mercoledì 15 giugno 2016

"Un pensiero al giorno" 80 - "Stradologia"

"Un pensiero al giorno"

80 - "Stradologia"

Le strade sono campi di forze dinamiche. Quando ci troviamo in un luogo, agisce continuamente in noi, come sottofondo mentale, una personale mappa del territorio in cui siamo immersi.

Questa mappa ha il disegno di una specie di pelliccia di leopardo un po' particolare. Le varie macchie sono gli spazi aperti oppure quelli occupati da edifici. Le righe fra le macchie sono le strade.

Le strade sono cariche di energia in movimento, più o meno intensa, a seconda del tipo di traffico che transita su ciascun percorso di esse. Per dire, un borghetto pedonale ha un voltaggio molto basso di energia dinamica; un'autostrada invece trasmette una scossa fortissima.

Il voltaggio di una certa strada dipende anche dalla percezione di chi la considera. Entrano in gioco vari fattori: la familiarità con quella strada; l'intensità con cui la si frequenta; la conoscenza maggiore o minore di tanti tipi diversi di strade; se si ha una percezione paesana, o cittadina, o addirittura metropolitana della rete viaria; e così via.

La "valenza energetica" delle strade ha anche componenti affettive: se una strada è legata a bei ricordi, avrà una "portata" di intensità maggiore, se i ricordi sono brutti, muterà la sua fisionomia qualitativa, ecc.

Ogni strada insomma si potrebbe raffigurare con un diagramma, a metà tra lo schematico e il realistico. È infatti composto da informazioni note e da sensazioni vissute: quando pensiamo una strada, o siamo nelle sue vicinanze, o ci apprestiamo a transitarci sopra, il diagramma diventa "vivo", abbiamo davanti sia il conosciuto, sia il percepito sul momento.

Da bambino, consideravo la provinciale che corre a pochi chilometri dal paese come un everest minaccioso esteso per tutta la sua lunghezza. L'impressione delle poche volte che ci transitavo in auto (ovviamente come passeggero); oppure le notizie di gravi incidenti avvenuti su quel nastro di strada (per fortuna non così frequenti); la percezione di velocità legata a quella strada; erano, tutte queste, componenti che rendevano il mio diagramma di quella strada ricco di un'alta intensità minacciosa.
Ora che ci passo da "guidatore" e la mia esperienza di altre strade si è evoluta, la provinciale mi sembra più espansa, distesa, verso i campi che la circondano, mentre all'epoca era un perlopiù un picco di timore che mi privava quasi la vista di tutto quanto non fosse asfalto.

Un territorio insomma è composto di picchi e di valli di significati applicati, non necessariamente legati a questioni altimetriche. Avere una certa sensibilità rispetto a un simile discorso, è a mio avviso cosa buona. Si affina così un rispetto per la natura "differenziale" degli spazi umani. Si capisce come il nostro ambiente sia distribuito su tante zone a intensità significante variabile. Si vive con più consapevolezza e rispetto nei luoghi del proprio vivere.

I luoghi non si possono misurare solo in chilometri, metri, ettari o ore di percorrenza. I luoghi sono proiezione di desideri, bellezza, progetti, entusiasmi. Sono significati interiori trasposti nello spazio. E fra questi, le strade si comportano come cerniere, cinghie di trasmissione, volani, ingranaggi, scivoli, veicoli dell'immaginario.


martedì 14 giugno 2016

lunedì 13 giugno 2016

"Un pensiero al giorno" 78 - "Miscellanea cronologica"

"Un pensiero al giorno"

78- "Miscellanea cronologica"

Le stranezze meteo di questi tempi diffondono nell'aria un gradevole rimescolamento di sensazioni. È giugno o maggio? È magno o giuggio? Son uomo o bimbo? È domenica o lunedì? O è un qualche tipo di ottavo giorno della settimana mai visto, né vissuto prima?

Vivere il tempo poeticamente: questo sì che mi sembra un buon programma. Non ha nulla a che vedere con la superficialità, anzi, proprio il contrario.

