venerdì 24 dicembre 2010

Christmass and the river


E così eccoci qui di nuovo: ”…so this is Christmass and what have you done…” e compagnia bella. Ormai è il terzo Natale che passo con voi, in senso figurato e narrativo, e devo dire che anche stavolta posso guardarvi negli occhi (sempre allegoricamente parlando…) e dirvi con un sorriso affettuoso: «…Grazie di cuore, cari amici viandanti per pensieri…».

Sarò melenso, mellifluo, sdolcinato, retorico e para-smidollato a venirvi a propinare una smanceria del genere. Ma con tutta la gentaglia che si vede in giro, forse non sarò proprio io il peggiore in circolazione.

Insomma, lo so che sembra un po' una sparata a mo' di “captatio benevolentiae”, una “sententia ad paraculandum” bella e buona.
Ma il mio grazie d’altra parte è anche alquanto interessato. Sì, perché ringraziare voi, sempre pazienti a sbirciare le mie scribacchiate adagiati sulle vostre sedie e davanti ai vostri monitor, è come un render merito, da parte della spiga di frumento, alla pioggia che l'alimenta e al raggio di sole che la fa crescere.
Siete voi i motori immobili e leggenti, causa prima della mia passione scribacchiatoria.

Ma per tornare al Natale, ecco, volevo aggiungere che ogni anno mi sembra di impiegare sempre più tempo ad immedesimarmi nell'atmosfera classica di questa festa. Anni fa, già una settimana prima ci ero dentro fino al collo. Poi i giorni di acclimatazione si sono ridotti sempre più, fino a diventare quasi ore, adesso come adesso. Di questo passo, fra qualche anno andrà a finire che mi sentirò veramente dentro al Natale che sarà già arrivato Santo Stefano.

Stamattina, in ufficio, ero ancora molto lontano da siffatto sentire natalizieggiante (che poi, non so spiegarvi bene in cosa consista...). I vari auguri che si rimpallavano fra colleghi più o meno conosciuti, mi sembravano più stonati del solito.

Poi mi ha beccato una inusitata nostalgia del mio fiume. Il mio caro fiume. E' strano perché, pur abitandovi vicinissimo, in inverno, tra freddo, maltempi e giornate brevi, sto anche tante settimane senza vederlo.
Oggi, così, di botto, mi mancava tantissimo.
Fatto sta che nel tornare a casa, quando mi son trovato in prossimità di Gillipixiland, ho girato la macchina verso l'argine. Pioveva, non c'era un'anima in giro, a parte qualche avventuroso che faceva fare il giretto al cane.

Sono sceso verso la riva, e lui era sempre là, fedele e fiero come l'avevo lasciato l'ultima volta che l'avevo visto.
Il mio fiume.
Mi son bastati pochi minuti di quella comunione mentale e spirituale che solo la sua vicinanza sa regalarmi, per ritrovare una cosa bella. Era piuttosto gonfio, e mi sono venute in mente tutte le persone che in questo momento stanno in apprensione per altri corsi d'acqua bizzosi. Ho sperato soprattutto per loro, che il Natale sia davvero buono.

Ho ripensato poi un attimo a tutte le volte che il fiume mi ha tenuto compagnia nei mie giretti in bici. C'intendiamo sempre io e il fiume, perché lui, i miei pedali e i miei pensieri vanno alla stessa velocità.

E' venuto presto il tempo di rincasare, ma prima non ho mancato di scattare una piccola foto di arrivederci, a quando il tempo si riaprirà per le mie ciclo-meditate. Nell'inquadratura è entrato anche un nuovo surreale personaggio di “Andarperpensieri, di cui sentirete parlare prossimamente.
No, no...non si tratta di una nutria presa su in autostop, che montandosi la testa si era messa alla guida.
A suo tempo vi spiegherò.

Ma intanto, con originalità supersonica, vi auguro un Natale sereno. Non cose eccezionali, non fortune stratosferiche, non auguri con gli effetti speciali.
Coi tempi che corrono, essere sereni è già una gran cosa e questo mi sento di augurarvelo senza provare nel contempo quel velo di ipocrisia che accompagna tante volte certo cerimoniale aguralizio.

E adesso, dal momento che la melassa sparsa oggi è già stata sufficiente ed abbondante, per aggiustarvi in bocca, vogliate gradire un classico della perfidia melodica di tutti i tempi: “Venus in furs”. Al trapanamento canoro c'è sempre il vecchio Lou; al tormento interiore, i suoi Velvet. Una garanzia.

Vi abbraccio tutti. Stay tuned...little kisses...



martedì 21 dicembre 2010

The pig pusher


Cari amici viandanti per pensieri, oggi devo farvi una grave confessione.

Io sono uno spacciatore!

Ebbene sì, ho diffuso l’assuefazione fra i miei colleghi di lavoro ed ora non possono più fare a meno delle dosi da me procurate. Tutto cominciò in occasione di una festa di commiato per un caro collega che si trasferiva in una lontana città, ad iniziare una nuova vita. A me commissionarono di contribuire con un po’ di quella “roba” che nelle viziose plaghe di Gillipixiland è estremamente diffusa e assunta fin dalla più tenera età dagli infanti un attimo dopo aver mollato il biberon.

Mi venne raccomandata la massima discrezione, anche perché il tutto doveva essere una sorpresa per il collega partente festeggiato. Feci una puntata dal mio fornitore di fiducia. Era un periodo di nebbie discrete, ideali per garantire la migliore qualità della “roba”, insieme alla circospezione nell’acquisto. Considerando il gran numero di persone da soddisfare alla festa, anche su indicazione del mio fornitore, mi procurai tre pezzi di roba purissima, “insaccati” nelle loro naturali membrane, come si usa da queste parti. Sarebbero bastati per decine e decine di dosi, dopo aver opportunamente “tagliato” la sostanza, procedura normalmente consigliata quando si maneggia “roba” confezionata a Gillipixiland.

