri preconfezionati disponibili su una tastiera; oppure ci si può creare da sé le proprie lettere.

Il modo più immediato per seguire la seconda strada è naturalmente prendere in mano la penna o la matita. Ma il vivere la vita ci s'impone spesso come un'esigenza intima che vuole esser scritta con caratteri dalle forme più elaborate, raffinate, personalizzate. Le frasi della vita si possono scrivere così anche con lettere plasmate come la creta, scolpite come legno o marmo, dipinte con colori a olio o ad acquerello.

Non sempre però siamo liberi di scrivere come ci pare. Se lasciassimo fare al nostro sentire più genuino, spontaneo, diretto, vorremmo sempre scrivere cambiando di continuo la forma delle lettere, adeguandole di volta in volta agli stati d'animo, facendole uscire con la sagoma che intendiamo davvero in quel momento, per far capire agli altri chi siamo, come ci sentiamo, qual è davvero la verità dentro di noi, secondo noi.

Invece tante volte dobbiamo scrivere con la tastiera. Tanti casi della vita ci vogliono scriventi "prefabbricati". Abbiamo a disposizione quella manciata di fisionomie tipografiche e dentro la loro griglia ci dobbiamo adattare.

Ma dentro noi qualcosa grida forte, vorrebbe sempre cantare, e le sillabe di quel canto sono scritte di marzapane, tela di juta, fronde di rododendro, ciuffi d'erba, seta, refoli di fumo, velluto, mazzetti di viole, lievissime orme di gatto, o persino di leprotto.



martedì 12 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 20 - "Le cose, nelle cose, nelle cose, nelle cose..."

"Un pensiero al giorno"

20 - "Le cose, nelle cose, nelle cose, nelle cose..."

Oggi un pensiero semplice (forse) e un po' strano, che nasce da questa foto. Non è bello rovinare l'incanto ottenuto con la fantasmagoria fotografica (inquadratura, effetti correttivi, piccoli ritocchi e così via), ma per il mio discorso mi serve dire che si tratta di un umile cespo di insalata. Rigogliosa, ubertosa, ricca di eleganza finché si vuole, ma pur sempre insalata.

Il bello è che invece, per come si pone in questa immagine, potrebbe essere una grossa rosa spaziale, una medusa dei cieli, un nuvolone carico di piogge visionarie, l'ombelico di una creatura fantastica, un buffo asteroide, una preziosissima gemma grezza gigante...

Questo mi suggerisce un pensiero: tutto prosegue sempre nel tutto. Ogni cosa si completa nelle altre, nella grande festa della compenetrazione universale.

Se mi è concesso l'ardire, il pene è soltanto una clitoride che s'è incamminata per una strada più chiassosa; il torace virile, quando distribuivano la grazia, è arrivato in ritardo, e le tette erano ormai terminate; un ricco è un povero con meno fantasia; la luna è un sole che ama far baldoria mascherandosi di notte; un bacio, non si capisce mai bene fra i due chi lo sta dando e chi se lo prende...

Così succede per ogni cosa al mondo. Una entra dentro l'altra, si muta in essa e lì assume nuovo sembiante, che al tempo stesso è ancora quello di prima, eppure diverso, e avanti così. Tutto questo grande spettacolo sembra pensato quasi per noi. Perché possiamo nutrire il nostro stupore, e continuare a dire: ma io questa cosa...bah, mi sbaglierò, eppure mi sembra di averla già vista da qualche parte...

È la grande danza delle forme e della sostanza, che ci invita ogni istante a fare un ballo. È la parola in bilico perenne sulla punta della lingua: a volte affiora alle labbra, a volte no, ma sappiamo che un giorno o l'altro qualcuno la pronuncerà.



lunedì 11 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 19 - "Florilegi puzzolèi"

"Un pensiero al giorno"

19 - "Florilegi puzzolèi"

Una "puzzola" si era stancata di fare "fuffa" da mattina a sera nel bosco.

- Questo posto diventa sempre più "fuffigno" ogni giorno che passa - pensava - non c'è altro da fare che grattarsi la"pancia", o andare a piedi fino alla cima della montagnola a "tetta", ma una volta giunti sul "capezzolo", è sempre lo stesso panorama.