Sintonizzarsi sulla paradossalità dell'essere: una delle cose più difficili da realizzare. Mantenersi flessibili di fronte all'apparente insensatezza di tante dimensioni in cui ci troviamo immersi.

Non accontentarsi mai del "velo radente" che iper-banalizza. Mutare spesso prospettiva, osservare da mille angolazioni, sapendo che trovarne alla fine una "giusta" e definitiva, sarebbe solo auto-inganno.
Sforzarsi di arrivare a succhiare la sostanza di ciò che si presenta come mutevole. Sentirsi infinitesimale porzione di un Tutto che però senza di noi diventa nulla.

Essere consapevoli del fatto che certi problemi sono molto complessi, e chi per essi prospetta soluzioni semplici, o ci inganna o è uno sprovveduto.

Che siamo corpo, spirito, pulsione, ragione, finitezza e aspirazione a non avere limite alcuno. E che queste sono solo classificazioni analitiche di comodo, sapendo anche che un ditone del piede è nobile come una sinapsi, un poema di mille pagine, elevato come una generosa boccata d'aria pura.

Vivere poeticamente, laddove il senso sta nelle profondità, e le parole non sono suoni appiccicati sopra le cose, ma specchi, riflessi dentro specchi, e poi ancora dentro altre superficie specchianti, in un infinito di rimandi mai sazi di se stessi.

Vivere poeticamente, perché la correlazione causa-effetto è solo una convenzione utile (e indispensabile) per sopravvivere, ma il Tutto è invece un'immensa luce sussistente, così nel profondo come in superficie, senza mai fine, né principio, né premesse, né conseguenze. Un unico essere totale di cui siamo gioiosa "parte non parziale".

Vivere poeticamente, perché le nutrie ogni tanto hanno voglia di straparlare e strascrivere, e oggi lo hanno fatto a modo loro, così.


"Un pensiero al giorno" 77 - "Maschilità equivocate"

"Un pensiero al giorno"

77 - "Maschilità equivocate"

Ci sono due temi di stretta attualità, sui quali avrei voluto scrivere qualcosa oggi. Sono argomenti che fanno rabbia, paura, mettono sgomento addosso, misto a un senso di impotenza. Poi però ci ho ripensato. Se avessi scritto le cose che avevo in mente, che mi sgorgavano spontanee alla penna, avrei detto solo dei luoghi comuni.

I due fenomeni sono per certi versi accomunati, e per altri aspetti forse estranei l'un l'altro. Mi riferisco alle sempre più frequenti notizie di uomini che uccidono le donne che sostengono di amare; e ad altre notizie di uomini che sostengono di nutrire la propria passione sportiva, ma non fanno altro che devastare, venendo meno a qualsiasi rispetto per la convivenza civile.

Sono questioni complesse e parlandone così, da uomo della strada, non avrei fatto altro che aggiungere ovvietà alle tante già sentite in merito. Non sarebbe giusto trattarle con toni emotivi e umorali, perché si cadrebbe nella stessa stortura da cui questi fenomeni hanno origine.

Sono frutto infatti di un'emotività deformata, di un terribile fraintendimento riguardo al senso della "dimensione" maschile.

Dovrebbe essere naturale abbinare l'idea di "maschilità" a tante espressione dalle quali invece viene perlopiù sentita estranea. Maschia dovrebbe essere la tenerezza, dovrebbe essere l'empatia, l'apertura verso le ragioni dell'"altro". Prima fra le doti virili, dovrebbe essere la capacità di ascoltare. E poi, a seguire, la tendenza a "decentrare" se stessi dal fulcro dell'universo, acquistando la nobile consapevolezza della perifericità del proprio esistere.

Sapere di essere una parte piccola e umile di un tutto, aiuterebbe molto. Una buona preparazione alle sconfitte che nella vita inevitabilmente si subiscono, anche questo aiuterebbe.

