mercoledì 31 agosto 2016

"Un pensiero al giorno" 156 - "Il sussurro e l'uragano"

"Un pensiero al giorno"

156 - "Il sussurro e l'uragano"

Del perché le parole sono piume, o mazzi di fiori, oppure macigni. Del perché possono far l'effetto di un bacio o di una bomba. Del perché queste nuvolette di fiato, o piccole macchie d'inchiostro, diventano ingenuità arruffona in mano a chi le usa maldestramente in buona fede, o malvagità pura e cinismo, quando vengono distorte ad arte.

Due modi di trattare la stessa notizia, in due diversi tg. Il fatto, tristissimo e tragico, è questo: una donna (l'ennesima, si è costretti sconsolatamente a dire) viene uccisa con modalità brutali; si sospetta (forse molto più di un sospetto) sia stato un suo stretto congiunto.

Ecco come riferisce l'accaduto un telegiornale della tv pubblica, nel corso di un servizio, durante il quale viene gradualmente preparato l'ascoltatore a questa terribile rivelazione: "...la donna, residente a XY, è stata uccisa con un violento colpo di coltello alla gola...".

Ecco invece con quale incredibile "tatto", il passo nevralgico dell'evento viene spiattellato nei denti, brutalmente "a secco", dall'annunciatore di una rete commerciale, nell'introdurre il relativo servizio: "...parliamo ora della donna sgozzata a XY...".

Ora, sono io il primo a non sopportare i giri di parole, il politicamente corretto forzato ai limiti del ridicolo, e gli eufemismi inopportuni. Non si può pretendere di parlare di "cibo visto dalla prospettiva della sua uscita", quando ci si vuol riferire alla merda.

Ma qui il punto è un altro. Qui stiamo parlando di un essere umano a cui è successa una tragedia, una cosa terribile, la più terribile. La delicatezza deve essere massima. Il rispetto, l'attenzione, la sensibilità, la comprensione, la compassione, la pietà. Ci vuole una cautela esagerata, una saggezza espressiva estrema, e poi non sarà mai abbastanza per affrontare il triste compito di riferire un'enormità del genere.

E tu mi vieni a berciare come un ignorante qualunque che è stata "sgozzata"?!?!?!

Si potrà dire che esagero, che la verità va denunciata nuda e cruda, anche quando fa male, per non passare sotto silenzio l'efferatezza di certi altri esseri umani, e così via. E poi, una parola non cambia certo la realtà...

Sarebbe tutto vero, se simili parole non fossero le spie di un fenomeno molto più ampio e subdolo. La Tv commerciale deve far vendere e per questo scopo si nutre di clamore a tutto spiano. Se per far questo, ci si attarda a ravanare un po' nel morboso e in un repertorio espressivo di forte effetto, con pugni verbali allo stomaco, è poco male, in quella logica. Alla fine devono tornare i conti e chi se ne sbatte dell'umana pietà.

Chi usa parole che verranno lette o ascoltate da migliaia o milioni di persone, è come se avesse fra le mani un potente velivolo che passa sopra le loro teste. Non può permettersi di fare voli radenti a pochi metri dai ciuffi della gente, solo perché così il suo fottuto spot funzionerà meglio. Non dovrebbe mai dimenticare che il rischio di causare molto male a quella folla, anche solo attraverso l'impalpabilità della parola, è sempre altissimo, troppo alto.



martedì 30 agosto 2016

"Un pensiero al giorno" 155 - "Svirgolate"

"Un pensiero al giorno"

155 - "Svirgolate"

Nella redazione del "Eco della Val Furbina", Sgommo Bozzardoni lavorava come ogni notte alla composizione del giornale da far uscire la mattina seguente. Come suo solito, aveva preparato una bella tazza grande di infuso di virgole bollenti, per sorseggiarlo mentre dava l'ultima controllata agli articoli già pronti per andare in stampa.