Il segreto non venne intaccato, mi occupai io personalmente di “tagliare” le dosi, con un apposito strumento di precisione portato da casa, tanto che all’ingresso del caro collega festeggiato, lo spettacolo che si presentava sul tavolo era una gioia per occhi ed olfatto: un’apparecchiata luculliana di fette e fette di salame di Gillipixiland, un florilegio sfavillante di pois biancorossi in caleidoscopica ed invitante distesa.

Il gioco di parole intessuto fra “roba” e “dosi” voleva essere un modo scherzoso per raccontarvi la vicenda occultandola dietro un divertente depistaggio narrativo, ma nella sostanza dei fatti, ciò che vi ho detto è pura verità. Il fascino dei sapori di Gillipixiland conquistò tutti i colleghi.

Sul momento, la cosa mi allietò non poco: ero fiero della mia terra, capace di esprimersi in siffatte delizie per il palato, tali da stupire un pubblico di bocche cittadine non certo avvezze ad ingollare suole di scarponi alla brace.

Ma a quel punto il germe della dipendenza era stato inevitabilmente sparso.
Fra le tante strambe direzioni che la mia vita ha imboccato, mai e poi mai avrei pensato di finire per intraprendere anche la carriera di “spacciatore di salami”.

Infatti, da quella volta in poi, soprattutto in prossimità delle feste principali dell’anno, qualche collega mi chiede un paio di stentorei salami (nel senso che le loro fette cantano sotto il palato) o un’abbinata di paffuti cotechini. E col tempo i clienti sono diventati numerosi, tanto che passo certe settimane sentendomi un misto fra impiegato e rappresentante di salumi.

In quei casi, arrivo come mio solito in città che fa ancora buio, parcheggio l'auto e guardingo mi carico sulle spalle lo zainetto preventivamente imbottito di materiale altamente affettabile. Mi incammino per le vie cittadine con fare dissimulato, recando sulle spalle il mio oscuro carico di peccato di gola.

Il primato personale (credo ancora insuperato a livello mondiale) l'ho fatto registrare il giorno in cui feci il mio ingresso in ufficio con 4 salami e 3 cotechini sul groppone.

Ora, cari amici viandanti per pensieri, io dico: non siete fieri di avere un amico originale come me? Quando mai, fra i vostri conoscenti, avete potuto annoverare un altro individuo che timbra il cartellino reggendo in una mano il badge e nell'altra l'intero campionario del perfetto salumiere in missione alla volta dell'annuale “Fiera del suino moderno”?

Il bello poi è quando apro lo zainetto per dare il via allo spaccio, distribuendo gli ordinativi ai vari “gastronomo-dipendenti” di turno: per l'ufficio si sprigiona il classico profumo dell’essenza suinesca ormai “passata in giudicato”, tingendo tutta la situazione di sfumature ancor più buffe e, a loro modo, poetiche.

Tuttavia, per evitare ulteriori danni alla moralità urbana, ho tenuto nascosto che dal mio fornitore sono disponibili anche sostanze ben più “pesanti”, tipo culatelli, coppe, zamponi, spalle crude, ciccioli, pancette e così via. Sarò anche spacciatore, ma pur sempre spacciatore d'onore, e fedele al proprio motto gastronomico: «…Al cittadino non far sapere che son passati i tempi del formaggio con le pere...».



sabato 18 dicembre 2010

Alle sorgenti di una stranezza


«...in a screaming ring of faces I seen her standing in the light
she had a ticket for the races just like me she was a victim of the night...»

“Tunnel of love”
Dire Straits - 1980

*******

Da ragazzino, quando ero un fumettaro veramente incallito e particolarmente trasognato, avrei voluto sapere tante cose sulle origini dei miei eroi di cartone prediletti. Dov’erano nati, chi erano i loro genitori, com’era stata la loro infanzia, se avevano fratelli o sorelle, che mestieri avevano fatto (se ne avevano fatti), quali amori avevano avuto, e così via. Tutte queste cose le avrei volute sapere riguardo ad Alan Ford, Tex Willer, Zagor, Mister No, Reed Richards, John e Sue Storm, Bob Rock, il conte Oliver, Grunf e tutti gli altri che adoravo.

Sono contento di aver vissuto l’acme della mia passione per i fumetti mentre avevo un’età in cui i miei beniamini dal “fiato parlante” li potevo quasi sentire come degli amici reali, essendo io calato all’epoca proprio in quel particolare limbo emotivo, a metà strada tra l’amore per l’immaginato e le continue proiezioni di esso nel mondo concreto, che caratterizza appunto l’era della fanciullezza.

Solo in seguito ho compreso meglio quanto poco sensato fosse quel mio desiderio di sapere di più della biografia degli amati personaggi dei fumetti. L’incanto stesso del racconto nel quale erano immersi pretendeva che le loro vite rimanessero sempre sospese in una nuvola di “indefinitezza temporale” appositamente architettata dagli autori delle storie, per mantenere sempre vivo il loro fascino di entità votate ad un presunto eterno presente. Ecco perché, nei vari episodi, i riferimenti ai trascorsi biografici di ogni personaggio erano centellinati con il misurino: non potevano essere confusi con gli uomini in carne ed ossa, e pur recandone in apparenza tutte le caratteristiche essenziali, ne erano in fondo dei simulacri privilegiati, immuni dal tempo normalmente inteso. In caso contrario, sarebbero risultati uomini o donne qualsiasi.

