giovedì 20 novembre 2008

QWERTY! QWERTY! QWERTY!...UIOP! UIOP! UIOP!...Fuit, bum!!!

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Andrà a finire che mi farò la fama di assoluto “scrittore sul nulla” (il cugino più brutto del “Pianista sull’Oceano”).
Ma in attesa del ritorno di nuovi spunti riflessivi più dignitosi, oggi correrò questo rischio, superando me stesso proprio nella nobile disciplina del vaniloquio narrativo.
Rimiravo la tastiera nell’illusoria speranza di scovare un’idea negli angoli bloggaroli più remoti della mia mente offuscata, quando ho fatto “sguardo locale” su una stringa di lettere tanto familiare quanto scontata, per il fatto di averla sotto il naso praticamente dieci ore al giorno: QWERTYUIOP.
Lì, lì…lì sotto dai…abbassate gli occhi: è la terza fila di tasti dall’alto, sotto alle funzioni e sotto ai numeri.
Sì, perché io sono di certo un eccelso “nothing teller”, ma dovete sapere che c’è tutta una storia buffa e curiosa dietro quella sequenza di lettere.
Intanto, fate conto che, mentre state pestando sulla tastiera, è come se usaste una calcolatrice che all’interno della sua scatoletta, nel retrobottega calcolatorio, invece di chip e circuiti si serve di un vecchio e polveroso pallottoliere.

Considerando la disposizione all’apparenza casuale delle lettere, sbattute giù un po’ con la fionda, e trattandosi di uno strumento di altissima tecnologia come il computer, viene da pensare: chissà quali studi ci sono dietro, avranno sperimentato la cosa durante infinite prove con utenti, rilevando con minuzia la naturale predilezione della mente umana per la scelta di determinate lettere, combinando il tutto con la preferenza accordata dalla nostra percezione a certe porzioni del campo visivo, ecc., ecc.
Ma quando mai?...Ma in che film? Forse giusto in un’avventura di Brancaleone.
Il codazzo di lettere QWERTYUIOP-ASDFGHJKL-ZXCVBNM forma infatti la stessa identica sequenza riportata pari pari dalle vecchie macchine da scrivere sui pc.
E già qui c’è puzza di anacronismo, ma sarebbe anche stato plausibile: se quell’ordine era funzionale all’epoca, si poteva benissimo continuare ad usarlo per scrivere col computer.
L’eccentricità della cosa salta fuori però se si va ad indagare l’origine della disposizione “a QWERTY”.
La ideò, intorno al 1870, Christopher Sholes, un inventore americano (eran forti però, un tempo: “Che mestiere fai?” - “Io?...L’inventore…va mò làh…”).
Non fu subito “QWERTY a prima vista”. Come avrebbe pensato chiunque di fronte al dilemma della disposizione dei tasti, per facilitare una scelta rapida delle varie letterine, Sholes le mise semplicemente in fila in ordine alfabetico.
Solamente che, così cosa succedeva? Quella era la sequenza senz’altro più intuitiva, ma l’utilizzatore della macchina da scrivere risultava in quel modo “troppo veloce”, e soprattutto scrivendo con tutta la sua buona lena faceva maledettamente inceppare i martelletti che battendo vanno a spiattellare l’inchiostro sulla carta.
Sholes dovette allora ingegnarsi per disporre i tasti in modo che non ci fosse affollamento di levette vicine nello stesso momento, e sacrificando a questa priorità la necessità di essere rapidi, escogitò la disposizione QWERTYUIOP…ecc.
Il tutto venne poi brevettato dalla ditta Remington & Sons e diffuso in così grande scala che il modulo QWERTY si impose come vincente, e in seguito, essendo talmente consolidato nell’uso universale, si decise di non modificarlo nemmeno con l’avvento dell’informatizzazione.
Ed è così che ancora oggi ci ritroviamo ad utilizzare la soluzione più lenta per battere su una tastiera, solamente perché ad una fabbrica di fucili USA così faceva comodo circa 130 anni fa.
E ricordando come, pur non essendo ben chiara l’attribuzione, l’idea originale per la creazione della macchina da scrivere (erroneamente detta: l’espressione corretta è macchina “per” scrivere) vada probabilmente attribuita ad un avvocato novarese, Giuseppe Ravizza, che nel 1855 la brevettò col soave nome di “cembalo scrivano”, mi viene da fare un’ultima considerazione.
Visto che codesto QWERTY è ormai una chincaglieria assolutamente obsoleta e ce lo tiriamo dietro più per affetto che per altro, e dato che pure lui QWERTY medesimo si sentirà piuttosto inutile, ci sarà modo di rivalutarlo con ruoli socialmente utili?
Così mi è venuto in mente che potrebbe venire buono come neologismo a valenza variabile, buono per diverse occasioni.
Ad esempio: sono per strada a passeggio con un amico, ci sorpassa un gran bel pezzo di figliola ancheggiante alla grande, e lui mi fa sottovoce: “…Visto che roba?...”. Io in tutta risposta, invece di usare espressioni inflazionate e vecchie, tipo uno scontato e stucchevole “accipicchia!”, potrei profondermi invece in uno squillante “QWERTYUIOP!” nuovo di zecca.
Altro frangente: in macchina, sto guidando, mi sorpassa con manovra pericolosa uno di quei fanatici dell’automobile che hanno venduto tutti i loro neuroni in cambio di 16 valvole. Anche qui, invece delle solite imprecazioni, si potrebbe piazzare un super-inedito: “Ti pigliasse un QWERTYUIOP a te e a chi non te lo prega!”.
Un ultimo uso che mi sovviene potrebbe essere infine quello geografico, per stupire l’amico bullandosi circa l’esoticità delle proprie mete vacanziere estive: “Dov’è passi le ferie quest’anno?”, “Bah, sono ancora indeciso, mi sa che faccio un paio di settimane a QWERTYUIOP…un atollo in Polinesia, sai, a uno sputo da Mururoa…”.