Molto maschio dovrebbe essere il fatto di accettare con serenità che ci sono persone più in gamba di noi nel fare certe cose. Il massimo della maschilità dovrebbe essere riservata al senso di rispetto delle regole.

Nessun uomo poi dovrebbe pretendere di dirsi maschio, se prima non ha dato ascolto al lato femminile che anche in lui alberga (e allo stesso modo, nessuna donna può essere femmina senza il maschile in lei ospitato).

Una fra le idee più perniciose, frutto maturo di tutte le più grandi distorsioni, andrebbe inoltre cancellata proprio dalla faccia culturale della terra. Ciascuno dovrebbe avere ben chiaro che nessun essere umano appartiene a nessun altro. La libertà dell'altro è sacra. Il concetto stesso di possesso è soltanto un artificio culturale che si applica per convenzione storica alle cose del mondo, ma a rigore filosofico nessuno possiede veramente nulla. Figuriamoci un suo simile.

Ecco, queste cose mi sento di dire sugli assassinii del falso amore (noti più con la brutta parola "femminicidio") e sugli hooligans.

Ma prima di chiudere, concedetemi almeno uno sfogo da bar. In realtà, se avessi dato ascolto all'istinto bruto, quello che volevo scrivere sui tifosi violenti era una sorta di ballata cruda e pecoreccia, una specie di sfogo rozzo. Avrebbe dovuto cominciare così: "...Uligano, uligano, non stupirti se ti senti strano / Forse non sai che la tua mamma ti partorì dall'ano?...".



sabato 11 giugno 2016

"Un pensiero al giorno"

76 - "Miaowsky"

Mi ha sempre lasciato un po' perplesso, la ricorrente affermazione di certe donne secondo le quali sarebbe desiderabile un eventuale partner in grado di farle ridere. Quando sento dire questa cosa, non di rado mi viene spontanea alla mente una riflessione interrogativa dai toni alquanto rozzi: "...Ma precisamente, cosa stai cercando, un uomo oppure un pagliaccio?...".

Si vede però che davvero non me ne intendo molto di donne, perché in effetti, riuscire a strappar loro un sorriso, o addirittura una risata, è una soddisfazione molto gradevole.

Sia che ci covi sotto una qualche latente attrazione, ma anche se non c'è proprio nulla del genere. Anzi, forse ancor più se l'ilarità suscitata è pura, gratuita, cristallina.

Conosco una ragazza moldava. Diciamo una donna giovane. Lavora in una casa che ogni tanto frequento. A volte scambiamo due chiacchiere un po' faticose, perché l'italiano non lo parla benissimo. Mastica piuttosto uno slang slavofono-badantesco misto a "italiacano" impuro, con modi espressivi che sfociano spesso in sfumature buffe e simpatiche. Di per sé, come ragazza tende già di suo all'allegro andante e farla ridere non è quella gran impresa. Però sono stati i modi con cui di recente ci sono riuscito, che mi sembrano degni di nota.

L'ho fatta sorridere dicendo una cosa abbastanza surreale, ma di quelle che nella mia "economia poetica" hanno un'importanza molto speciale. Per cui è stato un momento non poco buffo, con me che mi sentivo un novello Ionesco di campagna, mentre nella considerazione di lei si rinsaldava l'opinione che credo abbia già ampiamente radicata nei miei confronti. Ossia: uno mica tanto normale.

In pratica, lei stava pulendo i vetri al piano terra e io ero appena fuori dalla finestra dove armeggiava, sforzandomi di sostenere uno dei nostri leggendari dialoghi funambolici ultra-linguistici. Spesso, in altre occasioni, le avevo domandato come si dicesse la tale o la tal altra cosa in moldavo, oppure in rumeno, o in russo, dato che conosce un po' anche queste lingue.

Il caso ha voluto che passasse per il prato del giardino un gatto gnaulante. Smiagolacchiava proprio con insistenza. Lo abbiamo guardato un attimo sorridendo insieme e lì mi è venuto da domandarle: "...Ma anche in Moldavia i gatti fanno miao?...". Il sorriso di lei si è trasformato allora in una bella risata, ma avreste dovuto vedere il suo sguardo, mentre se la ghignava della grossa.