Se così fosse andata la faccenda, che gusto ci sarebbe stato? Dove si sarebbe smarrito tutto il loro potenziale fascino, la loro peculiare capacità di far sognare il lettore?

Nonostante tutto ciò, all’epoca della mia maggiore infatuazione fumettistica, accoglievo sempre con gioia ogni nuovo giornalino che introducesse anche il minimo spiraglio di rivelazioni sul passato dei miei cartonati amici.
Mi godevo la mia ignoranza, mi gustavo il mio diritto di non saperne nulla dei meccanismi narrativi del fumetto e della fiction in genere, pur intuendoli vagamente nel mio inconscio di piccolo appassionato di storie e “fole contate”.

Oggi l’ho presa su un po’ alla larga, ho fatto tutto un giro intorno, per arrivare a dire che secondo me, in fondo, anche il “personaggio” di Gillipixel è da considerarsi come una specie di fumetto.

E con questo? No, niente.

Con questo intendo semplicemente dire che anche cotesto presunto personaggio fumettistico che è Gillipixel, gode di una sorta di immunità biografica. Anche per questo motivo, di Gillipixel, gli elementi derivati effettivamente dalla “sua” vita vera, sono rari e “sublimati”. Gillipixel sono io e non sono io, entrambi raccontati da me, senza concedere troppi particolari di me, ma entrando talvolta sufficientemente nei dettagli per far capire qualcosa di me che è molto più del semplice me magari conosciuto nella realtà concreta.

Capito ‘na minchia, vero? Devo ridirla più lentamente?

Ma no, forse è meglio che vi racconti l’episodio nel quale presumo risieda l’origine di tutta la mia stramberia, che a sua volta è la causa primaria dell’intero mio modo di dare forma a questo blog.

Doveva essere l’anno della quarta elementare, se non vado errato, ma poco importa la precisione netta. Io ero il solito bambinetto riservato e diligente (forse più per pigrizia che per altro…).
Piccolo “inciso-premessa”: a Gillipixiland la bici è un prolungamento naturale della persona. Incontrare un tizio a piedi lungo una strada appena fuori dal centro abitato equivale quasi alla stranezza di vederlo girare in mutande. A parte chi gira in auto o altri mezzi motorizzati, una persona in giro per Gillipixiland è veramente degna di essere chiamata tale quando si “centaurizza” facendosi propaggine di una sella, due pedali, un manubrio e compagnia velocipeda bella.

Dovete dunque sapere che io, nel lasso di mia bambinitudine, una bici nuova tutta per me non la possedetti mai. Dal punto di vista “biciclistico”, ho sempre ereditato dal parentado vario oppure usufruito di mezzi rigorosamente usati. A casa mia, le spartane tradizioni contadine regnavano sovrane, con tutto il loro strascico di austerità e risparmio solenne, per cui una catena che aveva già girato migliaia di volte sotto la spinta di altri polpacci, poteva benissimo continuare a fare il suo morchioso dovere anche sollecitata dalle mie gambette di sbarbatello.

Questa cosa, da piccolo, ad ogni “nuova” bici usata su cui andavo a posare le mie fanciullesche terga, mi ha sempre trasmesso una punta di delusione. Poi passava il momento iniziale, mi affezionavo al mio ferreo cavallino di turno, e tutto si sistemava.

Il fatto più buffo è che alla fine, divenuto grande, la prima bici nuova vera e propria, con sella intonsa da qualsivoglia precedente aderenza chiappale altrui, me la concessi quando ormai avevo imparato ad apprezzare le bici vecchie, tuttora i miei cavalli d’acciaio preferiti.

Tornando a bomba, stavo dicendo che allora sarà stato all’incirca l’anno della quarta elementare, ed io ero fresco di regalo della mia seconda bici “nuova” usata. Fino a quel momento avevo scorrazzato su di una graziellina minuscola, ma ormai le mie leve stavano diventando eccessive per quei calibri ridotti, con conseguente sinfonia di ginocchiate in do minore per manubrio e leve dei freni.

Quella che mi arrivò però fu una delle biciclettine più deludenti di sempre. Non era né da bambino, né da ragazzo, né tanto meno da uomo. La sua misura ibrida ed intermedia fra quelle che nella mia immaginazione di allora reputavo essere canoniche, me la faceva pensare con leggero disappunto come una bici da “ometto”. Per dirla con un’espressione dei miei eroi di cartone: puah!

Il disagio si acuì nell’attimo in cui montai in sella: il manubrio era già ammaccato e l’impressione della ruota protrusa spropositatamente in avanti rispetto alla mia limitata esperienza ciclistica precedente, era sgradevole e disorientante. Però come per ogni altra bici, alla fine mi ci affezionai, anzi, dopo un po’ ne andavo fiero perché era unica rispetto a tutte quelle dei miei amici.

L’episodio chiave avvenne un giorno che pioveva da bestia e il fatto di averlo vissuto in sella alla mia biciclina ormai divenuta fedele compagna di scorribande, ne accresce il valore ai miei occhi. La campanella di fine lezioni suonò ed io mi fiondai in strada a pedalare indiavolato sotto l’acqua, parandomi dall’infida pioggia di “stravento” con l’ombrello messo praticamente “a parete” di fronte al manubrio.