lunedì 17 novembre 2008

Questo è un lavoro per...!

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Oggi, manieristicamente, ripensavo un po’ ai vari argomenti strambi affrontati negli articoletti di questo mio ancor più bizzarro angolo di scribacchiature (ghiandole salivari, texture, blob fatti in casa, solo per citare le ultime mie futilità) e fra me e me mi dicevo: “…Sono proprio il Superman dei blogger…”.
Ma non mi fraintendete, non è che mi sono montato la testa, e tanto meno mi stavo profondendo in un moto di auto-esaltazione scellerata.
Tutt’altro.
E se mi lasciate spiegare per due righe, vi renderete conto che si trattava di una considerazione niente affatto lusinghiera.
Nella bellissima raccolta di saggi critici “Apocalittici e integrati” (uno dei più bei testi per imparare ad osservare i fenomeni artistici con occhio “asciutto” e disincantato), Umberto Eco analizza esattamente la figura del super eroe domiciliato a Metropolis, facendo riflettere su di un passaggio fondamentale per capire l’impianto narrativo di questo fumetto e di conseguenza le implicazioni socio-esistenziali connesse.
Superman, ci ricorda Eco, possiede super poteri coi quali potrebbe benissimo prodigarsi per risolvere “inezie” come la fame nel mondo, le guerre sanguinose che affliggono il pianeta, i disastri ecologici, tanto per citare solo alcuni esempi di “problemucci” più eclatanti.
Ma nonostante questo po’ po’ di potenziale, SuperLui si ostina ad assicurare alla giustizia qualche rapinatore di banca di tanto in tanto, a frenare la corsa impazzita di qualche treno, o tutt’al più a bloccare le criminose intenzioni di scienziati perversi regolarmente intenzionati a distruggere la Terra, ma una volta passato il pericolo, per quanto gliene può fregare a SupeLui, lascia pure che crolli la finanza mondiale e l’ambiente si riduca ad uno schifo.
Il messaggio che le storie di Superman vogliono far passare, commenta Eco, è tutto confezionato all’interno di una logica piccolo-borghese e in questo ambito si spiega la Super-sua selettività nel risolvere i problemi del mondo: SuperLui supercombatte le storture medie che il lettore medio si attende di veder mediamente combattute, oppure si prodiga in certe pacchianate esaltanti da “mejo fico der bigoncio”, più in sintonia con una ricerca di clamore in stile Grande Fratello, Talpa, Isola dei Famosi e simili, che non dettate da un’intenzione effettiva di fare il bene dell’umanità.
In questo senso dunque mi sono sentito il Superman dei blogger.
Con tutti i problemi che ci sono al mondo, le questioni complesse che lo attanagliano, io cincischio spesso sul filo della surrealtà.
Tuttavia, credo di poter dire che nel mio caso le intenzioni siano alquanto differenti.
Non è tanto la dimensione medio-borghese che mi interessa, non ci penso nemmeno. Il mio pensiero va più verso la convinzione che osservando la realtà da punti di vista inediti, anche se si tratta di piccoli dettagli, si può andare in qualche modo più vicini ad una sua comprensione. Ora non vorrei menar la faccenda troppo per l’aia, ma queste mie mini-incursioni per assurdo nel mondo del possibile, le intendo quasi una palestra di tolleranza in cui nel frattempo si può tenere in allenamento anche lo spirito critico.
O almeno così mi pare.
In ogni caso, di una cosa adesso sono sicuro.
Finalmente ho colto fino in fondo la saggezza di una battuta sentita qualche tempo fa: “Se Superman è così intelligente, perché porta le mutande sopra i pantaloni?”

