sabato 3 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 159 - "Matemaffettività"

"Un pensiero al giorno"

159 - "Matemaffettività"

I numeri sono davvero così freddi e distaccati? Credo che se consideriamo la matematica come una particolare modalità con cui il nostro sguardo si posa sulla realtà, ne possono uscire piccole scoperte molto "umane". A partire da certe regole molto basilari.

Prendiamo ad esempio quello che si deve fare per sommare delle frazioni. Le frazioni sono numeri imperfetti, per così dire, parziali. Sono quel che si ottiene dopo aver diviso l'unità in determinate parti, e averne raccolte solo alcune.

Il problema, ma anche la cosa bella, è che le frazioni parlano spesso fra di loro lingue diverse. Una frazione che tratta dei trentesimi (es: 1/30) non dialoga molto bene con un'altra che parli invece il linguaggio dei ventiquattresimi (es: 5/24). In altre parole, stante la situazione com'è, non si possono sommare o sottrarre fra loro, per via della incomprensione che le rende estranee a vicenda.

Per poterle far parlare fra loro, occorre che trovino un terreno d'intesa. Devono inventarsi una nuova lingua, creata col contributo di entrambi. In questa nuova lingua, rimarrà sempre il retrogusto della lingua natia di ciascuna frazione, ma con essa si sarà formato un nuovo habitat adatto alla convivenza.

Questo nuovo idioma si chiamerà "massimo comune denominatore" (M.C.D.) e si ottiene facendo il "minimo comune multiplo" (m.c.m.), tra i diversi denominatori delle frazioni da sommare (come tutti sanno). 

Il m.c.m. fra due o più numeri si trova scomponendo tali numeri in fattori primi, poi pigliando i fattori comuni e non comuni, presi una sola volta, col massimo esponente, e moltiplicandoli fra loro.
Riprendiamo le nostre frazioni che non si capivano fra loro, e proviamo a sommarle: 1/30 + 5/24.

Scomponendo 30 in fattori primi, 30=2x3x5.

Scomponendo il 24 invece, 24=2x2x2x3 (2 "alla terza" x 3).

Prendiamo il 2, il 3 e il 5, una volta sola col massimo esponente (il 2 alla terza, cioè 8, e gli altri alla prima) e li moltiplichiamo: 8x3x5=120.

Ecco, le due frazioni che all'inizio non si capivano, hanno scoperto di avere dentro sé un valore intorno al quale possono intendersi: i centoventesimi.

1/30 può dunque presentarsi come 4/120, e 5/24 può assumere i panni di 25/120. La loro somma sarà allora 4/120+25/120=29/120.

Trasponendo il tutto in forma di metafora e adattandolo alle relazioni umane, non pare anche a voi di scorgere qualcosa di veramente bello?

Per avere punti di contatto con gli altri, ciascuno deve sforzarsi di vedere se stesso scomposto in fattori primi, ossia guardarsi dentro e cercare di capire i valori di fondo della propria identità. Poi deve confrontare quali fra le proprie forze, messe in circolo con quelle dell'altro, possono andare a creare i termini di una nuova armonia. La moltiplicazione finale sfocerà nell'esito di un nuovo territorio comune della sintonia reciproca. E i due (o più) che all'inizio non si comprendevano, ora possono fare operazioni insieme, parlare su frequenze condivise, approdare a un risultato che fonde le loro identità originarie.


venerdì 2 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 158 - "Un jumbo in giardino"

"Un pensiero al giorno"

158 - "Un jumbo in giardino"

Ieri, mi è atterrato un jumbo jet in giardino. Era un jumbo sovrappeso, con un po' di baffetti sul muso e i reattori rauchi. Senza pensarci troppo, sono salito a bordo. Quando si è chiuso il portellone, mi sono accorto che in tutto l'aereo c'era soltanto il pilota. Era un gorilla, con regolamentare divisa. E berretto. Non sapendo cosa fare, gli ho detto la prima cosa che m'è venuta in mente: "...Presto, portami a New York, vado a sposarmi con Michael Stipe, il cantante dei REM...".

Lui, molto professionale, si è messo ad armeggiare con la cloche e ha decollato. Ho visto che passavamo sopra le Baleari e mi sono rassicurato: "...Ha capito!!!...bene...".

Dopo il tempo che ci è voluto, siamo atterrati a New York. Prima di scendere, ho abbracciato il pilota: "...Grazie, hai guidato benissimo...". "...Woof..." mi ha risposto.

Ho preso un taxi con la carrozzeria di cartone e i finestrini in Domopak. Mi ha portato in Garibaldi Square, angolo Mazzini avenue. Michael Stipe mi aspettava sulla porta della sua villetta in stile vittoriano.