Ero già agitato di mio, perché nel primo pomeriggio mi attendeva il detestato corso di nuoto, in città. Quel corso proprio mi repelleva per la presenza di uno “pseudo-maestro-kaiser-terzo” che, opportunamente dosato nel corso delle loro carriere, avrebbe fatto passare la voglia di scendere in una piscina anche a Johnny Weissmuller, Mark Spitz e Ian Thorpe messi insieme.

Chissà cosa mi passava per la mente dunque mentre affrontavo la piccola curva a gomito verso casa, imboccando il viale e non vedendo assolutamente una mazza per via dell’ombrello-sipario che mi precedeva. Non vedevo, ma sentii benissimo la craniata micidiale che andai a sbattere contro il cassone di un camion parcheggiato lungo il ciglio della strada: come aveva osato mettersi sulla mia traiettoria? Non usava, nel galateo dei camion in sosta, cedere il passo ad un bambino che va di fretta sotto l’ombrello col suo biciclino?

Fu una botta tremenda, non meno intensi lo stupore e lo shock. Mi fermai mezzo intontito e spaventato, l’ombrello semicalato ed il fiato tagliato a fette dall’agitazione. Mi portai la mano alla fronte. Per quel che ne capivo in quegli attimi di confusione, non sembravano esserci conseguenze, a parte un male boia. Stetti fermo giusto un minuto per ripigliarmi un minimo, e ricordo che, riportando di nuovo la mano alla testa, tastai un bozzo enorme che mi era lievitato, una sorta di cornino proprio nella parte frontale alta del cranio. L’agitazione crebbe a dismisura e mi affrettai a correre a casa di volata.

Una volta riavvolto nel conforto delle mura domestiche, credo che la tensione accumulata per l’episodio svaccasse al completo, perché vomitai, per la tremenda reazione emotiva immagino, e mi venne subito la febbre. L’unico pensiero che mi dava gran conforto, era che per quel giorno mi ero risparmiato le lezioni di quel despota del nuoto, che ignorava lo stile libero e imponeva solo quello tirannico. In un paio di giorni mi ripresi, ma credo che la mia bizzarria mentale e la mia immaginazione sgangherata scaturirono proprio da quella incredibile botta, da quel donchisciottesco colpo di testa assetato ad un camion che si ostinò a non voler entrare in gol.

Ecco perché vi dicevo prima che Gillipixel è un fumetto, un cartone animato: perché come capita ai fumetti, una volta gli si gonfiò sulla fronte un bozzo di alcuni centimetri, nel giro di pochi secondi. Ma soprattutto perché non so ancora bene se la cosa accadde a Gillipixel o a me.



giovedì 16 dicembre 2010

Quasi…ma in un altro modo


Ognuno sta con tantissimi altri sui piedi della terra
immerso in una bolla di luce:
ed è sempre la vita

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"...Equitare, arcum tendere, veritatem dicere..."

"...From the Forests and Highlands
We come, we come..."

Oggi sono pigro come un bradipo parastatale e non mi venivano cose originali, mie, da scrivere. Però volevo ugualmente battere un colpo, così lascio qui le due piccole citazioni (lì sopra, fra le virgolette), che, nel caso, troverete in epigrafe sempre a «La mia Africa» di Karen Blixen, la cui lettura per me sta proseguendo con buona soddisfazione.

Suscitare bellezza con una "mini-dedica-sentenza" in testa ad un libro è una piccola arte. Il significato conta, ma conta tantissimo anche il suono delle parole, la loro eleganza, il ritmo. E in ordine a questi fattori, le due piccole frasi usate dalla baronessa Blixen per me sono eccezionali.

La prima ("...Equitare, arcum tendere, veritatem dicere...") mi suggerisce una possanza morale eccezionalmente vigorosa, fa balenare alla mente immagini di fieri samurai al galoppo (o nobili guerrieri equipollenti per essi) ritti sull'arcione, le cosce a morsa intorno al dorso dell'animale, nell'atto di scoccare la freccia decisiva per la risoluzione della battaglia.

La seconda ("...From the Forests and Highlands / We come, we come...") suggerisce invece un'immagine di gente che affronta la vita come commensali chiamati ad onorare un desco lussureggiante ed imbandito di avventura e fierezza.

Niente, tutto qui per oggi, cari amici viandanti per pensieri.

Ah...a dire il vero una cosa semi-originale l''avevo scritta, ancora appena più sopra, prima dei 7 asterischi.
Ma fate un po' voi...io quasi quasi la rinnego per indegnità...



martedì 14 dicembre 2010

La vita ad un pelo da…


- Gillipix, ma te da piccolo per caso sei caduto dal seggiolone?
- Cosa te lo fa pensare?"
- No, niente...così...

Da un'Antica leggenda Assira

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Dato un determinato oggetto, gravante in direzione del suolo secondo un proprio specifico e ben circostanziato peso, penzolando esso medesimo nel vuoto per mezzo di un cavo costituito da materiale a scelta, sufficientemente resistente a reggere lo sforzo…approntato insomma tutto codesto scenario, esisterà sempre un discrimine di zavorra minimale in grado di far saltare il cavo, una volta posato sull’oggetto stesso in semi-impercettibile aggiunta al fardello originale?

In altre parole, se 6 persone di 80 kg ciascuna salissero su di un ascensore che ne regge giusto 480, si schianterebbero di sotto nel caso in cui una di esse recasse in tasca una piuma di pulcino?

Per dirla ancora diversamente: posti 10 individui a cavalcioni della groppa di un elefante, in modo da sollecitare il simpatico pachiderma all’estremo massimo della sua vigoria fisica, sarà sufficiente che uno dei passeggeri inghiotta la caramella che stava saporitamente ciucciando nel frattempo, per far collassare sotto la marginale accelerazione scaturita il povero proboscidato, lasciandolo completamente prostrato in prona e quadrupeda spaccata?

