sabato 8 giugno 2019

Quattordici secondi diversamente reali


(…Ovvero: quando in un rimpallo di sguardi, passano ottomila-quattrocento-ventitré interrogativi, poi risolti nella sventagliata fulminea di uno sbuffo surreale…)

Due passi serali in centro con gli amici.

Il grande prato urbano sfila sulla destra, stranamente recintato con delle alte reti da cantiere.

Oltre, si vede ogni cosa, ma nessuno può accedere all'erbetta, un po' spelacchiata per l’occasione, e normalmente disponibile a ospitare il placido calpestio di passanti, turisti, perditempo, gitanti urbani, cultori del picnic a mani vuote, varie ed eventuali altre tipologie di avventori spiccioli.

Nella radura verde-terra deserta, spicca come una mosca nel latte la felicità di un cagnetto nero, solo, là nel mezzo.

È la contentezza fatta cane, “scoriatta” (scorrazza), si cappotta, lancia la pancia alle stelle, riparte a razzo, frena, sgomma, traccheggia di gioia, come l’ergastolano che ha trovato aperto l’uscio della cella con tanto di chiavi nella toppa.

Fa tutto questo nel giro di due attimi, lo stesso tempo che quasi subito impieghiamo a domandarci cosa ci faccia un cane apparentemente abbandonato a quell’ora nel mezzo della città.

Intanto i nostri passi non si erano interrotti, ci portano oltre, mentre lo sguardo si srotola sul primo angolo di palazzo utile, sul contorno del grande prato.

C'è un uomo, apparente in possesso delle sue piene facoltà mentali, che si acquatta spalle al muro contro l’edificio, in compagnia di un altro cane al guinzaglio.

Sbircia oltre l’angolo, proprio verso il prato, con gran fare furtivo; torna a nascondersi, risbircia allungando il collo con estrema cautela, nemmeno avesse l’FBI alle calcagna, più tre detective dell’Agenzia Pinkerton.

Lo scorgiamo, ci guardiamo due millisecondi, ha notato che l’abbiamo notato, l’imbarazzo è totale e reciproco.

Lui non vorrebbe esser stato colto nel pieno di quello strambo rituale, noi non vorremmo quasi guardarlo per quella forma di pietoso pudore che di solito induce a ripiegare lo sguardo di fronte alla follia conclamata.

Siamo intanto ormai alla sua altezza, sull'angolo del palazzo, e il gran “condensato equivocale” che gli si è accumulato dentro, da zero a cento in tre secondi netti, non può più essere contenuto.

L’uomo è colto allora dall’urgenza di scagionarsi da quella bizzarra imputazione di infermità mentale fattagli cadere indebitamente fra capo e collo come un beffardo destino.

In un de-gregoriano canto giustificante, con ulteriori occhiate piene di pathos, prima ci lancia il suo accorato e muto “…ma io non ci sto più, e i pazzi siete voi…”.

Poi ci fa: “…Ecco…mi nascondo per non farmi vedere dall’altro cane (quello libero e felice nel prato)…l’ho mollato un attimo, ma se mi vede, non torna…se invece pensa che me ne sono andato, mi cerca per rientrare a casa…”.

Stupore nostro, divertimento e meraviglia, tutti in un colpo solo. E senso di sollievo.
Per aver scoperto che non c’era un cane abbandonato in città.

Tutt'altro: c’era invece in giro “solamente” un cagnetto felice, affidato alle cure di un padrone tanto sensibile e fantasioso nel proprio essere, da piombare involontariamente in buffissime situazioni da cabaret dell’assurdo.

Al punto che, dal selciato ancora caldo di sole di giugno, sul proseguir di passeggiata, ci è poi sembrato di sentir salire in uno strascico melodico, la voce del poeta:  “…e Lili Marlèn, bella più che mai, sorride e non ti dice la sua età, ma tutto questo Alice non lo sa…”.



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