Visti i troppi pensieri che gli frullavano in testa, non usò la dovuta cautela nel primo assaggio, scottandosi subito la lingua. Per una reazione involontaria, Sgommo versò tutto l'infuso sopra una serie di articoli già confezionati, andandoli a rimpinzare di virgole che non servivano, nei posti più impensati delle frasi.

Si sarebbe potuto ovviare all'incidente, ripulendo di nuovo le colonne dall'eccesso di punteggiatura...se non fosse stato ormai così tardi. Inoltre, nello slancio ustore, Sgommo aveva anche pigiato per sbaglio il pedale di avvio delle rotative. "...Amen..." pensò, osservando le centinaia di copie del giornale che venivano fagocitate nella foga stampatoria della gran macchina inchiostrante.

La mattina dopo, la città di Furbinia venne inondata da questa marea di quotidiani iper-virgolati. Sgommo si era raccomandato coi distributori sui furgoni (che lo dicessero poi anche agli edicolanti e agli strilloni), di sbatacchiare per bene i pacchi e persino le singole copie dei giornali, prima della consegna ai clienti. In questo modo, molte virgole superflue si sarebbero scrollate dagli articoli, salvando il più possibile della loro integrità significante.

Ogni addetto alla vendita si attenne con scrupolo alla precauzione, ma così facendo, una nuvoletta diffusa e insistente di virgole brade si sparpagliò per tutti i quartieri. Non potendosi appigliare più alle frasi stampate, le virgole si appiccicavano alle persone, alle cose, ai fatti.

Le macchine ai semafori, quando scattava il verde, per l'interposizione di una qualche virgola volante, facevano nuove soste, ripetute e inattese, continuando a ingombrare gli incroci ben oltre il tempo dovuto. Il traffico s'intricò a dismisura, e gli automobilisti si inveivano contro a vicenda, mandandosi al diavolo con lunghe frasi contorte e colme di proposizioni incidenti, introdotte naturalmente da altrettante virgole.

Chi venne colto dal "vapore virgolare" mentre si preparava a uscire per recarsi al lavoro, si disperse in una minuzia di sotto-azioni secondarie, senza riuscire mai ad avviarsi verso la propria metà.

Andò molto meglio a quei "sorpresi" dal pulviscolo di virgole che per l'occasione erano ancora a casa in ferie, o magari avevano il permesso di recarsi in ufficio qualche ora più tardi. Ciascuno di loro poté vivacchiare e temporeggiare a iosa, intento in piacevoli attività, rese ancor più gradite dall'effetto riverberante dei neri segnetti punteggianti ribelli.

Fra questi indugianti domestici, il meglio del meglio lo gustarono coloro che avevano pensato bene di far fruttare i graditi scampoli di tempo gratuito rimasto, facendo l'amore con la propria donna o il proprio uomo. Non la finivano mai di scoprire nuovi angoli di appagamento vicendevole e rilanci improvvisi di argomentazioni amorose, grazie alla carica divagatoria delle virgole che avevano impregnato i loro corpi.

Il sindaco di Furbinia, da un bilancio statistico che non fu facile da stilare per la miriade di sotto-voci che continuavano a inserirsi, appurò che gli svantaggi dell'invasione di virgole superavano i vantaggi.
Incaricò allora squadre di "devirgolatori" professionali, di passare al setaccio ogni strada della città, muniti di appositi dizionari del tutto privi di punteggiatura. Questi, per le virgole disperse, sono più irresistibili del nettare per le api. Dopo non pochi passaggi a vocabolari dispiegati, i tomi si impregnarono delle dovute codine di inchiostro e l'emergenza virgolare venne dichiarata estinta.

