domenica 2 ottobre 2011

Volti talvolta rivolti a rivolte sotto la celeste volta


Da un breve, ma illuminante scritto della cara amica Rosalucsemblog e dal piccolo scambio d’opinioni che ne è seguito, mi sono venute in mente un paio di cose da riportare in un articoletto apposito.

Il tema è il volto umano. O più in generale, la figura intera della persona. Farò una sorta di mini-frullato di mie impressioni ed esperienze personali, e di cose lette nel tempo sull’argomento, rammentate un po’ a memoria e magari non prive di qualche approssimazione, per la quale mi scuso fin da ora.

Rosalucs deliziosamente racconta di una subitanea e folgorante epifania goduta osservando il volto di una sconosciuta, fluito casualmente sullo schermo del suo computer dalle infinite diramazioni torrentizie di Facebook. Come tutti i fenomeni scontati e quotidiani, anche l’atto dell’osservare volti paga un notevole dazio ad una banalizzazione assolutamente immeritata. Guardare in faccia le persone o vederle muoversi intorno a noi è un gesto così frequente, che finisce col prender parte al novero delle azioni più superficiali.

Niente di più sbagliato, invece.

Immaginiamo di poter quantificare la totalità di “materiale osservabile” a disposizione di un individuo. Intendo tutto l’insieme di stimoli visivi che possiamo procurarci dalla realtà, con tutte le sotterranee implicazioni affettive e di significato attingibili da tale “mare magnum” di sollecitazione sensoriale.

Ecco, bene: se dovessimo assegnare delle percentuali che rendano conto dei diversi “pesi significativi” espressi da ogni ambito del “visibile”, io non avrei esitazione alcuna nel dire che i volti e i corpi delle persone occupano il 50% della scena globale, mentre la restante parte infinita dell’universo occupa soltanto l’altra metà. La nostra presa di coscienza visiva del “Tutto”, importante riflesso della più profonda consapevolezza esistenziale che ne traiamo, si suddivide dunque nelle seguenti uguali porzioni: cose, natura e spazio-tempo infiniti da una parte, persone dall’altra, con particolare rilievo dei loro volti.

Con queste mie fregnacce, non sono poi così tanto lontano dal dire una cosa simile a quanto sosteneva Jean Paul Sartre, quando scrisse la sua famosa sentenza: «…l’Inferno sono gli altri…». Pur parlando dall’antro profondissimo del suo esistenzialismo annichilente, il filosofo francese affermava la preminenza della “presenza umana esterna” come ineluttabile universo di riferimento per ciascun sistema solare incentrato sulla singolarità dell’essere umano individuale. In questa prospettiva, i corpi ed in particolare i volti degli altri s’impongono per importanza fra i “segni” che dal mondo ci derivano. Essi si distinguono, rispetto al resto di tutte le altre cose ed entità viventi e non, con la pregnanza di un alfabeto.

In occasione di miei trascorsi ed ormai lontani studi, lessi che il suono cadenzato della voce umana parlante ed il simmetrico equilibrio compositivo dei volti, sono fra gli stimoli sensoriali verso i quali un infante di pochi giorni o settimane si dimostra più sensibile e ricettivo. Diversi esperimenti hanno messo in rilievo questo fatto: i cuccioli di uomo esprimono un’attrazione tale per quei due tipi di “target sensoriali”, da far pensare ad una sorta di predisposizione innata. Come se il nostro intelletto “in nuce” fosse già “kantianamente” conformato in modo da incanalarsi in un prossimo futuro lungo quelle due principali direttive di scambio esistenziale con i propri simili: pronunciando parole codificate e guardandosi negli occhi.

E’ anche in virtù di questa reminiscenza, che prima accennavo alla similitudine intrecciabile fra la figura ed i volti umani, con l’alfabeto, con il linguaggio. L’esperienza dell’incontro con un volto o con la sagoma di una persona, sbucate fuori dal panorama delle restanti entità “non-umane”, è paragonabile all’atto dello sfogliare un libro sulle cui pagine siano riprodotte soltanto illustrazioni, ma cadenzate di tanto in tanto con la presenza di grandi scritte, frasi o parole, casualmente mescolate alle immagini. La potenza magnetica delle lettere stampate è irresistibile e contagiosa come uno sbadiglio che ci viene spiattellato in faccia intorno a mezzanotte, dopo aver fatto un turno di dieci ore in fonderia.

La parola scritta non possiamo ignorarla, nemmeno se mimetizzata fra le insidie depistanti di mille altri stimoli grafici o iconografici: essa esige, comanda, impone, pretende con prepotenza di essere letta, è come un gorgo messo lì a risucchiare inesorabilmente un nostro riflesso involontario a setacciarla attraverso le sottili trame della lettura mentale.

Un analogo fenomeno di magnetismo s’innesca con il volto delle persone: esso esige, comanda, impone, pretende con prepotenza di “essere letto”. Non è un caso che generazioni di pittori di ogni epoca si siano confrontati con il genere all’apparenza più banale, quello del ritratto. Al di là delle intenzioni celebrative ed agiografiche in ossequio del potente di turno, la volontà più intima dell’artista nel mettersi alla prova con questo genere compositivo si è sempre imperniata sul tentativo di sondare le enigmatiche profondità del misterioso “linguaggio” dei volti umani.