Ultralimen Sogliaroli (sì, sì…si chiamava proprio così, cosa c’è di male?...) sembrava venuto al mondo esattamente per rispondere attraverso la propria esistenza a questi interrogativi.

Non era infatti ancora passato tanto tempo dal giorno della sua nascita, che Ultralimen (“Soglia” per gli amici) aveva già involontariamente preso a distinguersi come un vero e proprio “Mozart del limite”. In realtà, Soglia aveva sempre intuito dentro sé l’inconscio presentimento di possedere un simile talento connaturato all’essenza della propria indole, ma fu soltanto crescendo che il fenomeno si manifestò con evidenza, a se stesso e agli altri.

Le prime nebulose avvisaglie del portento presero a balenare proprio sul varcar di “Soglia” della soglia di sua vita. Per la mamma il travaglio non era stato poi così lungo, né difficoltoso. Medico, ostetrica e partoriente avevano tratto la conclusione che le ottime condizioni di salute di mamma e nascituro, più un pizzico di fortuna unito forse alle favorevoli congiunture astrali, erano stati gli ingrediente fondamentali per un simile agevole esordio sul palcoscenico della vita.

Non potevano sapere, soprattutto perché Soglia non sarebbe stato in grado di riferire, che buona fetta del merito spettava invece al talento in boccio del piccolo infante. Egli stesso non comprendeva ancora bene di cosa si trattasse. Percepiva solo una sorta d’istinto che lo chiamava ad essere assecondato.
E lui non faceva altro che assecondarlo.

Già da dentro la pancia della mamma, Soglia, con la sensibilità di un raffinatissimo “termometro temporale”, si era accorto del momento preciso in cui lo scadere esatto dei nove mesi stava per scoccare.
Facendosi trovare pronto sul traguardo, balzò fuori bianco e roseo sul filo di lana della nascita, assecondando con precisione ponderata gli sforzi della mamma, di modo che la minima spinta risultasse decisiva per sgusciare nel mondo mantenendo entrambi un gradino al di sotto della sofferenza normalmente richiesta.

«…Uhè, huè, huè…» si affrettò a dichiarare il piccolo Soglia.
«…Nghè, nghè, nghè …» precisò subito dopo.
Con un perfetto dosaggio di “Uhè” e di “nghè”, esattamente misurati sulla sapienza professionale dell’ostetrica, riuscì a fermarne giusto in tempo la mano ancora “ghibertianamente” sospesa a mezz’aria, evitando così la solita sculacciata di prammatica, resa ormai superflua dal tempestivo sfogo spontaneo esibito.

Per Soglia, non fu che l’inizio di un portentoso crescendo ad inseguire la sua vocazione di “segugio del limite”.
Un bel giorno di alcuni mesi dopo, la mamma di Soglia stava spensieratamente appendendo i panni freschi di bucato sullo stenditoio nel cortile, quando un brivido di raccapriccio le corse dalla schiena a risalire lungo la nuca: nel trambusto dei mestieri di casa, si era sbadatamente scordata sul tavolo il biberon con il latte caldissimo, alla portata di Soglia, assiso sul suo seggiolone.

Inforcò le scale di gran volata, due gradini per passo, solo per constatare, una volta giunta in casa col fiatone colmo d’ansia, che Soglia se ne stava bellamente intento a sorseggiare il suo biberon, reggendolo da sé con piena fermezza.

Era successo che Soglia, assecondando la percezione del proprio corpo, giusto pochi attimi prima aveva arguito prodursi nei suoi muscoletti quello scarto minimo in più di forza necessaria a sollevare agevolmente il biberon, e lo aveva fatto soltanto quando aveva colto la temperatura del contenuto lattiginoso scendere di una micro-frazione di grado sotto il livello utile per non scottarsi la bocca.

Troppo lungo sarebbe raccontare qui la miriade di episodi che scandirono il mirabile sviluppo della “sapienza liminale” di Soglia.

Soglia nel corso della sua vita mantenne assiduamente un peso forma invidiabile. Era infatti sempre consapevole del milli-secondo spaccato in cui al proprio corpo si aggiungeva quel grammo di troppo che lo faceva classificare nella categoria dei grassi, e si regolava immediatamente di conseguenza con la dieta, senza mai avvicinarsi nemmeno lontanamente a punti di non ritorno ponderale.

Soglia non assaporò mai amori eccessivi, ma nemmeno provò delusioni amorose.
Slalomeggiando da par suo lungo il discrimine esatto che separa le due dimensioni, riuscì a gustare un’intensità affettiva ed erotica sempre appena sufficiente, ma tuttavia neanche mai scarseggiante.

Nei momenti della passione sensuale, Soglia era avvantaggiato dal fatto d’intuire ogni volta con estrema esattezza l’attimo preciso in cui l’eruzione di piacere della propria donna si sarebbe manifestato in una colata lavica di godimento. Si premurava allora di sospendere ad oltranza quell'attimo di stazionamento sulle alture della beatitudine fisica, senza mai dare l'impressione di voler discendere nella vallata sottostante, territorio dell'appagamento banale ed ordinario.

Naturalmente poi, sapeva anche fare esplodere la bocca del vulcano al momento adeguato, ma la parte più bella degli incontri con lui, nel ricordo delle sue donne, rimaneva sempre quella lunga ed estenuante freccia rivolta verso il bersaglio dello sfogo animalesco, mantenuta pressoché infinitamente infissa a combaciare strettamente con la cocca nella corda tesa dell'arco.