Si mormora tuttavia che in qualche magazzino comunale, il sindaco (casualmente sorpreso pure lui quella mattina dalla nube di virgole, a letto, in indaffarata compagnia della adorata mogliettina) conservi ancora gelosamente quei dizionari. Questo allo scopo di farne buon uso personale nella reiterazione della bella esperienza virgolerotica, o per l'equipollente beneficio di ogni buon furbinese che ne facesse richiesta (previa compilazione dell'apposito modulo di domanda in carta bollata e ben virgolata).


lunedì 29 agosto 2016

"Un pensiero al giorno" 154 - "Lettore, ladro di ore"

"Un pensiero al giorno"

154 - "Lettore, ladro di ore"

Da appassionato di lettura, ho immaginato spesso tante metafore per questa "sacrale pratica". Una particolare similitudine mi è balzata alla mente, non so come mai, leggendo"Istanbul" di Orhan Pamuk. Ve la racconto in breve.

Ci sono dei libri che a leggerli è come stare a poltrire nel letto, al mattino, rubando ancora una manciata di secondi alla sveglia inesorabile.

Ci si deve alzare, c'è un impegno a cui non si può mancare, non è il giorno buono per stare sotto le coperte tutto il tempo desiderato. Eppure si cerca di barare sul tempo, si immagina l'attimo come infinito, si assapora la finitezza dell'istante come raramente succede, in altre circostanze. Si afferra tutto il senso più vero della preziosità del tempo. Come non mai.

Si sente che in quella porzione minimale di essere, risiede tutta la bellezza possibile. Non si vorrebbe abbandonarla per nulla al mondo. Si farebbero carte false, pur di rendere quegli istanti infiniti. Ma poi bisogna fare i conti col mondo fuori. C'è pure quello (purtroppo!).

Ci si deve alzare, ma fra le righe della nostra lettura rimane quel tepore, di cui avremo nostalgia per tutta la giornata, e al quale potremo per fortuna far ritorno, rincasando.

Nel leggere, è contenuta in qualche modo una nobilissima codardia (senza mai scordare che non mancano nemmeno dosi massicce di coraggio spicciolo). La lettura è l'inno di chi preferisce rimanere folle ancora un po', invece che coerente. Ma solo per quegli attimi di buio caldo e buono, prima di posare di nuovo i piedi sul freddo pavimento, sulla nuda Terra.


domenica 28 agosto 2016

"Un pensiero al giorno" 153 - "007, la spia che mi istruiva"

"Un pensiero al giorno"

153 - "007, la spia che mi istruiva"

Pensieri balzani, nati dalla visione estiva di alcuni episodi di 007: James Bond, il gran "ganassa" che ti surclassa.

Ci avrete fatto caso sicuramente: il birbaccione di turno contro cui Bond si ritrova a battagliare, ha spesso come scopo la distruzione dell'umanità.

Alla fine, non si capisce mai bene la motivazione. Magari è così incasinata, che subito intuiamo che non ce ne deve fregare. Quel che conta è che il cattivone vuol far sparire tutti gli uomini dalla Terra, giusto perché non li può soffrire.

Però, quello che quasi sempre ci è sfuggito, a noi spettatori distratti, era che nel frattempo, sin dagli anni di diffusione delle prime avventure di 007, l'umanità si stava già impegnando alla grande per distruggersi da sola.

Figurarsi, all'epoca c'era addirittura la guerra fredda, con gli arsenali nucleari zeppi come uova, poi la crescente incuria ecologica, guerre in ogni angolo del globo, ignoranza a tutto spiano come se piovesse, senza risparmiare nemmeno una latitudine.

Si sa, i birbaccioni bondiani sono alquanto privi di fantasia, perché se avessero fatto mente locale solo per un attimo su questo dettaglio, avrebbero capito che la vera, geniale mossa, per rompere le balle sul serio all'umanità, sarebbe stata non quella di distruggerla, ma di provare a salvarla.

Ecco allora che compito della SPECTRE, avrebbe dovuto essere agire a favore dell'umanità, andando contro il suo stesso pervicace desiderio di auto-annientamento: questo sì che sarebbe stato il più fastidioso dei dispetti!