domenica 16 novembre 2008

Shyness is nice

(Fotomontaggio di Gillipixel
su foto di sfondo di Gillipixel)

"...Shyness is nice, and
Shyness can stop you
From doing all the things in life
You'd like to

So, if there's something you'd like to try
If there's something you'd like to try
Ask me - I won't say "No" - How Could I?..."

"Ask", The Smiths (1986)

Fidatevi di me.
Di timidi me ne intendo.
Di umiltà e di modestia ne so qualcosa. Vi dovesse succedere di conoscermi e poi campaste ancora 150 anni (cosa che vi aguro di cuore), non vi capiterebbe mai più di imbattervi in un fottuto timido come il sottoscritto.
Parlo dunque con cognizione di causa.
Dietro ogni timido, si nasconde un grande egocentrico.
Il timido è tale perchè si sente sempre al centro di tutto e sotto l'occhio di tutti. In ogni istante è abbagliato dal grande faro di un iper-io esterno che lo giudica di continuo. Si sente sotto il torchio costante di un paradossale autoesame che sgorga contemporaneamente esterno a sè e dall'interno di sè.
Ma non fidatevi troppo.
Il timido è anche colui che in fondo in fondo, nelle segrete del suo cuore, di tanto in tanto si compiace nel sentir risuonare beffarda la voce del marchese del Grillo, che motteggia impertinente:
"Io so' io...e voi nun siete 'n cazzo!"

Stand up for your papilla

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Se fossi qualcuno che conta qualcosa, indirei una petizione.
Aprirei una sottoscrizione di firme a favore delle papille gustative degli italiani.
Una campagna in difesa delle nostre ghiandole salivari.
E' noto che il processo di digestione ha inizio già nel nostro cavo orale. Basta ritrovarsi davanti una pietanza succulente, oppure per i più fantasiosi, solamente immaginare un barlume d'idea di un piatto appetitoso, e subito le nostre ghiandolette della bocca, ancor prima di aver gustato una sola briciola, si mettono brave brave a fare il loro mestiere, secernendo una saliva particolare, perchè ricca di peptina, una sostanza che è come un soldatino dello stomaco, mandato in avanscoperta per preparare il terreno e fare già un po' di lavoro.
E' la famosa acquolina in bocca.
Ma non si può stare tutto il giorno con la ghiandola sotto pressione. Eh no!
Prendi oggi ad esempio.
Me ne stavo bel bello (o meglio, brut brutto) davanti alla tele a fine pranzo, dopo essermi scofanato mezze maniche ripiene in brodo di gallina, cotechino e purè, torta, vinelli vari e bicchierino di Porto finale, mentre davanti agli occhi mi scorrevano immagini alternate di Linea Verde e Mela Verde.
C'era niente meno che il ministro dell'agricoltura Zaia in collegamento da Treviso, che insieme ad abili cuochi locali illustrava la preparazione di una delizia del posto, una sorta di passato di fagioli con grasso pesto da gustarsi insieme a verdurine fresche.
Ed io lì, blandito dalla suggestione gastronomica, nonostante la grande abbuffata da cui ero reduce, giù a salivare peggio del buon cane di Pavlov. Neanche fossero stati 5 giorni che non mangiavo.
Adesso dico: non si può andare avanti così.
Ti svegli al mattino prestissimo, accendi la tv per sapere come ha chiuso l'indice Nikkei e subito ti imbatti in ricette regionali e delizie di ogni tipo. Ti avvii verso il mezzogiorno, e giù di nuovo altre imboscate culinarie a tradimento, che colgono le tue ghiandole salivari in mutande.
E Linea Verde, e Mela Verde, e Eat Parade, e La prova del cuoco, e Sereno Variabile, e poi ancora una miriade di trasmissioni delle quali non ricordo il titolo, ma che tutte inevitabilmente ti colgono alla vigliacca salivante e in subbuglio gastro-illusorio. E così arrivi a fine giornata col canino grondante e un esagerato stillicidio peptinico in bocca.
Ma cos'è questa storia? L'Italia ormai non è una più repubblica fondata sul lavoro, bensì sulla ghiandola salivaria eccitata.
Già, proprio così. Se fossi qualcuno indirei una petizione. Ma non sono nessuno, e mi rassegno. Continuo a salivare.