Con le donne, Soglia non era mai troppo volgare, mai troppo gentile, mai troppo simpatico, mai troppo importuno, mai troppo brillante, mai troppo noioso...di ogni atteggiamento sapeva dosare sempre la quantità giusta per mantenere l'interesse femminile sempre entro il grado necessario di “desiderio militante” ed auto-rigenerante.

Di tanto in tanto, poi, Soglia si premurava di commettere deliberatamente una cazzata micidiale, di modo che il minimo comune denominatore del suo comportamento con le donne, non risultasse oltrepassare nemmeno la barriera della pallosità.

Fra gli amori più appassionati che Soglia poteva ricordare di aver vissuto, ce ne furono diversi, non solo mai consumati, ma addirittura nemmeno mai dichiarati. In quei casi, Soglia leggeva chiaramente nell'animo della porzione di femminino con la quale era chiamato a confrontarsi, la necessità di mantenersi sul pianerottolo di un “platonismo” che sarebbe stato solamente rovinato da un qualsiasi altro genere di passo avanti.

Soglia s’inventò un mestiere, fondando la «Limen - s.r.l.», prospera impresa di servizi specializzata in “consulenze subliminali”, espansa successivamente nel mondo con numerose succursali estere, raggruppate sotto il nome di «Doorstep - ltd.».

La «Limen - s.r.l.» aveva tratto fuori dal fallimento intere compagnie aeree, semplicemente pianificando “al grammo” le dimensioni del peso col quale era consigliabile stipare i velivoli, così come era corsa in aiuto di persone comuni, consigliando loro sequele di micro-azioni quotidiane da compiere per cagionare valanghe di eventi che pilotassero la propria vita nella direzione desiderata.

Nessun cliente fece mai ritorno ad una delle agenzie della «Limen – s.r.l.» o della «Doorstep – ltd.» per porgere qualsivoglia genere di lamentela. I prezzi applicati erano infatti calcolati sempre in modo da assestarsi pochi centesimi al di sotto delle possibilità economiche dell'interessato, e tutti alla fine erano soddisfatti.

Non è stato felice, Soglia, ma nello stessa misura non ha conosciuto mai nemmeno l’infelicità.
Il suo peculiare talento gli aveva insegnato che il massimo di felicità raggiungibile, stante la condizione umana, lo si poteva afferrare rimanendo sempre un passo al di fuori da essa, come di fronte ad un traguardo destinato ogni istante a porsi un attimo avanti rispetto alla sua soddisfazione.

Un giorno, una delle ultime volte che l'ho visto, Soglia mi chiese un favore: se mi fosse passato per la mente di scrivere qualcosa sulla sua vicenda umana, mi pregò, avrei dovuto usare l’accortezza di non andare mai oltre le 9188 battute, spazi inclusi.
«…Come mai questo numero, Ultralimen?...» gli chiesi allora io, che sono uno dei pochi a chiamarlo ancora col suo nome di battesimo.
«…Perché già con 9189, caro Gillipix, il lettore si romperebbe sicuramente i coglioni…».



domenica 12 dicembre 2010

Alberto Giacometti: il profilo migliore del nulla


«...Is this the real life ?
Is this just fantasy ?
Caught in a landslide
No escape from reality...».

”Bohemian rhapsody”
The Queen - 1975
*******

Intraprendendo alcune settimane fa la mia modesta rubrica di “piccolo sbrodolatore artistico sulla camicia bianca”, mai avrei pensato di tramutarmi cammin facendo in una sorta di deejay dell’arte. La metamorfosi si è concretata grazie alla cara amica Farly, che nel suo commento alla precedente puntata aveva espresso il desiderio di sentirmi parlare dello scultore Alberto Giacometti.
Dunque, come da miglior tradizione delle emittenti libere degli anni ’70, “Radio Free Gillipix” ha l’onore di parlarvi oggi dell’opera e della poetica di Alberto Giacometti, su gentile richiesta della simpatica ascoltatrice Farly.

Vi confesso che di Giacometti, prima d’ora ne avevo sentito parlare solo vagamente. Ecco dunque un altro buonissimo motivo per ringraziare Farly della sua richiesta, che mi permette di approfondire un po’ la figura di questo artista.

Alberto Giacometti (Borgonovo di Stampa, 10 ottobre 1901 – Coira, 11 gennaio 1966) è nato in Svizzera ed ha vissuto molto a Parigi, subendo gli influssi delle maggiori correnti artistiche sue contemporanee, soprattutto del Surrealismo.

Potremmo definire Giacometti come artista della “crisi”. Per cercare di avventurarmi con voi nella sua poetica, mi limiterò alle sue opere più famose e significative, ossia le lunghissime statuette che stilizzano la figura umana al limite dell’annientamento.


Allo scopo di capirci qualcosa, riguardo Giacometti, mi pare un buono spunto partire da un aneddoto. Lo sentii raccontare una volta dal filosofo Gianni Vattimo (cioè…non è che son solito trovarmi al bar con Vattimo a sbocconcellare tartine, sorseggiando un Negroni e contandocela a vicenda: l’ho sentito alla tele…).

Vattimo riportava una boutade di un collega filosofo spagnolo (del quale ora mi sfugge il nome), che oltre ad essere una geniale trovata, a mio parere offre l’esempio di come dietro i risvolti dell’umorismo possano celarsi spesso profonde intuizioni filosofiche. Credo di aver già parlato in altra occasione di questa battuta, ma vedrete che nel contesto “giacomettiano” essa acquista una profondità particolare.