Siamo corsi in comune, dove l'assessore al verde pubblico ci ha sposati (il sindaco era impegnato in Nino Bixio Street, a inaugurare un'enoteca municipale). Un minuto dopo, passando all'ufficio a fianco, c'era l'assessore alla nettezza urbana che ci ha divorziati subito.

Per festeggiare, siamo rincasati sempre con lo stesso taxi di cartone (solo che adesso aveva legati dietro grossi batuffoli di ovatta e sputava bolle di sapone dalla marmitta), mentre Stipe canticchiava "Night swimming" dei REM.

Ho salutato Michael sulla scalinata di casa sua. Ci siamo detti di rivederci presto per "sposorziarci" di nuovo, che è stato bello.

Mi sono incamminato per un vialetto che costeggia Camillo Benso conte di Cavour park. Bellissimi esemplari di tigli formavano come un lungo tunnel vegetale, e sotto passeggiavano ragazze, signore, donne giovani e più mature. C'erano solo femmine a parte me, che ero io. Ho fatto cinquantasette passi e mi sono innamorato sessantatré volte.

In fondo al viale, seduto su una panchina, vedo il gorilla pilota, in borghese. Stava sfogliando il New York Times. Mi sorride e mi fa: "...Dura la vita, eh?...". E io: "...Ma allora sai parlare?!?!?...".
"...Sì, ma mai quando sono in servizio...".
"...Ah...capito. Io mi faccio un altro giretto sotto i tigli. Buona lettura...".
"...Woof...".

Al quarto andirivieni lungo la strada alberata e "onni-gineceizzata", mi ero già innamorato duecentoquarantadue volte. Per una giornata mi sembrava abbastanza.

Ho telefonato a Michael Stipe, se per caso gli avanzava un posto per la notte, in una delle camere degli ospiti.

Michael mi dice: "...Ho già un sacco di gente, ma se ti accontenti di stringerti un po' nel lettino con Sharon Stone, puoi rimanere...".

"...Grazie Mikie, vedrò di fare uno sforzo per stanotte...ma non è che la Sharon russa?...".

"...Non saprei...so per certo che si sveglia sempre con l'alito profumato di gelsomino...dovrai correre il rischio...".

E mentre pensavo che il rischio lo avrei corso, ecco passare a proposito il caro taxi di cartone, pronto per condurmi verso la inusitata insidia di potenziali fusa floreali hollywoodiane.



giovedì 1 settembre 2016

"Un pensiero al giorno" 157 - "Est modus in sgrattus"

"Un pensiero al giorno"

157 - "Est modus in sgrattus"

Si può imparare qualcosa da ogni gesto spicciolo quotidiano. Anche dall'atto di grattugiare il formaggio.

Un tempo mi pesava, questa piccola incombenza domestica. Mi concentravo troppo sulla forza necessaria, la investivo tutta nella rapidità, per fare in modo che l'insieme del lavorio durasse il meno possibile.

Stringevo forte la grattugia con la sinistra, il grosso pezzo di formaggio nella destra, e davo energiche sfregate contro la scabrosa superficie dai denti bucherellati, calcando bene per far scendere più velocemente possibile l'aromatica nevicata.

In questo modo, trattavo il tutto come un impiccio da sbrigare, col risultato di stancarmi quasi subito in pochi minuti.

Pian piano ho imparato che, sforzandosi di vederci invece qualche aspetto piacevole, cambia tutto il modo di considerare il compito.

Lo scorrimento può essere fatto più leggermente, apprezzando come variano i diversi tipi di attrito sotto la pressione della mano. L'energia è meglio dosarla lungo il tempo, senza fretta di accumulare alla svelta il monticello di spessa polverina bianca.

Nel frattempo, si può anche osservare come questa cada dolcemente di sotto, a ogni rinnovato tocco del nostro ritmico armeggiare. Se il pezzo di formaggio è un po' friabile, ogni tanto si staccheranno dei pezzetti più grossi, non adatti a figurare come grattugiati, e che quindi vanno fatti onestamente sparire, sbocconcellandoseli via, con conseguente sosta di riposo.

Approfittando della pausa, mentre il buon sapore familiare impregna le papille, ci si può annusare la mano che ha tenuto il pezzo e si è cosparsa di quel gradevole impuzzimento untuoso, così caro a chi apprezza il formaggio.

Poi si riprende, sempre con ritmo e dosaggio di forze e tempi. E si può andare avanti senza tanta fatica, sino al raggiunto quantitativo necessario di esito "grattoriale".

