venerdì 29 marzo 2019

Il gusto nella macchina


Nella vasta radura riarsa dal sole, giaceva la mastodontica ferraglia, inoperosa ormai da anni.

Un tempo la macchina aveva lavorato a pieno regime, garantendo un “esser bene”, distribuito in gran copia agli uomini e alla realtà.

Le generazioni si erano avvicendate molteplici, nella preoccupazione affettuosa di portare sempre più raffinate migliorie alla macchina.

Chi aveva arricchito le rotazioni interne di ingranaggi vellutati.

Chi si era occupato di dotare il marchingegno di un servofreno “autaltico diploviale”, per rendere più fluido lo scorrimento.

Chi manteneva un disegno sempre aggiornato e puntuale di come la macchina si era fatta via via più complicata, articolata, composta di una miriade di pezzi fondamentali per il funzionamento generale.

E dire che la macchina non era nata con uno scopo preciso. Almeno all’inizio.

Col succedersi collettivo del nascere e del morire, ci si era però resi conto che la macchina aiutava in modo prezioso il vivere.

La macchina emetteva “gudfriame”, una sostanza immateriale, impalpabile eppur sognabile, in grado di rendere migliore lo stare al mondo degli uomini.

Per fare il “gudfriame”, la macchina assorbiva aria da tutti gli alberi intorno. Questo spingeva gli uomini a piantare più alberi e a curarli con mille accorgimenti gentili.

Nell’accumularsi di troppe generazioni, l'attenzione degli uomini tuttavia si allentò, e con la subdola vischiosità di un olio esausto incapace di affondare sotto la superficie, gli uomini erano ormai presi a osservare soltanto la scocca esterna della macchina.

La macchina, invece di “gudfriame”, prese a sputare una malsana bruma “sfacchiosa” dai suoi tubi di strombazzamento.

Le giunture nei pannelli della carrozzeria traspiravano ormai cispa “emolica” sub-slavata, mentre da altri vitali pertugi percolavano minacciosi fiotti di “busgnovata” morchia “fudibonda”.

Nessuno, da anni, aveva più tenuto aggiornate le carte della fisionomia sotterranea della macchina.
Prese dal panico, le nuove sprovvedute ondate di nati-uomini, si erano allora affannate ad appiccicare improbabili cerotti “malcollosi” qua e là, nei vari punti epidermici “magagnati” della macchina.

Con qualche collant sbrindellato e strappato durante ubriacature moleste rimediate in recenti gozzoviglie mentali, si pretendeva di porre comici filtri ai bocchettoni di sfiato, nella malriposta speranza di farli ritornare a soffiare il benefico “gudfriame”.

Tutto invano.

Nessuno sapeva più nulla del disegno interno della macchina, di come il suo cuore pulsava e la sua anima scorreva.

La medesima macchina lo proclamò con evidenza massima quel bel giorno definitivo in cui, con un mastodontico e roboante “spetonzaggio istibustionale” esalò la sua estrema fiatata di resa.

Da quel giorno non si rimise più in moto. Tra le fessure della carrozzeria sbucavano ora solo ciuffi d’erba infestante cresciuti a casaccio qua e là.

Unica vegetazione ormai superstite nella radura rinsecchita, un tempo orgoglioso teatro di una rigogliosa foresta di sogni.



mercoledì 27 marzo 2019

Quel gran quasi mai non credere di esser stato parte d'essere


Ci son giorni furbi e agili con i piedi fatti a nuvole, che camminano irreali in un tuffo di oltre favola, cosa potevo saperne poi io del tuo tempo messo in musica? Quei rari attimi cristallizzati, proprio a mezzo d’un distratto muoverci, ormai dimentichi del loro mare, ci stupiscono un bel domani, come ninnoli gradevoli riscoperti in un cassetto, ci riscivolano fra le mani, sembran quasi mai stati nostri, eppure suggono intera e piena tutta la polpa del ricordo, solo in seguito completo, noi veggenti di noi stessi, bravi molto a prevedere quanto è stato, non invece il ciò banale pronto a venire senza fanale, ben persuasi ormai a sapere il passato uno strano futuro, senza frac né cilindro al muro, ma con indosso soltanto i panni d’un giorno qualunque senz’affanni, di quel bel ieri soltanto adesso fatto panorama e maturo…

martedì 26 marzo 2019

Coordinate esistenziali per non inciampare nel gatto e vivere meno infelici


La vita spesso ci presenta già di suo il conto salato di problematiche e periodiche durezze, difficili da affrontare.

Ma come se questo non bastasse, perché i gatti per soprammercato si ostinano a tagliarci sempre la strada?

Si obietterà che i due fenomeni non hanno nulla da spartire.

Tuttavia mi piacerebbe far notare una lieve, eppur non trascurabile affinità di significati che intercorre fra i travagli del vivere e le bizzarre traiettorie feline d’intralcio.

Per chi non è pratico di mici di casa, bisogna sapere che in virtù di una loro stravagante interpretazione del dimostrare affetto, tendono a infilarsi fra i piedi del padrone a ogni suo passo utile, assicurandogli sempre con solerzia la faceta eventualità di sfracellarsi a terra.