Ernst Sapiens Conoscenzio, il cattivone numero uno dell'organizzazione SALINZUK (così si sarebbe chiamata la SPECTRE, tramutata da criminale in pedagogica) sarebbe stato un esimio docente universitario dalla cultura enciclopedica, e avrebbe combattuto in ogni angolo del globo per sconfiggere l'ignoranza, diffondere il sapere, la sensibilità, debellare il preconcetto, sradicare il pregiudizio.

Sarebbe stata la guerra più dura di tutti i tempi (altro che mettere due bombette atomiche per far saltare il pianeta...quello son buoni tutti!).

Considerata l'improbità del compito, anche James Bond si sarebbe schierato dalla parte dell'organizzazione SALINZUK. Gli sarebbero stati forniti incredibili gadget tecnologici da Q, il fedele capo laboratorio dei servizi segreti di Sua Maestà. Orologi da polso che si mutano in vocabolari; la classica Aston Martin che sputa correzioni grammaticali dai tubi di scappamento; corsi di anti-analfabetismo esistenziale solubili in un calice di champagne; e tanti altri mirabili ammennicoli studiati per combattere l'autolesionismo umano.

Sarebbe stato salvo anche il buon nome da playboy di Bond, perché fra tutte le professoresse necessarie all'impresa, non avrebbe avuto difficoltà a farsi onore.

Questa sarebbe stata la trama più logica: la SALINZUK che salva l'umanità. Ma noi invece no, siamo sempre rimasti fissati sull'idea che la SPECTRE dovesse distruggere il mondo.


sabato 27 agosto 2016

Silenzio

Oggi ha diritto di parola soltanto il silenzio...


venerdì 26 agosto 2016

"Un pensiero al giorno" 152 - "Il discobolo che mi ruotò lo sguardo"

"Un pensiero al giorno"

152 - "Il discobolo che mi ruotò lo sguardo"

Durante tutta un'esperienza scolastica da studenti, si incontrano piccoli, ma importantissimi attimi di "illuminazione conoscitiva". Si tratta di concetti importanti per la propria crescita culturale; a volte magari sono contenuti in un dettaglio che ad altri dice poco, ma risulta personalmente fondamentale per cominciare a guardare le cose del mondo da una differente prospettiva, facendoci nel contempo innamorare della materia in questione, o ancor più in generale, dell'atto conoscitivo in sé, della pura sete di sapere.

Per mia fortuna, ho avuto tante di queste illuminazioni, a partire dalle scuole elementari, fino all'università. Quella che forse ricordo con più affetto, mi si disvelò fra le trame della storia dell'arte.
In generale, è un'idea di cui si viene a conoscenza quando si studia il passaggio dall'arte greca arcaica, a quella moderna. Ma la fattispecie che me ne fece innamorare è circostanziata a una singola opera particolare, il discobolo di Mirone di Eleutere (V sec. a.C.).

Il concetto è semplice, ma gravido di tante implicazioni nello stesso tempo. Le sculture arcaiche tendevano a rappresentare la figura umana inquadrata per piani. In parole povere, la statua di un soggetto era declinata fondamentalmente secondo quattro punti di vista: fronte, retro, fianco destro e sinistro. Era come inscatolata in una visione a quattro scatti in successione.

Con l'avvento della statuaria classica, e in particolare col discobolo (per il quale il discorso è particolarmente evidente, ma valido anche per tantissime altre opere coeve), viene introdotta una rivoluzione: la scatola si spezza a partire da una nuova prospettiva centrifuga e centripeta insieme. Non ci sono più punti di vista limitati e in successione, ma lo sguardo si apre a un'infinita possibilità di osservazione da mille prospettive, collegate fra loro senza soluzione di continuità.

Quasi inutile dire che mi esaltai tantissimo per questa "scoperta", e la amai fin da subito come una meraviglia di bellezze. Non era soltanto un passo avanti nella mia progressione culturale, ma conteneva anche la miglior metafora del progresso conoscitivo medesimo: saper osservare le problematiche e i tempi nella loro complessità, tenendo conto dei mille punti di vista possibili. Questo voleva dire appassionarsi al sapere.