Alle sue giocose proteste verso la mia stralunata domanda (eufemismo per rendere l'idea della sua espressione di rimando fra una ghignata e l'altra, nella quale non si leggeva altro che un "ma sei proprio fuori!!!"), ho rincarato la dose aggiungendo: "...Ma sì, sai...mi domandavo se anche nel tuo paese i gatti miagolano nella stessa lingua dei gatti italiani...". Col naturale risultato di aggravare soltanto la situazione, ossia aggiungendo sue risate sopra quelle già in corso.

Alla fine è stato bello. C'è davvero qualcosa di magico nel far ridere una donna. Ancor più quelle volte in cui ci riesci e senti di essere considerato un tipo proprio sballato. Si forma un'atmosfera poetica, perché l'ilarità in quei casi nasce dal nonsenso, ed è segno che si è riusciti a mettersi in sintonia con la parte "lunare" del carattere femmineo, un luogo misterioso dove tutti gli uomini vorrebbero fare un viaggio.

Oppure è stato solo perché di tanto in tanto è bello assaporare quel gusto di libertà estrema che dona la sensazione di venir considerato un puro, semplice e lineare tipo strambo. In qualsiasi lingua questo venga detto o pensato.


venerdì 10 giugno 2016

"Un pensiero al giorno" 75 - "Oltre il suono di ieri"

"Un pensiero al giorno"

75 - "Oltre il suono di ieri"

I Seattle Supersonics non esistono più da otto anni, ma io l'ho saputo solo ieri. Ah, ferma un attimo... Giustamente, chi non li conosce, vorrà un minimo di delucidazioni su cosa caspita fossero i Seattle Supersonics. Erano una squadra di basket professionistico (NBA, National Basketball Association) con sede a Seattle, per l'appunto.

Perché mi erano in qualche modo cari? Il basket è stato per me una grande passione. Dico "è stato", perché la prospettiva che hai di uno sport quando ci giochi, è tutta un'altra cosa. Vero, le partite le puoi seguire ancora alla tele, per dire, ma quando giochi uno sport in prima persona, tutto è più mitico, eroico, "numinoso", passionale, nel tuo modo di vedere il mondo di quello sport.

E l'olimpo di riferimento, quando giochicchiavo, erano proprio le squadre e i giocatori NBA. Ogni squadra, coi suoi colori, i simboli e tutto l'immaginario che ci andava dietro, era un piccolo mondo su cui sognare. Ogni squadra mi sembrava eterna, in qualche modo. Non poteva non essere esistita da sempre, ed era destinata a esserci indefinitamente. Ciascuna, un'emozione, un aggregato di sensazioni, legate alla città di riferimento, a quello che sapevo o immaginavo riguardo a quel luogo, ai modi di giocare dei vari campioni, al loro stile, all'eleganza degli schemi di gioco.

I Los Angeles Lakers erano velocità pura, autostrade a venti corsie, Magic Johnson, sarabanda multietnica, cento chilometri da una periferia all'altra. I New York Knickerbockers erano la nobiltà del basket, Earl Monroe, il salotto del Madison Square Garden, la tradizione, Manhattan e il fiume Hudson; gli Houston Rockets erano il basket spaziale delle basi missilistiche, Moses Malone, le maglie rosso fuoco della calura texana. E così, ogni squadra un sogno cestistico immaginato.

I Seattle Supersonics (o Sonics per gli amici), mi affascinavano già dal nome, con tutte quelle "esse". Giocavano in maglietta verde e gialla, e i campioni del quintetto base (i cinque spilungoni titolari che scendono in campo) avevano nomi che per me risuonavano con lo stesso epico fremito di quelli dei paladini di Francia. Nomi anche essi generosi di "esse": Jack Sikma (43), Gus Williams (1), Dennis Johnson (24).