A questo proposito, vi suggerisce niente il fatto che uno dei più celebri dipinti della storia dell’arte, forse il più famoso di tutti, ricerchi il proprio fulcro espressivo esattamente intorno all’equilibrio armonico trapelante da un semplice volto? Praticamente superfluo precisare che mi riferisco alla Monna Lisa di Leonardo.

Esiste tutta una branca della critica dell’arte dedicata all’approfondimento di queste tematiche, denominata “fisiognomica”. Per il poco che ne so, essa non gode forse ancora della dignità che le spetterebbe, probabilmente a causa dei sospetti che si è tirata addosso in passato, quando le venne a torto o a ragione attribuita una certa attitudine verso velleitarie pretese di scientificità. Le mie scarse nozioni in merito si confondono a questo punto con la figura dell’antropologo Cesare Lombroso, a detta di molti un insigne studioso al quale molte diramazioni odierne della sua materia devono tantissimo, ma che paga forse oltre misura il suo tentativo di voler giungere ad una sorta di determinismo capace di mettere in relazione automatica i tratti somatici ed i tratti caratteriali degli individui. Non conosco tuttavia a sufficienza l’argomento per poter andare oltre nel discorso, ma conto di approfondirlo in futuro.

Quello che posso aggiungere ancora è la mia personale esperienza con l’osservazione dei volti. Fra le varie attività esperibili in discoteca, quando ancora la frequentavo, oltre a fare il matto rockettaro sull’onda di qualche canzone sparata a paletta, oppure sorseggiare l’immancabile “Negroni della pace”, il “face watching” era uno dei miei passatempi prediletti. Non c’era niente di più bello che mettersi appoggiati alla balaustra del lungo ballatoio e guardare passare quell’affascinante teoria di volti giovanili, di tutte le espressioni, di tutti i gradi di piacevolezza, di tutti i tipi espressivi possibili. Ovvio, il mio interesse visivo cadeva più spesso sui tratti di genere femmineo, ma in generale nutrivo il mio compito d’improvvisato studioso col neutrale interesse per qualsiasi tratto facciale degno di rilievo.

In queste osservazioni, non so le volte che mi capitò di cogliere un “tipo” di volto a me già noto. E’ una cosa non facile da spiegare. Succedeva che notavo la somiglianza fra un volto visto durante queste rassegne discotecare e quello di persone a me già note da tempo. Non si trattava tuttavia di una somiglianza superficiale. Anzi, quella di fatto poteva anche risultare piuttosto labile. Quello su cui invece la parentela di tratti da me rilevata si basava, era una sorta di richiamo alla “struttura compositiva” di fondo dell’aspetto in questione. Non erano insomma somiglianze di superficie, ma somiglianze di profondità, anche se capisco che è difficile spiegarmi senza potervi mostrare un esempio pratico.

Un'altra interessante osservazione sentita nel corso di una lezione all’università, mi illuminò circa la ricchezza particolarmente rilevante di “tratti umani” della quale noi stirpe italica possiamo godere. Se fate un po’ mente locale e considerate ad esempio il “tipo somatico” dell’anglosassone, dello scandinavo, del cinese, del giapponese, una qualche immagine ve la raffigurate quasi subito. Provate invece a focalizzarvi sul “tipo” italiano: non c’è. I nostri tratti somatici sono il risultato di secoli e secoli di incroci di etnie fra le più diverse, siamo stati terra di transito, conquista e dominio di spagnoli, arabi, francesi, barbari, tedeschi, normanni e compagnia bella. Per questo il nostro panorama di tratti dei volti è così variegato, indefinibile, non incasellabile in un modello uniforme. E questo, a mio modesto parere, è un piccolo motivo di orgoglio per l’appartenenza a questo nostro popolo, per altri versi così sgangherato e non certo tanto degno di lusinghe ulteriori, nonché un fattore di fascino in più attribuibile alla pratica del “face watching” in Italia.

Ecco, cari amici viandanti per pensieri, mi sembra di aver detto un po’ le cose principali che mi sono venute in mente su questo tema. Posso chiudere qui per oggi, non senza aver ringraziato però la cara Rosalucs per lo spunto argomentativo che mi ha offerto.



4 commenti:

rosalux ha detto...

Felice di avere ispirato questa caleidoscopica carrellata di meraviglie del volto umano..."kulen" dice la verifica delle parole; vuol forse farci notare che tante son le facce da culo, in questo mondo?

Gillipixel ha detto...

@->Rosalucs: ahahahahaha :-) dev'essere senz'altro così, cara Rose :-) quelle facce non le avevo calcolate, e purtroppo sono merce tutt'altro che rara :-)

Grazie :-)

Bacini caleidoscopici :-)

CRISTINA BERARDI ha detto...

Caro Gillipixel,
è sempre piacevole leggere i tuoi pensieri,
io non sempre so cosa dire, scusa, questa volta solo un saluto veloce da cristina
a presto

Gillipixel ha detto...

@->Cristina: ehehehehehehe :-) figurati, Cristina, non c'è proprio niente di cui scusarsi...anche un saluto e basta è sempre graditissimo :-) anzi, lo so benissimo che le mie peregrinazioni mentali sono il tipo di scritto più lontano dallo suscitare un dibattito, che si possa immaginare :-)

Per cui, va benissimo così, grazie...quando ti viene un'idea da lasciare giù, mi fa tanto piacere, altrimenti anche i saluti sono più che apprezzati :-)

Bacini senza commenti :-)