mercoledì 8 febbraio 2012

L’opportunità di bambineggiare ancora



C’è un piccolo visitatore dei giardini che si presenta sempre con regolarità ogni inverno, ma soltanto quando si creano determinate circostanze: neve e freddo intenso. In questi giorni, le due condizioni si sono concretizzate in pieno e come da copione il grazioso mini-ospite è arrivato: un delicato rappresentante dell’allegra famigliola dei pettirossi, guizzante da par suo, fra un ramoscello imbiancato ed un arbusto intirizzito. A me è parso un esemplare solo, ma magari erano diversi di passaggio, però in momenti sfalsati. Chi lo sa. Mi sarebbe piaciuto fissarlo in una bella foto, ma non ne ho avuto il modo, sia perché è velocissimo e pressoché imprendibile nel ridotto recinto di un fotogramma, sia perché non importava poi più di tanto. Averlo potuto ammirare in quei fugaci attimi è stato già un piccolo incanto di per sé.

A parte il fatto che mi è sempre stato molto simpatico, anche per quella sua sagoma “pallottiforme”, che lo rende più aggraziato e “cartone-animatesco” rispetto ai comuni passerotti, non sarei nemmeno venuto qui a parlarvi del pettirosso oggi, se la sua tenera sortita non mi avesse suggerito altre riflessioni. 

Osservandolo, mi è venuta infatti alla mente, non so nemmeno come mai, quella leggenda indefinita, forse studiata anche a memoria all’epoca delle elementari sotto forma di poesia, secondo la quale la singolarità di quella “macchia” rossiccia anteriormente depositata sul piumaggio del piccolo “4 grammi” svolazzante, sarebbe da far risalire all’epoca della crocifissione di Gesù. Il “balzelloso” uccellino si sarebbe trovato nei paraggi del Golgota ed avvicinandosi alla croce, con i limitati mezzi uccelleschi messi a sua disposizione dalla natura, avrebbe tentato di alleviare le sofferenze del Cristo, non ricordo bene se cercando di svellere i chiodi, oppure di sollevare la dolorosa pressione delle spine calcate a corona sulla fronte. Le gocce di sangue avrebbero fatto il resto.

Non sarei venuto a parlarvi nemmeno di questo, se i miei pensieri si fossero conclusi tutti qui. La parte più significativa è giunta appena dopo, o quasi in contemporanea direi. Mentre mi sovveniva la levità di quell’ingenua antica leggenda, ho sentito infatti salire quasi all’unisono dentro di me la forza molesta del cinismo adulto nel frattempo acquisito, che mi imponeva praticamente in automatico di sorridere in misura piuttosto sarcastica di simili reminiscenze infantili.

Stavolta però, subito in successione, si è verificato un altro fenomeno particolare: lo scetticismo razionalizzante e semi-istintuale scattato in un primo momento, è stato a sua volta spazzato via da un piccolo moto di ribellione di segno contrario. Mi sono detto: «…Ma chi se ne frega?!?!?! Lasciati andare per un attimo! Anche se non è vero, si paga uguale. Guarda com’è simpatico ed elegante nei suo movimenti: anche se è una balla, è bello lo stesso, non dico crederci, ma almeno per un minuto concedersi allo smarrimento senza pretese, in quel territorio della mente dai confini così labili a delimitare il vero dal non vero…».

Non che me ne importasse di difendere in modo particolare quella leggenda, che tra l’altro anche da bambino non mi aveva mai esaltato più di tanto, così densa, come mi appariva pure allora, di ridondante e deamicisiana melensaggine. E nemmeno è mia intenzione di venire ad impiantare qui una crociata a favore del “credulonismo” più arrendevole, da qualsiasi fonte esso possa trarre ispirazione. 

Il mio sentire era di carattere più sottile e generale.