sabato 15 novembre 2008

Luce e volumi: oggi sposi

(Foto di Gillipixel)

Gli edifici, come tutte le cose semplici, sono una faccenda piuttosto complicata.
La parte semplice sta nel fatto che un edificio in fondo è fatto di tre ingredienti: volumi (stretti parenti degli spazi, da essi determinati), texture e luce.
La cosa complessa è che, pur essendo l'edificio un mazzo di sole tre carte, i semi di queste carte (le loro variabili) sono infiniti, e si può giocare una quantità sterminata di partite senza vedere mai la stessa mano ripetuta uguale ad un'altra.
Una volta lessi una bellissima frase del grande designer Bruno Munari, riguardo al concetto di fantasia. Non ricordo testualmente le parole, ma in sostanza diceva che la fantasia si basa in fin dei conti su un meccanismo elementare: consiste nel saper fare accostamenti tra elementi differenti, creando composizioni esteticamente significative. Una volta colto il senso del gioco compositivo, il segreto sta nel conoscere sempre più elementi da far entrare nella partita.
Delle tre "carte" (come metaforizzato sopra) a disposizione di un edificio, la texture è la più sottovalutata. Sarà forse perchè in italiano non c'è un termine ben chiaro a tradurre questo concetto, chissà. Nei paesi anglosassoni infatti, non so, sembra che questo importante valore estetico venga tenuto in maggiore considerazione.
La texture è la trama superficiale, il tessuto dell'edificio.
Al di là delle difficoltà lessicali, l'idea di texture è forse difficilmente coglibile anche per la sua sostanziale sfuggevolezza. Essa è infatti quel leggero velo sul quale la luce e i volumi si sposano. E' quel confine sottile sul quale l'impalpabilità luminosa si addensa sfociando nella concretezza del tangibile. Quella fine pellicola che confonde su di sè l'idea di visibile con quella di tattile.
Lo aveva capito benissimo Alberto Burri, che su questo concetto ha sviluppato la sua intera poetica.
E lo si capisce benissimo se si fa mente locale sulla ripugnanza e sulla tristezza "testurale" di certi materiali (ad esempio, mi vengono in mente al momento la formica e il linoleum, oppure l'anonima "lisciezza" del cemento armato di certi capannoni industriali, ma non insisto oltre per non causarvi conati e nausee estetiche varie), confrontata con la nobiltà, la "sapienza" , la capacità di "accumulare memoria" che posseggono certe altre superfici (come quella del muro in "cotto" o del legno).
Texture dunque. O tessuto, o trama. E' importante. Comunque la vogliate chiamare.