Si mise allora a "rimuginare" su come avrebbe potuto "sgattaiolare" via. Ma essendo "puzzola", convenne che le si addiceva meglio "spuzzolare" da qualche parte. Avrebbe scoperto il posto "posticcio" in cui si nascondeva il mistero del suo "afrore".

Dalla riva del ruscello, vide passare un "ceppo" di "mogano" "fluitato" dall'acqua. Con impeto "balzano", si lanciò a bordo. Non aveva mai provato tanto "gaudio". "Spruzzi" d'acqua "ciccia" le "lambivano" la "pelliccia", in uno "sciabordio" talmente delicato da sembrare bello "pellicciato".

Durante il viaggio, avvistò tanti amici, magari affacciati fra i "ciuffi" d'erba, appesi "penzoloni" a un ramo, o "sguazzanti" con soddisfazione dove l'acquoreo corso fa un "giubbotto" alle caviglie. Sotto la cupola "frondosa" d'una rovere, intravide persino la "lontra" e la "moffetta" lanciare una "sfida" di "briscola" alla "donnola" e al "furetto".

La "pellicciosa" crociera si protraeva ormai da varie "pelliccevoli" ore, e la faccenda si stava facendo oltremodo "pellicciata", anche per una "pellicciarda" adusa alle espressioni più "pelliccione", qual era la "puzzola".

Fortuna che lungo il tragitto, la "puzzola" ingannò il tempo "sbocconcellando" pezzetti di "zenzero", frutto da lei assai gradito perché privo di "picciuolo". Vinse così la fame e la sua "insidia", fino a quando il "ceppo" incappò in un'"ansa" arrestandosi. Poco distante, un gruppetto di lavandaie se ne stava, dando sfoggio della propria alta maestria nell'arte del "se ne starsene", e curandosi nel frattempo anche del bucato.

Nascosto fra le "frasche" appena dietro le "ragazze", la "puzzola" notò un giovane. Non ci voleva la sapienza "olezzante" di suo cugino lo "zibetto" per capire che il ragazzo si stava "struggendo" per una delle belle lavanderine.

- "Peli", "alito", "polpastrello", "pollice" e "mignolo"! - pensò la "puzzola" - quel "giovinotto" di certo mira il "ricciolo" a rimirar di qualche "donnesco" "pertugio"! -
Si avvicinò un po' circospetta, un po' "circospuzzola", e vedendo il ragazzo a quattro zampe, lo interrogo circa il suo portamento "arcano".

Quegli si mise a "sciorinare" doglianze d'amore: 
- Son perdutamente invaghito di quella giovane lavandaia, ma per la vergogna non oso dichiararmi, perché oggetto supremo del trasporto mio è il suo "cavo popliteo" -

La "puzzola", all'udir simili titubanze, si sentì d'incoraggiare lo spasimante: - Non tentennare qui nel "muschio", falle vedere quanto sei maschio! Vai, non essere "orso", di vasta audacia inghiotti un bel "sorso"! -

Preso il toro per le corna, il giovane s'inoltra verso la bella, ma nella "miscellanea" d'emozioni, lo tradisce un "borborigmo". Giunto infine al cospetto di lei, intimorito come al portone d'una reggia, non sa trattenere una gran "scoreggia".

Ma qui mirabile, inusitata è la sorpresa. Come per telepatico intendimento, cagionato dall'anti-impresa, ecco la donzella proclamare:
- Oh ipersensibil cavaliere, farvi dono del mio poplite è per me dolce dovere! -

E giù la la "puzzola" a "gigioneggiare", "burleggiando" fra di sé:
- Mamma mia che eccelso "sfiato"... e io che mi credevo in gran difetto, se ogni tanto mi scappa un "fumetto"! Di certo lui non le ha suonato il "liuto", ma l'ha presa diretta per il "fiuto"! Non sarò più fuori moda, se sollevo un po' la "coda"!

E dopo averne così viste un sacco e una carrettata, verso casa la "puzzola" si lancia ch'è una "schioppettata". Non vede l'ora di raccontare al "ghiro", al "lattonzolo" e alla "faina", che "sinfonia" si suona laggiù in fondo alla stradina, sotto la cappa della foresta tremula, giusto svoltato l'ultima "primula".


domenica 10 aprile 2016

"Un pensiero al giorno" 18 - "Piccoli lampi di felicità linguistica"

"Un pensiero al giorno"

18 - "Piccoli lampi di felicità linguistica"

Certe parole le adoro, perché sono capaci di fondere insieme una sonorità elegante e il gioioso rimando innescato dal loro significato vero e proprio. A volte mi piacciono invece perché trovo il loro suono irresistibile, così, senza troppa preoccupazione per il senso.