Cosa combinò dunque il filosofo iberico amico di Vattimo? Se ne venne fuori con una rivisitazione della celeberrima frase pronunciata dal Cristo sulla croce: «…Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?...» (in aramaico pare suoni: «…Elì, Elì, lemà sabactàni?...»).
Quando il genio c’è non resta altro da fare che ammetterlo. Infatti, con una semplice ma cruciale introduzione dell’avverbio negativo, ecco come il goliardico amico filosofico tramutò la frase: «…Dio mio, Dio mio, perché “non” mi hai abbandonato?...».

Ve lo dicevo: la frase è al tempo stesso buffa, ma portatrice di risvolti filosofici assai vasti.
Chi non ha mai, almeno una volta nella vita, anelato di svanire nel nulla? Chi, per i motivi più o meno disparati, più o meno gravi, non si è trovato in uno stato d’animo di angoscia talmente devastante da non desiderare di essere trasformato “in niente”? Di evaporare senza lasciare traccia alcuna? Di annichilirsi completamente, sia sotto il profilo fisico, sia sotto quello spirituale?

Ma al contempo, chi non ha mai provato in quei medesimi momenti la contraddittoria convinzione parallela che nessun tipo di annichilimento, nemmeno il più radicale che ci riusciva di immaginare, sarebbe mai bastato per cancellarci definitivamente e per sempre?

Per buttarla ulteriormente in citazione, potrei ricordare anche i versi della famosa canzone dei Queen, «Bohemian Rapsody»:
«...Mama, I don't want to die
I sometimes wish I'd never been born at all...»

Insomma, cari amici viandanti per pensieri, per parlarvi dei cavoli è andata a finire che l’ho presa su dalle merende, ma alla fine ritorno al tema di Alberto Giacometti.

Se le statuette filiformi di Giacometti potessero prendere la parola e dirci tutto il loro travagliato sentire, quali migliori frasi potremmo mettere loro in bocca se non quelle ricordate adesso?
«…Dio nostro, Dio nostro, perché “non” ci hai abbandonato?...Mamma, non è che voglio morire, io proprio non volevo nemmeno esser nato...».



Un tale assunto poetico Giacometti lo traduce in linguaggio scultoreo invertendo la millenaria dinamica che “da sempre” si era giocata fra lo spazio e la figura rappresentata (dopo Fontana e Morandi, vediamo dunque come anche Giacometti si ponga in posizione di frattura rispetto alla tradizione).
Le sue “figurette emaciate” non si conquistano più il loro posto nello spazio, mordendone una porzione, come era sempre stato “da che scultura era stata scultura”. Al contrario, esse si ritraggono come schiacciate dallo spazio, compresse da esso, quasi risucchiate e “spolpate” dalla forza invasiva della realtà che le lega ad essa senza via di fuga.

Non è più il caso, come nella scultura tradizionalmente intesa, di una identità che si afferma nello spazio. In Giacometti avviene invece una negazione d’identità dettata dall’«insistenza» della realtà. E la realtà è «insistente» non solo perché prosciuga l’uomo, ma anche perché non gli concede mai un annullamento definitivo, totale (come nella frase dell’amico di Vattimo, o nella vana speranza di Freddy Mercury…).

Infatti le figure di Giacometti sono sospese ad un passo dalla deformazione risolutiva, ma mantengono sempre un minimo comune denominatore figurativo che ce le lascia riconoscere ancora come sembianza umana. Non rappresentano quasi più niente di fisico, ma solo ciò che rimane dopo aver portato alle estreme conseguenze la frustrante volontà di annullamento fisico: sono in altre parole ridotte a dei “segni”.



Il “segno” è la minima ed estrema traccia di tangibilità che rimane anche quando, sotto il peso insopportabile del dolore esistenziale, si è preteso di cancellare ogni altra componente del nostro essere fisicamente nel mondo. Il “segno” residuo della nostra umanità impresso nel mondo sta a ricordarci la vanità irrimediabile della pretesa di non essere mai nati.

Non a caso, nei libri di storia dell’arte, si parla di Giacometti e di diversi altri artisti suoi coevi come degli autori post-bellici. In essi la tragedia della Seconda Guerra Mondiale traspare sempre in controluce, come un basso continuo di “consapevolezza dolorosa”, e per le figure giacomettiane si citano anche le terribili immagini dei campi di concentramento.
Allo stesso modo, è altrettanto significativo l’interesse dimostrato per l’arte di Giacometti da Jean Paul Sartre, filosofo dell’Esistenzialismo, il cui maggior saggio reca l’emblematico titolo di «L’Essere e il Nulla».

Con questo, spero di aver soddisfatto un po’ la curiosità di tutti e la richiesta di Farly.
Anche per oggi, artisticamente parlando, credo di aver terminato qui. Adesso vi saluto che mi sono rimaste ancora quattro bambole da pettinare e due giaguari da smacchiare.

Dai che mi metto avanti col lavoro, se no viene sera e c’è ancora tutto da fare…



martedì 7 dicembre 2010

Forse tu non pensavi ch’i’ onirico fossi?


"...She left me roses by the stairs,
surprises let me know she cares...".

Blink 182 - 1999

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Io sono un grande sognatore.

No, no, non dico nel senso figurato del termine. Non sto parlando stavolta per metafore o simili infingimenti “scenografico-concettuali”. Non c’entrano certi idealismi o altre svagate escursioni fra le vaporose nubi di futuri vagheggiati.
Parlo proprio del sognare vero e proprio, del sognare fisico, materiale, pratico. Del mettersi lì a ronfare e lasciarsi passare tutte quelle immagini e sensazioni fantastiche davanti agli occhi e attraverso l’intero corpo.