mercoledì 12 novembre 2008

Il Blob fai da te

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Lo scrittore diligente è sempre a caccia di piccole intuizioni, sensazioni mentali subodorate, micro-pensieri illuminanti quanto sotterranei, dettagli del vivere in grado di accendere quella fiammella di stupore interno indefinibile altrimenti.
In certi casi però si tratta di lumicini talmente fiochi, talmente legati ad una circostanza minima ed individuale, che stentano a sopravvivere allo scambio comunicativo, rischiando, una volta messi per iscritto, di affogare inascoltati nell’oceano sterminato del personalismo.
L’idea originale merita di essere messa nero su bianco quando la “meraviglia rivelata” che è in grado di suscitare sia condivisibile e potenzialmente familiare a molti.
Detto questo, e non essendo io uno scrittore diligente, vorrei illustrare una piccola intuizione, una sensazione singolarissima da me provata, pur nella certezza che non risulterà familiare esattamente a nessuno.
Ieri sera, pigreggiavo come mio solito davanti alla tele e mi sono imbattuto in un servizio delle “Iene”. La caratteristica di quegli irriverenti stoccafissi inveterati in nero è questa: sotto il velo della boiata eclatante, ti raccontano cose notevoli.
Per l’occasione, la iena Gip voleva far notare come il linguaggio televisivo tenda a deformare gli argomenti, a seconda del registro espressivo utilizzato per presentarli. Il buon Gippone, sempre piuttosto grottesco ed iperbolico, com’è nel suo stile, aveva creato ad arte una “notizia” fasulla. Fingeva di essere un papà intento a giocare in casa col suo bimbo. Nel tentativo di cogliere al volo un pallone pericolosamente rimbalzante in direzione della porta finestra aperta sul balcone al sesto piano, simulava una catastrofica caduta di sotto, con logico e conseguente spiattellamento fatale di sé medesimo sul prato.
A questo punto, dopo aver mostrato il filmato dell’accaduto in una versione piuttosto “neutrale”, l’episodio veniva tradotto in tre diversi “linguaggi” (o meglio, “dialetti”) televisivi divenuti ormai (purtroppo?) alquanto familiari. Il fatto veniva prima “StudioApertizzato”, poi “RealTvizzato” ed infine “Paperissimizzato”, in quest’ultima variante con tanto di cagnetto che sul finale si avvicinava annusante al corpo spiaccicato, bofonchiandogli che dovevano stare “…viscini viscini…”.
Era piuttosto impressionante vedere come gli stilemi tipici del servizio di “Studio Aperto”, quelli di uno “scoop” di RealTv, e ancora i contorni scherzevoli di “Paperissima”, fagocitavano con il loro “assolutismo” espressivo il dato di fatto di partenza.
Una piccola dimostrazione di come questi tre contenitori televisivi presi a caso siano anche una sorta di schiacciasassi espressive, capaci di piegare ogni argomento e tradurlo nel loro “clima” deformante: quello del pietismo morboso di Studio Aperto; quello del cinico sensazionalismo di RealTv; e quello da forzati dello scherzo, di Paperissima.
La morale che ne ho tratto è che la ri-contestualizzazione televisiva di una “notizia” (o in genere del suo racconto per immagini) può avere su di essa conseguenze deformanti eccezionali, a conferma del fatto che la tele è effettivamente uno strumento molto potente.
Ma non era finita qui, perché cambiando canale, sono incappato in una curiosa coincidenza sul tema. In questo caso si trattava di un film, “Le ali della libertà”, con Tim Robbins e Morgan Freeman, che nella storia interpretano due carcerati.
Avevo già visto il film tempo fa, ma non ricordavo i particolari della storia, e così stavolta ho colto solo una scena già iniziata: i poliziotti entrano nella cella di un detenuto e lo pestano in modo terribile. Le scene dei film sono spesso paragonabili a “dispositivi emozionali”, architetture emotive appositamente confezionate per ottenere un determinato effetto desiderato. Così questa volta mi è scattata l’ovvia indignazione mista a rabbia verso la crudeltà dei secondini.
Ma poi, nel prosieguo della trama, ho riscoperto (ricordandomi anche dalla precedente visione), che il galeotto era stato massacrato per aver violentato e seviziato un’ennesima volta il mite carcerato Tim Robbins, nel frattempo entrato nelle grazie delle guardie per la sua abilità come contabile e persona di cultura.
Ho in questo modo capito che la scena, estratta dal continuum della trama, mi aveva innescato una reazione emozionale del tutto distorta rispetto a quella “ufficiale”, ossia quel “sano senso di vendetta” che infatti poi mi sono ricordato di aver provato nella visione completa di qualche tempo fa.
Ed è stato così che, fra una saggia mattata della iena Gip e uno stralcio isolato di film rivisto, ho compreso ancora meglio la genialità dei creatori di Blob.

domenica 9 novembre 2008

Il pane e le rose

(Fotomontaggio di Gillipixel)

Devo essere un gran pauperista. Un populista, un luddista. Devo essere un iconoclasta. Devo essere anche parecchio retrogrado, passatista. Devo essere uno che non ama la bellezza, un ingrato che non comprende l'importanza dell'immagine, della dimensione estetica, nella nostra società. Devo essere un gran nostalgico di una tanto mitizzata, quanto mai esistita età dell'oro. Devo essere afflitto da una terribile miopia sociale, che mi impedisce di guardare avanti, mi impedisce di capire i meccanismi più raffinati attraverso i quali il motore dell'economia è capace di sostentere il movimento del progresso, continuando a far girare le leve vitali e fondamentali che sostengono il nostro bene collettivo.
Devo essere tutto questo.
Altrimenti, non saprei spiegarmi un fatto.
Perchè se non è vero tutto quanto detto sopra, ieri sera, dopo aver sentito al Tg4 che nelle gioiellerie dalle parti del Ponte di Rialto a Venezia, il prezzo medio di vendita delle collane, un anno fa attestato intorno ai 300 euro, ora per la crisi è sceso a circa 30, come si spiega che non mi sono commosso?