Vinsero il campionato NBA nel 1979, e anche se la mia preferenza andava ai Celtics di Boston, i Sonics avevano un posto d'onore nella mia suggestionabilità cestistica.

I Sonics, essendo di un città dell'ovest, li abbinavi a un'idea di libertà, progressismo, gli hippie, i figli dei fiori, l'utopia della pace e dell'amore universale. Magari nella realtà, c'entravano solo relativamente qualcosa con tutto ciò, ma quel che contava all'epoca era solo la mia fantasia di piccolo fanatico di basket.

Eppure nel 2008 sono spariti. O meglio, per questioni economiche son stati mutati in un'altra squadra, gli Oklahoma City Thunder (bah!...), che è forse peggio di una scomparsa netta.

Ma l'America è fatta così. Spreme il presente come un limone, come se l'oggi fosse l'unico tempo a disposizione, e poi calpesta, stropiccia la tradizione, annulla lo spessore del "ieri". Il ricordo dei Sonics rimane, ma questo ricordare è una cosa più all'europea.

Il ricordo dei Sonics in America equivarrà al ricordo lasciato da un vetusto supermarket ormai demolito, per lasciare spazio a nuovissime torri residenziali miste a uffici dagli affitti stratosferici.

È un po' questo, l'aspetto della americanizzazione del mondo che meno mi piace. Questo auto-fagocitarsi temporale, questo cannibalismo continuo praticato a spese della propria saldezza identitaria. Forse, in un certo senso tutto ciò è anche la sua forza, ma assomiglia più a un'energia bruta e senza governo, lanciata a folle velocità verso l'ignoto. Andare, andare, andare...purché si vada. Una cosa che non rassicura molto, a ben vedere.

Insomma, per il mio senso del tempo europeo, italiano, ma soprattutto campagnolo, anche se di fatto non esistono più, i Seattle Supersonics continuano ad esserci. Non giocano le loro partite su veri campi da basket adesso, ma continuano a gareggiare sul parquet della mia nostalgia, un sentimento in molti casi anche pericoloso, ma in alcune occasioni non privo di una propria carica rivoluzionaria: forse unica arma di difesa contro l'avanzata all'apparenza inarrestabile della dittatura del presente.




Le muse di Kika van per pensieri: Sandro Botticelli (1445 – 1510)


Per la rubrichetta “Le muse di Kika van per pensieri”, parliamo oggi di un grandissimo (sottolineato tre volte) autore del ‘400, Sandro Botticelli (1445 – 1510). In particolare, Kika ha scelto un’opera che definire famosa è dire poco: La nascita di Venere (1485).

Per parlare di Botticelli, dovremmo avere davanti a noi due o tre settimane di tempo, e forse sarebbero poche. Mi limiterò dunque a dire due modeste cosette, come posso, sempre con estremo rispetto per questo immenso argomento.

Un’osservazione veloce che si può fare, e che al tempo stesso trovo molto interessante, nasce da un ipotetico raffronto dell’opera di Botticelli con l’arte moderna. Più precisamente, mi rifaccio a un “meccanismo argomentativo” proprio terra terra. Riguardo all’arte moderna, si sentono infatti spesso lamentele di varia natura circa la sua presunta incomprensibilità da una parte, o eccessiva linearità dall’altra. “…Che cosa voleva dire l’artista, ma cosa significano questi quattro segni in croce?...”; oppure: “…Ero capace anche io di farla, quest’opera!...Per scarabocchiare righe e macchie a caso…”, e così via.

Per contro, l’arte del passato è spesso definita genericamente “bella”, “chiara” e accessibile nei suoi significati, senza preoccuparsi se alla fine si sia trattato più di una vera “comprensione”, oppure di pura suggestione.

In questo senso, le opere di Botticelli (e “La nascita di Venere in particolare”) sono emblematiche. Genericamente e superficialmente parlando, esse vengono apprezzate per il loro modo armonioso di porsi allo spettatore, e soprattutto per il “realismo” col quale si esprimono. Non c’è nulla di più sbagliato di una simile interpretazione. 