Insomma, da impegno noioso e poco gradito, da spicciare alla bell'e meglio sfuggendone via, è divenuto un momento notevole di "consapevolezza e presenza". Senza voler esagerare, è un po' come suonare uno strumento musicale, dal quale, oltre a un delicato tappetino di note grattate (quel sottofondo di simpatici "grunz, grunz" di sfregamento), si traggono fuori anche melodie olfattive e promesse gustative a venire.

Morale della favola formaggera: più si interroga la realtà, più questa ci risponde che mente e azione, quando procedono in armonia, si esaltano a vicenda.


mercoledì 31 agosto 2016

"Un pensiero al giorno" 156 - "Il sussurro e l'uragano"

"Un pensiero al giorno"

156 - "Il sussurro e l'uragano"

Del perché le parole sono piume, o mazzi di fiori, oppure macigni. Del perché possono far l'effetto di un bacio o di una bomba. Del perché queste nuvolette di fiato, o piccole macchie d'inchiostro, diventano ingenuità arruffona in mano a chi le usa maldestramente in buona fede, o malvagità pura e cinismo, quando vengono distorte ad arte.

Due modi di trattare la stessa notizia, in due diversi tg. Il fatto, tristissimo e tragico, è questo: una donna (l'ennesima, si è costretti sconsolatamente a dire) viene uccisa con modalità brutali; si sospetta (forse molto più di un sospetto) sia stato un suo stretto congiunto.

Ecco come riferisce l'accaduto un telegiornale della tv pubblica, nel corso di un servizio, durante il quale viene gradualmente preparato l'ascoltatore a questa terribile rivelazione: "...la donna, residente a XY, è stata uccisa con un violento colpo di coltello alla gola...".

Ecco invece con quale incredibile "tatto", il passo nevralgico dell'evento viene spiattellato nei denti, brutalmente "a secco", dall'annunciatore di una rete commerciale, nell'introdurre il relativo servizio: "...parliamo ora della donna sgozzata a XY...".

Ora, sono io il primo a non sopportare i giri di parole, il politicamente corretto forzato ai limiti del ridicolo, e gli eufemismi inopportuni. Non si può pretendere di parlare di "cibo visto dalla prospettiva della sua uscita", quando ci si vuol riferire alla merda.

Ma qui il punto è un altro. Qui stiamo parlando di un essere umano a cui è successa una tragedia, una cosa terribile, la più terribile. La delicatezza deve essere massima. Il rispetto, l'attenzione, la sensibilità, la comprensione, la compassione, la pietà. Ci vuole una cautela esagerata, una saggezza espressiva estrema, e poi non sarà mai abbastanza per affrontare il triste compito di riferire un'enormità del genere.

E tu mi vieni a berciare come un ignorante qualunque che è stata "sgozzata"?!?!?!

Si potrà dire che esagero, che la verità va denunciata nuda e cruda, anche quando fa male, per non passare sotto silenzio l'efferatezza di certi altri esseri umani, e così via. E poi, una parola non cambia certo la realtà...

Sarebbe tutto vero, se simili parole non fossero le spie di un fenomeno molto più ampio e subdolo. La Tv commerciale deve far vendere e per questo scopo si nutre di clamore a tutto spiano. Se per far questo, ci si attarda a ravanare un po' nel morboso e in un repertorio espressivo di forte effetto, con pugni verbali allo stomaco, è poco male, in quella logica. Alla fine devono tornare i conti e chi se ne sbatte dell'umana pietà.

Chi usa parole che verranno lette o ascoltate da migliaia o milioni di persone, è come se avesse fra le mani un potente velivolo che passa sopra le loro teste. Non può permettersi di fare voli radenti a pochi metri dai ciuffi della gente, solo perché così il suo fottuto spot funzionerà meglio. Non dovrebbe mai dimenticare che il rischio di causare molto male a quella folla, anche solo attraverso l'impalpabilità della parola, è sempre altissimo, troppo alto.



martedì 30 agosto 2016

"Un pensiero al giorno" 155 - "Svirgolate"

"Un pensiero al giorno"

155 - "Svirgolate"

Nella redazione del "Eco della Val Furbina", Sgommo Bozzardoni lavorava come ogni notte alla composizione del giornale da far uscire la mattina seguente. Come suo solito, aveva preparato una bella tazza grande di infuso di virgole bollenti, per sorseggiarlo mentre dava l'ultima controllata agli articoli già pronti per andare in stampa.