Vado matto ad esempio per la parola "puzzola". Non ne ho mai vista una dal vero e mai gradirei trovarmi nel raggio d'azione delle sue ire gassose, ma questo per me è proprio uno dei casi in cui la grazia della parola si riverbera in simpatia sulla bestiola relativa. Fra i miei beniamini, c'è anche il termine "fuffa": una delle etimologie possibili pare essere "garbuglio di fili", da una parola d'origine toscana ancor più bella, "fuffigno".

Mi strapiacciono tante parole legate a parti del corpo umano. Qui il significato gioca un ruolo decisivo, ma non sempre. Irresistibile è "pancia", una parola che solo a sentirla pronunciare o a vederla scritta, ti mette il buon umore. Di stratosferica bellezza anche "tetta", una parola, mille mondi: l'infanzia, la sensualità, la vita, l'eros. A tal proposito, per dimostrare di non essere "di parte", bensì di stare facendo un discorso sulle pure parole, aggiungo che non mi garba tanto la parola "capezzolo", pur ammirando a dismisura il corrispettivo anatomico concreto reale (e femminile).

Sempre in ambito corporale, mi piacciono un sacco "peli", "alito", "polpastrello", "pollice" e "mignolo" (meno gli altri tre, anulare e compagnia, hanno nomi troppo burocratici).

Una delle parole-meraviglia più intense per i miei gusti deriva sempre da "pelo" o "peli", anche se esula dall'umano in senso stretto. Mi riferisco a "pelliccia": non so come mai, ma "pelliccia" mi fa letteralmente impazzire (sempre e rigorosamente se immaginata indosso al corrispettivo animaletto vivente). "Pelliccia" è gioia verbale concentrata, con tutte le sue varianti ancor più acrobatiche per profilo sillabico: "pellicciotto", "pelliccetta", "pelliccione", oppure anche sotto forma di neologismi che non fanno troppe difficoltà nel lasciarsi creare, come"pelliccioso", "pelliccevole", "pellicciato", "pellicciardo", e come questi se ne possono creare a volontà.

L'italiano è già una lingua strepitosa di suo, e poterla parlare da "nativo" credo sia uno dei più grandi privilegi che possano toccare in sorte su questa terra. Ma a volte penso di avere una particolare fortuna nella fortuna, a essere un parlante italiano, perché mi offre il gusto di poter pronunciare la parola più bella al mondo per indicare una delle bestioline a me più care: il "gatto". Tra "gatto" e "pelliccia" non so quale mi rapisce di più. La "pelliccia"del "gatto" è il massimo dei massimi espressivi.

Si danno poi casi di parole non propriamente esaltanti per il significato, ma molto simpatiche in virtù di un equivoco non detto, serpeggiante in sottofondo. Suonano infatti simili ad altre parole, seppur del tutto diverse; magari sembrano una loro versione stropicciata, e ne nasce una giocosa confusione. Un esempio è "posticcio". Non indica nulla di lusinghiero, dà un'idea di fasullo, di camuffato. Eppure, confuso con la parola "posto" (che di certo etimologicamente c'entra qualcosa), può suggerire espressioni scherzose, tipo: vieni che ti porto in un bel posticcio.

L'elenco di parole fascinose sarebbe sterminato, ma non voglio dilungarmi oltremodo. Chiudo allora con una raffica di commiato, come nella miglior tradizione degli spettacoli pirotecnici: "rimuginare", "fluitato", "ciccia", "sciabordio", "donnola", "ricciolo", "gaudio", "afrore", "orso", "donna", "sciorinare", "sfiato", "furetto", "pertugio", "lontra", "schioppettata", "zibetto", "giubbotto", "gigioneggiare", "moffetta" (altrettanto bello di "puzzola"), "liuto", "coda", "faina", "muschio", "olezzo", "insidia", "lattonzolo", "sinfonia", "primula", "ghiro", "miscellanea", "borborigmo" e, per armonica conseguenza, "scoreggia".