L’intento artistico di Botticelli era quello di tradurre in pittura la visione del mondo sviluppatasi nella cerchia della corte di Lorenzo il Magnifico, riassumibile nelle tesi della corrente filosofica nota come “neo-platonismo fiorentino”. 

Come ci ricorda “l’imprescindibile” Giulio Carlo Argan: «…L’”idea” del neo-platonismo fiorentino non è propriamente l’archetipo platonico; e non è, propriamente, nulla di definito, ma un vago essere-al-di-là, rispetto alla natura (o allo spazio) e alla storia (e al tempo). Anche il “bello”, con cui l’”idea” si confonde, è “aliquid incorporeum” (“qualcosa di incorporeo”): sfiducia nella realtà più che immagine perfetta. Né bisogna dimenticare che il neo-platonismo è, come oggi diremmo, una “filosofia della crisi”…[…]…Per i filosofi e i letterati della cerchia neo-platonica, dunque, l’”idea” è al di là del tempo…[…]…l’”antico” non è storia vissuta ma un’”idea” della natura, rispetto alla quale le sembianze delle cose sono mere “allegorie”…».

Altro che “realismo”, altro che riproduzione dell’armonia delle cose, dunque: l’opera di Botticelli esprime «…il “furor” che Ficino chiamava “malinconicus”, perché generato dall’aspirazione a qualcosa che non si ha o dalla nostalgia di qualcosa che si è perduto…».

Tutto ciò, a me sembra estremamente complesso e di difficile lettura (a dispetto dei luoghi comuni sulla immediatezza dell’arte del passato). Anzi, oserei dire che simili intenti espressivi si potrebbero attagliare senza problemi anche all’opera di autori moderni come Paul Klee (1879-1940), oppure Giorgio Morandi (1890-1964) (per citare solo quelli che al momento mi sovvengono).

Sarà un caso, ma ad esempio, sullo sfondo della “Nascita di Venere”, possiamo osservare quel boschetto “innaturale” che sembra uscito dal pennello del “Doganiere” Henri Rousseau (1844-1910) dal quale si diparte un paesaggio del tutto “antiprospettico”. Se la prospettiva è per eccellenza lo “strumento dimensionale” della storia e della spazialità dominata razionalmente, Botticelli giustamente la rifiuta, fedele com’è alla sua visione del mondo neo-platonica. In alcuni dipinti tardi, arriverà addirittura a ritrarre le figure sullo sfondo, con dimensioni maggiori rispetto a quelle in primo piano: il massimo della ribellione contro le logiche della prospettiva.

Per non fare danni ulteriore (anzi, sperando di non aver detto troppe boiate), chiudo qui la parte “critica” riguardo all’opera di oggi e passo alle tre somiglianze (un po’ stiracchiate) che ho trovato oggi.

Ecco il primo volto:


E’ la celeberrima eleganza di Julia Roberts ad aprire le danze.

E ora, la seconda somiglianza:


Sempre un’attrice, però stavolta di casa nostra: la bravissima Micaela Ramazzotti.

Chiudiamo poi con l’ultimo viso:


Abbiamo qui ancora un’attrice, presentatrice di origini spagnole, ma praticamente adottata dall’Italia: Vanessa Incontrada.

Ecco, insomma, stavolta la mia opera di detective fisiognomico non sarà stata tanto efficace, ma come diciamo spesso noi ricercatori di volti, quando ci ritroviamo a bere un bicchiere all’Assomiglione (il nostro circolo del dopo lavoro): «…Se proprio non somiglia, almeno non so anni luce…».

E dopo questa bella vaccata, vi saluto, ricordandovi come al solito di fare un salto sul blog di Kika, per scoprire come la nostra maghetta modaiola sia riuscita nel suo incanto di escogitare un moderno outfit, traendo ispirazione da una modella ignuda nata.