L’acquisizione di una maturità adulta è una conquista importante, “la” conquista per eccellenza direi, alla quale ciascuno tenta di pervenire lungo una serie molto lunga di tappe in crescendo della propria personalità (io sto ancora lottando parecchio in questo senso e per me la strada da fare è ancora parecchia, ma questo è un altro discorso…). Però, forse più spesso di quanto non crediamo, succede pure che lungo questo duro ed malagevole cammino, ci perdiamo per strada taluni ingredienti caratteriali che magari varrebbe invece la pena conservare, o perlomeno far evolvere in sintonia con le altre qualità acquisite nel tempo. In questo senso, non è detto che una sorta di “ponderata credulità” sia da considerare in ogni caso un disvalore. Quando si è imparato a tenere sempre ben presente la lezione fondamentale che ci spiega come il passo fra l’esser “creduli” ed il divenire invece dei “creduloni”, è minacciosamente molto breve, per il resto ci si può giostrare le cose “cum grano salis”. 

Elevando ancor più l’altitudine del discorso, ritengo che questa non meglio definibile “ponderata credulità” faccia parte in pianta stabile del corredo culturale dell’artista, per esempio, oppure dello scienziato impegnato in ricerche caratterizzate da una certa purezza concettuale particolarmente astratta (il cui prototipo più immediato che mi sovviene è senza dubbio l’immagine di Albert Einstein), o ancora del grande filosofo, e così via. In generale, questa “credulità nobilitata” può essere vista allora come una componente imprescindibile della creatività: essa risiede in quella capacità, non comune ma da tutti coltivabile, di lasciarsi attraversare da energie illusorie, senza farsi sopraffare da queste ultime. 

Non sempre le grandi utopie della storia hanno recato con sé conseguenze significative. Molte sono svanite nel nulla come una bolla di sapone. Ma le volte che qualcosa di notevole ne è derivato, senza dubbio “a monte” e nell’animo di chi quei sogni, anche strampalati, ha coltivato, c’era una cospicua dose di “credulità nobile”: di essa ogni utopia si è senza dubbio nutrita.

Ecco perché, alla vista di quel “mini-spiumettoso” rossiccio nel mio giardino, è stato bello non essermi accontentato della prima immediata repressione “cinicheggiante” che mi ha colto sul momento. Un po’ per tutte le riflessioni che vi ho raccontato. Un po’ per un’altra, a mio parere, importante considerazione che ne ho tratto. Se avessi dato retta al primissimo impulso di andarmene di là, magari a verificare le bollette del gas o a produrmi in simili “adultevoli” performance, invece di soffermarmi a considerare con maggiore gentilezza l’antica leggenda in questione, non ne sarebbe derivato l’agio di domandarmi qualcosa riguardo ad una possibile origine di quella mitologica credenza. 

Nell’ambito del vitale spirito di osservazione popolare, il pettirosso è stato molto probabilmente da sempre associato, per affinità dettata dal suo singolare comparire e comportarsi, a frangenti che avevano a che vedere con il senso della sofferenza in generale. Arriva quando c’è neve e tanto freddo, con la stagione più impervia, e di lì a supporre che sia spinto vicino alle case per via della penuria di cibo riscontrata nei suoi luoghi di dimora più consueti, ci vuole un attimo. Magari pure questa è un’ulteriore credenza scaturita a torto e forse non ha giustificazione “etologica” effettiva, ma poco importa ai fini del presente discorso. 

Quel che conta è stata la piccola epifania di significati che ne ho potuto trarre. L’associazione fra le semplici suggestioni scaturite da uno scenario naturale quotidiano e la dimensione più ampia del mistero del dolore del Cristo (che si creda o no: anche questo esula da quanto sto dicendo…) mi è parsa sfociare in una preziosità meditativa che in ogni caso valeva la pena di esplorare. A controprova del fatto che una giusta dose di “nobile credulità” non rappresenta, come a prima vista potrebbe sembrare, un laccio inutilmente tenuto collegato ad un passato da oltrepassare, bensì un elemento del carattere fondamentalmente sano ed utile ad integrare l’equilibrio auspicabile nell’atto del perseguire una propria maturità.

6 commenti:

Rosa ha detto...

