venerdì 24 aprile 2015

Le muse di Kika van per pensieri: Henri Matisse (1869-1954) - “Zorah sulla terrazza” (1912)


Riprende oggi la rubrichetta “Le muse di Kika van per pensieri”, che è stata assente per qualche tempo, ma che dovrebbe tornare con questa puntata alla sua ebdomadaria regolarità. Per questa riapertura, Kika gioca un “carico da undici”, calando sul tavolo niente meno che l’immenso Henri Matisse (Le Cateau, 1869 - Cimiez Nizza, 1954), autore già incontrato non molto tempo fa proprio inseguendo le nostre elucubrazioni di arte e moda. Di Matisse, Kika ha scelto per l’occasione l’opera “Zorah sulla terrazza”, del 1912.

Per spunti critici e informazioni varie su Matisse, vi rimando dunque a quello scritto, mentre per quanto riguarda la puntata odierna, cercherò di aggiungere ancora qualcosa riguardo all’autore francese, ma più in generale, riguardo alle “dinamiche concettuali” che fanno da contorno alla sua arte.

Voglio iniziare il ragionamento da un virtuale punto zero della comprensione, il più familiare possibile all’opinione comune, ponendomi alcuni interrogativi di base, al limite dell’ordinarietà pura. Scorrendo i quadri di Matisse, un “osservatore tradizionale” è portato a non comprendere i significati intimi che muovono questo tipo di espressività. Non solo non comprende, ma spesso è quasi ostile a questa interpretazione figurativa. La scena assume l’aspetto di una semplificazione generale, i soggetti e gli oggetti ritratti sono elementari, deformati, è trascurata una volta per sempre la pretesa di imitare la realtà, che viene piegata dal pittore per farle dire le cose che interessano a lui. I corpi sono sformati, i rapporti prospettici traditi, i colori parlano di qualcosa che è pur sempre vero, ma rassomiglia tanto al non vero.

Bisogna innanzitutto ricordare che con l’arte di questo periodo, nel passaggio tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, si opera una rivoluzione di forme e contenuti che inaugura il periodo cosiddetto moderno, aprendo la strada a quello contemporaneo. Il movimento “im”-pressionista aveva rappresentato il confine estremo di confronto dei meccanismi che danzano sul confine distintivo fra realtà e coscienza. Dopo l’impressionismo, l’arte in gran parte si rivolge ad indagare sul versante della coscienza. Gli artisti eleggono la “propria interiorità” come territorio di ricerca prediletto. E’ vero che la stessa affermazione la si potrebbe estendere praticamente all’arte di ogni epoca. Quel che cambia, con l’epoca moderna, consiste nel fatto che la rivoluzione dello sguardo passa a coinvolgere ora direttamente anche gli aspetti formali e compositivi. Gradualmente ci si libera dalla fedeltà alla forma (dagli intenti di copiare in qualche modo dalla realtà), ed è un’operazione che approderà alle forme dell’arte astratta.

Per completare questo passaggio epocale, per arrivare alle astrazioni assolute di Piet Mondrian o Kazimir Malevič, sino alle suggestioni cromatiche pure di Mark Rothko, si frapporrà tutta una serie di altri autori che apriranno la strada, pur senza riuscire ancora ad abbandonare del tutto la figuratività. Matisse fu uno dei più importanti e influenti di questi “apripista”. Non va dimenticato che Matisse pone le basi della propria poetica partendo dall’influenza “es”-pressionista. Non a caso era stato un esponente della corrente artistica dei “fauves” (selvaggi, belve). 

Per cercare di comprendere la scelta operata, nel corso della storia dell’arte, di abbandonare l’ispirazione diretta attinta dalle forme del reale, a mio parere è utile riferirsi per certi versi all’esperienza della musica, e per un’altra strada, alle dimensioni dell’inconscio.

Siamo pronti a storcere il naso, ad indignarci persino, di fronte a opere di pittura moderna che tradiscono la somiglianza col reale, mentre siamo tradizionalmente disposti ad accettare come naturale una forma espressiva come la musica che, a ben guardare, è composta esclusivamente con suoni artificiali, che nessuna rispondenza hanno con le sonorità rintracciabili nel mondo. Se ci lamentiamo per la scarsa verosimiglianza di un soggetto di Matisse (e la Zorah del dipinto di oggi ci fornisce un ottimo esempio), perché non facciamo altrettanto con il suono di un violino, che pur non si rifà a nessuno dei “suoni reali” a disposizione? Eppure la musica, soprattutto grazie a questa sua purezza formale, a questo suo distacco drastico dal mondo sensibile, è una delle forme d’arte che con più immediatezza e potenza arrivano alla mente, al cuore, allo spirito dell’uomo.

Oltre al parallelo con la musica, argomentazioni simili, in favore dell’abbandono sempre più estremo di una figuratività fedele al reale, ce le fornisce anche l’importanza che nel corso del ‘900 si va assegnando sempre più ai significati dell’inconscio. L’uomo moderno è sempre più consapevole di quanto il suo mondo sia fatto soprattutto di componenti interiori. Ad un certo punto gli artisti comprendono che per indagare questo mondo, è necessario infrangere le forme, spezzare la coerenza che linee e colori, nella loro secolare sudditanza, hanno prestato al mondo reale e dare vita, sempre utilizzando i due mezzi minimali di base della pittura (linee e colori appunto), ad un nuovo mondo iconografico che meglio sappia esprimere le forme interiori all’animo umano. Per gli antichi un paesaggio poteva esprimere anche uno stato d’animo; a partire dall’arte moderna, questa convinzione s’incrina, sino è portare il discorso alle sue conseguenze estreme: si ritiene che per testimoniare ciò che ci urge dentro, sia necessario spezzare le forme tradizionali, alla ricerca di nuove organizzazioni di linee e colori, nel tentativo di avvicinarsi meglio al compito di raccontare l’indicibile”.