Dopo l'illuminazione avuta in dono dal discobolo, ebbi modo di godere di tante altre (ad esempio, la sua versione raffinata in prospettiva moderna da Picasso col cubismo); ma quella mi è sempre rimasta molto cara, per la carica "iniziatica" con la quale mi venne incontro.

Il discobolo mi confermò in un proposito che credo di aver avuto dentro da sempre. Ma ci voleva qualcosa o qualcuno (il mio prof di arte) che me lo tirasse fuori. Io volevo stare dalla parte di chi ama sapere: questo fu l'insegnamento più bello ricevuto da quel caro, vecchio, plastico, blocco di marmo (nella copia romana, perché l'originale era in bronzo).



giovedì 25 agosto 2016

"Un pensiero al giorno" 151 - "Giornalaggio"

"Un pensiero al giorno"

151 - "Giornalaggio"

Quando capita un evento tragico come il terremoto, si provano subito tutti i sentimenti normali in simili casi. Solidarietà con le persone colpite, paura, il senso del lutto, se sfortunatamente ci sono state vittime. È anche lecito il desiderio di avere notizie.

Ma quello di cui si farebbe volentieri a meno, stante l'ampia complessità già sussistente della situazione, è che si vadano ad aggiungere ulteriori guai, altrimenti evitabili con un po' di impegno e di tatto.

Uno di questi danni collaterali è la stupidità giornalistica. Mi è già capitato, anche in questa terribile circostanza, di vedere diverse cose che un minimo di buon senso dovrebbe far rifiutare, anche se dubito che queste mie poche righe, facciano un effetto diverso da una flebile vocina nel deserto.

Insopportabile: il giornalista in studio domanda all'inviato su uno dei luoghi più colpiti: "...hai avuto modo di chiedere qualcosa alle persone uscite dalle macerie? Cosa ti hanno detto?...". Sinceramente spero abbiano maledetto la tua idiozia o poco più.

Altra perla: l'inviata che affannosamente cerca di porsi a favore di telecamera, per l'inquadratura più drammatica possibile lungo una strada di auto e persone, incolonnate lì per scappare o portare aiuto, e intralcia, e rompe i coglioni al flusso, perché non guarda nemmeno dove sta andando.

Apoteosi dell'invadenza e della mancanza di misura: telecamere e microfoni incollati sui soccorritori a pochi metri, mentre scavano tra i detriti e parlano al cellulare alla persona rimasta sotto, con tanto di voce dello sfortunato trasmessa a tutto il mondo.

E questi sono solo pochi esempi, ma basta accendere la tele e si trovano decine e decine di simili esempi di insensibilità e di aberrazioni del normale senso di umanità, che soprattutto in questi casi ci si aspetterebbe veder rispettato.

Informare sui fatti è sacrosanto, ma si perde facilmente di vista tale obiettivo. Situazioni del genere vanno raccontate con estrema delicatezza e precisione, perché il giornalista sul posto o nelle redazioni deve svolgere un servizio, deve essere a suo modo di aiuto alle popolazioni colpite dalla calamità, magari anche raccontando storie di persone, oppure facendo sì che non cali l'interesse dell'opinione pubblica una volta finita l'emergenza, e le genti danneggiate non vengano dimenticate coi loro problemi.

Questo dovrebbe fare il giornalista. Ma la spettacolarizzazione, la ricerca della morbosità, l'amplificazione della disperazione, la drammatizzazione esasperata, il sensazionalismo, e tante altre brutte distorsioni simili, il giornalista, se desse un semplice sguardo al fondo della propria coscienza, dovrebbe già capire benissimo da solo dove deve andare a sbattersele.

Deve dare notizie, non scrivere la sceneggiatura di un film catastrofista hollywoodiano.