Sì, che bello! è una questione in cui mi dibatto anch'io, e proprio di questi tempi: è arte, riuscire a stare in equilibrio tra la sete di cruda verità e il bisogno di credere. In linguaggio tecnico cinematografico, la "sospensione dell'incredulità" è quella capacità di - per un tempo limitato - non porti il problema del vero o del falso. Lasciarti andare, insomma, alla storia che ti racconti, o che ti raccontano.
Senti, cambiando discorso: da non cattolica mi mancano i parametri. Quando dai a quella leggenda l'attributo di "lieve" sei ironico o dici sul serio?

Gillipixel ha detto...

@->Rosa: grazie, cara Rose, per il tuo commento puntale ed interessante...sul "lieve", no, non ero ironico e se devo dire la verità, non saprei bene dirti perché ho scritto che è lieve :-) o meglio, credo di averlo scritto in base ad un ragionamento inconscio che mi è passato rapidissimo nel sottoscala della mente :-) in effetti, se uno ci ragiona un po', sarebbe tutt'altro che lieve, come "trama", diciamo...è lieve invece perché la sua inverosimiglianza è tale da renderla accettabile solo come una favola e la sua truculenza diventa remota...ad ogni modo, sì, "lieve" non era forse l'aggettivo più consono, ma ormai che l'ho messo, lo lascio :-)

Bacini confusi alla fine :-)

Antonella ha detto...

Vivere la nostra parte bambina significa per illustri studiosi " divenire padre e madre di se stessi" e quindi riconoscernbe una avvenuta differenziazione. insomma un separarsi da se' per potersi ri . generare e rigenerarsi . il puer aeternus è quella componente che ci permette di scrutare in profondità, di girovagare dentro di se' per essere alla fine qualcosa di più e magari di diverso. Quando ti accorgi di non riuscire a farlo più allora ti pare di avere perso qualcosa di indispensabile, allora io aspetto di ritrovarmi bambina tutte le volte che riesco. bacini e linguacce

Gillipixel ha detto...

@->Antonella: bellissima la tua chiosa, Anto, l'ho apprezzata molto, grazie...questa idea-allegoria del divenire genitori di se stessi è folgorante, non ne avevo mai sentito parlare ed in effetti è molto in sintonia con quanto mi sono sforzato un po' di dire io...la cosa più difficile forse, quando si affrontano questi temi, è far capire agli scettici che si tratta di cose terribilmente serie...ma noi non abbiamo bisogno di essere convinti :-)

Bacini sotto il ponte
di Baracca :-)

Vanessa Valentine ha detto...

Li trovo così carini e intelligenti...passano l'inverno nei nostri giardini e si spostano di poco. Quando mia madre lavora in giardino, sono sempre là ad osservare se spunta qualcosa dalla terra per mangiarlo, quindi direi che la coabitazione con l'uomo per loro dà i suoi frutti...;)))
Leggenda o no, Gilli, quel loro rosso-arancio sul petto è un colore così speranzoso e adorabile, e poi è vero, sono così tondetti e cicciotti che fanno un sacco di simpatia.
Adorano mangiare le cose dolci, così gli metto sempre i biscotti avanzati, il pane con le olive...e cerco di non far uscire Bagigia, che li guarda con la testa piegata, cercando di capire se sono mangerecci.
Mi sembra giusto zittire la parte adulta e cinica, quella della corona di spine è una bella storia, ancora una volta gli animali ci fanno una figura migliore...:)))))
Bello, Gilli, post tenero e delicato.

Gillipixel ha detto...

@->Vale: grazie, Vale, è sempre bello riuscire a sintonizzarsi sulle onde della tua sensibilità....i pettirossi hanno anche il pregio della rarità delle loro apparizioni, sembra quasi che ti facciano sentire come sono speciali, come dei divi acclamati si concedono poco, ma il bello è che alla fine sono dei simpaticoni per nulla vanesi :-) tieni marcata la Bagigia che lei mi sa ci mette un secondo a fare un gioco di prestigio di sparizione in una boccata :-)

Insomma, sì, proprio carini i cari Petty :-) insiema ai gatti, le api, gli asini e i wombati, lì metto nel mio olimpo personale di bestiine predilette :-)

Bacini bagigianti :-)