Visti i troppi pensieri che gli frullavano in testa, non usò la dovuta cautela nel primo assaggio, scottandosi subito la lingua. Per una reazione involontaria, Sgommo versò tutto l'infuso sopra una serie di articoli già confezionati, andandoli a rimpinzare di virgole che non servivano, nei posti più impensati delle frasi.

Si sarebbe potuto ovviare all'incidente, ripulendo di nuovo le colonne dall'eccesso di punteggiatura...se non fosse stato ormai così tardi. Inoltre, nello slancio ustore, Sgommo aveva anche pigiato per sbaglio il pedale di avvio delle rotative. "...Amen..." pensò, osservando le centinaia di copie del giornale che venivano fagocitate nella foga stampatoria della gran macchina inchiostrante.

La mattina dopo, la città di Furbinia venne inondata da questa marea di quotidiani iper-virgolati. Sgommo si era raccomandato coi distributori sui furgoni (che lo dicessero poi anche agli edicolanti e agli strilloni), di sbatacchiare per bene i pacchi e persino le singole copie dei giornali, prima della consegna ai clienti. In questo modo, molte virgole superflue si sarebbero scrollate dagli articoli, salvando il più possibile della loro integrità significante.

Ogni addetto alla vendita si attenne con scrupolo alla precauzione, ma così facendo, una nuvoletta diffusa e insistente di virgole brade si sparpagliò per tutti i quartieri. Non potendosi appigliare più alle frasi stampate, le virgole si appiccicavano alle persone, alle cose, ai fatti.

Le macchine ai semafori, quando scattava il verde, per l'interposizione di una qualche virgola volante, facevano nuove soste, ripetute e inattese, continuando a ingombrare gli incroci ben oltre il tempo dovuto. Il traffico s'intricò a dismisura, e gli automobilisti si inveivano contro a vicenda, mandandosi al diavolo con lunghe frasi contorte e colme di proposizioni incidenti, introdotte naturalmente da altrettante virgole.

Chi venne colto dal "vapore virgolare" mentre si preparava a uscire per recarsi al lavoro, si disperse in una minuzia di sotto-azioni secondarie, senza riuscire mai ad avviarsi verso la propria metà.

Andò molto meglio a quei "sorpresi" dal pulviscolo di virgole che per l'occasione erano ancora a casa in ferie, o magari avevano il permesso di recarsi in ufficio qualche ora più tardi. Ciascuno di loro poté vivacchiare e temporeggiare a iosa, intento in piacevoli attività, rese ancor più gradite dall'effetto riverberante dei neri segnetti punteggianti ribelli.

Fra questi indugianti domestici, il meglio del meglio lo gustarono coloro che avevano pensato bene di far fruttare i graditi scampoli di tempo gratuito rimasto, facendo l'amore con la propria donna o il proprio uomo. Non la finivano mai di scoprire nuovi angoli di appagamento vicendevole e rilanci improvvisi di argomentazioni amorose, grazie alla carica divagatoria delle virgole che avevano impregnato i loro corpi.

Il sindaco di Furbinia, da un bilancio statistico che non fu facile da stilare per la miriade di sotto-voci che continuavano a inserirsi, appurò che gli svantaggi dell'invasione di virgole superavano i vantaggi.
Incaricò allora squadre di "devirgolatori" professionali, di passare al setaccio ogni strada della città, muniti di appositi dizionari del tutto privi di punteggiatura. Questi, per le virgole disperse, sono più irresistibili del nettare per le api. Dopo non pochi passaggi a vocabolari dispiegati, i tomi si impregnarono delle dovute codine di inchiostro e l'emergenza virgolare venne dichiarata estinta.

Si mormora tuttavia che in qualche magazzino comunale, il sindaco (casualmente sorpreso pure lui quella mattina dalla nube di virgole, a letto, in indaffarata compagnia della adorata mogliettina) conservi ancora gelosamente quei dizionari. Questo allo scopo di farne buon uso personale nella reiterazione della bella esperienza virgolerotica, o per l'equipollente beneficio di ogni buon furbinese che ne facesse richiesta (previa compilazione dell'apposito modulo di domanda in carta bollata e ben virgolata).


lunedì 29 agosto 2016

"Un pensiero al giorno" 154 - "Lettore, ladro di ore"

"Un pensiero al giorno"

154 - "Lettore, ladro di ore"

Da appassionato di lettura, ho immaginato spesso tante metafore per questa "sacrale pratica". Una particolare similitudine mi è balzata alla mente, non so come mai, leggendo"Istanbul" di Orhan Pamuk. Ve la racconto in breve.

Ci sono dei libri che a leggerli è come stare a poltrire nel letto, al mattino, rubando ancora una manciata di secondi alla sveglia inesorabile.