Ma perché i gatti fanno così?!

Dopo anni di frequentazione dell’amletico interrogativo, e dell’aristotelico pericolo gattesco semovente, mi sono dato una specie di risposta.
I gatti sono stati “inviati” a infestare il cammino dell’uomo per ricordargli che la vita stessa si comporta con noi medesimi nello stesso preciso modo.

Non solo.

Quello dei mici non si limita ad essere un promemoria “passivo”, di semplice avvertimento.
Quelle care saette in pelliccia che ci cascano regolari fra malleolo destro e caviglia sinistra, ci illustrano in questo modo anche la via per destreggiarci fra le insidie “sgarbussatorie” (“inciampevoli”) della vita.

Affrontando gli eventi che ci succedono, con passo lineare, preordinato, calcolato nella precisione delle misure previste da una giusta coordinazione, rischiamo sovente di andarci a ritrovare con la falcata incastrata in un ostacolo comparso all’improvviso nel più inopinato dei modi.

La vita bisogna invece “camminarla” come con un gatto perenne fra i piedi.

Il passo dev'essere molle, quasi come “di danza”, sempre pronto a schivare un guizzo concreto di ostacolante pelo inatteso sulla via.

A volte, quando gli eventi precipitano a velocità che vanno oltre la nostra capacità di controllo, è utile traccheggiare un po', procedere in leggera “surplace”, restare un attimo più lungo in sospensione su un piede.

Mentre il micio dell’imprevedibilità dei guai ci sgattaiola sotto, liberando così una nuova eventualità di cammino sgombro, che solo a quel punto potremo sfruttare, praticandolo con nuovo passo affrancato.

Sempre consapevoli che non sarà mai finita lì, perché a una schivata felina, corrisponde sempre, uguale e contraria, un’ulteriore nuova virata micesca.

Ed ecco che saremo ancora da capo, a dover dribblare la rinnovata insidia, scansata poco fa a dritta, ma rinfacciatasi puntuale a mancina.

In ogni caso, di tutto ciò, al gatto, non date la colpa.
Anzi, lui sta lì giusto ad avvertirci come sia la realtà stessa a indossare di buon grado uno stravagante costume corredato di baffetti e pelliccia.

giovedì 21 marzo 2019

Lo sgusciar dell'inapparente


Sotto il velo del presente sta nascosto il non-assente
In superficie d’ogni cosa
Affiora patina luminosa
Dentro alberga il gran mistero
Tre grammi sempre lontani dal vero
Sfugge il senso più profondo
Nell’insaputo errabondo
Più riluce meno si arguisce
È profumo da ascoltare
Un bel suono da leccare
Che risponde con un bacio
Lieve tocco d’aereo micio
Abbacinante sole del meriggio
Reca enigmi a vasto raggio
Il non osare si fa legge
In evidenza candida da gregge
Viene meno così il coraggio
Della rinuncia al gran miraggio
Eppur è proprio il non sapere
A risonar in rima con sperare



mercoledì 20 marzo 2019

Di cosa parliamo quando chiediamo le ore


Lungo l’avvicendarsi degli istanti della giornata, ci frulla per la testa e per l’animo uno sfarfallio alternato di mille importanti pensieri, sensazioni, considerazioni magari anche profonde, complicate, contorte, molte volte irrisolvibili.

Nel frattempo però, ci si occupa anche di un sacco di azioni spicciole, inezie che si sbrigano soprappensiero, piccole stupidate attivate quasi in automatico, perché indispensabili allo scorrimento della porzione pratica e concreta di realtà che ci riguarda.

Ci sono poi dei gesti che, pur essendo di per sé banali e ripetitivi (anzi, forse proprio per questo), sembrano mettere in contatto la dimensione dei pensieri elevati con quella del vivere ordinario.

Gesti che squarciano un velo sottile.

Come ad esempio guardare che ore sono.

Mi sono accorto da tempo di un fatto, riguardante questa semplice azione.

Quando sto aspettando che venga il momento di un appuntamento, di un incontro a cui mi devo recare, di una certa scadenza da rispettare a breve, e così via, se consulto appena prima l’orologio tradizionale con le lancette, mi sembra sempre di avere ancora un margine di tempo più abbondante che non a guardare un display su cui l’ora è riportata in cifre.

Questo succede anche se guardo a distanza di pochissimi secondi l'orario “lancettato” e quello “cifrato”: il primo sembra sempre più accondiscendente, caldo, comprensivo, il secondo più inesorabile, intransigente, severo.

Credo che succeda perché evocano due sensazioni di tempo differenti.

Il tondo di un orologio su cui le lancette ruotano ben fissate al loro perno centrale, ci parla di un tempo circolare.

È un tempo che “ritorna” su se stesso e dunque non legato spasmodicamente alla costrizione dell'unicità dell’istante.