Ogni volta che mi corico nel letto per la periodica immersione nel “mondo ad occhi chiusi”, non solo ritrovo la gioia della serenità e pregusto il piacere del riposo, magari dopo giornate faticose. Ma ciò che assaporo è anche una sorta di entusiasmo simile a quello provato dallo spettatore, mentre fa il suo ingresso nella sala ovattata di velluto del cinema, o nell’invaso sonoro e denso di un accogliente teatro.

Mettermi a dormire è come accettare l’invito ad una bellissima festa. So già che durante la notte potrò ricevere la mia porzione di bellezza, sottoforma di bagliori visivi ed altre fantasmagorie emotive usualmente non disponibili nel limitato panorama dei “cinque sensi vigili”.

Quando sogno, i sensi, come se si avventurassero dentro una “casa degli specchi emotivi”, si amplificano e si riverberano a vicenda, per ritrovarsi alla fine in numero ben superiore di cinque. Quando sogno, sento di divenire io stesso “sensorialità” pura, percezione vitale amplificata.

A volte ho sentito dire, da alcuni amici o conoscenti, che loro sognano poco o niente. Me ne sono dispiaciuto di cuore.
Perché io invece sono affetto da “ipertrofia onirica” e so che è un bell’essere affetti. Sogno a valanga, per tempi lunghissimi, storie complicate, trame ramificate, vicende intricate come il sottobosco di una foresta pluviale tutta penzolante di suggestioni, atmosfere, sapori, suoni, luci, colori, sensazioni.

L’«Istituto Luce», «Teche Rai», l’archivio della «Paramount», gli scantinati degli «Universal Studios», i solai della «R.K.O.», mi fanno un baffo. Certe mattine trasudo talmente sogni, che mi basta girare il fianco ed è come cambiare canale, come passare da un racconto all’altro, da un’ambientazione ad una successiva che ne è il continuo, oppure anche ad un’altra scena totalmente nuova.

Sogno sogni intensi, poetici, drammatici, buffi, ridicoli, teneri, grotteschi, bizzarri, eccitanti, lussuriosi, vergognosi, spudorati, oltremodo intimi, indicibili, epici, avventurosi, angoscianti, sereni, liberatori, opprimenti, esaltanti, redentori.

Sogno da maschio e da femmina; sogno da infante e da vecchio; sogno umanamente ed “animalmente”; sogno così tanto che il corpo si infrange nell’anima, e viceversa.

Tra l’altro, non dev’essere un caso il fatto che un certo “attrezzo corporale” dalla morfologia cangiante (ad esclusivo appannaggio virile, precisiamo…), normalmente dedito a scandire le ore di veglia con la sua pendula ordinarietà di “virgola” seriosa e defilata, passi invece a sottolineare le migliori beatitudini oniriche ergendosi nella ben più lussureggiante sagoma di “punto esclamativo” capovolto (ma guarda un po’ che capriole allegoriche tocca fare, pur di non mettere l’avviso di blog contenente “materiale adulto”…che a dire il vero, tutte le robe che scrivo io alla fin fine non sono né adulte, né minori: forse sono solo per passare cinque minuti senza sentirsi nessuna età sul groppone…).

Sarà dunque stato per queste e chissà quali altre motivazioni oniriche che, quando ho letto il seguente brano, il mio animo epifanico di lettore ha gioito e goduto smisuratamente:

«…Chi di notte, dormendo, sogna, conosce un genere di felicità ignota nel mondo della veglia: una placida estasi e un riposo del cuore che sono come il miele sulla lingua. Sa anche che la bellezza dei sogni è la loro atmosfera di libertà infinita: non la libertà del dittatore che vuole imporre la sua volontà nel mondo, ma la libertà dell’artista privo di volontà.

Il piacere del vero sognatore non dipende dalla sostanza del sogno, ma da questo: tutto quello che accade nel sogno non accade solo senza il suo intervento, ma fuori del suo controllo. Si creano spontaneamente paesaggi, vedute splendide e infinite, colori ricchi e delicati, strade, case che non ha mai visto e di cui non ha mai sentito parlare. Compaiono degli sconosciuti che sono amici o nemici, benché chi sta sognando non abbia mai fatto nulla per loro né contro di loro.

L’idea della fuga e l’idea dell’inseguimento tornano sempre, nei sogni, entrambe ugualmente estasianti. Tutti dicono cose piene d’intelligenza e spiritose. E’ vero che, cercando di ricordarle, durante il giorno, paiono sbiadite e senza senso perché appartengono a un’esistenza diversa; ma appena il sognatore si sdraia, la notte, il circuito si riallaccia e i sogni tornano a sembrargli stupendi.

Una libertà immensa, una beatitudine ultraterrena circola dentro di lui come l’aria e la luce: è un essere privilegiato, è l’uomo che non ha obblighi, l’uomo per la cui ricchezza e il cui piacere sono chiamate a raccolta tutte le cose: i re di Tarso gli porteranno i loro doni. Trovandosi in mezzo ad una grane battaglia o ad un ballo prova il lieto stupore di potervi partecipare stando sdraiato.

Solo quando si comincia a perdere la coscienza della libertà, quando l’idea della necessità mette piede nel mondo, quando c’è, come che sia, fretta o sforzo, una lettera da scrivere, o un treno da prendere, quando si è costretti a lavorare, a spronare i cavalli del sogno o a premere il grilletto del fucile, il sogno decade e si trasforma in incubo, che appartiene alla categoria meno ricca e più rozza dei sogni…»

“Out of Africa”
Karen Christentze Dinesen, baronessa von Blixen-Finecke –
Per gli amici: Karen Blixen – 1937