Ci si deve alzare, c'è un impegno a cui non si può mancare, non è il giorno buono per stare sotto le coperte tutto il tempo desiderato. Eppure si cerca di barare sul tempo, si immagina l'attimo come infinito, si assapora la finitezza dell'istante come raramente succede, in altre circostanze. Si afferra tutto il senso più vero della preziosità del tempo. Come non mai.

Si sente che in quella porzione minimale di essere, risiede tutta la bellezza possibile. Non si vorrebbe abbandonarla per nulla al mondo. Si farebbero carte false, pur di rendere quegli istanti infiniti. Ma poi bisogna fare i conti col mondo fuori. C'è pure quello (purtroppo!).

Ci si deve alzare, ma fra le righe della nostra lettura rimane quel tepore, di cui avremo nostalgia per tutta la giornata, e al quale potremo per fortuna far ritorno, rincasando.

Nel leggere, è contenuta in qualche modo una nobilissima codardia (senza mai scordare che non mancano nemmeno dosi massicce di coraggio spicciolo). La lettura è l'inno di chi preferisce rimanere folle ancora un po', invece che coerente. Ma solo per quegli attimi di buio caldo e buono, prima di posare di nuovo i piedi sul freddo pavimento, sulla nuda Terra.


domenica 28 agosto 2016

"Un pensiero al giorno" 153 - "007, la spia che mi istruiva"

"Un pensiero al giorno"

153 - "007, la spia che mi istruiva"

Pensieri balzani, nati dalla visione estiva di alcuni episodi di 007: James Bond, il gran "ganassa" che ti surclassa.

Ci avrete fatto caso sicuramente: il birbaccione di turno contro cui Bond si ritrova a battagliare, ha spesso come scopo la distruzione dell'umanità.

Alla fine, non si capisce mai bene la motivazione. Magari è così incasinata, che subito intuiamo che non ce ne deve fregare. Quel che conta è che il cattivone vuol far sparire tutti gli uomini dalla Terra, giusto perché non li può soffrire.

Però, quello che quasi sempre ci è sfuggito, a noi spettatori distratti, era che nel frattempo, sin dagli anni di diffusione delle prime avventure di 007, l'umanità si stava già impegnando alla grande per distruggersi da sola.

Figurarsi, all'epoca c'era addirittura la guerra fredda, con gli arsenali nucleari zeppi come uova, poi la crescente incuria ecologica, guerre in ogni angolo del globo, ignoranza a tutto spiano come se piovesse, senza risparmiare nemmeno una latitudine.

Si sa, i birbaccioni bondiani sono alquanto privi di fantasia, perché se avessero fatto mente locale solo per un attimo su questo dettaglio, avrebbero capito che la vera, geniale mossa, per rompere le balle sul serio all'umanità, sarebbe stata non quella di distruggerla, ma di provare a salvarla.

Ecco allora che compito della SPECTRE, avrebbe dovuto essere agire a favore dell'umanità, andando contro il suo stesso pervicace desiderio di auto-annientamento: questo sì che sarebbe stato il più fastidioso dei dispetti!

Ernst Sapiens Conoscenzio, il cattivone numero uno dell'organizzazione SALINZUK (così si sarebbe chiamata la SPECTRE, tramutata da criminale in pedagogica) sarebbe stato un esimio docente universitario dalla cultura enciclopedica, e avrebbe combattuto in ogni angolo del globo per sconfiggere l'ignoranza, diffondere il sapere, la sensibilità, debellare il preconcetto, sradicare il pregiudizio.

Sarebbe stata la guerra più dura di tutti i tempi (altro che mettere due bombette atomiche per far saltare il pianeta...quello son buoni tutti!).

Considerata l'improbità del compito, anche James Bond si sarebbe schierato dalla parte dell'organizzazione SALINZUK. Gli sarebbero stati forniti incredibili gadget tecnologici da Q, il fedele capo laboratorio dei servizi segreti di Sua Maestà. Orologi da polso che si mutano in vocabolari; la classica Aston Martin che sputa correzioni grammaticali dai tubi di scappamento; corsi di anti-analfabetismo esistenziale solubili in un calice di champagne; e tanti altri mirabili ammennicoli studiati per combattere l'autolesionismo umano.

Sarebbe stato salvo anche il buon nome da playboy di Bond, perché fra tutte le professoresse necessarie all'impresa, non avrebbe avuto difficoltà a farsi onore.

Questa sarebbe stata la trama più logica: la SALINZUK che salva l'umanità. Ma noi invece no, siamo sempre rimasti fissati sull'idea che la SPECTRE dovesse distruggere il mondo.