Il tempo delle lancette poi, coi numeri schierati a girotondo e presenti in simultanea, è già tutto disteso e valutabile, contiene il prima, il dopo e l’adesso insieme, per cui si mostra più sincero e rassicurante: mette in gioco tutta la giornata, ma suggerisce anche quella di domani o di ieri, prospettando una continuità nella ripetizione.

Il display dell’ora a numeretti è al contrario più ansiogeno, perché i momenti segnalati passano implacabili comunicando una continua impressione di occasione perduta e mai più recuperabile.

Con uno scarto di fantasia metaforica notevole, queste considerazioni sono trasferibili sulle persone.

Ci sono tipi di persona a lancette, e tipi di persona a display numerato.

Con tutto il rispetto e la considerazione dell'importanza di avere nella vita entrambi i tipi umani, ho sempre preferito incontrare persone con un sorriso sulle labbra a suggerire la rasserenante passeggiata in tondo delle lancette.

lunedì 18 marzo 2019

Colto a mezzo di un nonnulla, fra una mattina e nubi a farfalla


L’una e venti del pomeriggio è un'impressione primitiva.
Giusto perché m'hanno garantito ch'è vera, ma fosse per me, giurerei che l’una e venti del pomeriggio è un istante mai esistito.
L’una e venti del pomeriggio è l'eccentrico frangente che sfila in bici da corsa a passo d'uomo scivolando su note fracassone.
Eppure sembra proprio impossibile di aver sentito qualcosa oltre lo strombettio a bassotuba dei piccioni.
All’una e venti del pomeriggio la realtà fa uno scarto lungo il tempo, si auto-nasconde sotto il tappeto, poi quando risbuca non pare nemmeno d’esser esistiti.
L’una e venti del pomeriggio è una vecchia ora pensionata che ti guarda come avessi nell’anima un cantiere edile.
L’una e venti di pomeriggio è un complotto inventato dalla lobby degli orologiai per giustificare il prezzo di vita speso per un paio di numeri sul quadrante altrimenti inspiegati.
L'una e venti del pomeriggio sono pensieri in ammollo come cipolline in agrodolce, quando nel piatto sta già passando la torta.
All’una e venti del pomeriggio, qualsiasi idea ti venga in mente, sembra sempre destinata a non sopravvivere per un minuto ancora.
Ma poi con somma sorpresa, te le ritrovi tutte imbottigliate dentro a un sogno.
L’una e venti del pomeriggio è un sogno tirato su dalla pentola ancora ben al dente.
L’una e venti del pomeriggio odora di chiacchiere indolenti scivolate via sull’odore di una manciata di secondi fritti.
All’una e venti del pomeriggio se ti nascondi dietro a un dito stai sicuro che nessuno ti vede.
L’una e venti del pomeriggio è tempo anziano e scivolato lungo il filo dei ricordi.
Lo saluti, ti fa un cenno, ma in quell'attimo stesso poi ricade nel largo abbraccio di dubbi sordi.

domenica 17 marzo 2019

Che cosa ho imparato cantando in un coro


Cantando in un coro ho imparato che cantare è uno dei modi più belli di stare insieme agli altri.

Cantando in un coro ho imparato che non conta tanto l'importanza del coro: conta quanto senso di bellezza ci si riesce a trasmettere a vicenda.

Cantando in un coro ho imparato che anche se a volte stono un po', o non tengo il tempo, o non ho la voce abbastanza forte, ci sono gli altri a sostenerti, a metterci una pezza, a riempire le mancanze.

E se la difficoltà viene da parte di altri, ho imparato la soddisfazione di poter essere io di aiuto.

Cantando in un coro ho imparato la meraviglia di sentire la mia voce diventare una sola impalpabile nuvola, con altre dieci voci o più.

E vedere quasi la massa del suono che si alza nell’aria, e disegna uno sbuffo di gioia generale, andandosi a spalmare contro il soffitto e le pareti, come un affresco dipinto di calore umano e fiato.

Cantando in un coro ho imparato quella incredibile sensazione dell’imparare da zero una canzone tutti insieme.

E più ci si addentra nel mistero della melodia, più ci si sente uniti e si ha la gradevole e inspiegabile impressione, di conoscere un po' meglio se stessi e chi canta con te.

Cantando in un coro ho imparato che saper ridere in compagnia è una cosa molto seria, e la si raggiunge con l'esperienza e un po' di prove.

Cantando in un coro ho imparato che anche le voci che si sentono meno sono fondamentali come quelle più squillanti e voluminose.

Perché spesso le voci che si sentono meno introducono una sensibilità di sottofondo capace di guidare l’insieme delle voci.

Cantando in un coro ho imparato che il cammino da percorrere insieme è spesso molto più bello della meta da raggiungere.

Cantando in un coro ho avuto la conferma dell’importanza decisiva di ascoltare la voce degli altri.

E, stupore degli stupori, mi sono reso conto che tante volte, più la voce ascoltata è diversa dalla propria, più il risultato della loro fusione e sorprendente e ricco.

Cantando in un coro ho imparato che, va beh, è una gran soddisfazione riuscire a dire “io”, ma è assolutamente fantastico poter cantare “noi!”.