Di Matisse ci sarebbe da dire ancora una vagonata di roba. Ma siccome temo di aver già sfranto una quantità sufficiente di “cabasisi”, passo all’indagine fisiognomica di oggi. La vaghezza formale matissiana ha reso per l’occasione del tutto particolare la ricerca di somiglianze. Il volto di Zorah è talmente indefinito che potrebbe somigliare a tutte e a nessuna. Con ampio beneficio di inventario, vado dunque a proporvi i volti che a me personalmente la signorina di Matisse ha suggerito.

Ne sono venute fuori tre ipotesi. Ecco la prima:


Abbiamo qui una cantante italiana: si tratta infatti di Syria che tra le altre cose, come forse non tutti sapranno (ad esempio io non lo sapevo), si chiama in realtà Cecilia Cipressi. 

A seguire, gli altri due volti che provengono entrambi dallo stesso ambiente televisivo:


Questa è la giornalista del Tg3 Maria Cuffaro (l’avrete vista magari alcune volte impegnata a condurre il tg, oppure inviata, di solito, in pericolosi scenari mediorientali).


E questa è la sua collega Maria Rosaria De Medici, sempre del Ttg3, nota anche per la conduzione del programma “Fuori-tg”).

Aggiungo inoltre con gran piacere una somiglianza dell'ultimo momento, suggerita da Kika:



Abbiamo in questo caso una bravissima attrice italiana, di cinema e di teatro, Licia Maglietta. Personalmente la ricordo come fatata protagonista di un magico film, "Pane e tulipani" (1999), diretto da Silvio Soldini. Ringrazio di cuore la cara "collega di rubrichetta" Kika per questo bel suggerimento, davvero calzante.


Si conclude qui questa puntata “di ripresa” di “Le muse di Kika van per pensieri”. A questo punto Kika ci aspetta sul suo blog, per rivelarci le magie di moda che ha saputo escogitare, ispirandosi alla Zorah di Matisse. La canzone invece parla di Magritte, ma mi piaceva metterla lo stesso.


4 commenti:

Kika ha detto...

Ho letto il tuo post tutto d'un fiato e nel farlo ho ripercorso in un lampo la storia dell'arte più moderna, il passaggio cruciale che ben descrivi dalla concezione tradizionale e "copiativa" a quella sempre più direzionata all'essenziale, al nucleo di cose e sentimenti. In questo percorso Matisse si colloca a metà strada, è vero. Di solito chi spiega l'arte a livello scolastico e quindi forse un po' frettoloso lascia intendere un taglio netto tra figurativo e astratto, ma ci sono state appunto molte vie di mezzo e sarebbe interessante scorrerle tutte, come in un album fotografico dove un bimbo si vede pian piano diventare grande... tranne che nel caso dell'arte forse assistiamo al percorso inverso, il ritorno ad una purezza bambina :) (ma non nel senso superficiale di coloro che dicono "questo quadro poteva farlo anche un bambino" :)

Per quanto riguarda i volti mi è piaciuta particolarmente la scelta di Siria. Ero curiosa di vedere se tra le tue opzioni c'era anche un'attrice venuta in mente a me, visto che non c'è te la segnalo così se ti va la aggiungi: Licia Maglietta.

A presto Gilli, bacini marocchini!
:)

Gillipixel ha detto...

@->Kika: grazie, Kika :-) come sempre ci siamo completati bene a vicenda dal punto di vista argomentativo :-) è vero, a volte si tende a pensare alla storia dell'arte (ma anche alla storia in genere) come ad uno scorrere di eventi ben suddivisi, delineati per compartimenti stagni...invece, quello che la storiografia fa, è catalogare per tipizzazioni utili ad ottenere una certa chiarezza espositiva...sacrosanta, per carità...ma non bisogna in ogni caso mai perdere di vista la magmaticità effettiva con cui la realtà si dipana...

In questo caso, non è possibile che si sia passati di botto da un modo figurativo ad uno astratto d'intendere la pittura :-) così come una volta introdotto l'astrattismo, non è detto che poi quella sia rimasta l'unica via...è tutto molto complesso, lo sappiamo...capirci qualcosa anche, è difficile...ma è bellissima la sfida che si affronta nel provarci :-)))

Ah, ovviamente ho inserito il tuo suggerimento fisiognomico, molto bello, grazie...non mi era venuta in mente, la Maglietta, attrice che tra l'altro mi sta anche molti simpatica :-)))

Bacini astrattisti :-)

Alessandra Porruvecchio ha detto...

Finalmente!!!!...ben tornati!!!...si sentiva la mancanza!!! Grazie Gilli e grazie anche a Kika

Gillipixel ha detto...

@->Alessandra: Grazie a te, Ale :-) è bello averti tra i lettori fedeli della rubrichetta :-)

Bacini d'arte :-)